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EUR - Il mito della nuova civiltà |
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Riceviamo e riportiamo con piacere il testo relativo alla lezione tenuta dal signor Michele Vajuso presso il corso di storia dell'architettura contemporanea alla Facoltà di Valle Giulia di Roma dal titolo EUR - Il mito della nuova civiltà. Il signor Michele Vajuso è anche autore del libro 'E42 La gestione di un progetto complesso' da noi già riportato nei mesi scorsi.
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INTRODUZIONE.
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E42 è l’appellativo dell’Esposizione Universale di Roma la quale si sarebbe dovuta aprire il 21 aprile del 1942, per una durata complessiva di sei mesi, e le cui opere definitive sarebbero andate a costituire nel dopoguerra l’impianto fondamentale del quartiere EUR.
In questa sintetica definizione poniamo già il quadro diadico dell’intera vicenda, all’interno della quale si confrontarono due 'progetti' distinti: da una parte l’Esposizione - con la sua dichiarata originalità rispetto a tutte le altre fino ad allora tenutesi, per l’attenzione rivolta ad i prodotti spirituali delle nazioni - ed il quartiere urbano nel quale essa avrebbe dovuto svolgersi.
Se inizialmente, dal giugno 1935, data del Progetto di massima presentato da Bottai, fino al promemoria di Cini del novembre 1936, le realizzazioni furono concepite ancora con carattere provvisorio, e le finalità urbanistiche dell’operazione erano limitate alla dotazione infrastrutturale nella prospettiva di un futuro utilizzo ai fini dell’espansione della capitale verso il mare, con il Programma di massima del giugno 1937 la realizzazione del nuovo quartiere monumentale divenne un obiettivo paritario a quello della dell’Esposizione stessa (Michele Vajuso, 2007, pag.61).
Se il 1939 viene considerato generalmente l’anno dell’incagliarsi dell’operazione Esposizione - sotto la defezione di molte nazioni straniere, fino al giugno 1940 con l’entrata in guerra dell’Italia e la tenuta in vita di un obiettivo snaturato ed irraggiungibile – in realtà alcuni segnali del passaggio in secondo piano dell’Esposizione rispetto alla realizzazione del quartiere, sono ravvisabili già dal dicembre 1937, nelle modificazioni apportate all’apparato organizzativo, come d’altronde sottolineato dai protagonisti della vicenda uno fra tutti il Pinna-Berchet.
Si tratta allora di chiedersi il perché di questa svolta così precedente rispetto all’effettivo precipitare del quadro storico, che avrebbe reso improponibile la tenuta di una manifestazione internazionale come un’Esposizione.
Una delle risposte possibili, forse la più immediata, è quella per cui gli interessi speculativi legati alla realizzazione di un quartiere urbano ex novo erano inconfrontabili, o comunque più immediatamente fruibili, rispetto a quelli tutti da venire di una manifestazione internazionale seppur colossale. E questa fu senz’altro una delle motivazioni che mosse l’apparato amministrativo-speculativo a spingere per la realizzazione del quartiere, ma limitarsi a questo significa non comprendere a fondo la natura del regime, e come esso fosse negli anni trenta ormai completamente appaiato sull’uomo Mussolini, assurto al ruolo sovraumano di mito, e di come la psicologia del personaggio, la sua ambizione ed i suoi sogni di grandezza determinassero alla fine ogni decisione ultima in svariati campi, ben meno importanti di quello in oggetto.
La tesi che intendiamo qui sostenere è quella, secondo cui l’obiettivo che Mussolini si era preposto di conseguire tramite l’organizzazione di un’Esposizione universale, ossia – e qui anticipiamo un discorso tutto da sviluppare – rappresentare l’essenza, il contenuto simbolico di quella che lui chiamava Civiltà italiana, fosse più immediatamente e compiutamente raggiungibile attraverso l’architettura. Da qui non solo quel processo di sbilanciamento progressivo a favore del progetto Quartiere rispetto a quello Esposizione, ma anche quella progressiva esautorazione dell’istanza modernista nell’ambito dell’ideazione del Quartiere stesso, a favore di un’architettura maggiormente in grado di esprimere quel mondo simbolico che si intendeva rappresentare.
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OSWALD SPENNGLER.
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Occorre ora fare un passo indietro. Tra il 1918 ed il 1922, a ridosso del trauma europeo e delle trasformazioni epocali provocate dal primo conflitto mondiale, esce il libro di uno sconosciuto professore di liceo tedesco: Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler. Il libro rappresenta ben presto un eccezionale successo editoriale, tradotto in varie lingue accende un dibattito articolato tra estimatori e detrattori (tra questi ultimi si annovera il Croce). Il libro ed il suo autore sono tanto misconosciuti oggi quanto conosciuti nel periodo che intercorre tra le due guerre mondiali.
Il suo pensiero si può ricomprendere in una corrente filosofica di stampo conservatore definibile come antilluminismo e le cui basi furono poste dalle speculazioni di Herder e di Vico, che all’universalismo illuminista contrapponevano le identità storiche e culturali dei popoli.
In estrema sintesi Spengler compie un’analisi della storia mondiale identificando quali soggetti della stessa quelle che lui chiama civiltà. Nella storia si sono succedute diverse civiltà - in effetti non tantissime rispetto a quanto saremmo portati a credere - l’egizia, l’antica, la cinese, l’indiana e poche altre. La civiltà occidentale è quella che Spengler chiama faustiana o gotica, facendo risalire la sua nascita al IX secolo.
Spengler considera le civiltà dotate di due caratteristiche fondamentali. La prima è il fatto che ogni civiltà è un organismo, ossia ha delle caratteristiche simili a quelle degli organismi biologici, quindi una nascita, uno sviluppo, una decadenza ed una morte. Questa rappresentazione oggi è più facilmente comprensibile ed accettabile se al termine organismo sostituiamo il termine di sistema, applicabile indifferentemente ad un essere vivente o ad una società, cioè un insieme di parti interagenti configurabili come totalità, dalle quali scaturiscono delle proprietà sistemiche che le parti prese singolarmente non hanno. Da questa caratteristica deriva il fatto che le civiltà hanno tutte un ciclo di vita simile, come simile è quello degli uomini, pur nella loro diversità etnica e storica. Nell’ambito di questo ciclo di vita il processo di decadenza, la parabola discendente, l’invecchiamento della civiltà, è detto civilizzazione: la civiltà prima di scomparire diventa civilizzazione.
