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Le interviste ai protagonisti di Via Rasella

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Recuperate su Internet, Le interviste ai protagonisti di Via Rasella rilasciate nel 1994 al regista Enzo Cicchino, sono un interessante documento per rivedere e ripensare a quei lontani fatti che portarono alla successiva rappresaglia delle Fosse Ardeatine. L'inchiesta 'Via Rasella - L'altra faccia delle Fosse Ardeatine' andò in onda sulla Rai nel programma Mixer di Giovanni Minoli; i brani qui riportati sono appunto degli adattamenti alle interviste originali.

Personalmente ciò che più mi ha lasciato esterrefatto è l'intervista a Bentivegna; ovviamente durante il colloquio nega qualunque responsabilità di qualunque tipo, dai morti civili al fatto che le truppe tedesche attaccate non fossero SS; indifferenza totale di fronte al fatto che dopo diversi attentati fatti dagli stessi verso tedeschi e fascisti, non ci fu nessuna forma di rappresaglia. Insomma tutto legittimo, purchè fare danni al nemico. Lo stesso definisce azioni militari degli attentati di qualunque forma fatti da uomini che militari non erano, infatti gli stessi vestivano abiti civili e per le leggi di guerra vigenti all'epoca (vedi Convenzioni dell'Aja e di Ginevra) erano da considerarsi in qualunque modo, tranne che militari e ovviamente e giustamente passabili per le armi in qualunque momento. Ma questi fondamentali aspetti sono stati volutamente omessi nelle varie descrizioni dell'episodio.
Le interviste ai protagonisti di Via Rasella
E' inoltre da tenere presente nella valutazione di questi fatti, definiti azioni di guerra, il fatto che non arrecavano danni rilevanti ai tedeschi, non servivano di certo alla causa alleata; anzi si mettevano in pericolo i civili presenti in zona, come poi successe, con una serie di vittime alle Fosse Ardeatine che proprio non avevano legame alcuno con la resistenza. Ma probabilmente era proprio lo scopo che si voleva raggiungere.

Leggete attentamente le risposte del personaggio in questione per valutare lo stesso, la situazione e soprattutto le affermazioni rilasciate per giustificare la legittimità dell'atto. Ma se tali tesi potrebbero anche essere da qualcuno giustificate e concepite, ulteriori affermazioni cadono davvero nel ridicolo e permettono di misurare appunto il Bentivegna: lo stesso ci racconta di un attacco della divisione Göring e di due battaglioni di Camicie Nere contro sei, dice sei partigiani con una mitragliatrice, appostati su un monte. E qui si ricade nella solita storiella di grandi battaglie sostenute da pochi partigiani contro forze corazzate, stuka, divisioni di granatieri tedeschi, addirittura con esiti vittoriosi. Veramente senza parole!

INCONTRO CON GIORGIO ANGELOZZI GARIBOLDI, IL DIFENSORE DELLA MEMORIA DEL PAPA PIO XII.

Giorgio Angelozzi Gariboldi, vaticanista, autore di molti volumi sulla storia della città di Roma durante l'ultimo conflitto mondiale e pubblicati dall'editore Mursia. Uomo affabile, fermo però nelle sue certezze, nate tutte da una ampia e veridica documentazione, ottenuta intervistando testimoni oculari germanici, come Eugen Dollman, e uomini della Santa Sede. L'ho intervistato nel suo studio dinanzi ad un immenso quadro dell'ottocento.

D.: A quale corpo militare appartenevano i soldati germanici coinvolti nell'attentato di Via Rasella? Erano SS?

R.: L'11esima Compagnia del Bozen SS coinvolta nell'attentato di Via Rasella non erano affatto SS. L'Undicesima, la Nona e la Decima Compagnia facevano parte di un Reggimento di Polizia Territoriale di altoatesini. Per lo più artigiani e contadini dell'Alto Adige, delle province di Belluno, di Trento e di Bolzano. Quando i tedeschi dopo l'8 settembre 1943 occuparono l'Alto Adige questi uomini furono richiamati - richiamati è un eufemismo per dire: furono costretti - ad arruolarsi in questo Reggimento di Polizia Territoriale detto Bozen Polizei Regiment. Erano perlopiù uomini anziani, non abituati né ad uccidere, ma neanche esercitati alle armi.
Dopo una breve permanenza a Bolzano e un trasferimento a Colle Isarco il 7 febbraio del 1944 furono trasferiti a Roma. La Nona Compagnia ebbe compiti di vigilanza dei Palazzi del Vaticano. La Decima Compagnia fu trasferita a vigilanza di depositi e di fortificazioni a sud di Roma, e l'11esima Compagnia che alloggiava nel Ministero degli Interni.
La definizione che fossero SS è incongrua... perché non avevano la divisa grigia delle SS, una divisa con le mostrine delle SS nel bavero, ma una divisa verde vivace, e quel giorno (marzo 23), come del resto tutti i giorni, tornavano da un'esercitazione di tiro presso l'allora Foro Mussolini (il Foro Italico di oggi). Gli ufficiali e sottufficiali, questi sì che erano di Germania e di Austria; disprezzavano questi tirolesi sia perché erano antinazisti, questo era intuito dagli ufficiali, sia perché non erano addestrati alle armi, e sia perché - e questo mi pare anche interessante sottolineare - erano ferventi cattolici, tanto è vero che quando stavano a Bolzano se venivano trovati nelle chiese, ed era proibito allora entrare nelle chiese, venivano obbligati a tornare in caserma sulle ginocchia.
Dunque questi del Bozen con le SS non avevano nulla a che fare. D'altra parte dopo gli anni che seguirono a questa tragica vicenda dell'uccisione dei loro commilitoni a Via Rasella questi uomini... quelli che sono rimasti di quel Battaglione, ormai anziani hanno commemorato sia i loro commilitoni, sia le vittime di Via Rasella, dove morirono anche sei civili e un bambino. Dopo una breve permanenza a Colle Isarco, il 7 febbraio furono trasferiti a Roma. Erano tre compagnie di 156 uomini ognuna. La Nona era a disposizione del Comando Tedesco per la vigilanza dei Palazzi Vaticani, la Decima dislocata a sud di Roma a guardia di fortificazioni, e l'11esima di cui parliamo era alloggiata nelle soffitte del Ministero degli Interni, di cui era preposta anche alla vigilanza.

D.: Veniamo a quel 23 marzo...

R.: Quel 23 marzo il Battaglione Bozen tornava come gli altri giorni, anzi, quel giorno terminava, le esercitazioni di tiro, e non era affatto addestrato alla guerriglia. Questi erano degli uomini perlopiù quarantenni o quarantacinquenni tutt'altro che militari, come volevano i loro ufficiali, e proprio per dare loro un aspetto più marziale, durante la marcia li obbligavano a cantare. Quindi i canti militari di questo Battaglione non erano affatto per provocare la popolazione o altro, erano imposti dai loro ufficiali che, come dicevo prima, li disprezzavano, anzi, li chiamavano teste di legno dell'Alto Adige, bastardi! o altri insulti di questo genere.
Tornavano dalle ultime esercitazioni di tiro presso il Foro Mussolini, ripeto non si trattava di addestramento alla guerriglia partigiana. Quel 23 marzo l'11esima Compagnia giunse a Via Rasella da Piazza di Spagna per recarsi a Via Quattro Fontane, e da Via Quattro Fontane al Ministero degli Interni dove era alloggiata.
Quando ci fu questo attentato, dieci chili di tritolo nel carretto della mondezza, maggiori furono le conseguenze, più devastanti, perché costoro portavano alla cintola delle bombe a mano. Dopo la deflagrazione, 26 caddero a terra uccisi, altri morirono all'ospedale... Subito dopo venne il Generale Mätzler Comandante della Città di Roma detto il Re di Roma, venne il Colonnello Dollmann che era l'Ufficiale di Collegamento tra il Generale Karl Wolff delle SS e il Feldmaresciallo Kesselring e intervenne anche il Console a Roma Möllhausen. Il Generale Mätzler voleva far saltare tutte le case di Via Rasella e del quartiere, con tutti gli occupanti dentro: 'Faccio saltare tutti per aria', e stava per far eseguire questo suo disegno folle quando venne fermato e dal Colonnello delle SS Dollmann, e dal Console Möllhausen.
Il Console Möllhausen a Roma fu redarguito da Mätzler che gli disse 'Lei non si deve occupare di queste cose', e allora il Console Möllhausen prese la macchina e corse all'Ambasciata per cercare di avvertire il Maresciallo Kesselring. Il Colonnello Dollmann invece più coraggiosamente disse al Generale Mätzler: 'Questo Signor Generale Lei non può... non lo può fare. Deve sentire gli ordini del Feldmaresciallo Kesselring'. Allora Mätzler cominciò un po' a calmarsi.
Tutti i fermati davanti a Palazzo Barberini, un centinaio di persone, furono portati al Ministero degli Interni. Fra questi c'era il nipote del Maresciallo Graziani, che si fece riconoscere e fu subito liberato e condotto alla sua abitazione proprio da una macchina tedesca.

D.: Il Vaticano come venne a sapere della possibile rappresaglia?

R.: Questa informazione giunse in Vaticano la mattina del 24 marzo, dove nelle prime ore, alle dieci e un quarto, un tale qualificatosi per Ingegner Ferrero del Governatorato telefonò, non venne, telefonò in Vaticano dicendo che a Via Rasella erano stati uccisi 26 tedeschi, che erano rimasti uccisi 6 italiani civili, che non si sapeva ancora delle contromisure tedesche, ma che era prevedibile, questa era una ipotesi, una previsione che ormai era sulla bocca di tutti - date le precedenti rappresaglie naziste - era prevedibile una rappresaglia da uno a dieci.
In un primo momento Hitler ordinò alle ore 17.00 di giorno 23, non appena informato una rappresaglia da uno a cinquanta. Alle ore 23.00 venne dal Comando Generale di Hitler nella Prussia orientale l'ordine definitivo da uno a dieci, e si riuscì a mitigare questa misura per l'intervento del Maresciallo Kesselring. E' vero pure che il Generale Von Mackensen della 14esima Armata chiamò in segreto il Colonnello Kappler, quando ancora non c'era l'ordine a Kappler che avrebbe dovuto lui eseguire la rappresaglia, e gli disse: 'Se l'ordine verrà impartito a me io fucilerò un numero inferiore di questi della rappresaglia ordinata da Hitler, un numero inferiore e solo i condannati a morte'. Kappler rimase un po' perplesso e disse: 'Per me sta bene, Signor Generale, però il rapporto sull'esecuzione della rappresaglia dovrà essere firmato da Lei, perché io non lo firmo', e questo accordo rimase segreto, si seppe poi alla fine della guerra di questo accordo fra Von Mackensene e Kappler. Si saprà poi - attraverso il processo - che l'ordine a Kappler di eseguire la rappresaglia venne la mattina del 24 marzo alle ore 12.00.
Kappler chiamò gli ufficiali delle SS perché gli ufficiali del Battaglione Bozen e i loro sottoposti militari si rifiutarono di eseguire quest'ordine. Il Maggiore Dobrick disse: 'Questi uomini non hanno mai sparato, non hanno mai sparato in campo di battaglia, figuriamoci se potrebbero essere capaci di sparare così, a sangue freddo', e allora l'ordine definitivo da Mätzler venne dato a Kappler come Comandante delle SS responsabile della Sicurezza a Roma. Kappler chiamò i suoi ufficiali e sottufficiali e disse loro: 'Dovremo eseguire la rappresaglia da uno a dieci, e l'ordine è del Führer. Chiunque dovesse obiettare o rifiutare sarà deferito al Tribunale delle SS e vi posso anticipare quello che già sapete, che la sentenza sarà di condanna a morte'.

D.: Il colonnello Dollmann, nelle sue memorie, afferma che aveva cercato di attuare un suo piano per impedire la strage delle Ardeatine... piano che non fu accolto.

R.: Dollmann mi ha raccontato questo piano ma che pecca di ingenuità, in quanto figuriamoci se un ordine di Hitler per un evento così grave, con quelle tragiche conseguenze per i militari tedeschi, poteva essere sospeso! Dollmann, e me l'ha raccontato, questo piano prevedeva una processione, un funerale per le vie di Roma delle vittime di via Rasella con i loro familiari, che dovevano essere trasportati dall'Alto Adige a Roma. Quattrocento chiese di Roma dovevano suonare le campane; alle ore 12 il maresciallo Kesserling doveva fare un discorso, ai romani, di pacificazione dopo, appunto, il funerale delle vittime di via Rasella. Il papa si doveva affacciare a S.Pietro e invitare alla pacificazione.
Tutto questo mi sembra un buon proposito ma, raccontato alla fine della guerra come proposito di Dollmann, pecca di ingenuità in quanto difficilmente, anzi, direi che era impossibile che un ordine di Hitler fosse procrastinato.
Mi pare che vittima delle Fosse Ardeatine fu anche qualche religioso... Anche un sacerdote morì alle Fosse Ardeatine: don Pappagallo. Era detenuto a via Tasso. Fu chiamato quella mattina dai tedeschi per essere portato alle Fosse Ardeatine con le mani legate a un altro detenuto di via Tasso che era un disertore austriaco: Joseph Reder. Durante il tragitto il sacerdote pregava e inspiegabilmente, prima di entrare nelle Fosse Ardeatine, riuscì a slegarsi e allora tutti gli vennero intorno: 'Ci benedica, padre', e ci fu un momento di grande confusione di questi poveretti, trattenuti a stento dalle SS, e anche le SS rimasero un po' sbigottite di questa situazione, e Reder riuscì a fuggire. Fu di nuovo preso dalle SS e riportato a via Tasso. E si salvò. In quel momento i tedeschi chiesero a... più che chiesero, misero da parte don Pappagallo, don Pietro Pappagallo, ma don Pappagallo disse che avrebbe voluto morire con i suoi compagni. E fu fucilato alle Fosse Ardeatine.

D.: Che rapporto c'era tra la popolazione romana e gli occupanti tedeschi?

R.: La popolazione romana viveva l'incubo dell'occupazione nazista. Odiava i tedeschi! Forse odiava più i fascisti che i tedeschi. La popolazione romana era stremata per la mancanza dei generi alimentari, viveva l'incubo delle retate improvvise nelle strade, retate intese a prendere gli uomini validi per il lavoro e trasportarli in Germania, e d'altra parte Hitler aveva detto: l'Italia poteva pure rompere l'alleanza ma doveva avvisare l'alleato, e la venuta di Mussolini, cioè il ritorno di Mussolini, e del governo della Repubblica Sociale di Salò servì a evitare maggiori tragedie e maggiori disastri, maggiore crudezza all'occupazione tedesca dell'Italia e anche di Roma.
E Goebbels aveva detto: 'Finché non c'era Mussolini avremmo potuto fare dell'Italia tabula rasa'. Questa era la situazione della Roma nazista.

D.: Poteva esserci un qualche progetto recondito negli attentatori di Via Rasella?

R.: Io ritengo che l'obiettivo degli attentatori di via Rasella fosse quello di provocare la reazione della popolazione romana, ma conseguente a una rappresaglia tedesca perché sennò non avrebbe avuto senso. La popolazione romana non dico che fosse indifferente, ma aveva problemi di alimentazione, paure per questi tedeschi che per le vie di Roma potevano da un momento all'altro, senza avvertire, trasportare in Germania uomini adatti al lavoro, e comunque la popolazione romana era stanca della guerra, non vedeva l'ora che arrivassero a Roma gli Alleati, non vedeva l'ora che finisse la guerra e quindi, nei confronti dei tedeschi, degli occupanti tedeschi, aveva un atteggiamento se non di tolleranza, neanche di forte insofferenza.

D.: Via Rasella potrebbe essere stata pensata quindi per spezzare questo strano equilibrio?

R.: Probabilmente gli attentatori speravano, dopo la bomba a via Rasella, di provocare una reazione violenta della popolazione romana. Ma fu tuttavia un calcolo sbagliato. Difficilmente la popolazione avrebbe potuto ribellarsi alla violenza dell'occupante nazista, non avendo nè gli strumenti, nè i mezzi militari.

