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Dopo il conflitto - In Cecoslovacchia

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Quel giorno, Ludek Pachmann, campione ceco di scacchi, si trovò a passare per le vie e le piazze cittadine e con fatica riuscì a dominare l'orrore che provava. Ai lampioni, appesi per i piedi, vide ardere uomini in divisa, mentre dalle case venivano trascinati fuori civili e condotti, con impietosi maltrattamenti e schiamazzi, nelle prigioni o nei Lager improvvisati in scuole, cinematografi, seminterrati. All'imbocco della Wassergasse si trovò davanti tre salme nude, mutilate sino all'irriconoscibile, i denti totalmente sradicati con bastonate, la bocca null'altro che un foro sanguinolento. Infilò la Stefangasse e incontrò alcuni tedeschi che trascinavano fuori i corpi inanimati di loro connazionali. 'To jacu prece vasi bratri ted'je polibetjeo!' (Sono ben vostri fratelli, baciateli!) ordinava loro la Revolucni Garda. E loro si chinavano e, comprimendo le labbra, baciavano quei morti. Pachmann non ebbe il coraggio di proseguire e fuggì da quello spettacolo dove anche vecchi, donne, bambini venivano mutilati, bastonati a morte, violentati, mentre Radio Praga non cessava di incitare: 'Uccidete, uccidete i tedeschi ovunque li incontrate. Non abbiate riguardo per bambini, donne, vecchi. Estirpateli alla radice'. [...] Nella città, frattanto, la Revolucni Garda ed il popolo, sia uomini che donne, garantiti dalla definitiva scomparsa delle forze tedesche, infierivano sugli 80.000 loro concittadini tedeschi: invasero gli ospedali e bastonarono, strozzarono, evirarono, affogarono nei lavandini i feriti, trascinarono in strada per farli calpestare dai soldati a cavallo gli infermi, facendosi beffe degli emblemi della Croce Rossa che spiccava sui fabbricati a loro protezione. Non risparmiarono neppure i loro connazionali sospetti. A Praga-Weinberge tagliarono i seni e aprirono il ventre di una ragazza in stato di gravidanza fidanzata ad una SS, la fecero fotografare dalla stampa e ne attribuirono l'atto ai tedeschi. Altri all'ingresso della stazione Wilson se la presero con un'avvenente bionda, troppo bionda, a loro giudizio, per essere una ceca; le corsero incontro e la circondarono e, nonostante che la ragazza in perfetto ceco urlasse di non essere una tedesca, la denudarono e infierirono sul suo corpo. Era ancora viva quando un pesante carro di birra passò da quelle parti: con un gran vociare lo fermarono e staccarono i cavalli, poi li legarono alle braccia e alle gambe della loro vittima e, incitando gli animali, li fecero muovere in opposta direzione. La domenica, 13 maggio, arrivò il presidente del loro governo in esilio, Edvard Benes. Lo accolsero con plauso ed in suo onore schierarono dei tedeschi sul suo percorso e li arsero vivi. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.152-153)
I sentimenti e le emozioni della bimba tredicenne, ancora quaranta anni dopo, non erano appassiti, tacque per qualche istante e poi proseguì a raccontare: 'Seduta accanto a mia sorella aspettavo il ritorno della mia mamma e mi chiedevo perché tardasse tanto. Che io, i suoi due figli e quella gente attorno a noi mezzo malandata fossimo oggetto di tanta alta strategia politica, allora non potevo saperlo. Mi meravigliò, dunque, il vedere persone venire verso di noi, anziché noi andare avanti e non vedere mia mamma e mia sorella, ma non ebbi il tempo di chiedere spiegazione perché, da ogni parte, spuntarono individui mezzo in divisa e mezzo in borghese con dietro soldati russi che mi fecero tanta paura. I cechi corsero verso di noi e con randelli e col calcio delle armi ci tiravano giù dagli automezzi. Io mi vidi afferrare da due mani robuste e scaraventare in un gruppo di ragazzotti che si misero a sballottarmi di qua e di là come fossi una palla, finché giunse un tizio con un