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Il Fascismo - Gli anni del consenso
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Di Mussolini si afferma che, prima di lasciarsi travolgere dalle ambizioni militari, aveva ottenuto tre formidabili risultati: la bonifica delle Paludi Pontine, la puntualità dei treni e l'eliminazione della mafia in Sicilia. Quando il governo passò all'attacco contro la mafia, in effetti, i capi finirono in carcere o fuggirono negli Stati Uniti. I metodi adottati da Mussolini erano indubbiamente draconiani. Il suo Prefetto di Ferro, Cesare Mori, ebbe mano libera. (da 'La guerra inutile', pag.45)
Il problema stava nel fatto che il regime fascista di Mussolini non aveva mai assunto il controllo totale in Italia, né aveva mai potuto reggere il confronto con quello della Germania nazista come Stato di polizia dotato di ogni strumento di repressione. Anche se i partiti d'opposizione erano al bando, vari leader politici vivevano da pensionati benestanti; gli aristocratici italiani si stringevano intorno al re, sceso a qualsiasi compromesso pur di conservare la fragile permanenza sul trono di Casa Savoia. (da 'La guerra inutile', pag.52)
Quando Mussolini chiamò i cittadini a donare alla causa comune le vere nuziali e altri oggetti preziosi, la risposta fu considerevole. (da 'Le guerre del Duce', pag.87)
In quanto al filosofo Benedetto Croce, ministro del governo Bonomi, già scosso dall'assassinio, perpetrato dai comunisti di Firenze, del filosofo, collega e avversario Giovanni Gentile (avvenuto il 19 aprile 1944), comprese quale disastroso indirizzo stava prendendo la politica italiana, ormai già impiantata su un regime partitocratico, e in data 27 luglio 1944 si dimise dalla carica governativa con una vibrata lettera in cui, tra l'altro, osservava con estrema amarezza: 'I patti firmati all'atto della capitolazione non consentiranno agli italiani né di essere liberi né di lavorare liberamente né addirittura di chiamarsi liberi [...] Con me ho il vivo ricordo dell'Italia del tempo di pace durante gli anni del deprecato fascismo [...] con un popolo che, pur tra le spire d'un regime a me inviso, non poteva dirsi schiavo e il cui lavoro incontrava ovunque rispetto e considerazione'. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.96-97)
Nonostante le latenti contraddizioni che caratterizzavano l'equilibrio tra le sue componenti, esso (il regime fascista) infatti godeva di una indiscutibile solidità, basata in primo luogo su un consenso di massa vasto e che non si sarebbe a lungo incrinato e sul quale, per ogni evenienza, vigilavano costantemente sia il PNF sia la polizia. Un consenso, oltre tutto, che, per quanto paradossale possa sembrare, diventava sempre più effettivo e vasto via via che, invece di politicizzarsi, si depoliticizzava e affondava le sue radici sempre meno nell'adesione al PNF (che ogni giorno perdeva prestigio e suscitava maggiori insofferenze) e sempre più nel mito di Mussolini e dell'Italia finalmente 'in cammino'. (da 'Mussolini il duce', volume 1, pag.3)
Il Duce ebbe in quegli anni realmente un enorme consenso popolare; tributo che veniva pagato più a lui personalmente che non al regime, sebbene per quel che si ha modo di giudicare, la maggior parte della gente fosse anche indubbiamente favorevole al fascismo. (da 'Mussolini il duce', volume 1, pag.55)
Sei mesi dopo, in ottobre, due nuovi accordi interconfederali stabilivano altresì l'introduzione della settimana lavorativa di quaranta ore (quest'accordo, che tendeva soprattutto ad aumentare l'occupazione e diminuire la disoccupazione e che, infatti, portò al riassorbimento di circa 222 mila lavoratori, fu successivamente sanzionato con una legge) e, come riequilibrio alla riduzione dei salari settimanali provocata da questo accordo, l'introduzione degli assegni familiari. (da 'Mussolini il duce', volume 1, pag.71)