La seconda è che le civiltà in quanto soggetti sono caratterizzate da una identità specifica che le caratterizza singolarmente. Questa identità è data da un sostrato simbolico fondamentale che le identifica e distingue l’una dall’altra. A sua volta questo mondo simbolico si fonda su pochi simboli primigeni, per assurdo un unico simbolo fondamentale. Per limitarci ai casi delle due civiltà che ci riguardano più da vicino, l’antica e l’occidentale, il simbolo fondante della prima è il corpo e quello della seconda è l’infinito.
Questo mondo simbolico infonde di se stesso tutte le forme in cui una civiltà si esprime, dall’arte figurativa alla scienza, dalla musica alla letteratura, dalla società all’economia. Per i greci il concetto di infinito era inaccettabile perché contraddittorio con la finitezza del loro simbolo fondamentale, quello corporeo, ecco perché la loro fisica è essenzialmente costituita dalla statica, la loro geometria è euclidea, ecc. L’uomo occidentale, dalle cattedrali gotiche alla matematica infinitesimale, dalla fisica come dinamica alla melodia infinita wagneriana, è dominato dalla tensione che è implicita nel suo simbolo fondamentale: lo spazio infinito.
Il contenuto simbolico diverso fa delle civiltà delle monadi destinate a non comprendersi, come due individui che parlano due lingue diverse, perché il contenuto simbolico sulle quali si fondano è diverso ed inconciliabile.
Un’ulteriore caratteristica, importante per la nostra trattazione specifica, è che la civiltà durante la sua fase di sviluppo è indissolubilmente legata alla terra ed al mondo contadino. E’ il mondo rurale, inteso come sinergia tra l’uomo ed il paesaggio, che fonda l’identità profonda di una civiltà. L’identità di una cultura passa dunque per il suo legame profondo con il mondo contadino. Questo legame si perde nel momento in cui la civiltà degenera in civilizzazione, caratterizzata quest’ultima da quel fenomeno dell’urbanesimo che porta alla costituzione delle 'cosmopoli', ossia la metropoli cosmopolita – che sia Babilonia o la New York attuale – nella quale l’uomo, come dice Spengler, ritorna ad essere un nomade, un nomade intellettuale privo di patria, perché privo di quella stanzialità necessaria al contadino per lavorare e vivere.
L’urbanesimo, quello che creando le grandi città trasforma le piccole città in provincia e quindi in definitiva in campagna, è dunque causa ed effetto della civilizzazione ed in quanto tale appartiene alla parabola discendente del ciclo di vita di una civiltà, rappresenta il suo tramonto.
All’urbanesimo è legato un altro problema fondamentale, fortemente sentito dal fascismo, che è quello demografico. L’uomo cosmopolita - perdendo il rapporto con la terra, con il sangue, in definitiva con la propria identità - tende ad estinguersi fisicamente, a non perpetuarsi nella discendenza.
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LA NASCITA DELL'IDEA.
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L’idea di organizzare un’Esposizione Universale prende forma tra l’aprile ed il giugno del 1935, con una prima proposta elaborata da Federico Pinna-Berchet fino alla proposta presentata ufficialmente da Bottai, come Governatore di Roma a Mussolini: Progetto di massima per un’Esposizione Universale a Roma. Tale proposta, se pur accettata e a cui fu dato seguito, non fu resa pubblica se non nel giugno del 1936, con la presentazione ufficiale della domanda al BIE e l’approvazione dello stesso. La concomitanza della presentazione e dell’approvazione dell’istanza, con la proclamazione dell’Impero avvenuta nemmeno un mese prima, ha sicuramente un voluto valore simbolico: l’Italia intende ormai proporsi al mondo come un Impero si, ma di pace e di civiltà.
La faccia truce del regime, che aggredendo l’Etiopia aveva messo a repentaglio i fragili equilibri europei in un momento in cui la Germania nazista appena nata non costituiva ancora un pericolo attuale, mutava, una volta portato a casa il risultato, in quella nuovamente diplomatica, se non proprio conciliante, volta a ricucire uno strappo con le potenze europee democratiche, Francia ed Inghilterra, che rischiava di essere pagato ad un prezzo troppo alto, sanzioni economiche in primis.
Tra le ragioni che spinsero il regime ad organizzare l’Esposizione ce ne furono dunque senz’altro alcune di ordine politico, quale il tentativo di recuperare un’immagine internazionale compromessa, e quello di ridare fiato ad un’economia provata dai sogni imperiali, attraverso la valuta estera e l’indotto che un tale evento poteva produrre.
Ma oltre a queste vi furono ragioni di ordine ideologico forse più importanti, da ricercare nell’evoluzione che la psicologia del personaggio Mussolini ebbe nel corso della metà degli anni trenta, e di cui ha dato conto ampiamente Renzo De Felice (Renzo De Felice, 1996, pag.320). Dopo la vittoria sull’Etiopia e la proclamazione dell’Impero, Mussolini iniziò a considerarsi infallibile e questo lo portò ad autocelebrare da se stesso il proprio mito. Conseguenza di questa inesorabile perdita del senso di realtà fu l’abbandono di quel realismo politico, spesso spregiudicato ma non esente da capacità mediative, che lo aveva condotto all’apice di quel successo politico in cui si trovava.
Ciò, il potere fine a se stesso, evidentemente non bastava a soddisfare l’ambizione dell’uomo, egli si sentiva investito di una missione.
In questi anni la riflessione di Mussolini attinse al pensiero di Spengler rivisitandolo però pro domo sua. La conoscenza del pensiero di Spengler da parte di Mussolini risale probabilmente al 1927-28. Con gli anni trenta come dice De Felice le suggestioni spengleriane si fecero in Mussolini numerose ed evidenti nella sostanza, quanto scarsi sono i riferimenti espliciti. Nel 1933 Mussolini uscì allo scoperto riguardo le sue affinità elettive con il pensatore tedesco, facendo tradurre il suo nuovo scritto 'Anni decisivi' in italiano, e recensendolo entusiasticamente sul Popolo d’Italia.
