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Guerra Bianca sull'Adamello - Considerazioni e forze in campo
'La conquista dei ghiacciai fu la concezione più fantastica dell'ardimento umano, il trionfo più grande della fede e della forza che la storia ricordi'.
I LUOGHI:
I ghiacciai delle battaglie alpine sorgono maestosi a nord del lato ovest di quello che era il vecchio saliente Trentino; si saldano, pel Passo del Tonale, ai picchi dello Stelvio e quindi al confine svizzero; a sud terminano sulle montagne che degradano a poco a poco sino sul lago di Garda. La zona dei ghiacciai gloriosi si estende tra il Noce, il Sarca, il Chiese e l'Oglio in un massiccio imponente: il massiccio dell'Adamello (m.3554) e della Presanella (m.3564), ricco di sterminati e superbi nevai. La Valle di Genova solca profondamente il centro del massiccio e lo divide in due masse principali: quella dell'Adamello e Baitone, a ponente, e quella della Presanella, a levante. I ghiacciai maggiori sono quelli dell'Adamello, del Mandrone, della Lobbia, di Fumo, di Lares, del Fargorida, del Pisgana, del Presena, della Presanella, sui quali gli alpini sciatori ed arrampicatori lottarono i vinsero. Qua e là sui ghiacciai, specie ad ogni margine elevato di questi, sorgono ripide creste e acuminate vette. Tra tutte spicca, dopo quella dell'Adamello, gigantesco per la sua quasi strapiombante parete, il Corno di Cavento (m.3401)'.

'Queste gelide e bianche regioni sembrano un immenso mare di ghiacci scintillanti, variamente ondulati per grandi estensioni, solcati da infiniti crepacci sui quali numerosissime cime aspre, aguzze e rocciose o ghiacciate e levigate drizzano al cielo le loro vette dominanti. Burroni e crepacci, spaventosamente profondi ed infinitamente svariati e frastagliati in ogni senso sugli insidiosi ghiacci, formano un fantastico intreccio di picchi ed abissi'.

'Clima. Nemico quotidiano ed implacabile era il freddo che, in inverno, era pressochè polare: di giorno la temperatura media era -15 -20; di notte -25 -30. Nel 1917 si ebbe il massimo freddo; il termometro, situato al Crozzon di Forgarida, segnò -38. E sul più alto Corno di Cavento, non ancora in nostro possesso e maggiormente esposto alle correnti aeree, assai poco doveva certamente mancare ai 40 gradi sotto zero. D'estate la temperatura scendeva sempre sotto zero, la notte: di giorno, invece, saliva sino a 15 ed anche a 20. La neve. d'inverno, raggiungeva l'altezza media di 10-12 metri. La tormenta, frequenta e normale, specie d'inverno e d'autunno, era forse il nostro peggior nemico; arrestava le marce e rendeva il soffermarsi estremamente difficile; toglieva la facoltà di orientarsi, impediva la respirazione e oscurava la vista; non si scorgevano più i margini degli insidiosi crepacci e degli abissi, assai bene mascherati da sottili cornici di neve fresca, e si era talvolta atterrati con violenza e ricoperti rapidamente di neve; in pochi istanti erano congelamenti ed assideramenti e, non di rado, anche l'asfissia'.

'In questo eccezionale ambiente combatterono vittoriosamente, sempre con lo spirito più elevato, sin 4000 uomini saldamente legati assieme da una compattezza e coesione straordinaria'.
Considerazioni e forze in campo
GLI UOMINI:
'Eccoli gli eroi: dalle bianche tombe sorgono e passano sui loro grandi nevai, rossi del lor sangue. Innanzi a tutti è Carlo Giordana, il vittorioso condottiero, il pattugliere arditissimo, eroe tra gli eroi. Egli era il duce impareggiabile, l'insuperabile dominatore della montagna. Arcigno, occhio d'aquila, anima e volontà di ferro, inflessibile, infrangibile, pensiero vasto, acuto e profondo; azione geniale, pronta ed irresistibile... par ancora di vederlo lassù sui nevai, scrutare il nemico nelle sue fortezze, impartire ordini e lanciarsi primissimo all'attacco'.

'Al grande condottiero sono vicini i fratelli Calvi, i superbi capitani, gli eroi di Cresta Croce, del Dosson di Genova, del Fargorida, del Lares, del Cavento; poi l'atletico capitano Giulio Manzini, eroe del Fargorida, il cap. Polin, i ten. Francesco Zanchi, Carlo Gulfi, Benigno Tarchetta, Ernesto Begey, il Salvadori, il ten. Quadri, l'eroe della Lobbia, i tenenti Cavara e Locatelli, gli eroi del Presena ed infine altri comandanti eroicamente caduti'.

'Fra questi è anche l'alpino Agostino Mattioni, friulano, volontario alla conquista del Crozzon di Fargorida. E' quegli che, visto il suo capitano cader ferito e nell'imminenza di cadere prigioniero nelle mani d'una dozzina d'austriaci, si slancia da solo contro di questi per liberare il comandante, dopo che altri tre alpini, nello stesso eroico tentativo, erano rimasti gravemente feriti'.

'Un'eroica ed illustre figura gli è accanto: quella del sergente Leonida Bissolati, il grande soldato e uomo di stato, l'eroe di Monte Nero e del Vodil, dove fu gravemente ferito, l'eroico sciatore di Giordana alla sanguinosa e vittoriosa battaglia del Fargorida'.