D.: Dollmann disse che dopo l'attentato di via Rasella e la rappresaglia delle Ardeatine, l'odio a Roma si poteva tagliare col coltello.

R.: Mah, sicuramente dopo l'esecuzione feroce delle Fosse Ardeatine di 335 italiani, l'atteggiamento della popolazione romana nei confronti dei tedeschi doveva essere diverso ma non si può escludere, non posso escludere, anche delle critiche agli attentatori stessi di via Rasella, come abbiamo del resto poi appreso nei momenti successivi, anche dopo la Liberazione, delle polemiche scatenate da questo attentato di via Rasella, il problema se si dovevano presentare o meno, gli attentatori, se avessero avuto il coraggio di presentarsi, se i tedeschi avevano avvisato della rappresaglia, se l'avevano avvisato la notte e la mattina del 24 per radio, come è risultato dalle deposizioni del colonnello Dollmann e di un altro maggiore tedesco delle SS imputato con Kappler per questa strage delle Fosse Ardeatine.
Questi poi sono i problemi che sono venuti dopo, le considerazioni che sono venute dopo; le opinioni, le polemiche sul riconoscimento di atti di valore e di coraggio agli attentatori di via Rasella. Questo fa parte del dopo: in quel momento la popolazione romana desiderava la pace, la pace anche con i tedeschi in attesa dell'arrivo degli Alleati a Roma. Problemi, come dicevo, di alimentazione, paure per la possibilità delle retate per le strade: questa era la Roma del 1944 e quindi l'odio verso i tedeschi, certo, ma forse ancora di più l'odio verso i fascisti.

D.: Torniamo ora in Vaticano... a quella fatidica mattina del 24 marzo...

R.: Il 24 marzo 1944, la mattina, alle ore dieci e un quarto, un tale ingegner Ferrero non meglio identificato, del Governatorato di Roma, telefonò in Vaticano informando che ci sarebbe stata la rappresaglia per via Rasella, che erano morti 26 militari tedeschi e 6 civili italiani; che non erano previste le contromisure dei tedeschi; si poteva prevedere una rappresaglia da 1 a 10.
Che cosa fece il Vaticano? La Segreteria di Stato prese contatto immediatamente con l'Ambasciata di Germania presso la Santa Sede per attingere qualche informazione. Von Kessel, il ministro consigliere dell'Ambasciata, rispose in maniera elusiva, o perché non sapeva, o perché l'ordine della rappresaglia veniva da Hitler e quindi era un ordine ristretto al segreto delle alte gerarchie militari tedesche. Che la rappresaglia fosse non scontata, ma certamente prevedibile era un fatto; quindi anche il Vaticano si mosse per sapere, secondo i canali che aveva a disposizione. L'unico canale in quel momento efficiente era padre Pancrazio Pfeiffer il quale, essendo stato compagno di scuola del generale Melzer comandante la città di Roma, aveva la possibilità di avere qualche informazione sulla eventualità di una rappresaglia. Ma quella mattina del 24 marzo, tutti gli uffici e i comandi tedeschi erano chiusi ed erano chiusi pure a padre Pancrazio, il quale aveva da presentare al colonnello Kappler la domanda di grazia per il generale Simoni e non poté presentarla.
Anche Giulio Andreotti domandava notizie, quel giorno e il giorno precedente, notizie di un sarto, Gaetano Sepe, che poi fu ucciso alle Fosse Ardeatine. Niente trapelò della rappresaglia nazista. Kappler aveva dato ordine che quella mattina i familiari, che in genere portavano il mangiare ai loro parenti detenuti a via Tasso e a Regina Coeli, quella mattina non potettero comunicare con questi poveretti detenuti proprio per evitare qualsiasi possibilità di comunicazione dei detenuti con l'esterno, qualsiasi possibilità di fuga di notizie.
Rimane l'interrogativo: che cosa avrebbe potuto fare il Vaticano - interrogativo di carattere storico - a cui (che ho fatto un processo di natura storica in difesa proprio della memoria di papa Pio XII, proprio per questa vicenda delle Fosse Ardeatine) credo di poter rispondere con sicurezza. Se il papa Pio XII avesse saputo, sarebbe potuto intervenire? Rispondo: le possibilità del papa, le possibilità di Pio XII erano ridotte a zero. In altri momenti il papa si era adoperato, tramite padre Pancrazio, per salvare vite umane, presso i comandi tedeschi, anche presso Kappler. Ma in questo caso l'ordine definitivo della necessità della rappresaglia, che venne da Hitler il 23 marzo alle ore 23, era legge, sentenza e giustizia, secondo il principio hitleriano, quindi il papa non aveva nessuna possibilità.
Difatti, un mese prima, tentò di salvare un parroco di Berlino che era stato condannato a morte per disfattismo, perché aveva parlato male della Wehrmacht. Il papa si attivò subito presso l'Ambasciata tedesca, presso il nunzio apostolico a Berlino e fece arrivare questo suo intervento direttamente presso Hitler tramite monsignor Orsenigo, nunzio a Berlino. Ma Hitler ordinò la fucilazione di questo sacerdote.
Alcuni giorni dopo le Fosse Ardeatine e questo è un episodio che mi consta personalmente per aver parlato con il cardinale Traglia, decano del Sacro Collegio e in quel periodo reggente di Roma... Don Morosini doveva essere fucilato, come fu fucilato, a Forte Bravetta. Il papa fece l'impossibile per salvare la vita di don Morosini l'11 aprile, e si attivò tramite padre Pancrazio presso il maresciallo Kesserling, il maresciallo Kesserling telefonò a Hitler personalmente per informarlo di questo intervento di papa Pio XII per salvare don Morosini. Hitler, come seppe dell'intervento del pontefice, ordinò che fosse anticipata l'esecuzione di don Morosini.
Quindi: possibilità ridotte a zero. Possibilità ridotte a zero anche per l'odio di Hitler verso la Chiesa cattolica, inconciliabile, la religione cattolica, la religione cristiana, con l'idea e con l'ideologia del nazionalsocialismo. Hitler aveva progettato l'invasione del Vaticano; Kappler aveva predisposto un piano, il 20 dicembre, di invasione del Vaticano, dove erano nascosti non solo gli ebrei ma anche uomini politici che poi vennero alla ribalta dopo la guerra. Probabilmente Kappler aspettava un ordine da Hitler; forse avrebbe agito di sua volontà, come si seppe da un colloquio con un ufficiale del controspionaggio militare italiano con Kappler stesso, che disse a questo ufficiale: 'Io vado dentro il Vaticano, poi quello che è una disobbedienza diventa un premio, per Hitler, in questo caso'.
Il 20 dicembre 43, il comando germanico aveva apprestato ingenti riserve di gas nervini, probabilmente da usare contro la popolazione, che certamente solo in questo caso, forse in questo caso sicuramente, si sarebbe ribellata all'invasione del Vaticano. Un mese prima, padre Pancrazio, nella sua indagine infaticabile e generosa e coraggiosa presso i comandi tedeschi, un mese prima ebbe un colloquio con l'aiutante di campo del tenente colonnello Kappler, il tenente Erik Priebke, per sapere se le SS stavano per invadere gli istituti religiosi e anche il Vaticano; Priebke naturalmente negò questo, ma disse: 'Sappiamo che in Vaticano sono nascosti anche gli ebrei. Lo dica al papa'. E padre Pfeiffer, il 10 novembre 1943, ebbe un colloquio con papa Pio XII per riferire di questo avvertimento del tenente Priebke.

D.: Quale era il ricatto a cui Hitler sottoponeva il Vaticano?

R.: Hitler aveva progettato l'invasione del Vaticano, le SS avevano una riserva ingente di gas nervini. Non è da escludere, anzi, è da ipotizzare che un'eventuale invasione del Vaticano e una rivolta della popolazione romana a difesa della Chiesa cattolica e del papa, avrebbe provocato una strage di proporzioni gigantesche, di una drammaticità impensabile. Quindi il papa non aveva nessuna possibilità di intervenire, ammesso che avesse potuto sapere prima della rappresaglia, circostanza che un successivo processo durato 7 anni, processo che ci ha portato ad interrogare gli ultimi personaggi del regime nazista, come Dollmann, come Kappler e altri, ha escluso nella maniera più assoluta che il papa fosse venuto a conoscenza con certezza della rappresaglia nazista, che si è svolta nell'arco di tempo di 24 ore, in un arco di tempo imprevedibile per le stesse autorità tedesche, perché Hitler dal comando generale sollecitava continuamente il comando della 14ma Armata per avere notizie che la rappresaglia fosse stata eseguita.

INCONTRO CON ROSARIO BENTIVEGNA, L'UOMO CHE PORTO' IL CARRETTO CON LA BOMBA.

Devo essere onesto, ero un pò prevenuto quando ho incontrato Rosario Bentivegna, avevo sentito esprimere tanti complimenti poco garbati nei suoi confronti. Invece, nello stringer lui la mano, mi ha colpito per la sua malinconia, per quel suo profondo rammarico nel ricordarsi nel passato. Certo, si porta un macigno dentro ed ogni tanto deve rimirarselo con costernazione, terrore. Pur è vero, non ha mai affermato, o urlato ad alta voce, che se avesse potuto tornare indietro quel gesto non l'avrebbe compiuto. Ma io nei suoi occhi ho letto altre parole. Pentirsi. Non pentirsi. Chiedere scusa. D'altronde che potrebbe fare orami, tutto è stato. All'età sua si è obbligati ad essere in una posizione ufficiale. In una posizione che è della storia!
Se non avesse vissuto l'esperienza del pentimento come sarebbe potuto essere con me... così tragicamente umano. Che dolore, ascoltarlo. Lavorava ancora come medico legale, all'Inail, cercava di aiutare la povera gente come poteva, mi disse. Non dimentico... aveva poco più di vent'anni quando portò il diabolico carretto-bomba in Via Rasella di fronte a Palazzo Tittoni Era un gesto che gli fu ordinato, non nacque di sua iniziativa. Se un colpevole esiste, fu chi quell'ordine lo diede. Nella sua squadra dei GAP, i maggiori protagonisti erano dei ventenni. A vent'anni quante cose ho fatto anch'io e di cui mi pentirei amaramente se le avessi compiute sino in fondo.
Ero studente a Pisa ai tempi delle BR. Quante disgrazie accende la folle utopia della giustizia, quanti delitti si possono compiere a quella età per poi pentirsene amaramente. E se uno di questi - appena ieri - avesse portato alla morte di 400 persone che avrei fatto? E tu, lettore...? Potrà non essere condiviso ma è questo il mio punto di riflessione.
Quando ho intervistato Bentivegna ancora non sapevo poi, di uno strano episodio di cui - mesi dopo la strage delle Ardeatine - era stato protagonista... Tornava al suo reparto... Dei partigiani stavano fucilando alcuni tedeschi... quando lui... disperato... si è buttato davanti al plotone di esecuzione fermandolo 'Basta! basta!' ha urlato 'E' già corso troppo sangue... basta!' Riuscì davvero a convincerli quei suoi compagni che i tedeschi furono graziati!
Questo è il Rosario Bentivegna che voglio tener vivo nel ricordo. E' questo l'uomo che ho conosciuto in quel pomeriggio di marzo del 1994, quando ho incrociato la sua vita.

D.: Mi fa una cronaca dettagliata del preambolo dell'azione di Via Rasella?

R.: Beh, Via Rasella fu organizzata dal Comando Centrale dei G.A.P., che dipendevano direttamente da Giorgio Amendola, il quale partecipò all'elaborazione del piano insieme a Carlo Salinari e a Calamandrei, Franco Calamandrei, Manrio Fiorentini ed io. Avevamo studiato le cose in modo che l'attacco si potesse portare da due punti. Uno doveva essere il famoso carrettino che avrei dovuto gestire io e che avrebbe provocato la prima esplosione, il primo impatto con il reparto tedesco che avevamo deciso di attaccare, e l'altro doveva essere portato a termine da parte di un gruppo di quattro compagni che erano Silvio Serra, Raul Falcioni, mi pare che ci fosse anche Francesco... insomma, erano quattro compagni adesso non ricordo esattamente i nomi.
Praticamente i partecipanti all'azione erano, tra artificieri, combattenti veri e propri e situazioni di copertura circa 16 compagni, e c'era praticamente tutta la forza dei G.A.P. centrali che erano divisi in quattro G.A.P., c'era il mio G.A.P. che era il G.A.P. Pisacane, c'era un G.A.P. Gramsci, un G.A.P. Garibaldi e un G.A.P. Sorsi.
Noi... Io presi il carrettino, il carrettino era stato prelevato da Raul Falcioni nel deposito della Nettezza Urbana vicino al Colosseo e fu portato nella cantina di Via Marc'Aurelio 47, mi pare, dove noi avevamo il nostro rifugio e dove c'era la nostra santabarbara. Lì fu attrezzato da Giulio Cortini e la moglie, Laura Galloni, da me e da Carla Capponi, fu attrezzato e preparato per essere utilizzato com'era deciso che fosse utilizzato, e cioè ci furono disposti dentro una cassetta di metallo preparata dagli operai... dai compagni operai dell'Officina del Gas di Roma, una cassetta piuttosto grossa dentro cui erano stipati 12 Kg. di tritolo, 12 Kg. di tritolo con il detonatore.
Messa la cassetta in questo carrettino che, come ripeto, non è quello che appare nelle fotografie, ma è invece un carrettino a due bidoni. Avevamo utilizzato il bidone posteriore, tutto in metallo, e dentro questo vi era stata messa la cassetta, con altri spezzoni di ghisa, intorno ai quali erano stai messi sfusi altri 6 Kg. di tritolo, quindi un ordigno con grosse capacità dirompenti.
Io partii verso l'una da Via di Marc'Aurelio, dal nostro deposito che era nei pressi del Colosseo. Ero travestito da spazzino: camiciotto e cappello, che mi avevano procurato i compagni. Mi ero tolto gli occhiali per evitare che fossi riconosciuto, e mi sono avviato per il Colosseo verso Via Rasella, passando praticamente per Via dei Fori Imperiali, per il centro, poi salii su verso Via Nazionale, attraversai Via XXIV Maggio, passai di fronte al Palazzo del Quirinale, poi per Via del Quirinale giunsi fino a Via Quattro Fontane. Scesi in giù Via Quattro Fontane, nella direzione di Piazza Barberini quindi imboccai Via Rasella, sempre in discesa, e portai il carrettino al punto dove avevamo fissato che fosse disposto, cioè all'altezza di Palazzo Tittoni. Le dirò che la fatica era notevole perché il carrettino era molto pesante, e che era più faticoso in discesa che in salita, perché bisognava tenerlo fermo, non aveva freni, e quindi in qualche modo mi dovevo ingegnare a trattenerlo.
Disposto che fu il carrettino lì qualche minuto prima delle due, ho cominciato ad aspettare che arrivassero i Tedeschi. Intanto altri quattro compagni si erano disposti su Via del Boccaccio, perché l'azione era stata preparata in modo che l'attacco fosse condotto da due parti, dalla mia parte, e cioè dal mio carrettino, e dalla parte di Via del Boccaccio, all'angolo della quale c'era tra l'altro una caserma della P.A.I., (la Polizia dell'Africa Orientale Italiana, che faceva servizio di polizia in Roma. In quel periodo a Roma c'erano circa... io ho fatto il calcolo, che c'erano circa 18 diversi servizi di polizia, tra quelli politici, quelli militari e quelli correnti).
Questi quattro compagni erano Raul Falcioni, Silvio Serra, c'era Francesco Pulveri e c'era anche un altro compagno, adesso non mi ricordo chi era, dovevano venir fuori dopo l'esplosione del carrettino e buttare sul reparto quattro bombe da mortaio che, con una tecnica particolare che avevamo appreso attraverso gli artificieri che erano stati istruiti dagli Alleati e da questi mandati a noi, avevamo appreso a modificarle per poterle utilizzare come bombe a mano. Erano bombe da mortaio Brixia, da mortaio d'assalto, che contenevano circa 100 gr. di tritolo l'una.

