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8 Settembre 1943 - Le conseguenze

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Comunque, l'armistizio non fu neppure una soluzione di ripiego per risolvere e alleviare in qualche modo la pesante situazione della guerra combattuta sul nostro territorio; in realtà, ad ogni livello e in tutti i sensi, fu l'inizio di un immane disastro che fu pagato a duro prezzo dall'intera nostra popolazione, con lutti, distruzioni e sofferenze inenarrabili: la tragedia di un popolo e di una Nazione calpestati e trascinati nel fango, dato che le condizioni imposte all'Italia dall'armistizio furono ben più umilianti e vergognose di quanto fosse possibile immaginare nelle giornate che seguirono l'8 settembre. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.32)
Ma tra le due Italie esisteva una differenza secondo il Diritto internazionale. Dopo l'8 settembre 1943 il potere legale del Sud venne esercitato dagli occupanti anglo-americani, cioè dal 'nemico', poiché si era ancora in regime d'armistizio. Al governo di Vittorio Emanuele III era preclusa, de jure, ogni indipendenza. Tale preclusione non esisteva per la Repubblica Sociale Italiana che emanava le sue leggi, la sua moneta e i suoi decreti senza l'autorizzazione dell'alleato tedesco. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.57-58)
'Il crollo del fascismo e la disfatta dell'Italia nella seconda guerra mondiale [produssero] una frattura irreparabile. Qui c'è stato il vero taglio netto, che invano si è cercato di rammendare con la Resistenza. [...] L'Italia uscita dal secondo dopoguerra è un paese che ha perso la sua identità [...] l'Italia come nazione non è sopravvissuta a quel cataclisma', sono le parole con cui nel 1988 Lucio Colletti commentava quegli eventi. Sono queste le verità che si fanno chiare con il tempo, quando cadono le passioni che intorno a certi nodi storici esplodono, le giustificazioni arzigogolate per carità di patria, le strumentalizzazioni di parte che offuscano il giudizio, ed è possibile constatare gli effetti che certi eventi producono. Effetti che si precisano nel corso dei decenni e investono la stessa immagine storica che un paese assume agli occhi della comunità delle altre nazioni, quell'immagine che è la sua carta di identità, quella che nei momenti dell'assunzione di responsabilità politiche e militari internazionali viene riaperta e riesaminata. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.60-61)
Previsioni amare, ma puntualmente confermate. D'altra parte, il governo italiano del Sud poteva fare ben poco in favore del 'caso giuliano'. Considerata la sua posizione di rappresentante dì un paese sconfitto, gli Alleati non gli avrebbero mai consentito di interferire nelle operazioni militari. Infatti, il timido tentativo di giungere a un'intesa fu ignorato e gli Alleati si rifiutarono anche di far conoscere le loro intenzioni circa la sorte della regione. Precedentemente, il generale Harold Alexander, comandante britannico delle forze alleate in Italia, aveva a sua volta vietato l'invio di reparti dell'esercito italiano del Sud in difesa della Venezia Giulia. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.98)
Circa 180.000 militari (tra cui, com'era prevedibile, 130.000 militi della MVSN) rifiutarono l'armistizio e decisero di proseguire la guerra contro coloro che non giudicavano dei liberatori. (da 'In nome della resa', pag.358)
Purtroppo, anche se la guerra era irrimediabilmente perduta, il numero delle divisioni tedesche in Italia (di cui 5 erano corazzate e 4 motorizzate) e la consistenza ancora notevole della nostra flotta d'alto mare non contribuirono certo ad appoggiare la tesi badogliana che l'Italia non era più assolutamente in grado di opporsi agli anglo-americani. L'idea che l'armistizio oltretutto non poneva termine alla guerra) fosse un atto politico per cambiare fronte rimase perciò impressa sia nei tedeschi, sia - cosa ancora più grave - negli Alleati, che per giungere da Reggio Calabria e da Salerno a Roma impiegheranno ben 9 mesi! In questo senso l'armistizio fu un gravissimo colpo per quella Resistenza che aveva espresso, dal 1922 al 1943, il proprio dissenso a Mussolini. Quell'8 settembre fu per essa una vera 'giornata nera': Mussolini, che nel 1940 aveva gettato il paese a cuor leggero nella fornace della guerra, potè ripresentarsi come colui che davanti al mondo intero salvava l'onore d'Italia! Le simpatie che tuttora egli riscontra in Italia (cosa impensabile in Germania per Hitler) non sarebbero spiegabili senza la mossa del re e di Badoglio, che portano la responsabilità sia d'aver abbandonato le forze armate italiane, il popolo italiano e la terra italiana alla vendetta di Hitler, sia d'aver accettato l'ipotesi, anch'essa prevedibilissima, di una spaccatura della Nazione in due Stati contrapposti. È significativo che non solo i fascisti divenuti neofascisti, ma anche una delle voci più pure della Resistenza antifascista durante il ventennio, Gaetano Salvemini, abbia così lapidariamente giudicato l'operato del maresciallo Pietro Badoglìo: 'Ciò che Badoglio ha da dire sull'armistizio è uno scandaloso miscuglio di ambiguità, di omissioni e di affermazioni sballate' ('The Journal of Modern History' 1949, voi. XXI, p. 332). (da 'In nome della resa', pag.359-360)