[...] tutte queste agitazioni furono determinate da motivi squisitamente economici, ovvero da forme elementari di esasperazione e di stanchezza per una situazione economica sempre più pesante, ed ebbero per la grandissima maggioranza dei loro partecipanti solo fini economici e di generica protesta, senza assumere mai un carattere, un significato politico definito, antifascista cioè, [...] è riscontrabile la presenza tra i lavoratori in agitazione di elementi politicizzati, soprattutto comunisti, che, per altro, non riuscirono mai a imprimere alle agitazioni alle quali partecipavano e che, in qualche caso, riuscivano a dirigere, un effettivo e durevole significato politico. Non è certo privo di significato che, in campagna, alcune agitazioni, contro proprietari o amministratori locali, fossero condotte al grido 'viva Mussolini'. [...] Secondo alcuni giornali stranieri, persino a Torino molte donne che, bambini in braccio, manifestavano con i loro uomini per le vie del centro avrebbero gridato 'viva il duce! ma noi vogliamo mangiare!'. (da 'Mussolini il duce', volume 1, pag.80-81)
Nella grande maggioranza dei casi, infatti, le agitazioni popolari e le lotte dei lavoratori di questi anni furono e rimasero, come si è già detto, fatti spontanei, che nacquero e si svilupparono fuori da ogni influenza comunista e anche quelle nelle quali i comunisti si inserirono e che, in qualche caso, diressero, non assunsero praticamente mai, non diciamo un carattere insurrezionale, di guerra civile, che in quella situazione sarebbe assurdo pensare potesse avvenire, ma neppure un carattere apertamente e chiaramente antifascista. Come riconobbe lo stesso Togliatti nel settembre '31, 'tutti i movimenti che hanno avuto carattere spontaneo, originati da motivi economici immediati, si sono fermati prima di riuscire ad assumere un carattere e delle forme tali che portassero alla rottura aperta ed evidente della legalità fascista. La massa in movimento non riesce ancora a rompere la legalità fascista'. (da 'Mussolini il duce', volume 1, pag.85)
Da parte del governo lo sforzo maggiore per cercare di lenire le conseguenze della crisi e in particolare la disoccupazione fu fatto sul terreno delle opere pubbliche, dei lavori stradali, delle costruzioni ferroviarie e idrauliche, dell'edilizia, delle bonifiche, ecc. In questo modo lo Stato e gli enti locali riuscirono a dar lavoro ad un certo numero di disoccupati. [...] A un'altra iniziativa governativa di questo periodo abbiamo già fatto cenno; ci riferiamo alle istruzioni che Mussolini impartì nella primavera del '30 per snellire e rendere più solleciti gli interventi della Magistratura del lavoro e, quindi, per una più rapida risoluzione delle vertenze di lavoro collettive e soprattutto individuali. (da 'Mussolini il duce', volume 1, pag.88-89)
Con l'inverno '30-31 il PNF organizzò (direttamente o tramite gli organi prefettizi o alcune delle maggiori imprese) nelle località industriali più colpite dalla disoccupazione varie forme di assistenza, distribuendo ai disoccupati pane e minestra o, secondo le circostanze, buoni viveri o pacchi di generi di prima necessità. (da 'Mussolini il duce', volume 1, pag.88)
Col risultato che, una volta stabilito che Mori era stato un 'arnese' del fascismo, ne conseguiva che le sue vittime potevano vantare, come dire?, dei meriti antifascisti. E infatti non furono pochi i boss che si avvantaggiarono di questa opportunità. E' noto, per esempio, che i due più noti e potenti padrini del dopoguerra, don Calogero Vizzini e Genco Russo (che Mori aveva spedito in carcere o al confino), ebbero addirittura la soddisfazione di vedersi assegnare la croce di cavaliere della Repubblica a compenso delle 'persecuzioni' fasciste. (da 'Il Prefetto di ferro', pag.4)
Cesare Mori non fu mai l'uomo di qualcuno ('Non può essere perfettamente forte nel mondo se non chi è solo', recita una delle sue tante curiose massime [...]). Fu invece un integerrimo funzionario della vecchia Italia liberale, dotato di un senso quasi maniacale dello Stato. Nemico giurato della mafia, contro la quale si era più volte battuto, si alleò col fascismo solo perché questo gli fornì quell'arma decisiva che, in cuor loro, ancora oggi, tutti gli autentici nemici della mafia segretamente agognano: la carta bianca. (da 'Il Prefetto di ferro', pag.5)