Il periodo che va dalla metà del 1936 alla metà del 1940 fu per Mussolini un periodo di molte letture e di meditazioni che sarebbero dovute culminare in uno scritto che non vide mai la luce: Europa 2000. Il tema spengleriano della crisi di civiltà che attanagliava l’Occidente lo occupava profondamente, crisi che per lui poteva essere superata solo gettando le basi di una nuova civiltà, che fosse in grado di abbattere il materialismo di cui bolscevismo e democrazia borghese costituivano due aspetti paritari, e che fosse per contro fondata su una visione spiritualistica e volontaristica della vita e della storia dei popoli, e che affondasse le sue radici nello spirito classico e nella romanità. La resurrezione dello spirito della romanità sarebbe dunque stato il fondamento di una nuova civiltà in grado di arrestare la fase di civilizzazione in cui l’Occidente naufragava.
L’assonanza spengleriana è evidente quanto però la distanza dal pensiero del tedesco, che vedeva civiltà antica e civiltà occidentale come non commensurabili perché fondate su un universo simbolico diverso.
Allora l’E42 come Olimpiade della Civiltà, la quale avrebbe creato qualcosa, con le sue stesse parole, 'destinato a rimanere nei secoli, con edifici che avranno le proporzioni di San Pietro e del Colosseo, il tutto dominato da un gigantesco arco romano' fa capire il grande significato ideologico e simbolico attribuito fin da subito alla manifestazione, e quale fosse la reale posta in gioco: una colossale rappresentazione in tutte le sue forme artistiche, scientifiche, sociali ed economiche, della civiltà italiana nella sua storia, e così come conclusa dal fascismo, quale vera erede della civiltà romana.
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DAL PROGETTO ESPOSIZIONE AL PROGETTO QUARTIERE.
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Torniamo alla successione degli eventi fondamentali e come in essa sia registrata, in poco più di due anni e mezzo, il prevalere del Progetto Quartiere, partito subordinato, sul Progetto Esposizione.
Abbiamo detto che la vicenda inizia ufficialmente nel giugno del 1935 con la presentazione di Bottai, in qualità di Governatore di Roma, di un Progetto di massima per un’Esposizione Universale a Roma, progetto elaborato sostanzialmente da Federico Pinna-Berchet, un tecnico esperto in fiere, che aveva ricoperto ruoli direzionali nell’organizzazione di importanti fiere in tutta Italia.
Il progetto viene sostanzialmente approvato ma non reso pubblico, e pur ancora nella sua genericità individua alcune caratteristiche fondamentali che la futura Esposizione avrebbe dovuto avere: il fine era quello di magnificare 27 secoli di civiltà italica pur essendo aperto a tutte le nazioni del mondo. In più, a differenza di manifestazioni simili, non si trattava di presentare prodotti industriali, ma soprattutto prodotti nobili dell’arte e della scienza, e ogni altro genere di attività umana.
Si individuava un’area di circa 250 ettari limitrofa all’abbazia delle Tre Fontane, che recava il vantaggio di essere disposta sulla direttrice che collegava Roma al mare, tale dunque da costituire il prodromo della futura espansione della città verso il mare. Inoltre più prosaicamente l’area era dotata di alcune infrastrutture, di acquedotto ed elettricità, ed era terreno agricolo espropriabile a basso costo. Sostanzialmente, dopo alcune indecisioni, sarebbe stata questa l’area scelta.
Sulla sistemazione dell’area si rimaneva ancora abbastanza sul vago, a parte la disposizione della necessità della redazione di un piano regolatore apposito. Il progetto comprendeva poi un piano finanziario che, sulla base di un confronto con l’avvenuta Fiera di Milano, prevedeva una spesa complessiva di 500 milioni di lire a fronte di entrate legate ai visitatori stimati in 20 milioni in un anno, durata inizialmente prevista, più le quote di partecipazione degli espositori e dei partecipanti, gestione di diritti vari, plus valore dei terreni, contributi vari, per un totale di entrate di 500 milioni. L’operazione sarebbe stata dunque in grado sostanzialmente di autofinanziarsi.
La domanda ufficiale di autorizzazione al BIE venne avanzata nel giugno del 1936, l’approvazione fu immediata e la data proposta fu quella del 1941-42 ventennale della marcia su Roma.
Nell’ottobre del 1936 fu nominato Cini, Commissario straordinario dell’Esposizione, la figura cioè che doveva rappresentare presso il BIE il Paese organizzatore, e garantire l’esecuzione degli impegni presi. Cini era un rappresentante di peso del mondo industriale speculativo, e quando venne la nomina a Commissario il suo nome girava come possibile successore di Beneduce alla presidenza dell’IRI.
Un primo documento interessante del nominato Commissario straordinario è un promemoria per Mussolini del novembre del 1936 intitolato Esposizione 1941 in cui lo stesso Cini prende posizione sulla idea di Esposizione divisa in tre parti, a favore invece di un’Esposizione che si svolgesse in due poli: l’area delle Tre Fontane e il Lido di Ostia. Interessante è come per Cini solo la zona del Lido avrebbe dovuto vedere il sorgere di costruzioni stabili, mentre l’area a ridosso della città avrebbe dovuto vedere il sorgere di costruzioni a carattere provvisorio, ad eccezione delle infrastrutture necessarie per la futura espansione.
Arriviamo al dicembre del 1936 con la promulgazione della Legge 2174 la quale istituì l’apposito Ente autonomo Esposizione Universale ed Internazionale di Roma con personalità giuridica e gestione propria alle dirette dipendenze del Capo del Governo.
La creazione di un Ente autonomo pubblico rappresentò una scelta originale rispetto alle modalità tradizionali di organizzazione di un’Esposizione, che ricorrevano o all’intervento diretto dello Stato tramite un ministero (Francia) o al ricorso ad una società privata (Belgio). Questa soluzione permise l’utilizzo di risorse pubbliche nell’operazione sia tramite finanziamenti che tramite comando di personale. La legge prevedeva che una volta espletati i suoi compiti istituzionali, chiusa cioè l’Esposizione, l’Ente sarebbe stato posto in liquidazione e l’attivo finale della gestione devoluto allo stato. Al vertice dell’Ente era posto un Presidente la cui carica coincideva con quella del Commissario straordinario, quindi ancora Vittorio Cini.
