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Le cause e le origini della Seconda Guerra Mondiale: La nuova Italia

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Nel periodo seguito alla fine della guerra l’azione del nostro governo è consistita sul piano politico nel consolidamento dei risultati della guerra, per quanto attiene ai rapporti tra l’Italia ed i paesi mediterranei ovvero con interessi nel Mediterraneo. Sul piano economico la linea d’azione principale è consistita, per tutta evidenza, nelle misure tese a far ripartire l’economia superando la crisi determinata dalla cessazione delle commesse di guerra e dal necessario passaggio da produzioni di guerra a produzioni di pace.

Conviene a questo riguardo tenere presente la grande influenza del fattore psicologico nelle considerazioni che si sono via via sviluppate nella mentalità collettiva della nazione. Per la prima volta dopo secoli l’Italia usciva, essendosi trovata tra i vincitori della Prima Guerra Mondiale, dallo stato di potenza di secondo o terzo rango e si ritrovava al tavolo delle Grandi Potenze, sia pure tra commensali che la guardavano con un’espressione di scarsa considerazione, come si fa con i parvenu.

Come abbiamo visto nelle pagine precedenti gli accordi di pace e gli strascichi susseguenti hanno occupato la scena per anni. Il risultato della politica degli Alleati, vista come un complotto anti-italiano, è stato la nascita e lo sviluppo in Italia di movimenti nazionalistici e segnatamente dei Fasci di Combattimento, che hanno poi trovato uno sviluppo travolgente grazie a fenomeni quali la vicenda di Fiume.

Gli stessi movimenti nazionalistici poi, come reazione al clima di disordine ed agli scioperi fomentati dalla sinistra che culminarono nella cosiddetta settimana rossa, trovarono l’ambiente favorevole per trasformarsi prima nel movimento fascista ed infine a prendere il potere e fondare lo stato fascista.

Negli anni successivi alla firma del Trattato di Versailles si è sviluppata una grande manovra inglese tendente a prendere il controllo della politica greca, rafforzando la Grecia dal punto di vista territoriale con annessioni di territorio a spese della Bulgaria (Tracia orientale), della Turchia (Smirne) e dell’Italia per le isole del Dodecanneso.

Lo scopo era evidentemente di stabilire il proprio dominio, con una Grecia alleata, sugli stretti del Bosforo e controllare così il traffico marittimo civile e militare diretto verso il Mar Nero. In aggiunta, per non farsi mancare niente, l’Inghilterra pianificava anche lo scorporo dell’Anatolia orientale da accorpare all’Armenia ex-Russa per formare uno stato armeno indipendente, ovviamente alleato degli inglesi a danno dei russi.

A questo piano di grandiosa prepotenza è però venuto improvvisamente a mancare, con risvolti positivi per la nostra nazione, l’appoggio del governo americano. Il Congresso degli Stati Uniti, in uno dei suoi ultimi sprazzi di lucidità, dopo la mancata ratifica del Trattato di Versailles nel 1919, aveva infatti deliberato di non aderire alla Società delle Nazioni nel Marzo 1920 e di disconoscere completamente la politica di Wilson d’interferenza negli affari europei.

La delegazione americana a Versailles era stata, di conseguenza, ritirata, ed il nuovo presidente Harding, repubblicano ed isolazionista, aveva chiuso il capitolo dell’intervento americano e delle follie imperiali di Wilson.

Tutto quanto sopra era stato definito, dopo il ritiro degli Stati Uniti dalla Conferenza di Pace, nella Conferenza di Sanremo nel 1920, e poi formalizzato nel Trattato di Sevrès, con il quale si imponeva a quei ‘calabrache’ di Giolitti e del suo Ministro degli Esteri Carlo Sforza di cedere il Dodecanneso alla Grecia.

Ma le illusioni dell’Inghilterra erano destinati ad infrangersi su tre scogli: il ritorno del Re Costantino che toglieva dalla scena politica greca il burattino inglese Venizelos, la sconfitta delle forze greche che avevano invaso la Turchia da parte di Kemal Ataturk ed infine la comunanza di interessi tra Russia e Turchia a spese dei quali gli inglesi volevano creare un nuovo stato armeno filo-inglese. Come si dice… chi troppo vuole nulla stringe.

Il susseguirsi a ritmo incalzante di incontri, conferenze e trattati cercava di trovare un punto di equilibrio tra i desideri di dominio degli inglesi e le resistenze dei paesi vinti ad essere smembrati e spogliati.

Nel Trattato di Rapallo, del 12 Novembre 1920, si definivano tra Italia ed Jugoslavia i nuovi confini con la nostra annessione di Istria, Zara e costa dalmata, mentre Fiume restava uno stato libero assieme alla sua provincia, con garanzia italiana ed jugoslava.

Nel 1921, dopo la sconfitta elettorale del suo burattino Venizelos, la Gran Bretagna abbandonava al suo destino la Grecia impegnata nella invasione della Turchia, non senza aver minacciato al solito ‘serie conseguenze finanziarie ’ [1] e la predestinava ad una sanguinosa sconfitta ad opera di Kemal Ataturk.