paio di forbici in mano e, fra risa e dileggi, mi tagliò le lunghe trecce che portavo, all'usanza delle ragazzine tedesche. Un russo in quel mentre vide gli orecchini che mi ornavano i lobi e si fece largo e, quando mi fu davanti, me li strappò. Mi lasciarono in pace ed allora, comprimendomi le orecchie doloranti, piangente e terrorizzata, corsi verso il gruppo dove era mia sorella coi bimbi e lì restai, come gli altri, ad attendere che gli aggressori finissero di picchiare e di derubare. Solo allora echeggiarono delle parole, ci misero in colonna e, scortati come prigionieri, ci ordinarono di muoverci'. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.155)
Eduard Benes non perse tempo. Rientrato a Praga, dopo sette anni di assenza, prese posto sul seggio di presidente della Repubblica e, col suo governo nazionalcomunista, si preoccupò per prima cosa, di saldare la partita coi tedeschi che aveva sottomano nei Sudeti e in Boemia-Moravia. [...] Anziché meditare sulle vere cause delle sue disgrazie dovute, come potevano documentargli i suoi amici inglesi, alla sua ventennale politica di oppressione delle minoranze, si era dato da fare per ottenere da Churchill e alleati il consenso a liberarsi, il giorno del suo ritorno in patria, in modo definitivo e radicale, di tutti i tedeschi ed affini che popolavano il suo Stato. C'era riuscito e, con questa garanzia in tasca, aveva fatto il suo ingresso a Praga. [...] Comparvero in questo spirito, in successione di tempo, i decreti di epurazione e liquidazione della comunità tedesca e pure della minoranza magiara esistente nel paese. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.196-197)
I principali decreti che colpirono tedeschi e magiari, nonché i traditori e i collaborazionisti, portano le date: 19 maggio 1945 (annullamento dei contratti di proprietà successivi al 29 ottobre 1938 e passaggio dei beni ad una amministrazione nazionale); 19 giugno 1945 (punizione dei delitti nazisti, dei traditori e dei collaboratori e istituzione dei tribunali speciali); 21 giugno 1945 (confisca delle proprietà terriere); 2 agosto 1945 (esclusione dalla comunità cecoslovacca dei tedeschi e dei magiari); 25 ottobre 1945 (confisca di tutti i beni nemici). (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.197)
Così capitò ad Hildegard Hurtiger, cittadina praghese da 23 anni, di vedersi piombare nel suo appartamento un gruppo di armati e intimare di seguirli. [...] L'accusò , la commissaria, di aver fatto rinchiudere 16 cechi in campo di concentramento, dove erano morti, e non credendole che lei a quell'epoca si trovava a Teplitz da quattro anni, la schiaffeggiò ben bene e ordinò di portarla al reparto segregazione. [...] Dormiva in un angolo del locale, sfinita dalle emozioni provate, quando fu svegliata di soprassalto da energiche voci che ordinavano di uscire. Si tirò su e seguì gli altri e quando tutti arrivarono in cortile furono messi in fila; passarono le guardie rosse, scelsero dieci persone - uomini, donne, bambini - che allinearono e fucilarono; dopo di che riportarono i risparmiati in segregazione. Li svegliarono ancora nella notte, e sempre per la stessa macabra cerimonia, ed in una di queste vide cadere sotto il plotone d'esecuzione i suoi due fratelli con le famiglie ed il nipotino di cinque mesi. Era prigioniera e dovette reprimere le urla di dolore che la opprimevano; seguì come un automa gli altri e cominciò, lei pure, a scavare le fosse per tutti quei morti, spogliare le salme e seppellirle. [...] Alla segregazione si sfogavano con lo scaricare di continuo le armi addosso al mucchio di reclusi e a lasciare che i morti si accumulassero. In una di queste azioni lei si prese una pallottola di striscio al collo; strinse i denti, tamponò alla meglio il sangue e, con la paura di essere notata, si cacciò sotto i corpi dei caduti. Vi rimase sino alla sera