D'altra parte, oggi nessuna nega più la radicale efficacia del 'metodo Mori'. Nessuno crede più alla favola della persecuzione politica. Gli stessi mafiosi ammettono che Mori fu il loro più pericoloso avversario. Racconta, per esempio, il pentito Antonino Calderone nel bellissimo libro di Pino Arlacchi 'Gli uomini del disonore': '... I mafiosi erano usciti impoveriti dal fascismo. Dopo la guerra non c'era quasi più mafia. La mafia era una pianta che non si coltivava più. Mio zio Luigi, un capo, un'autorità, si era ridotto al punto di fare il ladro per sopravvivere...'. (da 'Il Prefetto di ferro', pag.7)
Mussolini ascolta il prefetto borbottando oscure minacce nei confronti della vecchia Italia e della classe dirigente isolana. La ritiene tutta inquinata di mafia. Ma lui non ha la minima intenzione di essere 'il ministro della malavita'. 'L'Italia fascista debellerà la mafia', dichiara. [...] Mussolini è tornato a Roma deciso a sradicare la mafia dalla Sicilia. [...] 'Infliggerò alla mafia un colpo mortale', annuncia la suo addetto stampa Cesare Rossi. 'La polizia avrà libertà d'azione. Se occorreranno nuove leggi, noi le faremo'. (da 'Il Prefetto di ferro', pag.40-41)
'Lei disporrà di tutti i mezzi e di tutti i poteri necessari per condurre a buon fine la sua missione', gli hanno detto a Roma prima di partire e, fino a questo momento, l'impegno è stato mantenuto. Tutti i tentativi fatti dalla mafia per rispedire in continente l'odiato 'piemontese', sono stati frustrati. Persino la petizione di '400 fascisti trapanesi della prima ora' che chiedeva a Mussolini 'l'allontanamento dell'antipatriottico prefetto di Bologna, amico dei bolscevichi e torturatore dei 'dalmati', ha ottenuto come risultato l'espulsione dal partito dei firmatari, che non sono 400, ma appena una mezza dozzina. (da 'Il Prefetto di ferro', pag.90-91)
Il 20 ottobre, accolto dal vibrante saluto di 'Sicilia Nuova', Cesare Mori fa il suo ingresso nel Palazzo dei Normanni. Pochi giorni dopo, un decreto del ministro dell'Interno, Federzoni, fa di lui il Prefettissimo della Sicilia. 'Il Prefetto Cesare Mori - stabilisce il decreto - ha facoltà di emettere ordinanze di polizia eseguibili senza ulteriori formalità in tutte le provincie della Sicilia'. [...] Mori ha dunque carta bianca. Da questo momento egli gode nell'isola di un potere praticamente assoluto. E' ciò che aspettava. (da 'Il Prefetto di ferro', pag.93)
Dalla fine di dicembre del 1925 Cesare Mori è sceso in campagna contro i briganti delle Madonie. La sua azione è stata pianificata con criteri militari, proprio come se si trattasse dell'attacco decisivo a un caposaldo nemico. [...] L'esercito di Mori (800 uomini a cavallo fra carabinieri e guardie di PS) si è mosso da Palermo seguendo un preciso disegno strategico. Divisi in gruppi autonomi di cinquanta uomini, al comando di un ufficiale dell'Arma o di un commissario di PS, i reparti hanno preso posizione tutto attorno al regno dei briganti fino a costituire una fascia circolare del raggio di circa venti chilometri. Poi cautamente, il cerchio si è sempre più stretto attorno a Gangi sbarrando ogni via d'accesso o di fuga. (da 'Il Prefetto di ferro', pag.98-99)
All'alba del 4 gennaio, le forze di polizia attaccano direttamente l'abitato. Per la prima volta dopo dieci giorni d'assedio e di totale isolamento, sia telefonico, sia telegrafico, Gangi è invasa da centinaia di armati. La cittadina è rastrellata casa per casa. Un reparto speciale, comandato dal brigadiere Sebastiano Pistone, un ex capomastro, e composto da militi esperti in arte muraria, ha il compito di sondare muri, pavimenti, cantine per individuare eventuali nascondigli. Altri militi si occupano della cattura degli ostaggi: familiari o presunti favoreggiatori dei briganti, di ogni sesso o età. Ne saranno arrestati più di 400. (da 'Il Prefetto di ferro', pag.102-103)
Con un decreto, dettato lì per lì, ordina il sequestro di tutti i beni appartenenti ai banditi. Il sequestro viene compiuto in pieno giorno con grande pubblicità in modo che la cosa non sfugga a nessuno. Poi, per dare una prova concreta delle sue intenzioni, Mori fa macellare in piazza i vitelli più grassi delle mandrie sequestrate disponendo che la carne sia distribuita gratuitamente al pubblico. La gente, affamata per via del lungo assedio, accorre in massa a raccogliere quel dono inatteso. La distribuzione della carne assume aspetti da sagra paesana. I poliziotti-macellai approfittano dello stato d'animo generale per ridicolizzare il più possibile la cautela dei banditi. [...] Cesare Mori, che vede avvicinarsi il raggiungimento dello scopo che si è prefisso ('voglio dare alla popolazione la prova tangibile che i fuorilegge sono dei vigliacchi', ha detto), prosegue la sua guerra psicologica autorizzando i suoi diretti collaboratori a sfidare da uomo a uomo i briganti più famosi. (da 'Il Prefetto di ferro', pag.104)