E’ del maggio del 1937 il Bilancio preventivo e la relazione illustrativa presentato a Mussolini in una riunione a Palazzo Venezia a cui parteciparono Cini, il Ministro delle Finanze, il Governatore di Roma Colonna, ed il Ministro delle comunicazioni. Nella relazione si ripercorre la storia del progetto ed alcune scelte cruciali. Si rammenta come inizialmente il bilancio fu impostato su un complesso di entrate per 500 milioni, delle quali però 300 milioni come contributo dello Stato, e su un corrispondente ammontare di spese per l’organizzazione ed il funzionamento della sola Esposizione, cioè per la creazione di opere e servizi provvisori, ad esclusione quindi delle opere permanenti che sarebbero state competenza dei altre amministrazioni, in primis il Governatorato di Roma.
Si fa quindi menzione dell’intervenuta superiore decisione di attribuire alla responsabilità dell’Ente la realizzazione delle opere permanenti, e quindi di incrementare il bilancio preventivo di ulteriori 450 milioni (costo di costruzione delle opere permanenti) tutti a carico dello Stato che portavano la spesa complessiva a 950 milioni ed il contributo dello Stato a 750 milioni. Le entrate proprie e di gestione dell’Ente erano preventivate per 200 milioni.
L’attribuzione dei compiti realizzativi delle opere permanenti all’Ente, piuttosto che ad altre amministrazioni dello Stato, segna un passaggio simbolico importante in quella affermazione del Progetto quartiere rispetto al Progetto Esposizione. L’Ente, ossia l’organizzazione, era dunque investita di un nuovo obiettivo paritario rispetto a quello istitutivo richiamato nella legge che lo aveva creato. Se un progetto è un insieme di attività interrelate proprie di un’organizzazione, finalizzate ad un obiettivo e quindi caratterizzate dalla temporaneità, l’organizzazione ora aveva due obiettivi espliciti e dunque due progetti, mentre fino ad allora il progetto quartiere poteva di fatto essere proprio di qualche altra organizzazione (Stato, Governatorato).
Se il bilancio preventivo rimane, se pur manifestazione di volontà, un atto interno lo Stato, sarebbe stato con il Programma di massima dell’Esposizione del giugno 1937, inviato da Cini alla segreteria del Duce, che il progetto Quartiere divenne l’obiettivo ufficiale dell’operazione quanto quello dell’Esposizione (Michele Vajuso, 2007, pag.61). L’Esposizione si sarebbe inaugurata il 21 aprile 1942, ricorrenza del natale di Roma, ricorrenza simbolica ben più profonda di quella del ventennale, prendendo dunque ormai la definizione sintetica di E42, e sarebbe durata complessivamente sei mesi.
Riguardo al contenuto si sarebbe differenziata da tutte le altre esposizioni dall’attenzione riposta ai contenuti spirituali e politici rispetto alle finalità essenzialmente economiche delle altre. Essa avrebbe rappresentato una gara di civiltà, con la specificazione che la civiltà si esprime in concrete realizzazioni, senza perdersi nell’astratto. La sottolineatura della civiltà che si esprime attraverso realizzazioni concrete, ed il successivo rimando ad uno stile fascista per le opere permanenti caratterizzato da criteri di grandiosità e monumentalità tale da esprimere il senso di Roma, ci fa comprendere come la necessità di rappresentare l’universo simbolico, proprio di quella nuova civiltà che il fascismo voleva creare, aveva trovato, almeno a livello programmatico, nell’architettura, piuttosto che nelle mostre, lo strumento principe.
Il Programma di massima del ’37 diede un’impostazione all’Esposizione che nel suo impianto fondamentale possiamo considerare definitiva. L’Esposizione era suddivisa in sette sezioni denominate Città:
- la prima sezione o Città italiana, rappresentava il cuore dell’Esposizione con i suoi edifici permanenti quali il Palazzo degli Uffici, dei Ricevimenti e dei Congressi, della Civiltà Italiana, quest’ultimo destinato al termine a divenire un Museo della civiltà italiana;
- la seconda sezione o Città delle nazioni era dove si sarebbe concentrato il massimo del contributo internazionale in 50 padiglioni stranieri;
- la terza sezione o Città dell’arte avrebbe avuto carattere nazionale ed internazionale, prevedendo 10 mostre tra cui quelle dell’arte antica, moderna, dell’architettura, del cinematografo, della avanguardie;
- la quarta sezione era la Città della scienza di preminenza italiana;
- la quinta sezione o Città dell’economia corporativa, solo italiana, sarebbe stata divisa in quartieri corrispondenti alla diverse corporazioni, industria, artigianato, agricoltura, commercio, ecc.;
- la sesta e la settima erano corrispondentemente la Città dell’Africa italiana e la Città degli Svaghi.
Mese cruciale, in questo processo di emersione del progetto Quartiere rispetto a quello Esposizione, sarebbe stato il dicembre del 1937 in cui avvennero alcune trasformazioni importanti nell’assetto organizzato dell’Ente che, considerato il legame intercorrente tra progetto, organizzazione ed obiettivo - ossia il progetto come un’insieme di attività interrelate e temporanee proprie di un’organizzazione finalizzate ad un obiettivo - significarono il cambio di direzione che l’organizzazione stava prendendo.
Fino al dicembre del ’37 infatti, l’organigramma dell’Ente prevedeva al di sotto delle figure apicali del Presidente, dei Vicepresidenti e del Segretario Generale, solo tre dipartimenti: la Direzione tecnica, poi denominata Direzione d’Esercizio, la Direzione amministrativa e finanziaria, i Servizi tecnici. Federico Pinna-Berchet che abbiamo visto nell’ottobre del 1936 lasciare il posto di Commissario straordinario a Cini, rientrò nell’operazione con il non marginale ruolo di direttore della Direzione tecnica. Non marginale perché in questo dipartimento si concentrava tutta l’attività progettuale dell’Esposizione: studio delle proposte e dei progetti, allestimento delle mostre, ospitalità, propaganda, concessioni, ecc.