dell'indomani, quando i guardiani, per finirla coi feriti, salirono sopra al mucchio e cominciarono a trafiggerlo con le baionette e lei si ebbe una mano trapassata da parte a parte. Non fiatò neppure questa volta e, ancora una volta, se la cavò. Non erano in fondo le sue ferite che, in quell'ambiente, dove ognuno portava i segni dei maltrattamenti, potevano dare nell'occhio. Nell'occhio davano i prigionieri inabili a muoversi e soprattutto le donne incinte. A queste pensavano le ragazze ceche della Guardia Rossa. Le prelevavano e le conducevano in cortile, dove, denudatele, le malmenavano per poi cacciarle nei cessi e continuare a picchiarle fintanto che i loro ventri scoppiavano. Lo spettacolo era atroce e per lei e le altre donne in particolare che dovevano recuperare quei corpi sfigurati e gettarli in una fossa anonima, era ogni volta uno strazio. Così andò avanti fra pene e fame ché alla Scharnhorstschule non sfamavano neppure i bimbi ai quali al pasto presentavano loro delle sputacchiere e chi le rifiutava veniva bastonato senza pietà, finché in autunno la tolsero da quel luogo e la misero al lavoro coatto alla Philips della città. Uscì, ancora sotto l'impressione e il disgusto delle umiliazioni sopportate da ultimo nella chiesa di San Gottardo. C'erano sempre salme, sparse qua e là, in quel luogo sacro che loro, dopo aver dovuto baciare quella massa in decomposizione, dovevano accatastare, e a lavoro finito leccare il sangue che lordava il pavimento, sotto lo sguardo attento del popolino, sempre presente ovunque si infieriva, sempre pronto ad esaltarsi, a sorvegliare, a fornire la sua quota di violenza. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.198-199)
Fu la ragione che portò i 365 uomini del 534° reparto lanciafiamme a chiudere la propria esistenza sul selciato della cittadina di Liebeznice. [...] Il soldato Ludwig Breyer fu uno dei primi ad intrevvederne la causa. Viaggiava a bordo di un autocarro di testa e sentì il mezzo frenare di colpo; si protese in avanti e notò la strada bloccata e ai loro fianchi comparire e schierarsi in posizione di fuoco gruppi di armati. [...] Andò il sergente maggiore incontro all'ufficiale a parlamentare ed il colloquio dovette essere militarmente corretto, poiché il sottufficiale tornò dai suoi uomini e comunicò loro l'impegno del maggiore di lasciarli proseguire liberamente previa consegna delle armi portatili. La guerra era finita ed essendo loro dalla parte perdente, la condizione era accettabile. Ludwig Breyer scese a terra e come i suoi compagni si sfilò l'armamento in dotazione che fu ritirato da un insorto e portato in una cascina vicina, ma al camion non poté più tornare. Gli insorti circondarono il reparto disarmato e costrinsero gli uomini ad allinearsi spalla a spalla su cinque file e così li tennero, in attesa di una decisione che venne nelle prime ore del pomeriggio. Così dovette essere poiché erano le 14 quando furono condotti sulla statale per Praga e, strettamente scortati, fatti marciare verso Liebeznice. Per strada gli insorti furono sostituiti da altri insorti e pure il maggiore, a un certo momento, non lo si vide più; capirono di essere stati ingannati quando, a un 200 m. da Liebeznice, fu loro tolto tutto quando ancora possedevano e lasciati con la sola uniforme. L'ordine: 'Mani in alto, di corsa nel paese' li colse in quello stato. Superarono a malapena le prime case, che da porte e finestre li colpì un nutrito fuoco incrociato e 318 di loro caddero uccisi o feriti. Correndo e defilandosi Ludwig Breyer riuscì a sottrarsi a quella imboscata, ma fu raggiunto e fatto prigioniero con gli altri 56 compagni superstiti. I cechi si contentarono di finire con un colpo alla nuca i feriti e di fare con i sopravvissuti un fiero ingresso in Praga. L'armistizio mise fine ai passaggi di militari tedeschi e di conseguenza portò pure all'esaurimento