Domenica 9 gennaio, Gangi festeggia la sua liberazione dai briganti. Le finestre sono imbandierate, la banda suona marce militari e, su tutti i muri, grandi manifesti tricolori riproducono il telegramma che Mussolini ha inviato al prefetto Mori. Il testo è il seguente: 'Prefetto Mori, Palermo. Durante il mio viaggio in Sicilia dissi in una pubblica piazza, dinanzi a gran folla di popolo acclamante, che bisognava liberare la nobile popolazione siciliana dalla delinquenza rurale e dalla mafia. Veggo che dopo epurazione nella provincia di Trapani, V.E. continua magnificamente l'opera nelle Madonie. Le esprimo il mio vivo e altissimo compiacimento e la esorto a proseguire sino in fondo, senza riguardo per alcuno, in alto o in basso. Il Fascismo, che ha liberato l'Italia da tante piaghe, cauterizzerà, se necessario col ferro e col fuoco, la piaga della delinquenza siciliana. Cinque milioni di laboriosi, patriottici siciliani non devono più oltre essere vessati, taglieggiati, derubati e disonorati da poche centinaia di malviventi. Anche questo problema deve essere risolto e sarà risolto'. Per Mori la giornata è indimenticabile. Egli sa di essere appena all'inizio della sua opera e non si nasconde i gravi problemi che ancora deve affrontare, tuttavia è molto ottimista. L'esortazione di Mussolini ad andare avanti senza riguardi per nessuno, 'in alto o in basso', l'ha convinto di essere per la prima volta in grado di raggiungere lo scopo che persegue da anni: l'annientamento della mafia. (da 'Il Prefetto di ferro', pag.111-112)
In realtà la crisi del luglio-settembre '43 si presentò in ben altro modo da quello accreditato dalla mitografia resistenziale, soprattutto di sinistra. Gli italiani nella stragrande maggioranza erano stati fascisti, avevano partecipato dei miti del fascismo, creduto nelle sue illusioni. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.29)
'Parlavo con i turisti che arrivavano in Italia e che mancavano da essa da dieci-dodici anni. Il cambiamento era enorme. Le ferrovie le migliori d'Europa, la miseria era diminuita, le strade pulite e con lunghi filari di alberi. Si stavano realizzando esperimenti per l'elettrificazione delle ferrovie. C'erano anche i nostri ingegneri giunti per imparare. Sulle Alpi i treni raggiungono già i cento chilometri l'ora. E delle loro imprese gli italiani si vantano di continuo. In genere si può dire che oggi non c'è al mondo un governo che possa andar fiero di se stesso quanto quello italiano'. Sembrano le parole di un apologeta del fascismo e si tratta invece di un bolscevico che ha combattuto nella rivoluzione e poi nella guerra civile con l'armata a cavallo del generale Budiennji. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.48)
La guerra d'Etiopia ci coglie tra i nove e i tredici anni, nel cruciale momento del passaggio dall'infanzia all'adolescenza. L'età in cui si fanno le grandi scelte sentimentali che dureranno tutta la vita. In quella stagione l'Italia vive la sua grande kermesse eroica, una rumorosa, multicolore, esultante ubriacatura patriottica, il momento del consenso plebiscitario, in cui perfino vecchi oppositori come Benedetto Croce e Luigi Albertini donano alla 'Patria immortale' le loro medagliette d'oro di senatori, da fondere sull'Altare della Patria insieme alle fedi nuziali di milioni di donne, prima fra tutte la regina Elena, e alla croce pastorale di monsignor Nasalli-Rocca arcivescovo di Bologna, al collare dell'Annunziata del principe ereditario. E' il momento in cui Vittorio Emanuele Orlando da Parigi scrive al capo del governo per mettersi a disposizione del paese. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.49)