Ecco allora che nel dicembre del ’37 la direzione d’Esercizio venne soppressa e smembrata in tanti servizi diversi, e dai Servizi tecnici fu separato il Servizio Architettura Parchi e Giardini. Contestualmente venne nominato Marcello Piacentini quale Sovrintendente ai SAPG, mentre Pinna-Berchet dopo un breve periodo in cui fu posto a capo del Servizio Organizzazione Mostre, fu relegato al ruolo di consulente.
Allora questo cambiamento all’interno dell’organigramma registra un’attenzione, un peso maggiore che da questo momento in poi si sarebbe attribuito all’obiettivo quartiere rispetto a quello Esposizione, dotando il primo di quello che oggi possiamo definire un Manager di progetto, ossia di un responsabile in grado di seguire il progetto trasversalmente in seno all’organizzazione che avrebbe dovuto realizzarlo, con poteri decisionali e gerarchici superiori a quelli propri delle normali linee di comando (Michele Vajuso, 2007, pag.24). Mentre il progetto quartiere trovava una sua compattezza organizzativa, il progetto Esposizione si frammentava in una serie di commissioni ordinatrici nelle quali confluivano soggetti esterni all’Ente.
La resa dei conti tra Pinna-Berchet e Cini avvenne con una relazione che il primo scrisse al secondo nel 5 gennaio 1939, in cui si sottolinea come la trasformazione dell’organigramma aveva rappresentato la concretizzazione della volontà di subordinare l’Esposizione alla realizzazione del Quartiere, quartiere nel quale per sua configurazione lo svolgersi della manifestazione sarebbe risultato scomodo e difficoltoso (Michele Vajuso, 2007, pag.52-53).
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LA MOSTRA DELLA CIVILTA' ITALIANA.
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Nell’ambito della Città Italiana la mostra della Civiltà italiana avrebbe dovuto rappresentare un riepilogo generale dell’intera Esposizione - destinata a rimanere permanente, in un contesto, quello del Palazzo della Civiltà, permanente anch’esso - e fu una delle poche che arrivò ad un alto livello di definizione: dai Lineamenti programmatici elaborati da Oppo, fino ai progetti di allestimento delle sale ad opera di Guerrini, La Padula e Romano. Nel ’38 fu costituita la commissione ordinatrice e alla fine del ’42 la mostra era completata.
E’ chiaro che su di essa si concentrava l’attenzione del regime e di Mussolini stesso, per la sua alta valenza simbolica. Essa avrebbe avuto il fine di rappresentare le caratteristiche di continuità dell’universo simbolico che si estendeva nel tempo dall’Italia fascista alla Romanità. La mostra si articolava in sei settori, alla cui definizione fu destinata per ognuno una sottocommissione: scienze, medioevo, Umanesimo e Rinascimento, dalla Controriforma a Napoleone, dal Risorgimento a Mussolini, Civiltà preromana e romana. La mostra si articolava in una scansione cronologica piano per piano, in discesa dall’attico, con la civiltà preromana e romana e via a scendere, evitando di tagliare in sezioni nette la storia italiana, presentata in modo da fare emergere gli aspetti costanti dello spirito e dell’azione del popolo italiano, e soprattutto la continuità di questo spirito con la Romanità.
Si intendeva dimostrare come Roma avesse infondato di sé la Civiltà italiana attraverso la continuità con la Chiesa cattolica fino al Fascismo, contribuendo a definire quelle che erano le caratteristiche dell’identità del popolo italiano con il culto della famiglia, della giustizia, il senso della religione, dell’onore, del dovere, dell’ordine, il culto della terra, lo spirito d’intraprendenza, il senso di umanità. Le sale destinate alla civiltà preromana e romana avrebbero compreso come materiale esposto fotografie, diapositive giganti, carte geografiche, calchi significativi, scritti; una sala sarebbe stata dedicata al solo Cesare, e la più grande di tutte all’Impero. La presenza a parte nell’ambito dell’Esposizione di una Mostra della romanità relegava la sezione romana a prologo nell’ambito della Mostra della Civiltà italiana, ma prologo importante per definirne le origini ed i confini dell’universo simbolico.
Dall’attico si passava al sesto piano con il Medioevo, nel quale emergeva la sala dedicata a Dante, sottolineando in essa come prevalente l’ideale della Romanità sognato da tutto il Medioevo.
Gentile presiedeva la sottocommissione sull’Umanesimo ed il Rinascimento, che si estendeva da Petrarca a Giordano Bruno, passando per Ariosto e Machiavelli e molti altri, e privilegiando nell’esposizione, accanto all’immancabile materiale iconografico, i testi.
Non è un caso che nel Settecento si mettesse in grande risalto la figura di Vico. Questi, oltre all’attenzione riposta nella storia di Roma, fu insieme ad Herder colui che in polemica con l’Illuminismo enfatizzò l’uomo storico, concreto, determinato dall’etnia e dalla cultura di appartenenza, rispetto all’uomo universale, astorico vagheggiato dai lumi: e questo è coerente con quella ispirazione spengleriana che sottolinea la specificità dell’identità di ogni singola civiltà rispetto alle altre. La sordina imposta ai secoli bui, dalla Controriforma a Napoleone, serviva ad inscenare quel crescendo dal secondo piano a quello terreno, che sarebbe andato dal Risorgimento alla guerra Etiopica e Mussolini. Ancora la centralità di Roma e del suo spirito nella rinascita del paese, dal Risorgimento a Mussolini, nel quale trovava il suo completamento.
Tutto chiaramente si concludeva con una sala Mussolini in cui giganteggiava una statua equestre del duce rivolta a guardare verso la campagna romana, quale orizzonte della futura espansione della città. Centrale fu anche il ruolo affidato alla sezione dedicata alle Scienze, sottolineando il ruolo innovativo che l’Italia, da Leonardo fino a Marconi, aveva ricoperto. Il tema della continuità tra saperi, scienza, arte e storia, il non dividersi in discipline settorializzate, che rappresenta la peculiarità distintiva della mostra nel suo articolarsi, era di stretta derivazione spengleriana, perché inerente quel concetto di fondamentale unità del contenuto simbolico posto alla base delle diverse forme in cui una civiltà si esprime.