di qualsiasi azione guerrigliera; obiettivo degli insorti rimasero solo i civili. La Revolucni Garda si affiancò tutta quanta ai poliziotti della SNB (Sbor Národni Bezpiecnosti) e alla Svoboda Garda, i soldati comunisti del generale Ludwig Svoboda, arrivati con i sovietici, e con loro assunse il compito di esecuzione e sorveglianza dei provvedimenti che comandi militari cechi e i Národni vjbor (i Comitati nazionali) locali, emettevano nei confronti della popolazione tedesca. I divieti a cui questa doveva ottemperare erano già numerosi; non poteva uscire di casa dopo una certa ora e fare acquisti di alimentari fuori degli orari prescritti; le erano proibiti i locali ed i mezzi pubblici e l'uso dei marciapiedi; doveva tenere la porta di casa aperta per facilitare controlli e perquisizioni. I provvedimenti dei costituiti organi autoritari aggravarono la sua situazione. Uscendo da questo abituale standard d'oppressione, essi la esclusero dagli alimenti essenziali come latte e uova e le imposero la consegna, pena la morte, di tutti gli oggetti di valore. Terzo tempo, la radunarono e la deportarono. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.199-201)
Così ottimista non si sentì invece Alois Ullmann, quando alle 10 del mattino, recandosi in centro, notò la presenza di quei temuti soldati e conferma ne ebbe quando, in via Dresda e in via Schmejkal, li vide scacciare dai marciapiedi o addirittura gettarli giù tutti i tedeschi che vi camminavano con al braccio la fascia bianca di prescrizione per loro. Passando poi dalla stazione vide scendere, da un treno appena arrivato da Praga, circa 300 individui dai 18 ai 30 anni, dall'aspetto poco rassicurante che lo fecero sospettare che di nuovo, da qualche parte, era stato svuotato un altro penitenziario. Non ebbe allora più dubbi, per la conoscenza che aveva di ciò che accadeva in altri luoghi dei Sudeti, che tempi duri erano in vista per i tedeschi di Aussig e del circondario; sbrigò le sue faccende e se ne tornò a casa. [...] L'eco dell'esplosione raggiunse alcuni funzionari cechi nella cancelleria della Okresní Národni Výbor. Non c'era il capo della polizia, tempestivamente andato a farsi curare i denti da un dentista tedesco, ma c'era il comandante militare della città. L'ufficiale si alzò, si rivolse ai presenti con le parole: 'Ora facciamo la rivoluzione contro i tedeschi' e uscì. Poco dopo in Aussig si scatenò la caccia ai tedeschi. L'accusa che avevano sabotato il deposito di munizioni presso lo zuccherificio di Schönpriesen si era sparsa in un lampo. Era stato facile, dato che tutti sapevano che a quel deposito ci lavoravano da maggio gli internati di Lerchenfeld a catalogare e ad accatastare munizioni, e nessuno sapeva che proprio in quel giorno i prigionieri erano stati improvvisamente portati via alle ore 14,15 e che sul posto c'erano rimaste solo le guardie ceche. Per le vie e le piazze si agitava una massa di individui che Alois Ullmann individuò per i giovanotti arrivati al mattino col treno da Praga, muniti di pali divelti dagli steccati, piedi di porco, manici di badile e uomini della Svoboda Garda e soldati sovietici che assalivano all'impazzata e trucidavano tutti i tedeschi che incontravano. Dalle case dove passò, Herbert Schernstein vide la Svoboda Garda spingere fuori gli abitanti e buttarli giù dal ponte, alto venti metri, assieme alle donne e ai bambini e alle carrozzelle dei neonati che incontravano, nell'Elba, mentre dall'altura di Ferdinando nidi di mitragliatrici sparavano sui disgraziati che si agitavano nei flutti. In Piazza Mercato Alois Ullmann s'imbatté in altri individui impegnati nel gettare le loro vittime nella grande vasca che c'era e con stanghe ricacciarle sott'acqua tutte le volte che tiravano su la testa finché non affogavano. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.202-204)