Gaetano Tumiati, uno di quei ragazzi di allora, ha raccontato in un bellissimo libro autobiografico la storia emblematica, comune a tanti, della conversione al fascismo di un vecchio antifascista, suo padre, avvocato, giurista, professore universitario, uomo integerrimo e rispettato da tutti. Questo passaggio culmina proprio in quell'occasione in cui gli italiani trovano il loro più alto momento di coesione emozionale: 'Nostro padre si alzò dalla poltrona e gravemente disse che era arrivato il momento dell'umiltà, tutti a Ferrara sapevano che lui in passato era stato contrario all'Uomo e al regime, e che anche negli ultimi anni, dopo aver preso la tessera, aveva mantenuto più di una riserva, ora però teneva a dichiarare lealmente di essersi sbagliato, con la vittoria in Africa e con la proclamazione dell'Impero, l'Uomo aveva dimostrato di avere ragione'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.49)
Con chiarezza ricordo l'emozione sconvolgente provata in mezzo alla folla sterminata, pazza di entusiasmo, la sera che venne proclamata la fondazione dell'Impero. Ero un ragazzetto di undici anni, Roma era tutta in strada, famiglie intere, genitori e figli, brigate di coinquilini si avviavano verso piazza Venezia, vocianti, scambiandosi richiami e saluti da un marciapiede all'altro. I volti delle persone che mi circondavano in quella ressa, che si estendeva da via dell'Impero a corso Umberto a via del Plebiscito, illuminati da riflettori e torce, trasparivano una gioia esaltata, una volontà di stare insieme, una passione che ardeva e ci fondeva tutti. Si cantava, si gridava, musiche guerriere suonavano intorno. Noi fanciulli eravamo letteralmente travolti dal calore che si sprigionava da tutti quei corpi, quelle voci, quei gesti smisurati. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.50-51)
È in questo momento che i comunisti, sull'onda di quell'entusiasmo che sembra aver contagiato tutti, scrivono ai loro 'fratelli in camicia nera' la lettera della riconciliazione firmata da tutto lo stato maggiore del partito comunista (62 dirigenti, da Togliatti a Di Vittorio, a Leo Valiani a Luigi Longo), nella quale dichiarano che 'i comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di libertà'. Giorgio Amendola scrive: 'Le grandi collettività di emigrati negli Stati Uniti, nell'America Latina, in Africa (Tunisia) e negli stessi stati europei sostennero, invece, l'impresa etiopica e trassero dagli sviluppi vittoriosi della guerra motivo di orgoglio nazionale. Per la prima volta sembrava alla maggioranza degli emigrati che l'Italia fosse temuta e rispettata. Per lungo tempo offesi ed umiliati, gli emigrati guardarono al fascismo con ammirazione e gratitudine'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.51-52)
Il maresciallo Pétain fu processato da un'alta corte di giustizia che rappresentava idealmente il popolo francese. Anche se egli sdegnosamente la rifiutò, gli fu concessa ampia facoltà di difesa. Alla Francia non fu sottratto il diritto di guardare in faccia quel periodo della sua storia e di farne i conti. Per Mussolini ciò non avvenne. Perché? Perché Pétain rappresentava solo un momento particolare della Francia, quello che segue la sconfitta del giugno '41, ben determinato nel tempo, nelle circostanze, e riguarda, per la collaborazione data ai tedeschi, una parte minoritaria di essa. Mussolini e il fascismo erano molto di più. Erano vent'anni di storia nazionale, di partecipazione, di entusiasmi, di collaborazioni, di consensi, di condivisioni di responsabilità, di onori e di profitti, di calcoli, di opportunismi, di doppigiochi. [...] La posizione dell'Italia 'cobelligerante', dell'Italia del CLN è ben diversa. Per gli alleati è un paese ex nemico che ha combattuto per tre anni a fianco della Germania e che, sconfitto, ha cambiato di campo e sta facendo di tutto per acquistare meriti e pagare il minor scotto possibile. E un'Italia che si rifà a un antifascismo esile come un filo di ragnatela, alla coerenza di un pugno di uomini coraggiosi e degni di fronte al quale sta la quasi totalitaria adesione al fascismo di tutta la nazione. Un processo a Mussolini non servirebbe altro che a mettere in luce tutto questo, a mostrare quanto profonde e