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| Il comunismo - I comunisti italiani |
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Centinaia di fuoriusciti dopo la scuola di partito di Mosca dovettero patire i campi di concentramento perché in odore di eresia, da quando scoppiò la grande purga, fatta coincidere con l'uccisione di Kirov, il governatore di Leningrado. E con loro furono arrestati e deportati nei campi della morte della Siberia milioni di sovietici. E Togliatti lasciò morire gli italiani, infingardo per non subire la stessa sorte come confermerà più tardi a Davide Lajolo. [...] Non stupisce quindi che altrettanto Togliatti abbia fatto per le migliaia di prigionieri dell'Armir, in continua decimazione nei campi di lavoro forzato, quando ebbe a scrivere: '... se un buon numero dei prigionieri morirà in conseguenza delle dure condizioni di fatto non ci trovo assolutamente niente da dire, anzi...'.
Il cinismo del vicecapo del Comitern 'Ercole Ercoli' è emerso oggi o meglio, è stato confermato, quando si sono aperti gli archivi della polizia segreta sovietica [...]. (da 'Prigionieri italiani nei campi di Stalin', pag.13-14)
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Negli ambienti dei fuoriusciti italiani aleggiava il sospetto [...] Si aveva il sospetto che la più piccola frase, anche se appena sussurrata o detta in tutta confidenza, avrebbe potuto essere causa di penose conseguenze. E fu vero, se, durante le inquisizioni e le repressioni, tante piccole confidenze rilasciate al Klub divennero grandi elementi di prova. (da 'Prigionieri italiani nei campi di Stalin', pag.36)
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Emilio Guarnaschelli non aveva pendenze con la giustizia italiana quando emigrò in Belgio, sul finire degli anni Venti. Lui e suo fratello Mario, operai comunisti torinesi, avevano accettato con entusiasmo l'ideale rivoluzionario proveniente dall'Unione Sovietica [...] Espulso dal Belgio egli riuscì a raggiungere Mosca con visto turistico: il suo desiderio era lavorare nel paese del socialismo. Nel frattempo il fratello Mario era entrato in disaccordo con la direzione torinese del PCI e, attraverso i canali delle organizzazioni del Komitern, il Klub degli emigrati di Mosca ne venne informato. Qui Guarnaschelli fu accolto con sospetto, in un ambiente, peraltro, ove la diffidenza regnava a tutti i livelli. [...] La realtà, con le sue miserie, la mancata realizzazione dei suoi sogni,
infine la delusione lo convinsero a desiderare di abbandonare la Russia. Ma ormai in disgrazia, l'unica possibilità poteva essere offerta dall'ambasciata d'Italia, alla quale diversi fuoriusciti, con grande rischio, si erano rivolti. Nel dicembre 1934 l'operaio torinese compì il gran passo e chiese il passaporto italiano. Ce n'era abbastanza per essere arrestato. Infatti la Ghepeù, pochi giorni dopo lo prelevò e lo deportò in un campo al Circolo polare artico. Era accusato d'esser una spia fascista. [...] Nella Mussolesi, la compagna che Emilio Guarnaschelli aveva conosciuto a Mosca [...] riuscì nel 1942, attraverso l'ambasciata sovietica di Istanbul, a conoscere la sorte di Emilio: il suo compagno era morto il 14 aprile del 1939 di peritonite.