Dopo il ritiro delle forze alleate da Costantinopoli (tranne gli inglesi, quelli non mollano mai sino alla fine), le vittorie di Kemal rendevano sempre peggiore la situazione dei greci; gli italiani sgomberavano la regione di Antalya, i russi spalleggiavano i turchi ed alla fine anche gli inglesi dovevano abbandonarli. Alla data dell’11 Settembre 1922 tutti i greci avevano abbandonato il suolo turco.

A seguire gli inglesi conservavano una forza militare sugli Stretti che però passavano sotto l’amministrazione civile turca, il Sultano turco veniva deposto e nasceva la nuova Repubblica di Turchia. Fine dei sogni inglesi di controllare gli Stretti.

Sempre nel 1922, ad un solo mese dalla presa del potere da parte del Fascismo, si teneva una nuova Conferenza a Losanna con Mussolini titolare del Ministero degli Esteri: le cose si mettevano subito male con Mussolini che richiedeva ed otteneva da Lord Curzon (Gran Bretagna) e Poincarè (Francia) pari diritti per l’Italia nella divisione dei mandati internazionali (la spartizione del Medio Oriente camuffata da dini umanitari).

I due avevano firmato un documento promettendo ‘…una perfetta eguaglianza’ [2]. Che dopo soli quindici giorni Curzon sconfessava dicendo che Mussolini non era stato chiaro nelle sue richieste e pertanto lui non aveva capito bene cosa aveva firmato. La scusa era pietosa… forse avevano scambiato Mussolini con uno degli ‘scorreggioni’ che si erano trovati davanti in precedenza… comunque lo avevano fatto inquietare da subito.

Comunque, seppure ingannato, Mussolini non era uscito a mani vuote dalla Conferenza: a muso duro non aveva ceduto di un millimetro sul possesso del Dodecanneso, che veniva alla fine riconfermato all’Italia.

Il Trattato di Losanna poneva definitivamente termine alla Prima Guerra Mondiale, ma lasciava aperto un piccolo contenzioso che avrà importanti conseguenze: si trattava dei confini tra Grecia ed Albania, da definire con precisione. Una missione militare italiana d’ispezione sulla zona contesa si era conclusa con la uccisione del Generale Tellini, di due altri ufficiali ed di un soldato da parte probabilmente di nazionalisti greci.

Mussolini non stette a farsi domande, mandò una squadra navale davanti a Corfù ed occupò l’isola, dopo averne spianato le difese a cannonate. Mentre l’Inghilterra faceva la sceneggiata delle proteste a Ginevra, Mussolini rincarava la dose ricordando che Corfù, tutto sommato, era stata veneziana per secoli, e quindi non era escluso che ci restassimo.

Alla fine la vicenda si concluse con la Grecia che ci faceva ampie scuse, pagava lauti risarcimenti, e Mussolini che aveva fatto capire a tutti che l’epoca dei balbettamenti italiani era finita.

Nel frattempo, per non stare con le mani in mano, Mussolini aveva anche occupato Fiume e messo fine alla pagliacciata dello stato indipendente. I serbi non avevano aperto bocca, i francesi neanche e tantomeno gli americani, che in tempi migliori avevano già iniziato le trattative con il Governo di Fiume per comprare (privatizzare) le strutture portuali e ferroviarie da parte della Standard Oil (chissà perché questa vicenda mi ricorda una certa Italia di oggi…).

Qui termina il primo dei tre periodi del dopoguerra, nel quale si sono delineate le nuove frontiere e la nuova situazione geo-politica dell’Europa. Negli anni seguenti l’Italia, assicurate le sue nuove frontiere, cercherà di inserirsi nella politica europea nella sua nuova condizione di grande potenza e si accorgerà di aver sì risolto il problema delle frontiere, ma non quello della sua espansione commerciale ed economica.

Anzi, a voler ben guardare la situazione era persino peggiorata. Innanzi tutto non avevamo incamerato né il controllo dell’Adriatico né l’influenza desiderata sui Balcani con il crollo dell’Impero Austro-Ungarico: Inghilterra e Francia si erano premurate di formare una nazione jugoslava che, seppur instabilmente formata da diverse e conflittuali nazionalità, aveva una dimensione adeguata per contenere ogni eventuale velleità italiana di espansione.

In aggiunta, nella sola altra zona dove avremmo potuto trovare risorse economiche e sbocchi commerciali, quel Medio Oriente pieno di petrolio che il crollo dell’Impero Ottomano rendeva disponibile per la occupazione, Inghilterra e Francia si erano installati in maniera blindata rimangiandosi tutto quanto promessoci.

In totale avevamo risolto i problemi dei confini e della integrità territoriale e l’Italia era entrata a far parte del ristretto gruppo delle grandi potenze mondiali sia pure in posizione inferiore rispetto alle altre potenze storiche. Niente però era stato ottenuto per aprire sbocchi commerciali alla nostra industria nascente che avrebbe permesso di dare un lavoro dignitoso a milioni di disoccupati: il problema dello sviluppo civile e sociale in Italia restava senza soluzioni.
NOTE.
[1] Richard Clogg - Storia della Grecia moderna - Edizioni Bompiani - Milano – 1996
[2] Ennio Di Nolfo - Mussolini e la politica estera Italiana - CEDAM – Padova - 1960