vaste sono state le collusioni con il fascismo, quanto quelle collusioni sono state il 'fascismo stesso' e di contro quanto fragili sono le radici su cui si pretende di fondare la nuova legittimità democratica. Servirebbe a smascherare la menzogna, il pactum mendacii dell'antifascismo, dal quale si costruirà il mito della Resistenza su cui si vuole edificare il nuovo stato. [...] Non si vuole che Mussolini parli. Non si vuole 'il momento della verità', nel quale la nazione si trovi di fronte alla sua coscienza, alle sue complicità. Quale che sia il giudizio sui diritto dei vincitori di giudicare i vinti, a Norimberga i tedeschi ebbero l'opportunità - sia pur imposta dagli alleati - in un pubblico dibattito giudiziale, dove fu concessa agli accusati facoltà di discolpa e di difesa, di confrontarsi con il loro passato, con le atrocità commesse dal regime nazista e dalle sue armate, con le loro responsabilità, i coinvolgimenti, le omertà, le ipocrite cecità. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.165-166)
E, ancora, è uno spettacolo liberatore: calpestando l'idolo si calpesta l'idolatria e ci si assolve dall'essere stati idolatri. Per questo piazzale Loreto assume i contorni di un feroce smembramento rituale, attraverso il quale un popolo (simbolicamente rappresentato dalla folla milanese) distrugge il mito del regime, e, insieme, i propri silenzi e le proprie complicità. Il 29 aprile non nasce un'Italia nuova: nel piazzale c'è ancora un'Italia vecchia, che facendo i conti con il corpo di Mussolini fa soprattutto i conti con se stessa. (da 'La resa dei conti', pag.9-10)
Altri ancora hanno la consapevolezza di una pagina amara e giudicano con intransigenza la folla milanese che ha smarrito il senso tragico e storico della situazione: 'Hanno pagato, e questo è giusto. Ma la scena è ugualmente disgustosa: perchè la folla immensa che si pigia ora davanti a quei cadaveri è quella stessa che un tempo tremava e inneggiava davanti ad essi, quando erano vivi, al colmo della potenza e delle scelleratezza. La folla è rimasta servile come allora. Il popolo italiano non si è liberato dei suoi padroni: li ha scacciati e uccisi perchè sono stati vinti dagli angloamericani. Ora ne presenta i cadaveri ai vincitori, come Tolomeo offriva a Cesare la testa di Pompeo'. Leo Valiani, uno dei massimi dirigenti del Partito d'Azione, si domanda a sua volta con amarezza se la folla che villipende il cadavere del duce non sia 'la stessa delle adunate oceaniche'. (da 'La resa dei conti', pag.27)
'Subito dopo la liberazione, ho scritto un diario in cui ho usato tanti aggettivi crudi verso Mussolini, l'ho definito sanguinario, feroce, brutale. In realtà, ce l'avevo con me stessa, perchè nel '39, quando il duce era venuto ad inaugurare la Fiat Mirafiori, ero andata ad applaudirlo con la mia divisa da universitaria, anzi avevo attraversato la città di corsa per vederlo prima in piazza Vittorio Veneto, poi di nuovo all'uscita da Mirafiori. Insultarlo nel diario era un modo per rinnegare quello che io stessa avevo fatto e pensato'. Infierire contro il corpo di Mussolini a piazzale Loreto è la forma più diretta del processo di autoliberazione: ma in tutte le altre piazze il rito assume un carattere analogo. Disumanizzare il nemico, estrometterlo, annientarlo, non serve soltanto a consolidare la propria identità, ma a negare un'antica identità comune, quella che invece il nemico ha voluto conservare. (da 'La resa dei conti', pag.72-73)
Il regime di Benito Mussolini era troppo solido: secondo i dati forniti da Attilio Tamaro i cittadini muniti della tessera del partito erano 4.770.700 e se a costoro si aggiungevano gli iscritti a tutte le organizzazioni del regime, gli italiani ufficialmente fascisti assommavano a quasi 24 milioni, il che significava il 50% della popolazione. (da 'In nome della resa', pag.23)