Nel 1991 dagli archivi segreti del KGB di Mosca emergerà il fascicolo intestato a Guarnaschelli e la causa della sua morte: era stato fucilato. Il fratello Mario per aiutare Emilio scrisse a Togliatti come un compagno che si rivolge a un compagno. Palmiro Togliatti, il servo di Stalin e il capo dei comunisti, non rispose. La sua inflessibile linea di condotta era stata di abbandonare le vittime dello stalinismo al loro destino. (da 'Prigionieri italiani nei campi di Stalin', pag.54-58)
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Su seicento emigrati in URSS almeno un terzo patì l'arresto dall'NKVD e gli stenti nell'inverno polare della Siberia. Con esso milioni di sovietici perirono: tutta la vecchia guardia bolscevica, coloro che avevano fatto la rivoluzione [...] Togliatti non intervenne mai in favore dei comunisti italiani arrestati; egli abbandonò le vittime dello stalinismo al contrario di quanto fece il capo dei comunisti tedeschi, Pieck, il quale intervenendo presso Stalin riuscì a salvare diversi compagni; e anche Koeplening, del partito comunista austriaco, riuscì a salvare le sue compagne arrestate. (da 'Prigionieri italiani nei campi di Stalin', pag.59)
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Quando Togliatti, il capo dei fuoriusciti in Unione Sovietica, tornò in Italia, nel marzo del 1944, le madri dei soldati in Russia, tra la disperazione e il dubbio, gli chiesero le sorti dei loro cari. Stanno bene e godono di ottima salute, assicurò con cinismo il 'Migliore'. Già nella primavera del '43, come oggi sappiamo, era morto nei campi l'80% dei prigionieri. (da 'Prigionieri italiani nei campi di Stalin', pag.109)
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Il dirigente del PC d'I, Vincenzo Bianco, esule a Mosca, scrisse a Togliatti perché usasse quanto poteva per alleviare le sofferenze dei connazionali. E' la famosa questione della lettera di Togliatti, nella quale, con crudeltà, il capo comunista spiegava che tante migliaia di morti non avrebbero nociuto alla causa. Invano, si tenterà di far apparire falsa la lettera. Essa risulterà, purtroppo, autentica e nello spirito del suo estensore. (da 'Prigionieri italiani nei campi di Stalin', pag.114)
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Forse il più noto era il D'Onofrio, di cui si parla in altra parte di questo libro che con Ruggero Grieco, in Russia dal 1932, Paolo Robotti e Luigi Amadesi costituiva il nucleo dirigente dei fuoriusciti. Tornato in Italia egli, come altri, fu premiato dal partito comunista ed eletto senatore. La sua denuncia per diffamazione contro chi lo additava al disprezzo per come si era comportato tra i prigionieri italiani, si risolse nel famoso processo che non gli diede vittoria. Il processo fu intentato dal D'Onofrio contro Ivo Emett, Dal Toso, Avalli e Pittaluga, tutti ufficiali dell'ARMIR. (da 'Prigionieri italiani nei campi di Stalin', pag.130)
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Questi ed altri articoli avevano impressionato l'opinione pubblica e irritato il D'Onofrio, senatore della Repubblica, che querelò per diffamazione gli autori Giorgio Pittaluga, Ugo Graioni, Domenico Dal Toso, Luigi Avalli e Ivo Emett. Sull'Unità del 16 aprile apparve questo pezzo: 'è stato pubblicato e diffuso in migliaia di copie un cosiddetto numero unico sotto il titolo 'Russia' a cura dell'UNIRR, contenente accuse menzognere e calunniose a carico, fra gli altri del compagno Edoardo D'Onofrio, con riferimento al periodo in cui egli emigrato in URSS ebbe contatti politici con i nostri prigionieri,
ai quali, con la parola e gli articoli pubblicati sull'Alba (organo dei prigionieri italiani nell'Unione Sovietica), portò la voce della Patria impegnata nella lotta contro il traditore fascista e l'invasore tedesco storcendo e falsificando completamente i fatti il suddetto numero unico ha mosso a D'Onofrio la ignobile accusa di avere agito al servizio della polizia locale [...]'. Alla 10 sezione del Tribunale di Roma, il 21 febbraio successivo, s'aprì il dibattimento con i suddetti imputati accusati [...]
Di fronte all'eccezionale gravità delle accuse mosse dagli imputati al D'Onofrio, la difesa del querelante, sostenuta dalla stampa di sinistra, ha tentato vari diversivi per eludere la morsa delle tremende responsabilità che davanti all'opinione pubblica avevano capovolto le posizioni processuali facendo assumere all'incauto D'Onofrio il ruolo per lui ben più adatto di vero imputato. Schiacciato dal peso della sua infame opera nei campi sovietici, al quale le accuse dei reduci lo inchiodavano senza possibilità di scampo,
il vecchio cospiratore di Oranki e di Skit, non potendo negare i fatti attribuitigli, ha cercato disperatamente una qualsiasi scappatoia dando ad essi una singolare interpretazione: in tal modo per esempio, gli interrogatori a cui egli sottopose numerosi prigionieri furono gabellati per innocue conversazioni. D'Onofrio infine giunse a proclamare che una mia condanna suonerà condanna per i 28 italiani ancora trattenuti in Russia. In effetti i ventotto vennero condannati a 20 anni di lavori forzati con l'accusa di attività antisovietica e rimpatriarono tra il gennaio e il febbraio 1954. (da 'Prigionieri italiani nei campi di Stalin', pag.226-227)
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A proposito di spie, subito dopo la ritirata avrei appreso che nella nostra colonna si erano infiltrati - con compiti di spionaggio - diversi fuoriusciti politici italiani militanti nell'armata rossa. [...] Ecco cosa mi raccontò circa un mese più tardi all'ospedale militare di Leopoli il tenente Perelli, aiutante maggiore del battaglione mortai divisionale della Pasubio.