'Ed ecco ancora il caporale, poi tenente, Giulio Torlonia, patrizio romano, l'audacissimo nel vittorioso combattimento dei laghetti del Falgorida. Poi è l'attendente del tenente Pater, l'eroe di Cima Presena, il quale, al terzo assalto di questa ripidissima e contrastatissima cima, ferito il tenente e rimasto con pochissimi alpini a pochi metri dalla vetta agognata, con un balzo felino si slancia pel primo sul tenace e sovverchiante nemico, e cade nella lotta sanguinosa ed impari'.

'Fra essi, come ad esaltarne maggiormente la grandezza, è l'eroe di Monte Corno: Cesare Battisti, il martire. Egli aveva prescelto, assieme al compagno trentino Guido Larcher, la guerra sui ghiacciai; più in alto possibile, e più vicino alle sue valli; sulle nevi eterne, dinanzi al suo Trentino, con gli sci che lo facevano più rapidamente marciare e gli davano un po' l'ebrezza del volo. Credeva e sperava, forse, di giungere più presto a liberar la sua terra. Nei primi scontri che preludono la battaglia, su quella guerra di ghiacciaio, ha il battesimo del fuoco. Egli cerca, vuole presto la battaglia decisiva, la conquista, la liberazione dei suoi fratelli obbligati come schiavi a combattere contro di lui e contro l'Italia'.

'Fra tutti campeggia e rifulge la figura del duce superstite: il Gen.Quintino Ronchi, il padre degli alpini dei ghiacciai, il degno successore di Giordana, il vincitore delle due leggendarie battaglie che, per la difficoltà del terreno fatto di pareti di ghiaccio e di rocce vergini sino allora inaccessibili ai migliori alpinisti, e per la potentissima difesa nemica e per le incalcolabili difficoltà logistiche e preparatorie per lanciare all'assalto in quella zona polare migliaia di alpini, si possono ritenere le più temerarie e sensazionali: Cavento e Presena. Vero soldato nell'animo, mente di grande tattico, comandante di fede incrollabile, conoscitore profondo ed intelligentissimo della montagna e degli uomini, animatore instancabile di energie, cultore geniale e brillante delle iniziative, delle audacie e degli ardimenti temerarii, Quintino Ronchi seppe preparare bene, per vincere, le sue grandi imprese'.
I REPARTI:
'I battaglioni alpini ed i reparti che sui ghiacciai dell'Adamello, del Presena e dello Stelvio si coprirono di gloria, furono: 4 reggimento alpini (battaglione Val Baltea, battaglione Aosta), 5 reggimento alpini (battaglione Monte Mandrone, battaglione sciatori Cavento, battaglione Edolo, battaglione Val d'Intelvi), 3 reparto d'assalto, tre plotoni arditi dei battaglioni Monte Rosa, Val Brenta e Tolmezzo, i battaglioni Monte Granero e Pallanza, il battaglione Ortler, la compagnia mitraglieri appiedata comandata da S.A.R. Filiberto di Savoia'.

'La prima e la ventiduesima divisione Schutzen (d'uno dei migliori corpi d'armata di manovra dell'Impero) avevano il compito di sfondare il Tonale, isolando la zona dei fortificati ghiacciai dell'Adamello e dello Stelvio, piombando quasi di sorpresa ed in una sola giornata alle spalle di quelli'.
LE OPERE:
'Le teleferiche, prima poche e poi via via numerose, furono la forza viva e continua di tutti i traspori e rifornmenti. Ogni cosa veniva loro affidata dagli autocarri e tutto veniva velocemente trasportato alla sommità dei ghiacciai, attraverso burroni enormi e pareti verticali. Rapidità, ordine e continuità furono le caratteristiche delle teleferiche'.

'Dopo lunghe e pazienti fatiche fu costruita, per iniziativa del generale Ronchi, nel ghiaccio vivo cristallino, una galleria che percorreva il gran ghiacciaio del Mandrone in tutta la sua lunghezza. Dalla superficie risultò alla profondità di circa 10 metri; lunga 5200 metri (dall'inizio del ghiacciaio ai comandi di battaglione di prima linea); alta 2 metri, larga metri 2,50; dotata di 80 camini per la ventilazione e costruiti in modo da alzarsi gradatamente dalla neve caduta; di 25 ponti (posti su crepacci enormi, di cui non si scorgeva il fondo usando la luce acetilene), costruiti in modo che si potessero allungare quando i crepacci s'aprivano o si muovevano. L'illuminazione era data da 120 lampadine elettriche'.

'Ma se fu difficile e geniale la costruzione di queste opere grandiose, lo fu altrettanto il trasporto delle artiglierie su quelle ripide pareti ghiacciate, oltre i 3000 metri: cannoni da 75 a, 75 906, 70 montagna, 75 s, 66 m, mortai da 149 a, bombarde allungate da 240 a Passo Lares (m. 3300), (ogni bomba pesava kg. 87), ed infine l'ippopotamo, come chiamavano gli alpini il cannone da 149. Questo fu trasportato nel 1916 dal fondo valle alla sommità del ghiacciaio (Cresta Croce, m.3351), durante la notte, in nemmeno 30 giorni, dopo essere stato investito e sepolto due volte dalle valanghe'.