D.: Chi era il vostro obiettivo bellico?

R.: Oggetto della nostra azione era l'XI° Compagnia del III° Battaglione dell'SS Polizei Regiment Bozen, un reggimento di cui facevano parte altoatesini di nazionalità germanica che era stato addestrato per azioni antiguerriglia. Infatti di questo reggimento il I° battaglione ha operato pesantemente nella zona di Fiume e dell'Istria, il II° battaglione ha operato molto pesantemente nel bellunese, con circa 80 azioni di rastrellamento, e ha al suo attivo anche le stragi di Falcade e della Valle del Biois, questo battaglione che operava a Roma aveva finito proprio il 23 marzo il periodo di addestramento alla lotta contro la guerriglia, e poi non fu portato più... L'XI° Compagnia non fu più portata all'attività antiguerriglia perché praticamente la mettemmo fuori combattimento.

D.: Come erano armati?

R.: Erano preceduti e seguiti da due moto-carrozzette con mitragliatrici pesanti, i soldati erano armati di machine-pistole che portavano sul ventre e proprio quel giorno (poiché i Tedeschi avevano avuto sentore che essendo il 23 marzo l'anniversario della Fondazione Fasci del 1919 sarebbe potuto accadere qualche cosa) gli ufficiali invitarono i soldati a marciare con il colpo in canna.
Questa compagnia in genere passava sempre con molta regolarità verso le due del pomeriggio, ed infatti noi la aspettavamo per le due. Quel giorno invece ritardarono, e pare che il ritardo non fosse occasionale, ma fosse dovuto proprio a questa preoccupazione che avevano i Tedeschi di quanto potesse accadere quel giorno a Roma, infatti avevano vietato anche una manifestazione pubblica dei repubblichini. Comunque arrivarono con circa due ore di ritardo. Io mi ero già fatto quell'oretta di strada nella quale poi, come accade, sono intercorsi fenomeni, incontri, momenti di fatica, momenti di spossatezza, preoccupazione, perché sa, girare con 18 chili di tritolo sotto l'occupazione nazista non era una cosa... quando bastava avere in tasca una copia di un giornaletto clandestino per poter essere fucilati...
Fui fermato, per esempio, da alcuni spazzini proprio sulla Piazza del Quirinale i quali mi dissero: 'Ma tu che fai da queste parti, tu non sei nel nostro giro', e io gli dissi 'Ma, sto facendo un carico di cemento', e questi mi risposero: 'Ma che carico di cemento, tu stai facendo la borsa nera, facci vedere i prosciutti!', e volevano scoperchiare il... La cosa mi preoccupò, tanto è vero che il compagno che mi faceva da scorta, Raul Falcioni, in quel momento si avvicinò a me per vedere se per caso non fosse opportuno che qualcuno intervenisse per darmi una mano, invece io li mandai a quel paese, 'Fatevi i cavoli vostri', gli dissi, e continuai a camminare, e questi mi lasciarono perdere, mi pigliarono un po' in giro, eccetera.
Poi ho continuato, mi sono messo lì sulla strada e ho aspettato, e questi non arrivavano. Ad un certo momento arrivò uno dei reparti di avanguardia che in genere passavano qualche minuto prima del grosso del reparto, una squadra di avanguardia. Passarono, e i miei compagni credettero che fosse il momento di prepararsi, per cui fui avvisato: 'Preparati che...', e io mi accesi la pipa che mi ero portato, tra l'altro c'era una scarsezza di tabacco enorme, perché le sigarette erano razionate, e io avevo caricato due sigarette dentro la pipa perché con la pipa era più facile poi l'accensione del cavo, era più semplice poter far innescare l'accensione della miccia. La miccia era una miccia a 50 secondi e quindi 50 cm. di lunghezza.
Quindi fui allarmato per lo meno due o tre volte, e questo creò una certa tensione, ma intanto i minuti, i quarti d'ora, le mezz'ore passavano, e siamo arrivati verso le due e mezza che i miei compagni mandarono ad avvertire... no, che dico le due e mezza, due e mezza, tre, tre e mezza. Alle tre e mezza Pasquale Balsamo mi passò vicino e mi disse: 'Guarda che se alle quattro non sono venuti ti pigli il carrettino e ce ne andiamo', e la cosa era anche più sgradevole.
Tuttavia accettai questa disposizione, però invece alle tre e tre quarti questi si fecero vivi, e c'era Cola, cioè Franco Calamandrei, che era appostato al punto da cui avevamo nei giorni precedenti verificato cronomentrando che il tempo di marcia sarebbe stato appunto di 50 secondi. Cola si tolse il cappello, era il segnale convenuto, io accesi la miccia e me ne andai.

D.: Ci fu da parte vostra un interessamento per salvaguardare la vita dei civili?

R.: Tra l'altro lì intorno c'era un soldato di Sanità perché in un palazzo nei dintorni c'era un posto della Croce Rossa, un soldato che entrava e usciva, nel momento in cui accesi la miccia dissi a questo: 'Guarda, vattene, perché qui tra poco succede un cataclisma', e lui se ne andò, capì e se ne andò. Poi mentre mi allontanavo c'erano degli operai che stavano su un camion vicino ad un palazzo poco più su, una decina di metri più su di Palazzo Tittoni, stavano facendo delle opere di ammodernamento, non so bene, anche a loro dissi: 'Via, andatevene perché qui tra poco con i Tedeschi succederà un macello', e pure questi scapparono.
E arrivai all'angolo di Via Rasella con Via Quattro Fontane, al punto in cui Via Rasella va ad affacciarsi sul giardino di Palazzo Barberini, e lì trovai Carla Capponi la quale mi mise sulle spalle un impermeabile e coprì il mio giubbotto da spazzino, in quel momento ci fu l'esplosione. Poi Carla ed io ci allontanammo, facemmo appena in tempo, perché, come ripeto, i Tedeschi aspettavano qualcosa. Proprio mentre noi passavamo uscì fuori da Palazzo Barberini una squadra di Guardie di Finanza che stesero immediatamente i cordoni. Carla ed io, con Pasquale Balsamo e un altro che mi facevano da scorta, ci avviammo verso Via Nazionale.
Impugnai la pistola per ogni evenienza, Carla aveva la sua pistola nella borsetta, io la impugnai nella tasca e ci avviammo verso Via Nazionale. Mentre mi allontanavo con Carla sentimmo esplodere i colpi delle bombe da mortaio che i nostri compagni in Via del Boccaccio scagliavano sul reparto, e subito dopo iniziò il crepitio della fucileria perché questi erano armati e risposero, cominciarono a sparare all'impazzata tutto intorno, verso le finestre, e quant'altro.

D.: Questo è l'episodio Via Rasella, ma affrontiamo ora il discorso in modo più ampio. Come è nato il fenomeno Resistenza a Roma?

R.: La Resistenza romana è stata piuttosto vivace, è una cosa che non si sa in giro, che è sottovalutata. Roma è una città particolare, perché per essere praticamente a 100 Km. dal fronte, che si era attestato a Cassino, e poi dopo lo sbarco ad Anzio addirittura a 50 Km., era piena di gente ed era piena di profughi. Era piena di gente che stava nascosta.
Il fenomeno romano è interessante soprattutto perché si distingue in due momenti che si intersecano. Da un lato c'è una resistenza passiva di massa eccezionale. I romani non hanno collaborato con i nazisti e nemmeno con i repubblichini, pochissimi. Dall'altro una resistenza che pur non essendo ancora militare era già attiva, una resistenza di solidarietà. Solidarietà piena, verso le centinaia di migliaia di persone che stavano nascoste: renitenti di leva, giovani che volevano sfuggire al servizio del lavoro, soldati e ufficiali sbandati, gerarchi fascisti che non volevano più collaborare con i repubblichini, prigionieri alleati, ebrei. C'era uno slogan allora, si diceva che mezza Roma nasconde l'altra metà. Questa direi che è la caratteristica fondamentale.
E poi c'era un'intensa attività politica di gruppi e di partiti che si organizzavano, che cominciavano a fare dei progetti per l'avvenire, che si incontravano, che creavano delle alleanze. Il Comitato di Liberazione Nazionale centrale era a Roma. Premetto che tra l'altro i nazisti non è che lasciassero in pace i romani, perché continuamente facevano razzie per le strade pigliando gli uomini validi e portandoseli al fronte per farsi costruire le difese laddove ritenevano che fosse per loro necessario.

D.: Appunto, chi erano e cosa rappresentavano per la fantasia dei romani, i Tedeschi?

R.: Ma, guardi, bisogna vedere le cose da due punti. Prima di tutto i Tedeschi a Roma non è che fossero molto simpatici nemmeno quando erano alleati. I romani non hanno mai fraternizzato con i Tedeschi. Ma soprattutto dopo l'occupazione, dopo la battaglia di San Paolo, i Tedeschi sono entrati dentro come conquistatori e avevano un obiettivo molto preciso, quello di fare di Roma un comodo snodo stradale e ferroviario, una città di retrovia nella quale poter far riposare e muovere liberamente le truppe.
Era una città di retrovia. In queste condizioni, tenga conto, tra l'altro, che Roma era sottoposta continuamente a bombardamenti proprio perché la presenza delle truppe tedesche era massiccia. Bombardamenti feroci, pesantissimi, non soltanto prima dell'8 settembre, ma anche dopo. Gli Alleati smisero di bombardare Roma il 17 marzo, cioè qualche giorno prima di Via Rasella; eppoi i Tedeschi, qualche giorno dopo Via Rasella, il 26 o 27 marzo, emisero un comunicato in cui continuavano a ripetere che avevano dovuto uccidere per rappresaglia i comunisti badogliani e che tuttavia avrebbero cercato di rispettare la città aperta, e questo in qualche misura successe, infatti i bombardamenti a Roma cessarono fino alla fine di maggio quando, in seguito alla rotta del fronte, i Tedeschi se ne fregarono e cominciarono a ripassare per la città.
I Tedeschi non erano graditi a Roma, non sono riusciti ad avere un rapporto con la popolazione romana e d'altro canto noi cominciammo subito dopo l'8 settembre ad attaccarli militarmente anche all'interno della città, pesantemente.

D.: Aveva già sentito parlare di Kappler, Dollmann, Meltzer e di tutti gli uomini che divennero famosi successivamente?

R.: Kappler e Dollmann mai, Meltzer sì perché era un Generale noto della Wehrmacht.

D.: Eravate a conoscenza del lavoro antipartigiano condotto dalla SS Polizei agli ordini di Kappler e dell'SD, il servizio segreto tedesco?

R.: Non particolarmente, per noi erano un corpo di polizia militare, facevano parte delle truppe occupanti, avevano una divisa, la divisa della Wehrmacht, ed era questo un titolo sufficiente per essere attaccati dai partigiani.

D.: Si è enfatizzato molto sul numero degli uomini formanti le SS, ma pare che fossero solo una settantina e che nelle loro file ci fossero anzi molti italiani.

R.: Guardi, che ci siano stati SS italiani lo so, e tra l'altro ci sono stati anche dei ragazzi che conoscevo, per i quali del resto posso testimoniare la piena buona fede, ma... io parlo dei combattenti naturalmente, dei combattenti della Repubblica di Salò, non certo di coloro i quali facevano i torturatori o gli infiltrati, che erano tutt'altra genia, dei sadici maledetti. Però io dei ragazzi che sono stati dall'altra parte e che erano stati anche miei amici ne ho conosciuti, e non ho certamente, né allora, ne oggi, niente nei loro confronti, proprio perché sapevo che questi tre qua che ho conosciuto, tre che ho conosciuto, erano i soli che ci credevano, e che non avrebbero mai fatto - come non hanno fatto - né i torturatori, né i massacratori, né altre cose di questo genere.

D.: Si è favoleggiato molto sul terrore degli occupanti, ma la caccia all'uomo qui a Roma colpì solo poche centinaia di persone, insomma troppo poco per parlare di una reazione cittadina. Pare che la città non avesse alcuna intenzione di insorgere contro i nazifascisti.

R.: Guardi, questo viene contraddetto con grande facilità. Si calcola che siano circa 4.000 i romani che sono passati per le carceri fasciste e naziste. Tenga conto che Roma è l'unica città d'Italia, e forse d'Europa, in cui è stato proibito l'uso della bicicletta sin dal dicembre. Roma è la città che ha avuto l'ora di coprifuoco più estesa di qualsiasi altra città italiana.
Eppoi insieme ai soldati italiani - noi - abbiamo cominciato a sparare contro i Tedeschi subito... (non dico noi per dire 'io', dico 'noi' per dire 'noi partigiani') non solo l'8 settembre del '43, o il 10 settembre quando c'è stata la battaglia di Porta San Paolo, ma anche dopo a Monterotondo e altrove. Le azioni contro i Tedeschi sono avvenute subito. Posso poi testimoniare che quando mi è capitato di sparare in mezzo alla strada a Roma - contro Tedeschi e contro fascisti - io sono stato aiutato e difeso dalla popolazione, la quale ha dirottato i miei inseguitori (perché a volte mi hanno inseguito lungamente) verso direzioni nelle quali non mi avrebbero potuto mai trovare, e che c'era roba da mangiare.
Pensi che i Tedeschi cominciarono inizialmente a puntare molto sulle taglie. Cioè, prima di arrivare alle rappresaglie (tipo quella delle Fosse Ardeatine) avevano messo su ciascuno degli autori di ciascuno degli atti di sabotaggio e degli atti di guerra compiuti nella città di Roma, delle taglie importantissime. Pensi che io solo avevo allora 1.850.000 lire di taglia, non tanto... non perché conoscessero me, perché non sapevano chi fossi, ma in riferimento alle diverse azioni che avevo fatto.
Nessuno, tranne Carlo Salinari, è stato catturato in seguito ad una delazione. Carlo Salinari sì, ma questo perché uno dei nostri tradì e passò nelle schiere dei repubblichini per salvarsi la pelle.

D.: Molti hanno pensato che la sigla GAP significasse Gruppi Armati Proletari, invece... comunque in che occasione furono costituiti, da chi erano formati, chi li comandava?

R.: Infatti non si chiamavano Gruppi Armati Proletari, ma Gruppi di Azione Patriottica. I membri erano scelti tra le diverse formazioni partigiane nell'ambito della città, selezionando quegli elementi che avevano dimostrato maggiore determinazione nel condurre le azioni e che sia per il loro passato che per la loro provenienza davano garanzia di essere persone severe, rigorose, attendibili, nei limiti delle possibilità umane, capaci anche di resistere alle torture qualora fossero stati arrestati.

D.: Certo vi è stato attribuito il nome di Gruppi Armati Proletari forse per un errore, ma in realtà, come estrazione sociale, i G.A.P. da chi erano formati?

R.: Eravamo in gran parte studenti, o intellettuali. C'erano tre o quattro che venivano... C'era un tassista, c'era Blasi che era un artigiano, ma che poi fu quello che tradì, c'era Francesco Pulveri che era un vecchio operaio dell'edilizia che però veniva dall'esperienza dell'emigrazione antifascista, era stato combattente in Spagna dalla parte dei repubblicani, era il più anziano di noi, tra l'altro. Noialtri eravamo intellettuali, studenti.

D.: In che occasione e perché nacquero i G.A.P.? Chi li comandava?