Il giorno appresso, mentre in Albania le divisioni Pusteria e Sforzesca tentavano invano di riprendere Klisura, i britannici spararono una cannonata propoagandistica: via radio annunciarono che a Milano e a Torino erano esplose sommosse, che erano state represse con l'aiuto delle truppe tedesche. Allo scopo di smentire simili notizie, decisamente false, il regime si affrettò ad indire manifestazioni che dimostrarono a Churchill che il mugugno è una cosa e la rivoluzione un'altra. Nei giorni 28 e 30, a Milano, a Torino ed in altre città, il regime riprese in pugno l'opinione pubblica, promuovendo adunate al grido di 'viva il Re' e 'viva il Duce' e in cui la gente si dimostrò fedele al regime ed entusiasta della guerra. Il 1° febbraio, in occasione del diciottesimo anniversario della Milizia, le manifestazioni furono proseguite. L'Italia sembrò di nuovo quella di prima: stretta intorno al suo Mussolini. (da 'In nome della resa', pag.125)
Un'altra clamorosa trovata propagandistica che infiammò gli animi fu la cosiddetta 'Giornata della fede'. Il 18 dicembre 1935, un mese dopo l'entrata in vigore delle sanzioni, gli italiani furono invitati a offrire 'oro alla Patria' per superare le difficoltà finanziarie provocate dall'assedio economico. L'iniziativa registrò un successo senza precedenti, come dimostra la quantità d'oro raccolta (37 tonnellate). (da 'Ammazzate quel fascista! - Vita intrepida di Ettore Muti', pag.86)
Il biglietto di presentazione è l'assedio di Ganci, un paesone delle Madonie del quale i giornali presentano questa scheda: abitanti 16.000, mafiosi schedati 160, favoreggiatori tutti gli altri. Dopo quarantott'ore di attesa poliziotti e carabinieri attaccano il 4 gennaio 1926 con il sostegno di alcuni cannoni. Il 6 gennaio si arrende il personaggio più carismatico, Gaetano Ferrarello, ricercato fin dal secolo precedente. La sua cattura desta un tale scalpore e suscita cosi infuocate polemiche all'interno delle cosche da indurre Ferrarello al suicidio: un volo a testa in giù nella tromba delle scale del carcere palermitano. L'opera di pulizia prosegue senza sosta: centinaia di morti, migliaia di arresti, condanne severe emesse dai tribunali. […] molti emigrano negli USA per sottrarsi alle imputazioni e alla galera. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.35)
Mori sposta le indagini su un'altra capitale delle coppole storte, Mistretta, in provincia di Messina. Il boss veste i panni dell'avvocato Antonio Ortoleva, il business riguarda il furto di bestiame e la macellazione clandestina. Spalleggiato dal suo braccio destro, il vicequestore Francesco Spanò, che avrà un ruolo anche nelle vicende di Salvatore Giuliano, il superprefetto smantella l'organizzazione peloritana. Ortoleva è arrestato. Dalle carte risulta che nel suo studio si riuniva una sorta di gran giurì di Cosa Nostra e che le sue conoscenze nei palazzi di giustizia gli avevano consentito di allestire un fruttuoso mercato di assoluzioni per insufficienza di prove. Cade perfino la testa del comandante del corpo d'armata di Palermo, il generale Antonino Di Giorgio. […] Sulla scia di queste riuscite potature e di una Sicilia all'apparenza rivoltata come un calzino, Mori mira alla testa del serpente, quello che in tempi recenti è stato chiamato il terzo livello. L'obiettivo è Alfredo Cucco, l'uomo più in vista del fascismo in Sicilia. Su di lui pende una vecchia indagine per false attestazioni sanitarie: era accusato di aver diagnosticato, in cambio di mance competenti, falsi tracomi a giovani reclute, che in tal modo avevano evitato il servizio militare. Il caso esplode nel gennaio '27. A fine febbraio il PNF espelle Cucco, indiziato pure di legami con la mafia. […] Nell'ottobre s'inizia il processo contro la mafia delle Madonie, il primo maxi con 343 imputati; in dicembre giunge l'autorizzazione a procedere contro Cucco. Il 10 gennaio del '28 la sentenza condanna 335 imputati (con pene variabili da 5 anni all'ergastolo). Il Times e il New York Times scrivono che Mussolini ha strangolato Cosa Nostra. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.35-36)
Nel vorticoso dopoguerra approda a Roma anche Frank Gigliotti. Ha brigato con l'OSS, è membro influente della massoneria statunitense, ha stretti legami con Cosa Nostra, è un grande elemosiniere del Partito repubblicano. […] Gigliotti partecipa alla crociata anticomunista, ma le sue premure vanno alla rinascita della massoneria, dopo i vent'anni di emarginazione a causa delle leggi fasciste. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.299)