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DISURBANAMENTO E CIVILIZZAZIONE.
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L’E42 ,con la scelta della sua localizzazione nella zona delle Tre Fontane, corrispondeva ad un orientamento territoriale preciso: il primo passo verso quella espansione di Roma verso il mare, la cui idea originaria era attribuibile a Mussolini stesso.
L’espansione di Roma verso il mare introduceva il concetto del disurbanamento, e l’ideologia spengleriana che lo sottintendeva.
Per Spengler agli albori di ogni civiltà c’è il divenire dell’uomo da predatore, il cacciatore o anche il pastore, ad agricoltore, e quindi rivolto alla trasformazione della natura. Alla base di ogni civiltà c’è dunque il legame che si viene a creare tra l’uomo ed il suolo in cui nasce ed in cui stanzia. Soltanto con la civilizzazione, con le sue città gigantesche, l’uomo torna a disprezzare queste sue radici spirituali e si stacca da esse. L’uomo civilizzato torna ad essere un nomade privo di patria, spiritualmente libero come il cacciatore ed il pastore. Inoltre la nascita delle megalopoli, sempre secondo Spengler, crea una differenza profonda, psichica, tra grande città e piccole città, tali che queste ultime vengono relegate al ruolo di provincia, divengono parte esse stesse della campagna.
In questo rapido collegamento tra concentrazione urbana e civilizzazione, quindi decadenza, c’è tutto il sostrato ideologico su cui si fondava l’imperativo fascista di sfollare la città. Si trattava infatti di capire come riportare l’uomo al suo rapporto con il suolo, quale modello concreto utilizzare.
Il più grande risultato in questo senso il regime lo aveva raggiunto con il programma di bonifica dell’agro pontino tra gli anni ’20 e ’30, cioè di un’area costituita da 75.000 ettari di dune e paludi poste tra i monti ed il mare a circa 70 Km a sud-est di Roma. Al fine della bonifica ci si rese conto che non bastavano le necessarie opere di bonifica (prosciugamento, rete di canali, strade interpoderali), ma che occorreva la creazione di un sistema di nuclei di urbanizzazione, cioè la creazione di un tessuto di urbanizzazione e una struttura sociale, capace di non disgregarsi di fronte all’alternativa dei modelli di vita urbana.
Fu dunque creato dal nulla un reticolo gerarchizzato (livelli gerarchici di centri urbani), di elementi insediativi, più o meno accentrati , che inteconnetteva il territorio, partendo dalle case sparse, e arrivava fino ai borghi e al capoluogo: una vera e propria armatura territoriale che nell’arco di dieci anni (1930-1940) avrebbe portato alla costruzione fisica e funzionale ex novo di un’intera provincia, anche se istituzionalmente già riconosciuta nel 1934. Questo successo del regime non poteva non fungere da modello di riferimento per il disurbanamento, e per l’integrazione tra città e territorio.
Adesso la scelta operata nel dicembre del 1936 di svolgere l’Esposizione nell’area delle Tre fontane sancì l’idea dell’espansione della capitale verso sud, lungo la direttrice Roma-mare, mettendo in crisi definitivamente il Piano regolatore del 1931.
Dopo alcuni anni di dibattito di giunse il 13 gennaio 1941 con delibera Governatoriale alla revisione del Piano del 1931, e allo studio di un nuovo piano di espansione della città, la Variante generale del 1942 al Piano Regolatore di Roma. L’Ufficio tecnico Governatoriale era affiancato da un comitato composto da Piacentini, Giovannoni ed Oppo.
Nel nuovo studio l’espansione della città si distendeva a ventaglio verso la costa e si integrava con le preesistenze naturali del corso del Tevere e della pineta di Castel Fusano. Il tessuto era diradato ma allo stesso tempo dotato di nodi conformati secondo ben definite aggregazioni edilizie poste all’intersezione delle principali direttrici. La nuova Grande Roma era connessa alla città Storica tramite la cerniera dell’Eur.
Si giunse il 29 ottobre 1941 alla presentazione al duce del lavoro attraverso un plastico in scala 1:500 in cui erano rappresentate le sistemazioni di duemila dei ventiseimila ettari previsti. Il piano del 41 operò un superamento del piano del 31 che attraverso la creazione dell’E42 e del primo tratto della via Imperiale costituirono le occasioni per impostare un nuovo modello di sviluppo che negava la forma a macchia d’olio, a favore di un sistema di sviluppo lineare progressivo intorno ad un asse centrale che avrebbe collegato piazza Venezia al mare passando per l’E42. Il nuovo disegno complessivo sarebbe stato quello di una cometa.
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IL PIANO DI MASSIMA DELL'APRILE 1937.
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Il 5 gennaio del 1937 veniva nominata la Commissione urbanistica per la redazione del Piano regolatore costituita da Piacentini, Pagano, Vietti, Rossi e Piccinato. L’8 aprile Mussolini approvò il progetto.
In tutti gli studi preparatori dei progettisti abbiamo alcune invarianti fondamentali: il lago artificiale atto a colmare un’area di grande dislivello, e la presenza di un asse principale con una porta principale verso Roma e una secondaria verso il mare.
Il Piano del ’37 contiene già a tutti gli effetti gli elementi che avrebbero costituito l’ossatura del piano definitivo: la via Imperiale come decumano maggiore vera spina dorsale dell’intervento.
Il terreno era collinoso e caratterizzato da tre dorsali che correvano parallele da est a ovest. Gli architetti sfruttarono le variazioni altimetriche (alture di 46 m e depressioni fino a 11 m) per progettare il grande parcheggio, il viadotto sopraelevato di accesso sulla vallata delle Tre Fontane, e per ricavare il Lago artificiale.
Il segno forte di tutto il piano era la via Imperiale. Essa era la strada a traffico veloce che attraversando il nuovo centro urbanistico avrebbe collegato Roma al mare per uno sviluppo totale di 27 Km. Sovrapassata su viadotto la Valle delle Tre Fontane, all’ingresso smistava il traffico: quello diretto al lido sottopassa e sovrapassa le strade trasversali interne. Nel primo tratto, quello della larghezza delle piazze monumentali, la via si manteneva in una specie di galleria artificiale aperta con porticati ai lati; oltre, la strada continuava scorrendo a cielo aperto in una larghissima sede più bassa del piano dei piazzali circostanti, raccordata con piani inclinati e con giardini e prati.