R.: Praticamente furono ideati da Alfio Marchini e preparati da Antonello Trombadori. Alfio Marchini è il Comandante militare della piazza partigiana di Roma e Antonello Trombadori che era uno dei dirigenti del Partito Comunista, uno dei dirigenti intellettuali del Partito Comunista. E fu Antonello Trombadori il primo a costruirli, a comandarli e a sceglierli. Ognuno di noi ha avuto lunghi colloqui con Antonello, senza sapere chi fosse. Seguivamo con grande scrupolo le regole della cospirazione, conoscevamo tutti solo per pseudonimo, non per nome. I GAP praticamente cominciarono a funzionare alla metà di ottobre, primi di novembre del 1943. Poi si consolidarono portando a termine delle azioni estremamente importanti come quella dell'Albergo Flora; o come quella che feci io stesso a Piazza Barberini. O come quella che portò a compimento Mario Fiorentini a Regina Coeli, che è stata una delle azioni più belle che sono state fatte a Roma. E poi tantissime altre.
I G.A.P. centrali erano quelli raccolti da tutte le zone della città, ma nella periferia si erano poi costituiti i G.A.P. di zona, i quali a loro volta svolgevano l'attività nelle loro zone e portavano all'azione non soltanto i G.A.P., ma anche le S.A.P., cioè le Squadre di Azione Patriottica in cui erano inquadrate tutte le forze partigiane.
Tenga conto che i partigiani comunisti, per esempio, erano circa 3.000, ed erano 3.000 persone organizzate e purtroppo non tutte armate, più o meno tutte hanno preso parte ad azioni di fuoco e ad azioni di sabotaggio ben individuate. Un'ultima cosa vorrei ricordare, ed è una cosa che diceva uno che di guerra partigiana se ne intendeva perché è stato prima il Comandante di Roma, poi di Bologna, poi ancora di Torino: cioè Giorgio Amendola... Secondo Giorgio Amendola, in quei 9 mesi in cui Roma ha fatto la Resistenza (tenga conto che la Resistenza romana è finita il 4 giugno del 1944, cioè perlomeno 10 mesi prima che finisse la Resistenza nelle altre zone del Paese) le azioni militari dei partigiani italiani romani sono state maggiori delle azioni militari dei partigiani di qualsiasi altra città d'Italia, cioè è una leggenda che i romani non abbiamo fatto niente. I romani hanno fatto, tanto è vero che i nazisti hanno duramente colpito la popolazione romana, e l'hanno colpita proprio perché resisteva, e l'hanno colpita con la fame prima di tutto, poi con razzie, con il coprifuoco! Ne è un esempio il fatto che non si poteva girare in bicicletta.

D.: Senta, qual era il programma politico delle vostre cellule combattenti?

R.: Ma, guardi, parlare di programma politico delle cellule è un po' vago. Io... le cellule si trasformavano tutte in S.A.P. Dalle S.A.P. vennero fuori i G.A.P. Il problema politico era uno: cacciare i Tedeschi e i Fascisti. L'obiettivo era la democrazia, una democrazia avanzata, la giustizia sociale, la libertà.

D.: A Roma il Colonnello Montezemolo aveva riunito un gruppo di ufficiali per organizzare un servizio informazioni a favore degli Alleati simile a quello di De Gaulle in Francia. Come mai i G.A.P. non sostennero questa iniziativa, ma la snobbarono completamente?

R.: Ma, guardi, i G.A.P. erano un reparto militare, e non potevano fare altro che quello che gli veniva comandato. I G.A.P. non hanno mai avuto un servizio informazioni. Io so che con il Colonnello Montezemolo collaborarono anche i servizi informazioni del Partito Comunista, ad esempio, ma era tutt'altra cosa.
Noi non avevamo una struttura che ci permettesse di avere un servizio informazioni. Ci venivano delle disposizioni di carattere militare e le eseguivamo. Ecco, io posso dirle, per esempio, che il servizio informazione - io ne ho avvicinato uno solo, questo di cui le sto raccontando - era gestito da un ex-ufficiale di Cavalleria torinese, che durante la Prima Guerra Mondiale aveva fatto anche il Capitano negli Arditi, che gestiva appunto uno dei servizi di informazione del Partito Comunista presso la IV° Zona ed aveva collegamenti diversi con molte strutture, anche con le strutture militari, con la struttura di Montezemolo ecc.
Fu preso dai Tedeschi nel gennaio del 1944, fu portato a Via Tasso e fu ucciso a calci. Insieme a lui fu arrestata, e non ne venne fuori una parola né da lui della sua collaboratrice, la professoressa - allora era una studentessa di medicina - la Prof. Carla Angelini, che oltre tutto era una mia carissima amica, una psichiatra, una nota psichiatra che adesso sarà pure in pensione, ....siamo diventati tutti vecchi.

D.: Oltre ai G.A.P., quali altri gruppi resistenziali esistevano a Roma, e com'erano formati?

R.: Ma, guardi, le formazioni... c'erano nei G.A.P. diverse formazioni. C'erano la formazione Giustizia e Libertà, le formazioni Matteottine del Partito Socialista, le formazioni Garibaldine del Partito Comunista, il Centro Militare di Montezemolo, Bandiera Rossa, che era una formazione comunista antipartito, loro erano una mescolanza di trotzkisti, poi si dicevano più stalinisti di noi, e quant'altro, c'erano le formazioni democristiane, le formazioni repubblicane, le formazioni dei cattolici comunisti che avevano le loro S.A.P. e avevano il loro G.A.P., cioè questo termine G.A.P. è il termine della squadra di, chiamiamoli così, combattenti di avanguardia, di arditi, li chiami come vuole, no, a cui venivano affidate le azioni più impegnative e più rischiose, ed erano per questo particolarmente selezionati.

D.: Qual era il tuo?

R.: Non so, il mio amico Valerio Perucchini, il mio compagno Valerio Perucchini era il Comandante del G.A.P. di Tor Pignattara, ed è stato fucilato alle Fosse Ardeatine. C'era anche Chiesa, Edoardo Chiesa, che era il Comandante del G.A.P. dei Cattolici Comunisti, e che è stato fucilato alle Fosse Ardeatine. Il G.A.P. non era... era un reparto di una formazione partigiana, così come lo era la S.A.P., appunto, come lo erano gli uffici informazione, come lo erano quelle che potremmo definire, non so, le salmerie, ecco, la parte organizzativa, ecc.

D.: Qual era il gruppo politico più consistente?

R.: Dal punto di vista dei combattenti senza dubbio Bandiera Rossa, i comunisti, il Partito d'Azione e il Centro Militare Clandestino. Questi erano i gruppi militari più consistenti. Dal punto di vista politico c'era anche la Democrazia Cristiana, c'erano i repubblicani e c'erano... Oh, poi, guardi che c'era una miriade di formazioni costituite da gruppi più o meno autonomi che svolgevano una loro guerra contro i Tedeschi senza avere collegamento con il Comitato di Liberazione Nazionale, e ce n'erano moltissime che spontaneamente sono sorte nei quartieri, nei paesini, e questa è la ragione per cui tra l'altro la Resistenza romana, malgrado quello che Lei ha ipotizzato inizialmente, è stata così ricca.
Non è vero che Roma sia stata una città che aspettava soltanto. Certo, c'erano anche quelli che aspettavano, ma c'erano anche quelli che aspettavano attivamente, voglio dire, e non tutti aspettavano attivamente militarmente, ma aspettavano attivamente anche attraverso un grosso movimento solidaristico. Per esempio, io mangiavo tutti i giorni o quasi, non proprio tutti, e non sempre abbondantemente, ma mangiavo perché me ne portavano. Quando io sono stato partigiano a Centocelle, per esempio, a Centocelle la popolazione era tutta con noi, tutta, completamente. Io sono stato subito dopo lo sbarco ad Anzio per un mese padrone della Borgata di Centocelle. Poi dopo sono arrivati i Tedeschi e hanno sbaraccato tutto, ci hanno ammazzato tutti i compagni, li hanno deportati e quant'altro.
Ma Lei lo sa - durante la Resistenza a Roma - quante centinaia di romani, quante migliaia di romani sono morti!? 1750 persone... non sono poche... a Roma e nel Lazio voglio dire, complessivamente, i romani non so, in particolare, ma solo a Porta San Paolo tra i soldati e la gente sono morte circa 650 persone. Però queste cose non le sa nessuno.

D.: Lei conta anche i 335 delle Fosse Ardeatine?

R.: Beh, nelle 1750 sì, però non conto tutti i deportati che non sono tornati, non conto i 1800 ebrei... i 1200 ebrei che non sono tornati perché tenga conto, tra l'altro, delle razzie; la gente portata via è stata qualche migliaio. Pensi alla razzia del Quadraro, alla razzia degli ebrei, in queste cifre non ci sono questi romani che sono stati portati via ai campi di concentramento e non sono più tornati.

D.: Senta, il 17 e 18 gennaio del 1944 Montezemolo e la sua organizzazione furono totalmente arrestati dalla polizia nazifascista. Si dice che ciò accadde perché si prevedevano delle azioni di disturbo contro i Tedeschi di passaggio nella capitale in concomitanza con lo sbarco di Anzio. E' vero?

R.: Guardi, io non avevo contatti con il Colonnello Montezemolo, e quindi non so esattamente che cosa avesse in mente di fare Montezemolo. Per quanto ci riguardava, il CLN aveva ipotizzato l'insurrezione di Roma, anche per le segnalazioni che aveva avuto dai Comandi Militari Alleati, tanto è vero che con lo sbarco di Anzio i G.A.P. centrali di cui io già facevo parte furono sciolti, e ognuno di noi fu mandato nelle zone della città per guidare l'insurrezione, e io fui mandato a Centocelle.

D.: I G.A.P. da chi ricevevano ordini?

R.: Dai loro comandanti.

D.: Si è detto da più parti che ricevessero ordini dagli Alleati.

R.: Certamente i nostri comandanti erano in collegamento con il Comando Alleato.

D.: Molti, più affermativamente, hanno detto che invece ricevessero ordini da Togliatti.

R.: Ma, questa è una delle immani cavolate che vengono dette. Lei tenga conto che Togliatti è sbarcato da Salerno dalla Russia il 24 marzo. Si è detto addirittura che Togliatti ha dato l'ordine di fare Via Rasella. Togliatti probabilmente manco sapeva che esisteva Via Rasella. Togliatti è tornato dalla Russia, stava in nave in giro per il Mediterraneo in attesa di poter sbarcare, ed è sbarcato il giorno in cui c'è stata la rappresaglia delle Fosse Ardeatine. Lei... io mi vorrei divertire, prima di crepare, mi vorrei divertire a scrivere tutto lo sciocchezzaio immane che è stato costruito su questa questione della Resistenza romana.

D.: Come ex-gappista Blasi testimoniò, al processo contro Kappler, di aver visto dalle mani di Calamandrei un ordine di esecuzione di Via Rasella siglato EE, cioè Ercoli. In quel caso, dietro l'ordine lui affermava di sicuro che ci fosse Togliatti.

R.: Guardi, nessun ordine scritto è stato mai emesso da una parte all'altra dei comandi della Resistenza, quanto meno a Roma. Secondo, torno a dirle, Togliatti quando... noi abbiamo cominciato a preparare l'azione di Via Rasella a febbraio, si figuri, poi per una serie di ragioni fu rimandata, poi la prendemmo in considerazione per marzo, la facemmo il 23 marzo perché quel giorno era l'anniversario dei Fasci e delle Corporazioni, ma Ercoli in quel giorno stava ancora navigando per il Mediterraneo.

D.: Beh, non per questo non poteva far venire un ordine.

R.: Per scritto o con le regie poste magari, mi faccia capire. Ma con che cosa lo poteva far venire l'ordine scritto firmato da lui? Ma è una colossale idiozia! Solo pensarla, una cosa di questo genere, significa non avere la più pallida idea di come vivevamo, di come viveva Roma, di come viveva l'Italia e di che cos'era l'Italia attraversata in su e in giù da due eserciti che si combattevano.

D.: Gli arresti delle organizzazioni resistenziali non comuniste avvenuti nella seconda metà di gennaio avvennero non solo per l'imprudenza delle stesse, ma anche per la delazione di uomini della Resistenza, che avevano tutto l'interesse a monopolizzare la struttura partigiana. Si disse che questi uomini delatori fossero comunisti.

R.: Questa è un'altra infamia che fa parte dello sciocchezzaio che ogni tanto viene fuori. Lei pensi soltanto al fatto che alle Fosse Ardeatine sono morti tanti comunisti anche importanti, voglio ricordarle Mallossi, ex-combattente in Spagna, voglio ricordarle il Prof. Gesmondo, che è stato anche Commissario Politico dei G.A.P.

D.: Tuttavia il massacro delle Ardeatine eliminò buona parte della Resistenza romana non comunista?

R.: Il massacro delle Ardeatine eliminò quella parte della Resistenza che stava in prigione.

D.: Ed era in buona parte non...

R.: Non comunista... in buona parte, certo, perché mica solo i comunisti hanno fatto la Resistenza. C'erano dentro comunisti, non comunisti, anticomunisti, perfino dei fascisti, guardi, perfino dei fascisti, e questo tra l'altro è un altro aspetto estremamente interessante, una delle ragioni per cui non sono d'accordo che la Resistenza sia stata una guerra civile, perché insieme a noi hanno combattuto anche elementi che venivano dal Partito Nazionale Fascista, e sono stati ammazzati come noi.

D.: Sì, però qualcuno ha detto che gli uomini non comunisti della Resistenza romana che sono stati uccisi alle Ardeatine erano in pratica dei futuri avversari fatti fuori in anticipo.

R.: Che vuole che Le dica? La gente si può inventare tutte le favole che preferisce, ma questa è soltanto una mascalzonata. E' soltanto una mascalzonata che del resto... nella mia lunga vita ormai ho visto ripercorrere tante volte spesso dalle stesse persone.

D.: Tuttavia per gli uomini della Repubblica di Salò e per i Tedeschi c'era una stretta omonimia tra partigiano e comunista. Come mai è nata questa leggenda?

R.: Guardi, questo faceva parte delle esigenze della propaganda nazifascista, ma comunque posso dirLe che quando i Tedeschi hanno parlato di noi a proposito dell'azione di Via Rasella e hanno parlato dei martiri delle Fosse Ardeatine hanno parlato di comunisti badogliani. Beh, noi eravamo comunisti badogliani.

D.: E non è una contraddizione?

R.: Beh no, in quel momento no. Non c'è nessuna contraddizione in questo. Tenga conto che noi avevamo l'obiettivo di cacciare i Tedeschi e di liquidare il Fasciamo. Questo voleva e ci aveva chiesto il governo legittimo, che era il Governo Badoglio, e questo noi facevamo.

D.: Proprio perché si rifà al governo legittimo di Badoglio, proprio per disposizione di questo pare che il CLN avrebbe dovuto progettare le azioni sotto il profilo politico, demandando invece al Comando Militare Clandestino il compito di guerriglia e di sabotaggio. Il Comando del Lazio era stato affidato dal Governo del Sud al Generale Quirino Armellini, però i G.A.P. boicottarono apertamente tutti gli ordini emanati da questo Generale.

R.: Guardi, torniamo alla definizione delle funzioni dei G.A.P. I G.A.P. non avevano funzioni politiche. Avevano solo funzioni militari. Nella realtà c'era un conflitto tra il CLN e Armellini, e il CLN non accettò mai di dipendere dal Generale Armellini, tanto è vero che aveva un suo Comando Militare, una sua Giunta Militare i cui comandanti, i cui rappresenti erano Bauer per il Partito d'Azione, Pertini per il Partito Socialista, Amendola per il Partito Comunista e mi pare Manlio Brosio per il Partito Liberale.

D.: Ma Armellini era l'uomo delegato dal Governo del Sud.

R.: Dal Governo a gestire le forze che facevano capo al Centro Militare. Ancora non c'era stata l'unificazione del Corpo Volontari della Libertà. Soltanto quando avverrà l'unificazione di tutte le forze partigiane nel Corpo dei Volontari della Libertà, che mi pare sia avvenuta qualche mese dopo, allora c'è stato un Comando unico ed era costituito da Cadorna, Parri e Longo.

D.: Ma allora Armellini che potere aveva?

