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L'Italia in guerra - Atti di sabotaggio
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I risultati complessivi del massiccio attacco pomeridiano sferrato dalle basi siciliane appaiono subito sconfortanti. Nessun colpo a segno, nemmeno dai pur bravi tuffatori del maggiore Cenni. Chi più degli altri si inquieta è proprio Buscaglia: discutendo con i suoi piloti ha la certezza che molti siluri siano stati lanciati bene e da molto vicino (il fotografo di Graziani aveva scattato una bellissima foto mentre sorvolava da pochi metri il ponte di una portaerei). E pertanto inoltra un'immediata protesta ai Comandi superiori perché fosse accertata l'efficienza dei siluri assegnati ai reparti. (Le successive indagini avrebbero stabilito che, in effetti, molti degli ordigni prodotti dal silurificio di Napoli presentavano vistosi difetti di costruzione, se non addirittura palesi segni di sabotaggio. Il direttore dello stabilimento e l'ingegnere addetto ai collaudi sarebbero stati arrestati e messi sotto processo). (da 'I disperati', pag.230-231)
Grazie all'atteggiamento passivo dei comandi italiani, il generale Wavell può preparare in tranquillità la ripresa dell'offensiva. Egli ha avuto, non sappiamo come, i disegni delle fortificazioni di Bardia, redatti dal Genio Militare italiano. Questi mostrano il campo trincerato a forma di arco, lungo trentadue chilometri e profondo circa nove nel punto di maggior curvatura. (da 'Gli amici dei nemici', pag.53)
All'ombra di Petroncelli e dello schermo protettivo che tale amicizia gli riverbera attorno, Canepa costituisce le sue cellule di studenti. Sono composte da quattro elementi, nessuno conosce gli adepti delle altre cellule. Canepa li ha convinti con il miraggio dell'indipendenza spiegando che la via per raggiungerla passa attraverso la sconfitta dell'Italia e la vittoria dei francesi e degli inglesi. Al corso d'indottrinamento ideologico tiene dietro quello pratico. Se ne occupano agenti del Secret Intelligence Service in missione da Roma. I ragazzi di Canepa opereranno fino al giorno dello sbarco (10 luglio '43): alcune azioni finiranno nelle notiziole pubblicate dal Popolo di Sicilia, il quotidiano di Catania. Si accennerà a strani 'incidenti', nessuno osa immaginare, o scrivere, che siano sabotaggi per conto del nemico. Di altri 'incidenti' - una batteria di cannoni saltata a Tremestieri Etneo, un deposito di carburante dato alle fiamme a Misterbianco - non trapelerà alcun dettaglio. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.43)
Mai tornano indietro a mani vuote. Dopo più di sessant'anni dallo sbarco è ancora protetta l'identità di un professore universitario palermitano, massone e antifascista, che fornì una dettagliata descrizione delle coste siciliane, delle correnti dello Ionio e del Tirreno, della profondità delle acque e che spiegò fino a quale distanza dalle spiagge potevano spingersi le navi alleate. In quegli stessi mesi, dalla sponda vaticana del Tevere piove un regalo ancora più prezioso. Si fa sapere a Donovan di poter consegnare la mappa dell'industria bellica giapponese con gli obiettivi primati da colpire per paralizzarla. Montini dimostra di essere la fonte di più alto rango di cui gli Stati Uniti dispongono in Europa. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.74)
Il suo nome in codice da Verde. Il ruolo di numero due della diplomazia pontificia gli consentiva di avere accesso alle capillari informazioni che le sedi vescovili e le nunziature inviavano a Roma dal lontano Oriente. Per Donovan, Roosevelt, Marshall (il comandante in capo delle forze armate USA) quella del Vaticano fu a lungo l'unica finestra aperta sull'Asia, sull'impenetrabile Giappone, sulla Cina invasa, sulle colonie inglesi e olandesi espugnate una per una dalle armate del Sol Levante. […] Si sviluppò in quel periodo il rapporto di assoluta fiducia tra la classe politica statunitense, in massima parte massone e protestante, e l'inquieto, tormentato assistente segretario di Stato. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.75)
Le sofferenze, i lutti, le restrizioni dei civili venivano condivise dai fanti, dagli artiglieri, dai bersaglieri, ai quali per soprammercato era chiesto di prepararsi alla battaglia più aspra in difesa del suolo patrio. Mancavano, però, persino le scarpe per correre all'assalto e respingere il nemico invasore. Dentro i magazzini ne giacevano trentamila paia, ancora odorose di cuoio e di colla, ma erano state immaginate per un esercito di corazzieri: le misure andavano dal 44 in su. Rimasero inutilizzate. Dal continente furono spedite altre settantamila paia, stavolta con i numeri adatti: purtroppo sparirono. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.157)
Sotto l'incalzare degli avvenimenti, avendo cioè compreso che sarebbero sbarcati gli Alleati, fu stabilito nella primavera del '43 di utilizzare per le necessità della 6a armata il cemento locale. A causa della penuria di carbone erano soltanto 7000 tonnellate mensili, da dividere per giunta con aeronautica e marina. I lavori incominciarono tra mille inciampi, il principale dei quali fu la pretesa dei caporioni fascisti di versare ai manovali la paga sindacale, esattamente la metà di quella offerta dai proprietari terrieri per andare nei campi. Ne nacque il solito contenzioso burocratico risolto dal calendario: arrivarono i giorni della mietitura e assicurare il raccolto del grano fu giudicato prioritario rispetto alle fortificazioni. A scavare fossati, a mettere mattoni, a srotolare il filo spinato vennero impiegati i soldati, a discapito dell'addestramento. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.159)
Il mancato arrivo di nuove truppe, di armi, di munizioni, di approvvigionamenti - che pure esistevano: basta dare un'occhiata ai numeri delle requisizioni effettuate dai tedeschi dopo l'8 settembre - venne interpretato come l'evidente dimostrazione che ormai i giochi erano fatti. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.165-166)