L'azione statale antitedesca assunse crescenti sviluppi: tedeschi venivano arrestati, tedeschi venivano condotti ai lavori forzati; le carceri erano colme, i tribunali speciali oberati di lavoro. Provvide allora il ministro degli interni a istituire 51 Koncentracni tábor, campi di concentramento, che poi, per eliminare il sinistro richiamo del termine, mutò in Internacni tábor, campi d'internamento, e poi ancora in Shromázdovaci stredisko, campi di raccolta. Più che una nuova creazione fu per il vero una riesumazione dei vecchi Lager e un riconoscimento di quelli che erano sorti su iniziativa dei rivoluzionari. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.205)
L'ingresso dei prigionieri in carcere fu salutato dal popolino, in perenne sosta davanti al portone, con lancio di sassi e colpi di pistola in aria e la sistemazione in otto, in celle previste per una persona, con colpi di Pendrek da parte dei secondini: bastò per informare i nuovi arrivati dove erano e cosa erano. [...] Giungevano con una frequenza divenuta abitudinaria i guerriglieri della rivoluzione reduci da imprese e da allegre riunioni per sfogarsi su qualche prigioniero messo a loro disposizione dai carcerieri. Lo afferravano, lo martoriavano e a conclusione lo gettavano giù dal secondo piano ai compagni che dal cortile mostravano la loro bravura di tiratori colpendolo al volo. Lo spasso era grande per i partecipanti che sapevano trarre pure diletto dalle spedizioni punitive che di tanto in tanto organizzavano. I venticinque ragazzotti dai 14 ai 16 anni del circondario di Reichenberg, accusati di essere dei 'lupi mannari', morirono una domenica dopo Pentecoste. Stavano su due file davanti alle celle degli altri detenuti per fare prima la lotta dei galli e poi per schiaffeggiarsi a vicenda al grido di 'Heil Hitler', energicamente aiutati dai bastoni dei promotori, uomini e donne, dello spettacolo. Il sangue cominciò a colare dalle ferite dei ragazzi e costoro, come di prammatica, dovettero pulire il pavimento con la lingua, ma qualcuno dei ragazzi cominciò a vomitare e i compagni furono costretti a ingerire il rigetto, finché i malcapitati non ce la fecero più ed i tormentatori, per continuare, li distesero uno alla volta nudi su un tavolo e, ridendo e scherzando, tanto li bastonarono che la carne pendeva loro a brandelli dalle ossa. Erano ora morti e parte moribondi i giovani della fantomatica banda dei 'lupi mannari', cosicché il divertimento non poté più proseguire. I rivoluzionari se li trascinarono nel sotterraneo del carcere e appesero gli agonizzanti, come quarti di bue, agli uncini esistenti alle pareti. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.206-207)
Un consistente contributo la 'Piccola Fortezza' l'aveva avuto il 24 maggio con l'arrivo di circa 600 persone dei due sessi e di tutte le età. Si trovavano fra queste molte infermiere della Croce Rossa, prelevate negli ospedali di Praga - primari ed aiuti finivano a Pankraz - e questa loro presenza, in quelle file, strideva con le bandiere della croce rossa in campo bianco che sventolavano sul vallo e con i bracciali, con pari insegna, che gente con bastoni, lì piazzata in attesa, portava al braccio sinistro. Il mesto corteo doveva, per raggiungere il cellulare situato nel quarto cortile, superare un passaggio a galleria di circa quindici-venti metri che verso l'uscita aveva, per quattro metri, il selciato divelto e ridotto a una profonda buca. Stretto, scuro, il passaggio si presentava dunque come il punto ideale per usare sui prigionieri l'ormai consuetudinario trattamento a base di percosse. Sotto ruggiti e minacce, pugni e botte, gli uomini che aprivano la marcia furono spinti di corsa nel buio passaggio e non vedendo, per la fretta, l'intoppo che c'era, quelli in testa caddero nella buca e su di essi inciamparono i seguenti e su questi ancora i seguenti, così che si creò una catasta di individui