Le conseguenze dell'armistizio ebbero effetti assai più duri nel resto d'Italia e nei territori dove essa aveva truppe. In esecuzione all'operazione Achse o Asse, le divisioni germaniche nella Penisola si erano attestate in modo da incapsulare le più deboli divisioni italiane, cosicché, all'8 settembre, le possibilità di loro reazioni furono estremamente scarse. Per di più, interi comandi si volatilizzarono, lasciando le truppe senza ordini, o queste stesse disertarono in massa. A volte poi, comandi o interi reparti, rifiutando l'armistizio, si schierarono addirittura a fianco degli ex-alleati per continuare con loro la guerra. (da 'In nome della resa', pag.379)
Le conseguenze dell'armistizio furono per l'esercito italiano (1.700.000 uomini) disastrose: 24.744 ufficiali e 522.687 soldati vennero catturati dai tedeschi e circa 18.400 si rifugiarono in Svizzera. Tuttavia le cifre sono, non possono non esserlo, imprecise. Secondo altri la tragedia coinvolse ben 22.000 ufficiali, 16.000 sottufficiali e 550.000 soldati. La verità non si potrà mai sapere. I dati che riguardano il bottino materiale fatto dall'ex-alleato sono pure da prendere con beneficio d'inventario: 1.255.660 fucili, 33.383 mitra, 9.986 pezzi d'artiglieria, 970 carri armati e cingolati, 4.553 aerei, 15.500 autoveicoli, 28.600 tonnellate di munizioni, 123.000 metri cubi di carburante, tre milioni di uniformi e a tutto ciò si aggiungevano 67.000 quadrupedi. Gran parte del materiale suddetto non era mai stato distribuito… (da 'In nome della resa', pag.386)
Allo stesso modo, però, proprio per obiettività, occorre elencare i casi, ancor più sconosciuti, di rifiuto dell'armistizio o, almeno, di rifiuto della sua clausola della resa a Malta. Sulla corazzata Giulio Cesare, per esempio, c'era stato un ammutinamento da parte del direttore di macchina, di quattro ufficiali e di alcuni sottufficiali, che avevano rinchiuso e fatto piantonare il comandante nel suo alloggio. La loro idea era quella di far autoaffondare la nave al largo di Ortona, ma il moto di ribellione venne domato. Tumulti vi furono anche sulle torpediniere Indomito, Ariete, Animoso ed Impavido che, al momento dei fatti, si trovavano a Portoferraio. L'ultima unità fu addirittura manomessa, ma, alla fine, l'ammiraglio Nomis di Pollone si impose e le navi raggiunsero Palermo, dove si diresse anche l'Ardimentoso. Vi furono però navi che realmente si autoaffondarono per non arrendersi agli Alleati: si citano l'Impetuoso, l'Orione, la Libra e la Pegaso davanti a Pollenza, nelle Baleari, i sommergibili Ametista e Serpente ad Ancona. Sembra poi che il comandante Marietti trovò la morte autoaffondandosi con il proprio sommergibile, il Murena, alla Spezia e che la nave Ardito (la quale si trovava all'Elba) fu addirittura consegnata dall'equipaggio ai tedeschi, l'11 settembre 1943. (da 'In nome della resa', pag.389-390)
Il 29 settembre, a bordo della corazzata Nelson ancorata nella rada di Malta, il capo del governo italiano si vide mettere sotto gli occhi il testo dell'armistizio lungo: si trattava di 44 clausole di natura politica, economica e finanziaria che andavano ad aggiungersi alle 13 clausole militari dell'armistizio corto. Badoglio rimase sconcertato e tentò di opporsi, sottolineando la lealtà e la buona volontà del governo da lui presieduto a collaborare con gli Alleati, ma tutto fu inutile. […] le clausole rimasero quelle che erano e, a riguardo delle quali , Katherine Duff scrisse con perspicacia: 'Gli italiani avevano [il 3 settembre] già di fatto firmato un assegno in bianco, sul quale l'armistizio lungo aggiunse le cifre'. Esse infatti erano tanto dure che furono tenute segrete fino al 3 novembre 1945. (da 'In nome della resa', pag.393-394)
I richiami al servizio militare ebbero scarso successo e Antonio Gambino afferma che i disertori furono più di 240.000: e ciò malgrado che Badoglio emettesse un proclama che annunciava la pena di morte per la diserzione! (da 'In nome della resa', pag.396)
La conferenza di Parigi non tenne conto della cobelligeranza dell'Italia e considerò esclusivamente la guerra 1940-43 come l'unica guerra da essa condotta nell'ambito del secondo conflitto mondiale. Il riconoscimento del contributo dato dall'Italia alla causa delle Nazioni Unite nella guerra 1943-45 fu segregato in un semplice preambolo all'inizio del trattato, assumendo, in questo modo, un amaro sapore ironico. (da 'In nome della resa', pag.576)