R.: Era l'uomo ufficiale delle formazioni del Centro Militare. Non era l'uomo ufficiale del CLN, e c'era una certa conflittualità con il CLN, politica e anche militare, anche perché da parte del CLN... all'interno del CLN esistevano forti correnti attendistiche. L'attendismo era un particolare atteggiamento che avevano parecchie forze della Resistenza, e tuttavia c'erano anche prevalenti forze non attendistiche, e cioè quelle che volevano che si facesse l'insurrezione di Roma.
Tenga conto che Roma è l'unica capitale d'Europa che non ha avuto un'insurrezione e l'unica grande città italiana che non ha avuto un'insurrezione, e questo dipende dal fatto che probabilmente... certamente è dipeso da due fenomeni in particolare: il primo, il fatto che tra febbraio e giugno moltissimi gruppi partigiani hanno avuto fortissime perdite: la gran parte dei quadri, ma non solo dei quadri, e non solo non comunisti ma anche comunisti stava in carcere. Noi gappisti siamo andati in carcere un po' più tardi perché avevamo una maggiore disciplina cospirativa, gli altri ci sono andati un po' prima. Ora, questo ha indebolito fortemente le forze militari della Resistenza. Poi c'è stato un altro fatto, la spinta del Vaticano a fare in modo che Roma non insorgesse. Dietro questo ci sono una grande quantità di ragioni. Però Le assicuro che il 4 giugno, quando sono arrivati gli Alleati, arrivò l'ordine dal Governo di Salerno di lasciar andar via i Tedeschi senza attaccare.

D.: Roma fu proclamata città aperta. In seguito a questa decisione accettata e rispettata anche dai Tedeschi il Generale Armellini diede ordine che i partigiani si astenessero dal compiere attentati all'interno della capitale proprio per evitare che i comandi germanici si avvalessero del diritto di rappresaglia. I G.A.P. volutamente questo ordine lo ignorarono.

R.: Primo, Armellini non era in grado di dare ordini ai nostri. Secondo, è falso che i Tedeschi abbiano mai accettato la città aperta di Roma. Non è mai esistita. La città aperta di Roma è stata promulgata di iniziativa del Governo Badoglio dopo il secondo bombardamento di Roma del 14 agosto del 1943 e non è mai stata accettata né dai Tedeschi, né dagli Alleati, tanto è vero che i Tedeschi si sono serviti di Roma dove avevano comandi, dove avevano truppe e attraverso cui facevano passare per ferrovia o per strada le truppe che si muovevano da e per il Nord e per i vari fronti, e gli alleati bombardavano regolarmente Roma.
Le dico, soltanto dopo Via Rasella, ed esattamente tre o quattro giorni dopo - e c'è un comunicato germanico che io potrei citarle, mi pare che sia del 26 o del 27 - i Tedeschi dissero: 'Ci impegnammo a non usare più Roma come transito per le truppe alleate', e arrivarono a dire una cosa ridicola: 'I soldati germanici non potranno prendere più nemmeno il tram', ecco, si figuri un po' se era un problema che il soldato tedesco andasse da una parte all'altra di Roma in tram, poteva essere un fatto militare! Ma era un fatto militare il fatto che questi passassero per Roma, tant'è che noi abbiamo bruciato un deposito di carburante tedesco a Via Claudia, lo bruciò in particolare Carla Capponi.

D.: Tuttavia le azioni partigiane che avvenivano a Roma contro i Tedeschi da uomini importanti del Governo del Sud e del CLN venivano considerate illegali, azioni non lecite. Eravate consapevoli di queste contraddizioni?

R.: Guardi, anche questo è falso. Non è vero che queste azioni fossero considerate illegali o illecite. Da alcuni sono state considerate non opportune, che è un discorso completamente diverso. Ora, quello che ci veniva detto dal Governo del Sud, Badoglio, 'Bisogna colpire i Tedeschi comunque e dovunque', da Radio Londra, dalla Radio Libera dell'America, ci veniva detto soltanto: 'Colpite i Tedeschi dovunque e comunque', e questa era la parola d'ordine nostra. Questi fatti di cui Lei si sta facendo portavoce sono fatti inesistenti. Non è vero. La storia è ignorata da coloro che dicono cose di questo genere.

D.: Nonostante tutto, fino alla bomba di Via Rasella i G.A.P. avevano portato a termine già 14 attentati che provocarono diversi morti e dai quali non seguì - salvo in un caso - alcuna rappresaglia. Non fu proprio questa saldezza di nervi degli occupanti ed una certa indifferenza della città ad accendere l'animo dei G.A.P. al punto da progettare l'agguato di Via Rasella per dare uno scossone?

R.: No, questa è un'altra delle interpretazioni inattendibili. Noi ogni volta che ci ponevamo l'obiettivo di attaccare i Tedeschi li attaccavamo cercando di mettercela tutta. Qualche volta ci siamo riusciti, per esempio a Piazza Barberini, abbiamo fatto saltare un camion con dentro qualche decina di Tedeschi, o per esempio a Regina Coeli, o per esempio all'Hotel Flora. Però, Le dicevo, inizialmente i Tedeschi non ricorsero alla rappresaglia perché speravano di beccarci attraverso le taglie. Lei sa che c'era anche questo criterio, questo sistema. Lei sa che Celeste Di Porto, la famosa Pantera Nera, si vendeva ai suoi correligionari ebrei a 5.000 lire l'uno, 5.000 lire era anche una bella somma anche allora. E questo accadeva anche per noi.
L'azione che ha fatto saltare un deposito di macchine a Via Barberini ha comportato una taglia di 250.000 lire, e così via. Su ogni azione mettevano dei manifesti dicendo: '... azione..... diamo 250.000 lire a chi permette di...', e hanno fatto buca, e quello perché la popolazione non aveva nessuna voglia di collaborare con loro. Noi abbiamo fatto anche dei comizi in piazza, in mezzo alla gente. Non voglio parlare sempre di Centocelle, dove mi è capitato di vedere la gente che si radunava intorno a noi mentre facevamo i comizi e i soldati Tedeschi che si barricavano dentro un negozio abbassando una saracinesca, proprio in Piazza dei Mirti. Però, anche altrove, la gente ci proteggeva e ci difendeva sempre, regolarmente. Se non ci fosse stato questo ci avrebbero preso subito.

D.: Se dopo l'attentato di Via Rasella non ci fosse stata la rappresaglia come vi sareste comportati?

R.: Avremmo continuato a fare quello che abbiamo fatto, perché noi abbiamo continuato a fare azioni militari contro i Tedeschi anche dopo l'azione di Via Rasella. E tenga conto che qualche giorno dopo... no, qualche settimana dopo, anzi, l'azione di Via Rasella, il tradimento di Blasi ci ha mandato tutti in galera. Cioè, siamo rimasti in quattro fuori, e siamo stati dislocati nelle zone delle montagne intorno a Roma. I G.A.P. furono ricostituiti con elementi nuovi però arrivarono gli Alleati. Hanno fatto qualche azione ma non fecero in tempo ad entrare seriamente in combattimento.

D.: E gli uomini che finirono in galera che sorte ebbero?

R.: Furono condannati a morte. Furono condannati a morte e dovevano essere fucilati il 4 giugno. Furono messi sul camion il 4 giugno da Via Tasso e dovevano essere portati alla Storta. Il caso volle che il camion su cui stavano loro, che era il penultimo - Bozzi e gli altri che sono finiti alla Storta stavano in camion precedenti - il camion su cui stavano loro fu sabotato e il camion successivo, che era un camion delle SS, fece scendere questi qui, li rimandò dentro le prigioni di Via Tasso, e si presero loro il camion... Cioè, il camion delle SS fu sabotato, quindi questi che stavano sul penultimo camion furono rimandati nelle celle di Via Tasso e in questo modo si salvarono la pelle, ed erano Carlo Salinari, Luigino Pintor, Franco Ferri e altri.

D.: Ma da chi fu sabotato il camion delle SS?

R.: Questo non glielo so dire.

D.: Perché fu scelta proprio Via Rasella per l'attentato, e non un'altra strada?

R.: Perché era una strada sufficientemente deserta, sufficientemente stretta, che creava meno rischi per la popolazione.

D.: Perché fu scelto proprio il 23 marzo?

R.: Perché era l'anniversario dei Fasci di Combattimento, ma l'azione contro quel reparto, come ripeto, era già stata studiata e approntata anche al di là del 23 marzo. L'avremmo attaccato lo stesso.

D.: Da chi giunse l'ordine dell'agguato di Via Rasella?

R.: Dal comando dei G.A.P.

D.: Chi?

R.: Giorgio Amendola.

D.: Come mai non fu deciso di attaccare ad esempio un corteo fascista, visto che l'ordine di rinunciare alla manifestazione - quella fascista - per la città era giunto appena la sera del 22?

R.: Noi i fascisti li avevamo già attaccati in Via Tomacelli, ma non avevamo attaccato il corteo, perché non attaccavamo i civili, abbiamo attaccato un reparto della Guardia Nazionale Repubblicana che precedeva il corteo. Era il 10 marzo, cioè quando i fascisti si permisero di fare la commemorazione di Bassini. Attaccammo e distruggemmo questo reparto, lasciandone sul terreno parecchi...

D.: Ci fu una rappresaglia?

R.: No, non ci furono rappresaglie.

D.: Come mai?

R.: Ordine del Comando Tedesco: che i fascisti non uscissero più in pubblico perché i romani non li volevano vedere. Non solo, ma i fascisti per il 23 marzo avevano ipotizzato una grande manifestazione alla Piramide, e noi avremmo preparato un doppio attacco, uno alla Piramide e uno a Via Rasella. Quello della Piramide non poté più essere portato a termine - per questo ci avanzò il tritolo - perché i Tedeschi dettero l'ordine ai fascisti di non fare nessuna manifestazione pubblica.

D.: Si è insistito molte volte, ed anche Lei lo ha affermato in questa sede, che i Tedeschi uccisi in Via Rasella fossero delle SS, invece non è vero.

R.: Erano membri di un reggimento voluto da Himmler, tenuto a battesimo da Himmler - c'è una documentazione per questo - che si chiamava SS Polizei Regiment Bozen, cioè non erano SS come struttura politica organizzativa, però era un reggimento di polizia militare delle SS, e nel titolo del reggimento c'è proprio 'SS Bozen Regiment'.

D.: Guardi che erano uomini della polizia territoriale.

R.: No, è falso, falso.

D.: Gli uomini del Bozen erano di nazionalità italiana. Molti di essi avevano combattuto nell'Esercito Italiano in Russia.

R.: No, non è vero, erano di nazionalità germanica, e molti di loro avevano lottato per la nazionalità germanica prima... nel 1938 quando ci fu l'accordo sull'Alto Adige tra Mussolini e Hitler. Ma anche molti fascisti avevano combattuto nell'Esercito Italiano. Il fatto poi, che fossero italiani non aveva significato. Per noi avevano una divisa nemica, erano nemici. Cioè, anche i fascisti erano italiani, che ragionamento è? Certo, avevano fatto la guerra, stavano da una parte e dall'altra, ci siamo sparati, ci hanno ammazzato loro, li abbiamo fatti fuori noi, ci siamo sparati. Ma questa cosa è un'altra delle cose sciocche... un altro degli argomenti sciocchi che vengono tirati fuori. Che significava 'erano dell'Alto Adige'? E se fossero nati a Roma? Avevano la divisa tedesca, dei soldati tedeschi, stavano in un reggimento di polizia militare... territoriale, che significa territoriale? Certo, mica volavano, non erano mica uccellini. Territoriali un cavolo, questi erano... si stavano preparando a fare la guerriglia antipartigiana, come hanno fatto altri del loro stesso reggimento.
Le ho citato l'esperienza del II° Battaglione - perché questo era il III° Battaglione che si stava addestrando nelle operazioni antiguerriglia a Roma - quelli del II° Battaglione sono i responsabili delle stragi del Biois, di Falcade e di 80 rastrellamenti nel bellunese. Quelli del I° Battaglione sono responsabili di una quantità di stragi e di attività che non conosco peraltro, per cui non posso documentarmi, mentre quelli del II° sì, che hanno operato a Fiume, e io non credo che questi qui che operavano a Fiume e in Istria fossero tanto più teneri nei confronti degli slavi di quanto lo siano stati nei confronti degli italiani nel bellunese.

D.: Comunque voi avete colpito il battaglione più innocuo.

R.: Abbiamo colpito un battaglione il quale quel giorno - questo è stato... l'abbiamo saputo dopo, ovviamente - aveva finito le esercitazioni per essere impiegato nelle operazioni antiguerriglia probabilmente in questo senso, in questo senso probabilmente erano dei territoriali, perché dovevano fare delle azioni antiguerriglia.

D.: Durante l'esplosione della bomba morirono anche 7 civili, fra cui un bambino. E' stato il senso di colpa a far sì che ostinatamente da parte partigiana non si sia mai voluto ammettere che ci siano stati dei morti italiani eccetto i sud-tirolesi?

R.: Guardi, durante... con l'esplosione della bomba non è morto nessun italiano. Io ho fatto delle ricerche all'Anagrafe di Roma, e non risulta nessun italiano morto quel giorno per cause di guerra, mentre risultano quelli che sono morti il giorno dopo alle Fosse Ardeatine. Le dirò di più, no, perché il discorso va completato. Recentemente ho avuto testimonianza - credo che ne parli De Simone nel libro che sta uscendo in questi giorni, 'Roma Prigioniera' - che due persone sono state... due italiani sono... Robert Katz nel suo libro parla di un italiano, l'autista di Caruso, morto per una pallottola vagante il 23 marzo. Caruso era il Questore di Roma della polizia fascista romana. Il Prof.Starelli parla di due ragazzi, o un uomo e un vecchio, non è chiara la questione, che ha visto tra i cadaveri dei soldati tedeschi, e che possono essere stati uccisi successivamente in seguito alla reazione spropositata che i Tedeschi hanno avuto.

D.: Coloro...

R.: Aspetti. Un altro caso che mi è stato raccontato recentemente proprio da De Simone: sembra che ci sia al Verano la tomba di un ragazzo che è morto il 23 marzo, un garzone che è morto il 23 marzo in Via Rasella. Però di questi 7 di cui si parla nessuno ne ha mai parlato del nome e cognome e, torno a dirle, all'Anagrafe non sono registrati. Questi tre casi, io ho sentito delle testimonianze e non posso escluderli, ma certamente non sono stati colpiti dalle bombe partigiane.

D.: Beh, non lo può escludere, come fa ad escluderlo?

R.: Lo posso quasi escludere, perché non c'era nessuno sulla strada. Lo posso quasi escludere. Sa, Lei tenga conto che Roma non era una città affollata in quell'epoca. Tenga conto che, beh, insomma, era una città semideserta.

D.: Che ruolo ebbe Antonio Rezza?

R.: Nessuno.

D.: E la sua nipotina?

R.: Nessuno.

D.: Lei conosce il libro di Giorgio Rossi?

R.: Sì, ma la questione della partecipazione di Antonio Rezza è pura fantasia romanzistica. Toto Rezza è stato un partigiano gappista che ha fatto parte dei G.A.P di zona, non ha mai fatto parte dei G.A.P. centrali, che è venuto anche con me una volta al FUOP (?), e che poi non fu accolto nei G.A.P. centrali, o soltanto marginalmente, e che poi invece è morto in combattimento sul fronte di Alfonsine, nella battaglia di Alfonsine, insieme ad un altro nostro compagno, Silvio Serra, che invece era della sede.

D.: Come mai si fa tanto mistero sugli uomini che nel complesso hanno partecipato all'azione di Via Rasella?

R.: Nessuno ha fatto mistero, soltanto che si è voluto creare l'uomo-simbolo, e purtroppo l'uomo-simbolo sono io. Dico purtroppo per quanto riguarda il costo che ho pagato nella mia vita per questo fatto, non perché io abbia qualsiasi preoccupazione nel ritenere che Via Rasella non fosse giusto farla o che comunque non dovesse essere fatta la Resistenza anche militare, l'esempio che Le ho portato chiacchierando, della vespa che punge e mi fa un pomfo, e delle cento vespe che invece mi ammazzano, è quello che significava la Resistenza.

D.: E' detto da molti che diversi uomini che hanno fatto parte del gruppo di Via Rasella poi sono stati arrestati dai fascisti e sono passati armi e bagagli all'altra parte.