sui quali le guardie rosse, disposte ai due lati del passaggio, calavano con energia i loro bastoni ferrati per costringerli a proseguire. A mano a mano che arrivavano nel cortile dovettero disporsi di corsa su cinque file per contarsi, un'operazione che presto apparve troppo lenta al comandante della fortezza, Prusa, per cui prese l'iniziativa di contare lui personalmente le prime file, accompagnando ogni numero pronunciato con una randellata sulla testa. Per 70 l'internamento si concluse lì. Eduard Fritsch, che come gli altri era finito in quel cortile per avere ottemperato all'ordine dell'autorità praghese di presentarsi alla polizia per controllo, vide il suo compagno di cella di Pankraz, dove la polizia aveva rinchiuso tutti, stramazzare a terra con il cranio sfracellato. [...] Nella notte, dominata da urla e da colpi d'arma da fuoco, alcuni furono portati via senza più ritorno e con questo finale si concluse il loro primo giorno alla fortezza di Theresienstadt. [...] Se lo portarono via con tutta quella roba, meno la divisa di SS che lui non aveva mai posseduto, come potevano testimoniare i suoi clienti cechi, slovacchi ed altri ancora, ma quelli si incaponivano a sostenere che doveva per forza avere, essendo stato vice delegato della Croce Rossa tedesca. Alla fortezza per questa faccenda lo colpirono su tutto il corpo; si prese calci alla testa, al petto, ai genitali, gli ruppero l'indice della mano destra e gli lesionarono il metacarpo e, prima di esaurirlo con le percosse, tentarono di spaccargli tutti i denti. Per la bisogna lo fecero sedere su una panca, gli tapparono la bocca con un lurido asciugamano e, sostituito l'internato Karl Erben, svenuto per l'emozione, con un altro per tenergli ferma la testa, gli diedero un tremendo colpo sulla bocca con la guarnizione di ferro dello sfollagente. Ci rimise le labbra, ma non i denti, salvati dallo spesso asciugamano. Non si accanirono sino ad ucciderlo ma, com'era abituale, lo distesero sul nudo cemento di una cella e per tre giorni attesero che morisse. Al quarto giorno, non essendo morto, lo tirarono fuori, gli tosarono dalla nuca alla fronte, al centro del cranio, la 'Hitlerstrasse', il segno che, assieme alle casacche usate e tappezzate spesso da indelebili macchie di sangue, marcava i prigionieri, lo vestirono e lo assegnarono come medico all'infermeria. [...] Eduard Fritsch fu assegnato alla squadra secondini addetta alla pulizia delle celle dei torturati. Si accorse presto che quella mansione, a prima vista fra le meno ingrate, era fra le peggiori che potevano capitare. Il pavimento delle celle era ricoperto da uno strato di sangue coagulato spesso diversi centimetri, su cui incastrati spuntavano orecchie troncate, denti spaccati, pezzi di cute con capelli, dentiere. Tutto emanava un fetore così acuto da rendere impossibile il lavoro e, peggio ancora, procurava dopo alcuni giorni enfiagioni su tutto il corpo e la testa ingrossata; con gli occhi stralunati, le labbra rigonfie, le orecchie sporgenti faceva apparire i secondini figure uscite da un quadro del pittore surrealista irlandese Francis Bacon. Lui in quello stato non si ridusse poiché, aiutato dalla sua buona stella, fu trasferito per tempo all'infermeria. Aveva ora cinque celle a cui accudire, normalmente occupate da 25 ammalati che potevano starci in parte distesi, in parte seduti, in parte rannicchiati. A lungo in quelle celle, tuttavia, quegli infermi non avevano da soffrire poiché, su ordine del Comando della fortezza, venivano regolarmente e sbrigativamente fatti morire. Provvedevano i secondini a denudarli e ad adagiarli su delle barelle e, quando erano così sistemati, arrivava un medico e iniettava loro un potente veleno; pochi secondi dopo erano cadaveri. In questo modo Fritsch vide morire molti suoi conoscenti. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.209-211)