Vittorio Emanuele Orlando, che a Versaglia era stato uno dei 'Quattro Grandi', definì questa pace 'di una terribilità che supera quella delle ore più fosche della nostra Storia'. Il professor Messineo espresse l'opinione degli italiani nella rivista dei Gesuiti, 'Civiltà Cattolica', con questi termini: 'Le Nazioni Unite hanno tradito l'Italia, giacché non si può qualificare con un termine meno forte un trattato nel quale i suoi quattro compilatori, lungi dal tenere conto della cobelligeranza e dello sforzo militare ed economico, cui si è assoggettato il popolo italiano nei duri mesi della guerra combattuta sul suo suolo, per aiutare al conseguimento della vittoria, hanno accumulato clausole sopra clausole, l'una più oppressiva dell'altra, l'una più umiliante dell'altra, trattandola con una asprezza che non poteva essere maggiore, se avesse combattuto fino all'ultimo momento contro i suoi nemici di prima!'. Valse allora la pena di sottoporsi all'armistizio del 3 settembre 1943? Alla domanda che sorge spontanea, la risposta non può essere che pragmatica. Fu, a dir poco, un errore: ci si fece bollare di tradimento dai tedeschi (e non solo da loro), ma prima di essere un tradimento dei compagni d'arme fu un tradimento del popolo italiano (perché esso fu abbandonato dal re e da Badoglio alla vendetta hitleriana) e questo tradimento avvenne non perché i dirigenti italiani si fossero improvvisamente convinti della bontà della causa democratica, ma solo perché temevano che il continuare la guerra perduta sarebbe potuto essere fatale a se stessi, alla dinastia, al sistema, alla grande industria. L'armistizio, giustificabilissimo se avesse risparmiato più lutti e rovine all'Italia, ne produsse di più di quanti ne sarebbero accaduti, se l'Italia avesse combattuto fino alla fine della guerra dalla parte malauguratamente scelta nel 1940. Non solo, ma il modo come fu negoziato fece scaturire il disprezzo degli stessi anglo-americani che, per giunta, al momento del trattato di pace, si dimostrarono perfino irriconoscenti deludendo le speranze di coloro che credevano di intenerire i vincitori verso l'Italia collaborando con loro contro l'ex alleato. Oltretutto l'armistizio fu la causa della dolorosa spaccatura della Nazione in due Stati e, se fu la scintilla della lotta partigiana, quest'ultima, perché monopolizzata dagli stalinisti, non ebbe quella forza morale necessaria per dare credibilità alla lotta democratica del popolo italiano contro il nazifascismo e non seppe neppure raggiungere i suoi fini, poiché alla fine divenne uno strumento dello Stato borghese 'del sud' e degli anglo-americani, contro cui non combattè. Essa provocò perciò ulteriori lutti per nulla. (da 'In nome della resa', pag.577-578)
Eisenhower prese la parola e affrontò direttamente l'argomento più portante, sollecitando una pronta dichiarazione di guerra dell'Italia alla Germania. Fui sorpreso da quella voce, dai toni gravi ma ricchi di risonanze, pacata ma decisa, quanto diversa dalle isteriche sfuriate di Mussolini e di Hitler! Badoglio dichiarò che il re intendeva costituire al più presto un governo a larga partecipazione politica per ottenere a questo fine l'appoggio delle varie parti manifestatesi dopo il 25 luglio. Sul piano militare, sperava di essere in grado di fornire agli alleati, tra qualche tempo, il concorso di una decina di nostre divisioni. Eisenhower non nascose la sorpresa. Domandò a Badoglio se il suo governo fosse a conoscenza del fatto che i tedeschi riservavano agli italiani catturati un trattamento particolare, perché l'Italia stava di fatto combattendo la Germania senza dichiararle guerra. Questa domanda provocò a sua volta una sorpresa negli italiani, che si consultarono sotto voce. Rispose Ambrosio: 'I tedeschi li considerano partigiani'. 'Quindi passibili di fucilazione?' domandò Eisenhower. 'Senza dubbio' rispose Badoglio. Secondo Eisenhower, la circostanza poteva lasciare indifferenti gli alleati ma, da un punto di vista italiano, non potevano esserci esitazioni: sarebbe stato opportuno farli riconoscere al più presto come combattenti regolari, a seguito di una formale dichiarazione di guerra. Badoglio fece presente che il re considerava di avere, in quel momento, autorità su una parte troppo piccola del territorio nazionale per essere in grado di fare quella dichiarazione. Eisenhower obiettò che altri Paesi, con minori territori sotto controllo, e alcuni addirittura senza alcun territorio, avevano egualmente dichiarato guerra alla Germania. Gli alleati intendevano restituire progressivamente all'Italia i territori da loro controllati, ma tale restituzione non avrebbe potuto avere luogo senza una formale dichiarazione di guerra. (da 'Guerra di spie - I servizi segreti fascisti, nazisti e alleati 1939-1945', pag.169-170)