Durante i giorni della Valle della Morte, egli fu avvicinato da un suo soldato, il quale gli riferì d'avere scoperto alcuni traditori in un posto di medicazione. [...] A questo posto sarebbero stati, per una o due sere di seguito, trasportati con autocarri dei feriti da altri posti di medicazione, perché in quelli, al mattino, ne venivano trovati parecchi inspiegabilmente uccisi con un colpo alla testa. Orbene il soldato di Perelli riferì di aver notato nella casetta quattro soldati italiani [...]
Sorprese il soldato il fatto che i quattro si facessero passare di nascosto, sotto le coperte, un mitra italiano. Nella notte, quando qualche colpo d'arma pesante esplodeva nelle vicinanze, e il baccano e il disordine si accentuavano, uno di loro sparava rapidamente nella testa a uno o due feriti. Un ferito meno grave, uscito per un bisogno dal locale, fu seguito da uno dei quattro, che rientrò subito. Mentre i due erano fuori, s'era sentito un colpo di mitra. La mattina dopo il ferito giaceva morto presso la porta. (da 'I più non ritornano', pag.231)
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Chi era dunque quel falso te. Sacchi che il 20 gennaio si presentò alla mia compagnia vestendo la nostra divisa? Certamente un fuoriuscito italiano, milanese, venuto a spiare la dislocazione, le forze delle nostre armi. Tengo quindi, in questo mio succinto racconto, ad evidenziare di quanta perfidia fratricida siano stati capaci, in Russia, i nostri fuoriusciti venduti al nemico. (da 'Fronte russo : c'ero anch'io', volume 2, pag.514)
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Basta sfogliare le pagine dei capi e perfino degli intellettuali comunisti per trovarli per decenni percorsi da una vena di settarismo feroce, di disprezzo e odio per gli avversari, i dissenzienti, 'pidocchi sulla criniera di un nobile cavallo', 'burattini nelle mani di chi li manovra', 'banditi fascisti', che rivelano la realtà psicologica in cui viveva quella classe dirigente. Sul corpo appena abbattuto di Giovanni Gentile, che nel corso di tutta la sua vita ha difeso, dato rifugio e lavoro ad antifascisti di ogni corrente, che ne ha rispettato il pensiero e l'intelligenza chiamandoli a collaborare in settori particolarmente delicati della 'Enciclopedia Italiana',
che nel periodo repubblicano si è quotidianamente impegnato a denunciare presso Mussolini gli arbitri e le illegalità di gruppi di fascisti, Palmiro Togliatti, segretario generale del partito comunista italiano, vomita gli insulti più infamanti e volgari: 'bandito politico', 'camorrista', 'traditore volgarissimo'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.145-146)
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[…] Togliatti (divenuto segretario del partito) riparò a Mosca con 300 comunisti italiani alloggiando all'Hotel Lux. Partecipò alla guerra civile spagnola e, ritornato a Mosca, riprese il suo posto di segretario della III Internazionale, che occupava dal 1935, fino allo scioglimento della stessa (maggio 1943). In questa autorevole veste egli visse il periodo delle purghe staliniane, nel quale oltre 200 suoi compagni italiani (cifra mai raggiunta dalle persecuzioni mussoliniane) vennero uccisi. Pure suo cognato, Paolo Robotti, venne arrestato dalla polizia staliniana e torturato, tanto da avere la colonna vertebrale irrimediabilmente rovinata.
Durante la Campagna di Russia, Palmiro Togliatti diresse, sotto il nome di Mario Correnti, la propaganda sovietica per le truppe italiane e, nel 1943, sovrintese alle scuole d'educazione marxista-leninista per i prigionieri italiani, scuole che riscossero un modesto successo (la Scuola Superiore d'Antifascismo, aperta nel settembre del 1943 a 23 km da Mosca, fu frequentata da soli 300 prigionieri italiani, tra cui 3 Camicie Nere). (da 'In nome della resa', pag.401)
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