Procedendo lungo la via Imperiale si incontrava come primo edificio il Palazzo dei ricevimenti che fungeva da ingresso al complesso monumentale.
Proseguendo si accedeva alla piazza Axum dominata da un obelisco, alla destra della quale si apriva una spianata lungo un di cui lato era posto il Palazzo degli Uffici, mentre sulla sommità dell’altura era posto il Palazzo della civiltà italiana.
Sulla sinistra era posto il Teatro. Proseguendo sulla via Imperiale dopo la piazza Axum si giungeva alla piazza Imperiale sulla quale si affacciavano il Palazzo della scienza a destra, e i padiglioni provvisori dell’arte a sinistra.
Sempre sulla sinistra lungo un viale che giungeva ad una terrazza rotonda panoramica. Superiormente ad essa fino al lago era una vasta area destinata ai padiglioni degli Stati stranieri. Proseguendo lungo la via Imperiale si giungeva ad un vasto piazzale alberato sul quale sorgevano quattro edifici a torre destinati ad abitazioni.
Proseguendo ancora si giungeva al ponte sul lago accompagnato da due altri ponti modesti sulla sinistra che si appoggiavano ad un’isola artificiale.
Oltrepassato il lago si giungeva alla fontana ed al Palazzo della luce, oltre il quale come sfondo architettonico era posto un edificio curvo di notevole ampiezza, ed oltre la porta verso il mare.
A destra rispetto al lago il Parco dei divertimenti.
Gli ingressi principali erano cinque:
- la Porta Imperiale preceduto dai vasti parchi d’attesa;
- la Porta del Fiume presso il ponte della Magliana;
- la Porta del Lago verso il Parco dei divertimenti;
- la Porta del mare allo sbocco della via Imperiale verso il mare;
- uno sulla via Laurentina duplice perché presente anche uno secondario dal bosco di Eucalipti.
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IL PIANO DEFINITIVO DEL 1938.
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Dopo l’approvazione del piano dell’aprile del 1937, abbiamo il Programma di massima dell’Esposizione del giugno del 1937 che puntualizzava come le opere permanenti dell’E42 avessero dovuto evocare il sentimento del classico e del monumentale come atteggiamento dello spirito. L’architettura doveva dunque esprimere quell’universo simbolico specifico della nuova civiltà italiana, che non poteva che avere il suo nucleo ancora vivo e propulsore nella romanità: 'Il senso di Roma prevarrà'. Fu questo il monito di Cini e dietro di lui di Mussolini. Piacentini ricevette il messaggio esplicito ed iniziò un lavoro di traduzione concreta di queste indicazioni, soprattutto dopo la sua nomina a sovrintendente del SAPG. Sempre nel giugno del 1937 si apriva la stagione dei concorsi di progettazione con quello del Palazzo dei Ricevimenti e Congressi, i quali furono uno strumento di modifica del piano del ’37.
Il piano fu rielaborato per ben 22 volte in 26 riunioni. La revisione del piano era fondata su tre tematiche:
- portare la via Imperiale non più incassata a livello delle altre vie, e questo attraverso il completo sbancamento della dorsale centrale;
- sostituire con una serie di bacini a profilo geometrico il lago da giardino all’inglese;
- portare la griglia stradale ad una rigida ortogonalità.
Il tema della grande autostrada urbana fu dunque abbandonato a vantaggio di una soluzione ispirata ai grandi viali-giardino di matrice settecentesca.
Per quanto riguardava la sezione stradale il tratto centrale della via Imperiale raggiungeva una sezione di 104 metri per un tratto di 400 metri, con triplice sezione carrabile: quella per il traffico a scorrimento veloce di 18 metri e due complanari di 9 metri poste ad una quota leggermente superiore che immettevano il traffico nel quartiere. Tra le tre sedi raccordate con profonde scarpate di verde in cui erano collocate vasche di marmo pregiato con fontane luminose con soggetti mitologici in vetro, ed un largo percorso pedonale immerso in un’estesa fascia a prato ombreggiata da gruppi di pini e specchi d’acqua.
La via Imperiale incrociando la Piazza Imperiale generava il centro dell’Esposizione, e la manifestazione si ripartiva lungo i due assi trasversali alla piazza stessa: a sinistra la Città della Scienza collegata alla Città dell’Economia corporativa; a destra la Città dell’arte seguita dalle mostre dell’artigianato, dell’architettura, delle abitazioni, del giardino.
La Città delle Nazioni si articolava invece lungo la via Imperiale e sui bordi del lago.
Al di là del Lago le sezioni relative alle Terre Italiane oltremare e la Città degli svaghi.
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I CONCORSI.
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I 5 concorsi per i più importanti edifici e piazze del quartiere furono banditi ed espletati tra il giugno del 1937 ed il marzo del 1939. Dalle date si comprende come essi iniziarono ad essere banditi in un momento in cui i provvedimenti fondativi dell’E42 non avevano ancora concluso il loro iter.
Il sistema dei concorsi fu uno strumento fondamentale nelle mani di Piacentini per operare il passaggio dal piano del ’37 a quello definitivo del ’38.
Da una parte premiando i progetti più confacenti l’impianto monumentale che si intendeva dare al futuro quartiere. Dall’altra si trattava invece di operare una vera e propria scelta urbanistica tale da modificare il piano del ’37.
Infatti se nel piano del ’37 era privilegiato l’asse della via Imperiale sottolineato dai pieni dei grattacieli, la scelta delle aree su cui costruire gli edifici dei concorsi, trattandosi di aree periferiche rispetto all’asse centrale, spostava il peso verso l’area di accesso ed i bordi scaricando contestualmente la via Imperiale che veniva contornata dai padiglioni provvisori. Eclatante fu il caso del concorso per la piazza delle Forze armate che andava a costituire un fondale opposta a quello rappresentato dalla Chiesa tramite il grande decumano che le univa, decumano che nel piano del ’37 semplicemente non esisteva.