R.: No, questo è stato vero solo per Guglielmo Blasi, il quale però non è stato arrestato come antifascista. La storia di Guglielmo Blasi è molto più pesante. Guglielmo Blasi - e questo noi non lo sapevamo, e il Comando non lo sapeva - era un pregiudicato, ed è stato beccato mentre con documenti tedeschi falsi che noi avevamo, e con una pistola in tasca, di notte stava svaligiando un negozio. Fu preso e non aveva scampo, era condannato a morte, e allora lui disse: 'Alt, Signori, io sono uno di quelli che hanno fatto l'azione di Via Rasella,' - ed era vero, c'era stato anche lui - 'Se voi mi salvate la pelle, io vi faccio arrestare... Spartaco, Cola e quant'altri', e li fece arrestare. Di più, fece arrestare una quantità notevole di compagni perché tra l'altro lui era stato tra i G.A.P. della VI° Zona, che era quella che gravitava intorno a San Giovanni, e fece arrestare una quantità di compagni, e pare che partecipasse anche all'azione in cui trovò la morte Colorni, però poi lui è stato nella banda Koch, e anche nelle altre. Però è l'unico che è passato dall'altra parte.

D.: Gli uomini del CLN come considerarono l'attentato di Via Rasella, o l'azione di Via Rasella?

R.: Ma, guardi, ci sono state opinioni difformi. Amendola l'aveva raccontato molto bene. Da parte della Democrazia Cristiana ci sono state delle riserve, da parte dei liberali anche, meno e certamente no da parte dei socialisti e da parte del Partito d'Azione. Tra l'altro Giorgio Amendola raccontava che subito dopo l'azione di Via Rasella lui doveva avere una riunione del CLN con De Gasperi, al Palazzo di Propaganda Fide, quindi a pochi metri da Via Rasella, in Piazza di Spagna, De Gasperi gli disse: 'Ho sentito un botto. Siete stati voi?', e la cosa finì lì.

D.: La cittadinanza romana fu concorde nel deplorare la strage, e perfino il giornale antifascista 'Italia Nuova' la ritenne insensata.

R.: Se Lei parla di strage penso che si riferisca alla strage delle Ardeatine.

D.: No, si riferisce a Via Rasella.

R.: Bene, chi dice che Via Rasella è stata una strage - non posso dire le parolacce per televisione - è quanto meno uno sciocco. Via Rasella è stata un'azione di combattimento regolata, indetta e portata avanti da combattenti regolari che per quella azione sono stati decorati al Valor Militare. Quella azione ha comportato anche dei riconoscimenti da parte del Parlamento del Governo Italiano quando in qualche occasione qualcuno si è permesso di intervenire.
Quell'azione ha provocato da parte di alcuni familiari, di 5 familiari, 6... 5 familiari dei 335 martiri delle Fosse Ardeatine un'azione giudiziaria. Il Tribunale di Roma, la Corte d'Appello di Roma, la Cassazione a sezioni riunite riconoscono la legittimità dell'atto di guerra di Via Rasella, riconoscono la legittimità dell'azione svolta dai partigiani e addirittura, in Corte d'Appello e in Tribunale, ci sono motivi di elogio nei confronti dei partigiani che hanno condotto quell'azione. Ovviamente la Cassazione si è limitata a dare una risposta di carattere giuridico.

D.: Io ho parlato con molti ebrei e anche con molti familiari delle vittime. Deplorano decisamente l'azione di Via Rasella.

R.: Non lo metto in dubbio, però ci sono molti altri che non la deplorano, tanto è vero che Lei sa probabilmente che il 1° marzo di quest'anno, proprio sulla base di un'iniziativa presa da un gruppo di ebrei romani, io ho partecipato con dei discorsi ad un dibattito su Via Rasella a cui ha aderito anche la Comunità Israelitica di Roma.

D.: Che vi aspettavate che potesse accadere dopo i 33 morti dell'attentato? Che i Tedeschi avessero rinunciato alla rappresaglia come nei 13 casi precedenti?

R.: A prescindere dal fatto che noi questo problema non ce lo siamo posto: noi non ci aspettavamo né che facessero la rappresaglia, né che non la facessero. Sapevamo comunque che se avessero fatto una rappresaglia avrebbero subito, oltre la sconfitta militare che avevano subito in Via Rasella, anche una sconfitta politica - come è stato - gravissima. Ma c'è di più. Il problema della rappresaglia noi ce lo siamo posto al principio, e non solo noi. Tutte le Resistenze di tutta l'Europa - Francia, Belgio, Norvegia, Olanda, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Russia, Polonia, il problema della rappresaglia ce l'avevano ben presente.
Ecco, il discorso era questo: dovevamo accettare il ricatto? Noi ci siamo risposti di no, e sapevamo che queste azioni che noi portavamo a termine avrebbero potuto comportare delle rappresaglie. C'é di più: quando si dice, come dicono molti che non sanno bene come vanno le cose, 'ma non doveva essere fatta in città, doveva essere fatta fuori dalla città', io invito coloro che dicono questo a farsi una passeggiata a 60 Km. da Roma, sul Monte Tancia, sopra Poggio Catino. Sul Monte Tancia c'era una brigata partigiana che ha combattuto duramente contro i Tedeschi e che è stata sconfitta, in cui la maggioranza dei partigiani si è salvata la pelle perché 6 ragazzi, uno dei quali era un compagno che aveva fatto parte dei G.A.P. centrali, 6 ragazzi con una mitragliatrice si sono messi sulla cima del monte e hanno contenuto l'attacco della divisione Göring e di due battaglioni di Camicie Nere. Sono morti con la mitragliatrice.
Poi sono arrivati i Tedeschi e hanno scannato come vitelli una trentina di persone, donne, bambini e vecchi perché, visto che avevano ammazzato i partigiani, non c'era più nessuno.

D.: Si è detto molte volte che la notte tra il 23 e il 24 marzo, cioè prima che fosse compiuta la rappresaglia delle Ardeatine, Pietro Koch riuscì a catturare Franco Calamandrei, che però fu rilasciato perché non si riuscì ad identificarlo. Inoltre Pietro Koch riuscì a sapere anche il nome di battaglia di chi aveva acceso la miccia della bomba di Via Rasella. Come si sono svolti i fatti e quella notte come l'avete vissuta?

R.: Guardi, questa è una cosa che io per la verità tra le tante sciocchezze... dello sciocchezzaio intorno a Via Rasella questa cosa non l'avevo sentita mai. Calamandrei non fu arrestato quella notte, e i Tedeschi e i fascisti fino a quando non presero Blasi non capirono mai com'era avvenuta l'azione di Via Rasella. Non l'hanno mai capito. Hanno parlato di bombe di mortaio sparate dal Quirinale, hanno parlato di un ordigno lasciato cadere da una finestra di Palazzo Tittoni, hanno parlato di tutto ma non hanno mai saputo come è avvenuta la dinamica di Via Rasella. Gliel'ha raccontato Blasi, e Blasi poté dire soltanto il mio pseudonimo perché non sapeva come mi chiamavo, e disse che era Paolo, studente in medicina. Però fece arrestare Calamandrei e Salinari, tanto è vero che Koch pagò un milione di lire a quelli che avevano arrestato Salinari e poi disse a Salinari: 'Ecco, c'è pronto un milione per te se mi dici chi è Paolo', se mi dici chi è Paolo, non come prenderlo. E Salinari gli sputò in faccia, e poi lo pestarono. Lo pestarono di botte, lo massacrarono Carlo.

D.: Quand'è che fu arrestato Blasi?

R.: Blasi è stato arrestato... Blasi è stato preso dai Tedeschi verso la fine di aprile, i primi di maggio, non mi ricordo... verso la fine di aprile. Poi, dopo prese contatto con il Questore Caruso al quale raccontò tra l'altro, per farsi credito... che noi stavamo preparando un attacco alla sua abitazione, che sapevamo gli orari, dove mangiava, dove usciva, con chi andava, ecc. ecc... Blasi era uno di quelli che con noi aveva fatto questa azione di individuazione e di studio per eliminare questo personaggio terribile. Ora, questa cosa gli dette credito.
Poi Calamandrei, arrestato insieme a Salinari, fu portato alla Pensione Iaccarino in Via Romagna, evidentemente non era ben sorvegliata perché riuscì a scappare dalla finestra del bagno. Così venne ad avvertire il Comando: 'Badate che Blasi ha tradito' disse, perché Blasi, quando si è presentato da Salinari e dagli altri compagni che poi ha fatto arrestare, Raul Falcioni, Duilio Rigioni... si è presentato come uno che era riuscito a farla franca, e invece aveva i fascisti intorno che arrestavano man mano che lui si allontanava. Calamandrei ci avvertì, perché se io avessi incontrato Blasi gli sarei andato incontro - io non lo conoscevo come Blasi, ma come Guglielmo - gli sarei andato incontro: 'Oh, bravo, te la sei cavata', però, avvertiti che fummo, se incontravamo Blasi gli sparavamo, ovviamente.

D.: Quella notte come la trascorreste?

R.: Ma, io... ci dividemmo. Non tornai al deposito di Via Marc'Aurelio. Carla, io, Giulio Cortini e la moglie fummo ospitati da una signora ebrea che era la moglie di un grande eroe della Prima Guerra Mondiale, Medaglia d'Oro, che era stato tra l'altro anche un quadro fascista, che però era morto qualche anno prima. Il fatto di essere stato Medaglia d'Oro e quadro fascista non aveva esentato sua moglie e i suoi figli dalla persecuzione antiebraica, comunque era una casa che ci sembrava abbastanza tranquilla. E lì passammo la notte; ricordo, c'era la foto del marito, giovane ragazzo, era chiamato il Caimano del Piave, era uno di quelli che... col coltello fra i denti attraversava il Piave a nuoto, andava dall'altra parte e colpiva a pugnalate gli austriaci di guardia dall'altra parte del Piave, era un Ardito. Stemmo lì, dove c'erano tra l'altro tutti i ricordi di questo personaggio straordinario così coraggioso, così patriotticamente importante, in questa specie di sacrario. Passai fino alle tre, le quattro del mattino a giocare a scacchi con il figlio di questo eroe della Prima Guerra Mondiale.

D.: Come si chiamava?

R.: Ma, non c'è bisogno.

D.: Senta, Lei ha conosciuto Massimo De Massimi.

R.: Mai.

D.: Eppure questo signore ha pubblicato su un giornale che si chiamava 'Italia Monarchica', nel '49 un articolo... oppure, ha pubblicato una testimonianza che La riguarda. Lui afferma che la notte tra il 23 e il 24 marzo Lei, insieme a Carla Capponi e Calamandrei, sia stato ospite di casa sua...

R.: Questo è un mentitore che sa di mentire.

D.: ...e dice anche delle cose che risulterebbero un po' compromettenti.

R.: La so la storia. Ma guardi che questo è un mentitore che sa di mentire, e su queste cose, in questi cinquant'anni, su questa cosa me ne sono capitati tanti mentitori che sanno di mentire. Le posso raccontare che queste cose mi sono capitate anche prima, e cioè nel corso della Resistenza. Quando stavo a Palestrina - dopo il tradimento di Blasi io fui mandato a comandare i reparti partigiani di Palestrina - mi è capitato di conoscere due Carabinieri che mi raccontarono come avevano fatto l'azione di Via Rasella.
Ho letto su alcuni libri di gente che dice di ricordare delle cose completamente false su questo problema. E Le potrei dire di più, che una mia amica, una persona di altissimo livello culturale, e che ha vissuto quei fatti in qualche modo insieme a noi, anche se non faceva parte dei G.A.P., arriva addirittura a dire - questo fra l'altro fa riflettere sulla verità di certe testimonianze - e non lo dice in malafede, guardi, lo dice in perfetta buonafede, arriva addirittura a dire di aver letto lei i manifesti con cui Kesserling chiedeva a quelli che avevano fatto l'azione di Via Rasella a presentarsi, noti che questo è stato smentito.
Oltre ad essere impossibile, perché l'azione di Via Rasella è avvenuta alle 15.45 del 23, e la rappresaglia è cominciata alle 14.00 del 24, quindi non c'era proprio il tempo materiale perché fosse emesso un qualsiasi comunicato. Ma racconta di averlo letto lei, e badi che è stata smentita sia da Kesselring, sia da Kappler, i quali hanno detto che il manifesto non l'hanno messo, e non hanno voluto avvertire dopo quell'azione perché - ha detto Kappler testualmente - Roma era una città esplosiva. Tra l'altro questa è una risposta a quella sua prima domanda, che chiedeva se Roma era una città tranquilla, tutt'altro che tranquilla.
Kappler disse: 'Roma era una città esplosiva, e non sapevamo che cosa potesse venir fuori se avessimo annunciato la rappresaglia', per cui la rappresaglia è stata fatta nella più grande segretezza.

D.: Senta, però la Stazione Radio Roma 3 trasmise la richiesta agli attentatori di presentarsi...

R.: Non è vero, non è vero. E' falso. Questa è un'altra sciocchezza inventata da un sacerdote dei Salesiani che è stata pubblicata sulla Stampa di qualche mese fa, e a cui ho fatto una rettifica, e il Salesiano non mi ha risposto.

D.: Senta, si ebbe...

R.: La notizia dell'azione di Via Rasella e della rappresaglia avvenuta è stata data dalla Stefani la sera del 24, a rappresaglia avvenuta, cioè dopo le 8.00, perché la rappresaglia finiva alle 8.00 di sera, ed è stata pubblicata dai giornali del mattino a mezzogiorno, perché allora i giornali uscivano a mezzogiorno in quanto, essendoci il coprifuoco, i tipografi non potevano andare la notte a stampare il giornale. Quindi, niente, Le garantisco che ci si può fare un volume alto così sullo sciocchezzaio che è stato raccontato e detto intorno a Via Rasella.

D.: Senta, però mi è stato detto, a proposito della testimonianza di Massimo De Massimi, che Lei non ha contestato questa cosa con...

R.: Ma, guardi, io non ho mai... io non ho mai saputo che Massimo De Massimi parlasse di me, so che parlava di Calamandrei.

D.: Sì, ma anche di Lei.

R.: Ma, in ogni caso io Le posso dire anche il nome di dove stavo, non lo voglio dire per delicatezza nei confronti delle persone che mi hanno ospitato, perché... Comunque erano degli ebrei. Molto famosi. Molto, molto famosi.

D.: Senta, su qualche libro si accennerebbe alla possibilità che il Vaticano abbia saputo della rappresaglia che si stava organizzando, e non abbia potuto fare molto per evitarla...

R.: Guardi, su questa questione... Non c'è dubbio che sugli atti della Santa Sede... se vuole glieli faccio vedere, perché ce li ho. Sugli atti della Santa Sede c'è scritto che un certo Ing. Ferrero è stato alle dieci e un quarto in Vaticano, alle dieci e un quarto, cioè la mattina del 24, alle dieci e un quarto, al Vaticano per avvertire che ci sarebbe stata la rappresaglia, e di questo non c'è dubbio. E' possibile che Pio XII non sia stato informato di questo fatto.
Ma c'è di più. C'è stata una biografia di Pio XII, scritta da Antonio Spinosa, il quale continua a sostenere che Pio XII non sapesse niente, e trasferisce quella data, 24 marzo, ore 10.30, pubblicata dalla Santa Sede, dagli atti della Santa Sede, al 25 marzo, ore 10.30, probabilmente, e involontariamente, commettendo un falso storico. Se fosse vero quello che dice Spinosa, beh, non c'è dubbio, l'annuncio sarebbe arrivato il 25. Ma la Santa Sede dice che l'annuncio è arrivato il 24 marzo, e quindi l'ipotesi corrisponderebbe ad una qualche realtà. Io non credo assolutamente che il 24 marzo l'annuncio non fosse stato dato al Papa.
C'è di più. Questo episodio è stato riportato in un romanzo americano, mi pare si chiami 'Cent'anni', o 'Un secolo', in cui l'autore americano, raccontando bene, con sufficiente abbondanza di particolari, l'azione di Via Rasella, perché poi introduce tra i martiri delle Ardeatine uno dei suoi personaggi, che per altro non corrisponde ai nomi dei caduti delle Ardeatine, racconta anche con sufficiente verosimiglianza, e quindi l'informazione può averla avuta, così come aveva avuto l'informazione corretta dell'azione di Via Rasella e della strage delle Ardeatine, racconta con sufficiente verosimiglianza lo stato d'animo del Vaticano in quella sera tra il 23 e il 24. Se vuole glielo faccio vedere.
Io ho saputo dell'avvenuta rappresaglia il 24 marzo alle ore 12.00 quando davanti al giornale 'Il Messaggero' ho comperato il giornale e ho letto il comunicato dei Tedeschi in cui si diceva appunto 'Quest'ordine è già stato eseguito'. In quel momento l'ho saputo. La nostra reazione. Ci arriva l'ordine del Comando Militare di preparare subito una risposta alla rappresaglia, e noi la prepariamo. E avevano preparato l'attacco al reparto di polizia che faceva la guardia a Regina Coeli di cui conoscevamo il passaggio dei camion per le vie di Roma. Eravamo già pronti per fare l'azione e all'ultimo momento ci è venuto il contrordine che l'azione non si doveva più fare.