L’azione mediante i concorsi fu duplice:
- intanto nella formazione delle commissioni che vedevano in esse uomini dell’Ente o vicini a Piacentini (che presenziò egli stesso nei concorsi più importanti);
- l’art. II del bando che prevedeva la possibilità da parte dell’Ente di apportare tutte quelle varianti che avrebbe ritenuto opportune;
- l’art. X del bando che prevedeva la possibilità di ricorso ove ritenuto opportuno alla gara di II grado;
- a questi si aggiungeva la pratica degli ex equo che poneva i due vincitori, di solito lontani per logica compositiva, in una posizione bloccata, in cui aveva gioco forza l’Ente nel porsi come il vero progettista occulto.
La vicenda del Palazzo dei Congressi e dei Ricevimenti si svolse tra il 20 giugno del 1937 ed il febbraio del 1938 con l’esito finale del concorso di 2° grado che decretò vincitore Libera.
Edificio vinse perché adatto ad assolvere l’importante funzione di fondale al primo asse trasversale congiungente lo stesso Palazzo con quello della Civiltà italiana, il cardo massimo, cosa che non era in grado di assolvere il suo più temibile antagonista il progetto del gruppo di Terragni. Per quanto riguardava infatti il prospetto principale gli elementi fortemente caratterizzanti erano i particolari pilastri, frutto di tormentati studi, la cui soluzione finale fu quella di colonne stilizzate prive di capitello e base con forte rastremazione.
Per il concorso per il Palazzo della Civiltà italiana tenutosi tra il luglio e l’ottobre del 1937 vinse il progetto di Guerrini-La Padula- Romano contro l’alternativa più credibile di BBPR, e questo per la carica fortemente simbolica della sua immagine architettonica. La paradossalità del cubo gigantesco scavato dall’arco romano risultò essere eccessiva anche per la Commissione giudicatrice che non esitò a porvi mano richiedendo correzioni ai progettisti.
Il concorso per la Piazza imperiale si tenne tra il settembre ed il dicembre del 1937. La piazza avrebbe costituito il nucleo centrale dell’Esposizione e del futuro quartiere con dunque carattere di stabilità per gli edifici che la circondavano: il cinema teatro, il museo storico della scienza, il museo dell’arte contemporanea. Nel piano del ’37 la via Imperiale avrebbe attraversato la piazza incassata di 8 metri dividendola in due aree funzionalmente distinte: la Città della scienza e quella dell’arte.
La difficoltà progettuale era quella di conciliare l’idea di una piazza chiusa del tipo di quella antica, con una strada a scorrimento veloce che l’attraversava. Il dilemma fu superato riportando la via Imperiale a livello. Il primo premio fu assegnato dopo il concorso di 1° grado ex equo a Luigi Moretti e al gruppo formato da Fariello-Muratori-Quaroni. Questi se erano i progetti migliori erano anche quelli più lontani, il che consentiva come abbiamo detto all’Ente un maggiore potere decisionale. Similmente fu anche per il concorso per la piazza delle Forze Armate (ottobre 1937 e gennaio 1938) che vide lo svolgimento di un concorso di 2° grado conclusosi ex equo tra il gruppo G. Pollini - L. Figini e M. De Renzi, ed anche in questo caso si addivenne ad un progetto ibrido.
Per ultimo abbiamo il concorso del Palazzo dell’Acqua e della Luce bandito nel febbraio del 1939 che rappresenta un caso a sé perché ormai intervenuto quando il piano aveva assunto la sua forma definitiva, e perché si concluse senza un’aggiudicazione. Il Palazzo avrebbe dovuto rappresentare il fondale principale, entrando il relazione con l’arco a tutto sesto sovrastante la via Imperiale, che già nel dicembre del 1937 Piacentini comunicava a Cini essere la soluzione in fase di studio come immagine forte terminale. La forza scenografica che veniva richiesta contraddiceva con la realtà di un edificio che doveva comunque adempiere ad una funzione. Questo fu il motivo per cui il concorso si concluse in un nulla di fatto nonostante le più fantasiose soluzioni proposte.
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EPILOGO.
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Abbiamo lasciato il 1939 come l’anno cruciale con la defezione delle adesioni straniere.
Nel 1940 si decise ufficialmente per il rinvio dell’Esposizione e la sigla E42 fu sostituita da quella EUR.
Nel corso del 1941 si allontanava la speranza di poter inaugurare una manifestazione per il 1944 come si era pensato all’inizio della guerra, e si continuò nell’unico obiettivo concreto di portare a compimento le opere costruttive in corso.
Nel 1942 l’attività dell’Ente si limitò fondamentalmente alla conservazione di ciò che era stato realizzato.
Nel 1943 l’Ente fu trasferito in seno al Governatorato e la carica di Commissario e Presidente venne assunta dal Governatore di Roma, il passaggio di consegna sancì l’arresto definitivo dei lavori. Dopo l’8 settembre si narra di come la zona dell’Esposizione fosse diventata teatro di combattimenti e di occupazione dei tedeschi.
Delle 69 mostre nazionali erano stati elaborati 51 programma di massima e 16 particolareggiati.
I lavori di sistemazione dei terreni avevano riguardato movimenti di terra per 6 milioni di metri cubi. Strade, fognature e gallerie di servizio erano quasi completate, ed avanzata era la sistemazione dei parchi.
Dei 14 edifici di competenza dell’Ente erano stati ultimati il Palazzo degli Uffici, il Palazzo della Civiltà Italiana, il Palazzo del Ristorante Ufficiale e la Chiesa. Degli altri 9 era stato completato il rustico, Del teatro erano state completate le fondazioni.
Degli altri edifici a carico a terzi solo 8 erano giunti al 50% del rustico: i palazzi dell’INA, INFPS, Ministero LL.PP., Federazione proprietari di fabbricati, Mostra della Romanità, Agricoltura e bonifiche, Istituto Forestale, Ortogenesi.
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BIGLIOGRAFIA.
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Renzo De Felice, Mussolini il Duce – II Lo Stato totalitario 1936-1940, Torino 1996
Oswald Spengler, Il Tramonto dell’Occidente, Parma 2005
Michele Vajuso, E42 la gestione di un progetto complesso, Roma 2007
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