D.: Perché?

R.: Beh, probabilmente proprio perché si era creata una certa polemica all'interno del CLN, cioè il CLN aveva deciso di non fare la rappresaglia che peraltro era già stata ordinata dal nostro Comando.

D.: ... fare?

R.: No, di non fare l'azione... Noi dovevamo fare l'azione di risposta alla rappresaglia attaccando un camion e facendo fuori i Tedeschi che stavano dentro questo camion.

D.: Ma l'Articolo 29 della Convenzione dell'Aja non affermava che era proibito attaccare uomini in divisa di un esercito senza avere una divisa e far parte di un altro esercito, e che azioni di questo tipo comportavano poi la rappresaglia con uno a dieci?

R.: Guardi, due cose: primo, sì, esiste questo articolo e lo sapevamo, e lo so. Si trattava di dire che non dovevamo fare la Resistenza. Le rappresaglie... quell'Articolo indica anche come devono essere fatte le rappresaglie, e non è stato questo il modo in cui l'hanno fatta i Tedeschi. Difatti, si dice in genere che Kappler è stato condannato soltanto per 5 uomini in più che ha ammazzato. Non è esatto. Kappler è stato condannato per i 5 uomini in più non perché i 330 corrispondessero al diritto di rappresaglia, ma perché, essendosi egli appellato al fatto di aver eseguito un ordine, l'ordine era che ne uccidesse solo 330, mentre invece ne aveva uccisi 335. Quindi non c'è stato il riconoscimento della legittimità dell'ordine, ma il fatto che lui ha sopravanzato l'ordine stesso.

D.: Aveva sbagliato Caruso che ne aveva fatti consegnare 55 invece di 50.

R.: Aveva sbagliato Priebke, che non aveva tenuto i conti, avevano sbagliato tutti, però l'ergastolo se l'è beccato Kappler. Kappler è stato condannato all'ergastolo per quei 5 in più, quei 5 in più in quanto, essendosi egli appellato al fatto di aver avuto un comando gerarchicamente valido e a cui non si poteva sottrarre, aveva fatto 5 morti in più. Però, responsabilità è anche di Pribke, è anche di Caruso e di quant'altri non ha tenuto bene i conti...
Comunque, un'altra cosa è importante per quanto si riferisce al diritto di rappresaglia... Il diritto di rappresaglia deve essere specificato nei confronti di azioni dicendo: 'Questi sono gli ostaggi', non 'Dieci italiani per ogni tedesco', ma 'Questi sono gli ostaggi che noi abbiamo individuato se accade questo', questo precisa... l'Articolo 29 della Convenzione Internazionale dell'Aja. Io ho visto dei manifesti fatti affiggere da comandi germanici che si erano mantenuti nell'ambito della Legge dell'Aja, per esempio a Faenza, recentemente, nel museo della Resistenza che sta ad Altocielo, in una località di montagna sopra Faenza dove c'è stata una grossa battaglia partigiana, ho visto questo manifesto in cui il comandante tedesco dice: 'Signori, io non voglio più attacchi alle truppe tedesche, per cui gli abitanti del tale villaggio, o del tale paese che... nel caso avverrà un attacco... saranno fucilati'. Cioè, faceva riferimento al gruppo degli ostaggi, non genericamente dieci italiani per ogni tedesco, ma al gruppo degli ostaggi e al tipo di azione di sabotaggio che avrebbe provocato questa rappresaglia.
In riferimento alla rappresaglia, devo precisare che von Keitel, comandante generale dell'esercito tedesco, è stato condannato al processo di Norimberga, condannato a morte anche per questo episodio, che faceva parte dei capi di imputazione che gli erano stati addebitati. E sul problema della rappresaglia voglio citare una frase della sentenza del processo di Norimberga: 'La rappresaglia di guerra contro le popolazioni civili, contro prigionieri di guerra o persone comunque detenute estranee ai fatti, contro città o villaggi inermi, è un crimine contro l'umanità' e, la sentenza prosegue: 'Per un principio morale superiore, ma anche di fronte alle leggi degli uomini, la responsabilità degli orrori di un'ingiusta rappresaglia di guerra ricade solo ed esclusivamente su chi la commette. Essa disonora la divisa dei soldati che la compiono e addita al disprezzo e alla esecrazione la bandiera sotto la quale combattono. Essa umilia e sconfigge in primo luogo la loro stessa gente'. Questo ha sancito in modo inequivocabile il tribunale di Norimberga.

INCONTRO CON CARLA CAPPONI, LA DONNA CON TRA LE MANI L'IMPERMEABILE.

Quando giunsi a Zagarolo a casa di Carla Capponi fui colpito dalla solitudine dello spazio che era intorno alla villa, persa in un angolo di campagna. Avendone sentito parlare così tanto mi aspettavo una donna piuttosto giunonica ed imponente, invece mi è venuta incontro una vecchietta minuta, affabile, circondata da alcuni pastori maremmani scodinzolanti. Vivacissima. Gentile. Irremovibile nelle sue convinzioni. E disposta a sottoporsi a tante domande come non mai. Lucidissima. Tra l'altro mi disse che nel corso della sua vita aveva ricevuto di tanto in tanto anche delle minacce ed era stata costretta a rivolgersi ai carabinieri. Con me fu particolarmente complice, di grande calore umano. Ad onor del vero devo anche dire che è stata l'unica partecipante a quell'azione partigiana disposta a venire con me in Via Rasella per ricostruire in loco le fasi dell'attacco.

D.: Signora Capponi cominciamo col rievocare quel giorno famoso...

R.: Io sono Carla Capponi. Sono una delle partigiane che ha fatto parte dell'attacco di via Rasella. La mattina del 23 marzo 1944 ci siamo alzati da quel giaciglio dove dormivamo, in una cantina a via Marco Aurelio... ed avevamo dormito pochissimo. Tutta la notte a lavorare intorno a questo carretto della nettezza urbana all'interno del quale avevamo collocato una serie di spezzoni e la bomba.

D.: Quanto all'ordigno.... furono in molti a contribuire alla sua costruzione?

R.: La bomba di Via Rasella aveva una sua storia. Il detonatore, con tutto il materiale esplosivo era stato fornito dal centro militare, la Romana Gas aveva preparato la cassetta in metallo nella quale abbiamo messo il tritolo. L'artificiere era il fisico Cortini con sua moglie, Laura Garrone. Noi li abbiamo aiutati. C'era Bentivegna, io, Mario Fiorentini, Lucia Ottobrini; ci siamo dati da fare perché il tempo stringeva. Tra l'altro ci siam dovuti procurare il carrettino nel quale mettere tutto il materiale. Questo fu rubato al deposito netturbini del Colosseo e portato a via Marco Aurelio. Lì, lo abbiamo riempito, lavorando per tutta la sera, fino alla notte. Ma la nostra attività non si è limitata solo a questo. Avevamo dovuto studiare anche una strategia di azione e logistica, perché a via Rasella avevamo organizzati due attacchi contemporaneamente: uno con il carrettino pieno di esplosivo, 18 chili di tritolo. L'altro con 4 bombe Brixia da mortaio che avevamo trasformato noi stessi, in maniera molto artigiana, in bombe a mano.

D.: Chi vi aveva addestrato a queste tecniche da artificieri?

R.: Ad aiutarci a capire come trasformarle era stato un guastatore dell'esercito italiano, gappista anche lui, si chiamava Mangiavacchi. Mi ha insegnato personalmente, nella cantina di un palazzone nel quartiere Prati, come si smontavano le bombe Brixia. Le Brixia hanno un punto centrale che si svita, poi bisogna rovesciarle, togliere il detonatore, poi, tolto questo, si può innestare una miccia metallica a strofinamento. Va quindi cambiato tutto il congegno, perché c'è un'elica di volata che va tolta, ecc... Avevamo imparato quindi a fare anche gli artificieri; avevamo preparato queste quattro bombe.
A partecipare all'azione vera e propria sono stati 15 gappisti. La mattina quando tutto è stato pronto, siamo andati a mangiare. In genere non avevamo questo lusso del mangiare nelle trattorie, però quel giorno l'organizzazione partigiana, per rilassarci, ci aveva detto: 'Andate a mangiare alla pizzeria che sta a piazza SS.Apostoli, birreria Dreher, così fate un momento di break dopo la tensione, poi vi preparate all'azione'. Così infatti siamo andati a mangiare tutti lì, come fossimo... eravamo tutti studenti, a gruppi. Dopo aver mangiato ci siamo separati. Io avevo la mia pistola e dovevo fare da copertura a Bentivegna. Bentivegna invece va a via Marco Aurelio, preleva il carrettino, si veste da spazzino. Per giungere a Via Rasella fa un lungo percorso, purtroppo faticosissimo perché praticamente dal Colosseo deve risalire Corso Vittorio fino al Quirinale, e poi discendere per via Quattro Fontane fino a via Rasella ed il percorso è lungo; duro per il peso enorme da trasportare, quindi doveva affrontare una serie di problemi. Però aveva come guardiaspalla Guglielmo Blasi che era un operaio, gappista insieme a noi ma che più tardi ci ha tradito, facendo arrestare molti compagni.

D.: Veniamo alla dinamica dell'azione...

R.: L'appuntamento con tutti gli altri era a largo del Tritone. In quel periodo, il traforo che collega Via Nazionale con Piazza di Spagna era stato chiuso parzialmente; dentro c'erano tutti gli sfollati dei bombardamenti di Cassino, che vi avevano fatto una specie di ricovero. Quindi il traforo era un punto interessante anche per noi partigiani, perché da lì si poteva entrare e uscire su via Nazionale, cosa a cui i tedeschi probabilmente non pensavano, perciò era una ottima via di fuga. A largo del Tritone, il mio compito era di aspettare il momento dell'attacco con l'impermeabile in mano, ed il punto adatto era davanti alla sede del Messaggero; invece gli altri compagni, per esempio Pasquale Balsamo, avevano ognuno un compito. Per esempio, Balsamo avrebbe dovuto venirmi vicino e dire quando io dovevo lasciare il Tritone e raggiungere via Rasella per porgere l'impermeabile a Bentivegna dopo lo scoppio della bomba. Per essere più precisa, Pasquale Balsamo aveva il compito - lui stava all'angolo con via Tomacelli - di venire da me appena avvistava i tedeschi che salivano verso il Tritone da piazza di Spagna, di avvertirmi che praticamente stavano arrivando. A questo punto io avrei dovuto risalire via Rasella, ed era il primo segnale che dovevamo dare a Bentivegna, che era già fermo vicino a palazzo Tittoni, dinanzi a quel portone grandissimo.
Lo avevamo scelto per il fatto che c'era poca gente, non era pieno di macchine come lo è oggi; all'epoca della guerra veramente le strade di Roma erano semideserte, di macchine poi non se ne parlava, non c'era la benzina, non c'era niente. Quando a un certo punto mi ha dato il segnale ho capito subito che mi dovevo muovere. Intanto, prima che giungesse il segnale di Balsamo, mi hanno fermato dei poliziotti che facevano la guardia al Messaggero, perché a dirigere il Messaggero c'era Spampanato (che poi nel dopoguerra divenne deputato del Movimento Sociale). Inoltre Spampanato aveva anche una sua guardia del corpo che stava fuori della sede. Mi hanno fermata e mi hanno chiesto i documenti.
Io sono rimasta male perché documenti non ne avevo più da molto tempo, e quindi mi sono praticamente trovata a dover giocar d'astuzia. Allora ho fatto finta di essere, un po' così, una ragazza spiritosa, e ho detto: 'Mio Dio, i documenti perché sto a leggere il giornale!' E quel giorno le notizie destavano pure curiosità, c'era a Napoli l'eruzione del Vesuvio... Insomma, quelli insistevano, allora ho cercato di prenderli un po... così, facendo le moine... Loro hanno visto che ero una ragazza, ho detto che aspettavo il mio fidanzato, se davo fastidio me ne andavo... e loro hanno detto: 'Vabbé, non importa. Faccia quello che vuole, basta che stia un po' più lontana dal portone'. E io mi sono allontanata.
A questo punto però Balsamo, che aveva visto che loro mi avevano rivolto la parola, nel timore che mi potessero arrestare, si era avvicinato con la sua pistola, c'è stato un equivoco grave perché lui ha pensato che mi volessero arrestare, mandando così praticamente a monte tutta l'azione; invece i poliziotti volevano solo fare i galletti spiritosi, come in genere fanno i romani con le ragazze. Tuttavia questi hanno fatto in modo che io partissi subito e mi avviassi per via Rasella prima del segnale vero. Sono passata davanti a Palazzo Tittoni, dove Bentivegna ritenendo il mio arrivo fosse come concordato si è preparata la pipa per accendere la miccia, ma poi non giungendo l'altro segnale di conferma, l'ha dovuta rispegnere. Questo secondo segnale glielo doveva dare Calamandrei, che stava all'angolo in basso di Via Rasella... togliendosi il cappello. E invece i tedeschi non arrivavano, non arrivavano, quel giorno hanno fatto un ritardo grandissimo: invece che alle due sono giunti alle tre e 40 circa, c'è stato un ritardo enorme.
Eravamo stressati tutti, la tensione era altissima, io sono andata davanti al cancello di palazzo Barberini, praticamente... mi sono fermata lì perché non sapevo che fare. Ho aspettato che qualcuno mi facesse un altro segnale perché avevo capito che c'era stato un equivoco, e quindi mi sono messa a aspettare ordini praticamente. Poi mi sono rispostata di nuovo e in quel mentre, riecco i poliziotti di prima che, non fidandosi e insospettiti perché avevano visto che io avevo un trench in mano, mi si sono avvicinati di nuovo: 'Ah, allora lei viene qui?', 'Sì perché il mio fidanzato è praticamente dell'Unione Militare; lì c'è il reparto... ' mi sono giustificata, aggiungendo che stavo lì perché lui avrebbe ritardato, doveva uscire alle quattro, cercavo di prender tempo.

D.: Ci sono stati attimi terribili prima dello scoppio durante i quali ha cercato di salvare qualcuno dal rischio dell'esplosione?

R.: In quel momento ho visto venir giù da via Quattro Fontane un'amica di mia madre, una vecchia signora. Allora io naturalmente ho approfittato subito per sganciare i poliziotti. Mi sono avvicinata, ho subito attaccato discorso, ho detto: 'Come mai? Come stai?' come si fa normalmente, poi ci siamo messe a parlare. Però io tenevo d'occhio via Rasella. A un certo punto ho detto: 'Senta, signora, è meglio che se ne va di qui perché oggi è una brutta giornata, è il 23 marzo. Coi tedeschi, con la situazione che c'è possono accadere tante cose a Roma' insomma, ho cercato di mandarla via. A questo punto la signora mi guarda un po' spaventata, e siccome mi vede malvestita, coi calzettoni, insomma malridotta; lei mi conosceva in un'altra maniera, più elegante, ha pensato che qualche cosa strana doveva esserci per davvero. Infatti se n'è andata, poveretta, tutta spaventata, ed io mi sono invece spostata su via Rasella, sul primo portoncino e lì ho atteso.
Dopo finalmente sono comparsi in fondo alla strada quelli del Bozen, li ho visti arrivare. Loro, come entrarono nella strada di via Rasella, iniziarono la salita cantando una marcia. Rompevano il passo, e per darsi un ritmo cominciarono a cantare una canzone tedesca di quelle solite, naziste. A questo punto, mentre i tedeschi salgono, Calamandrei fa il segnale a Bentivegna. Nel momento cruciale io non ho più visto Bentivegna perché tra me e Bentivegna c'era la testa della colonna. Poi lo vedo ricomparire che sopravanza la testa della colonna e mi raggiunge. Mentre gli sto facendo infilare il trench, avviene l'esplosione.

D.: Come è stato l'effetto e cosa è accaduto subito dopo?

R.: Per la forza dell'esplosione noi due siamo quasi spinti in avanti, un autobus che passava a via Quattro Fontane, scendendo in giù verso piazza Barberini, viene spostato tutto sul marciapiede di palazzo Barberini. E lì c'è un momento drammatico perché dei bambini scappano dal giardinetto dove giocavano da dentro palazzo Barberini. I poliziotti hanno capito finalmente che si trattava di qualcosa... mi vengono incontro cercando... Allora io tiro fuori la rivoltella, li minaccio, e loro scappano in giù verso piazza Barberini. Noi risaliamo via Quattro Fontane, corriamo verso via XX Settembre, lì vediamo uscire dal Ministero della Difesa un gruppo di militari che vengono contro di noi. Questi militari quasi ci avevano raggiunto ma noi siamo riusciti a superare la piazza delle Quattro Fontane e scendere sulla via Nazionale. Giunti sulla via Nazionale già eravamo fuori tiro dei tedeschi perché i tedeschi da via Rasella sparavano a tutto spiano, noi sentivamo passare i proiettili. Fino a qualche tempo fa sulle facciate dei palazzi di Via Rasella c'erano ancora i segni dei proiettili.
Quindi abbiamo percorso via Nazionale. La mia famiglia abitava in piazza Foro Traiano. Siccome Bentivegna non si sentiva bene, aveva avuto una tensione tale che gli era venuto un collasso cardiaco. Malgrado casa mia fosse stata già visitata dai tedeschi, ho detto: proviamo a andare lì... Il portiere era un antifascista, Michele era un vecchio portiere di Roccagiovine, ed entriamo dentro il portone. Faccio salire Rosario in casa con molte difficoltà, - noi abitavamo al quarto piano - già altre volte aveva avuto degli svenimenti - mia madre c'era, per fortuna e gli offre un po' di cognac. Lui si riprende un po', e resta così... certo, il cuore aveva avuto evidentemente una grossa scossa. Dopo questo momento di break, ripartiamo subito perché non volevo né compromettere mia madre né il palazzo e le persone che ci abitavano. Si leva di dosso tutte le robe da spazzino, la tuta, eppoi anche il trench, facciamo un pacco, lui sotto era vestito normalmente come un giovane di quell'epoca, e naturalmente usciamo dal palazzo. Camminiamo per via dei Fori Imperiali , via Cavour, risaliamo le scale della saletta dei Borgia, dove c'è un sottopassaggio, e lì in quel sottopassaggio lasciamo il pacco del vestiario. Poi scappiamo sopra, facciamo Colle Oppio e andiamo a piazza Vittorio, dove c'era l'appuntamento finale di tutti i GAP. Lì per fortuna c'erano tutti e ciascuno ha raccontato la sua parte.
Ci dicono che delle quattro bombe Brixia ne erano esplose solo tre, una era stata fatta male, evidentemente, o era stata accesa male. A terra avevano visto molti morti ma non sapevano il numero. Ognuno di noi aveva già stabilito dove si sarebbe rifugiato, noi avevamo scelto di rifugiarci in una casa di ebrei che erano sfollati, ma di nascosto erano tornati nella propria casa. Erano miei amici. Abbiamo trascorso la notte insieme a loro. Bentivegna giocava a scacchi e io mi ricordo che mi misi lì a scrivere una poesia per scaricarmi l'angoscia e il dramma di quella storia. Invece Cortini e la moglie fecero una dormita, tranquillissimi.
Alla mattina ci siamo alzati e subito abbiamo comprato i giornali. Abbiamo pensato: ci sarà subito la notizia che è avvenuta la bomba a via Rasella: niente, non si è trovata una riga scritta in nessun posto. Noi allarmati, diciamo: come mai questi non hanno scritto niente? Allora siamo andati all'appuntamento con il compagno Calamandrei e Salinari e lì abbiamo commentato questa cosa. Tutti eravamo molto sbalorditi di non aver notizie. Comunque durante il giorno abbiamo avuto una riunione, abbiamo fatto il bilancio dei programmi successivi. Noi operavamo a Centocelle, Torpignattara, Quadraro, Quarticciolo con attacchi notturni contro le colonne tedesche dirette verso Anzio dove erano sbarcati gli americani.

D.: Sapeste subito della tragedia delle Ardeatine?

R.: Ripeto, il 24 marzo non troviamo sui giornali alcun accenno all'attacco di via Rasella, eppure era stata una cosa che aveva bloccato tutto il centro storico, quindi abbiamo pensato che doveva venirne per forza fuori un comunicato. La radio non ne parlava, silenzio assoluto. Si possono controllare i giornali dell'epoca, sia il Giornale d'Italia che il Messaggero: non portano nessuna notizia. Il 25 mattina compriamo i giornali e troviamo il comunicato Stefani che però trascriveva un comunicato del comando tedesco: 'Comunisti badogliani hanno attaccato a via Rasella un gruppo di militari tedeschi; 32 sono morti e per ogni tedesco ucciso 10 italiani pagheranno con la loro vita. La sentenza è già stata eseguita'. Questa la tragica conclusione, che poi non è finita qui, la vicenda è continuata.
A parte tutto quello che è stato per noi il turbamento, l'angoscia, anche molti dubbi che ci son venuti perché, certo, la rappresaglia i tedeschi non a caso la facevano; la facevano per colpire al cuore la Resistenza, perché poi gli uomini che sono morti alle Ardeatine erano molti nostri compagni. Romualdo Chiesa era degli stessi gruppi partigiani dai quali venivo io, eravamo stati amici; Gioacchino Gismondo era stato un mio professore. C'erano decine di persone che erano legate a noi anche durante la lotta. Per esempio, Marchesi, che era un oste di via del Vantaggio, era stato preso, portato a via Tasso, torturato, per le torture aveva perso un occhio e l'hanno portato quasi cieco alle Fosse Ardeatine; Marchesi fu medaglia d'oro al valor militare. Ebbene, lui era un nostro carissimo amico. Quando eravamo affamati... capitavamo nella sua trattoria... ci metteva da parte da mangiare, ci faceva sempre trovare qualcosa per sfamarci... Perché non avevamo le carte annonarie, non avevamo nessun documento, eravamo braccati, stavamo nascosti in una cantina di Duilio, poi a Centocelle.

D.: Ma era proprio necessario mettere questa bomba?

R.: Poco dopo cominciò una polemica sulla questione, l'utilità... Mentre gli Alleati se n'erano compiaciuti, sui giornali inglesi, americani, eccetera questa cosa aveva avuto una grande risonanza, qui in Italia tra le forze del CLN... ci fu una discussione, tuttavia poi uscì con un comunicato che confermava la paternità dell'attacco e se ne assumeva la responsabilità. Trovavano spazio in qualche modo le forze, diciamo, più attesiste, quelle dell'Ora X, quelle che erano contro il fatto che si combattessero i tedeschi nella città. Fin dal primo momento questa scelta ci aveva diviso in due gruppi diversi: quelli che aspettavano l'Ora X per intervenire e noi che dicevamo che bisognava colpire subito, dietro l'invito americano: 'Colpite il nemico ovunque e comunque!'. Avevano lanciato dei volantini su Roma, c'erano stati dei comunicati, eravamo in collegamento con il Sud, quindi noi ricevevamo ordini precisi. Le armi per operare gli attacchi ce le aveva fornite il Centro Militare di Montezemolo; Montezemolo io l'ho incontrato una sola volta, per uno scambio di munizioni e di armi che ci dovevano fornire i militari.

D.: Per anni si è discusso sulla famosa storia del presentarsi ai tedeschi al fine di evitare la rappresaglia?

R.: Subito dopo la Liberazione, venne fuori questa discussione: ...se ci fossimo presentati i tedeschi non avrebbero fatto la rappresaglia. Questa voce non si sa chi l'ha messa in giro, se nata dagli stessi fascisti durante i mesi che seguirono, per incitare contro la Resistenza le famiglie delle vittime. Pensate che queste furono avvisate della morte dei loro cari molto tardi... perché anche quelli che erano rimasti in carcere non sapevano nulla di quanto era accaduto... I tedeschi avevano rifiutato a tutti la consegna dei pacchi, l'avevano sospesa, sia a Regina Coeli che alla pensione Iaccarino, a via Tasso e alla pensione Oltremare, che erano i posti di tortura e di carcere in mano ai tedeschi e ai fascisti. Quindi le donne non potevano portare più niente, nessuno sapeva se il marito, o il fratello, il padre, o un suo parente era finito alle Fosse Ardeatine.
Poi cominciò ad arrivare a Massimo Gizio il primo avviso, ed è nel 31 di marzo, che diceva: 'Può ritirare gli indumenti del suo congiunto in via tal dei tali al numero tale'; in tedesco! Così che nessuno riusciva a capirci una parola. E poi si aggiungeva: il signor tal dei tali è morto - senza dirne le ragioni - il giorno 24 marzo 1944. Fino a tutto maggio fu uno stillicidio, 10, 15 messaggi al giorno, li hanno spedito a tutte le famiglie, un po' alla volta... Una tortura è stata anche quella di mandarle in tedesco. C'è stata una crudeltà nel voler prolungare questa angosciosa attesa del non sapere.
Ora, su questa polemica, 'presentarsi', si è fatto un gran parlare ma Kappler, al processo, ha chiarito tutto perché lui ha detto: 'Ma io non ero così pazzo da avvertire la cittadinanza romana che avevo intenzione di uccidere 10 persone per ogni tedesco, cioè 320...' ma furono 335 alle Fosse Ardeatine. Perché? Perché questo silenzio!? Perché a Roma c'erano 4000 arrestati, fra tutti. Ed ogni famiglia poteva pensare che sarebbe morto il suo congiunto, quindi pensate: 4000 famiglie che avrebbero circondato le carceri e i posti di detenzione. Non solo: ma intorno a loro c'era tutta la Resistenza romana, quella militare, il CLN, ecc..., che sarebbe scesa in piazza. In più, vi si sarebbero aggiunti anche i cittadini onesti, quelli che ci aiutavano - perché la Resistenza, questo lo voglio chiarire una volta per sempre, non è solo quella che combatte: la Resistenza è stata tutta, nel cittadino che ti ospita pur sapendo che hai le armi, quello che ti fa i collegamenti, quello che ti porta le notizie, quello che fa la staffetta, cioè non combatte ma collega. E se quell'esercito cosiddetto irregolare - che è la Resistenza - non ha il sostegno di questa base, non può esistere, non esiste. È come l'esercito regolare: per ogni soldato in linea che combatte, c'è un rapporto di 1 a 8 di servizi dietro.
Io mi ricordo una cosa incredibile. Io ho un foglio, mio padre ha fatto la guerra 1914-1918, era ingegnere e ha costruito le fortificazioni del Perforà (?): gli hanno consegnato 2000 operai e 400 donne. Io non sapevo che nella guerra del 1914-1918 anche le donne fossero state mandate al fronte, nei posti di combattimento. (Bisognerebbe fare un'indagine, sarebbe interessante conoscere quante sono morte di queste donne che sono state messe al fronte così, che erano contadine forse del Friuli, forse locali).
Ora, la polemica è durata a lungo, dopo il processo Kappler si stava già attenuando, perché lo stesso colonnello nazista aveva dichiarato che non era stato previsto che gli autori si presentassero. Tuttavia, con quell'insistenza (che è tipica di chi sa che mente e che la menzogna a furia di battere può passare per verità) i fascisti, riaffrancati dall'amnistia del 1947 di Togliatti, rientrati al Parlamento avevano fatto in modo che se ne parlasse pur senza alcuna consistenza storica. Bisogna ricordare che questi onorevoli erano i peggiori figuri della Repubblica Sociale, tutti condannati a morte. In mezzo a loro c'erano una serie di personaggi che avevano colpe gravissime; io non voglio fare i nomi, ma hanno fatto i parlamentari degli uomini che erano stati gli aguzzini, impiccatori di partigiani, persecutori... meno Borghese, che aveva fatto la X MAS ed era stato degradato e espulso dall'esercito, ma lui non è mai stato parlamentare. Lo sono stati invece Ezio Maria Grai, Filippo Anfuso, che era stato ambasciatore in Germania, aveva visitato i campi di concentramento dei nostri militari che erano stati internati in Germania. Questa dell'esercito italiano è stata una tragedia nella tragedia. Di un milione che si rifiutarono di combattere con i tedeschi, una parte sono stati deportati qui nella stessa Italia. Dei 640.000 portati nei campi di concentramento in Germania: ne sono morti più di 40.000, pensate!

D.: Per quello che lei ricorda, come erano organizzati i G.A.P.?

R.: L'organizzazione dei GAP era così fatta: Roma era stata divisa in 8 zone; ogni zona aveva i suoi GAP di zona, poi c'erano i GAP centrali. Il tutto era sotto il comando militare del CLN, che era diviso nella parte politica e nella parte militare. Nella parte militare c'erano praticamente tre dirigenti di vari partiti, e poi nella parte politica c'era tutto il resto della massa dei politici. La parte militare e la parte politica comunicavano tra di loro naturalmente. La parte combattente era anche la parte organizzativa perché i combattimenti vanno organizzati, gli scontri vanno organizzati, va fatto un piano, vanno coordinati i servizi, anche i servizi logistici e di spionaggio.
Il mio inizio è stato con i GAP, presso l'Ufficio Informazioni della Centrale Partigiana, che era diretta da Luciano Luzzana (?). Nello stesso ufficio c'era un'altra Carla, Carla Angelini: medaglia d'argento partigiana, che è stata poi arrestata ed ha fatto sei mesi di carcere duro a via Tasso. Ha sofferto molto, perché questo centro cadde; fu arrestato Luzzana, morì sotto le botte; era un centro che teneva i collegamenti con tutte le organizzazioni militari degli altri partiti. Era molto rischioso perché qui a Roma erano sorte anche false organizzazioni militari patriottiche, le organizzavano gli stessi fascisti per prendere i contatti con noi e farci arrestare. Questa era una vecchia tattica che avevano usato anche con i partigiani jugoslavi e in Russia, a supporto dell'ARMIR; costituivano questi falsi gruppi di combattenti, smascheravano i partigiani veri e li facevano catturare. Questa tecnica fu adoperata soprattutto in Jugoslavia, perché lì c'è stato un forte movimento di fascisti jugoslavi: i cetnici, gli ustascia, ecc. Questi ultimi si sono prestati a fare da falsi partigiani.
Anche noi qui abbiamo avuto questo fenomeni ma molto rari, devo dire, perché l'Esercito è stato meraviglioso. Ha avuto atti straordinari di coraggio, personaggi eccezionali finiti sotto tortura. Il generale Simoni, il colonnello Montezemolo, personalità di un valore altissimo che hanno riscattato l'Esercito Italiano dalla vergogna di essere stato Esercito fascista. Ora, i GAP avevano questa configurazione: quelli di zona, collegati al Centro Militare, e che passavano attraverso Cigalini che era il capozona di tutte le zone di Roma. Noi, dei GAP centrali, eravamo al diretto ordine del comando del CLN, quindi noi eravamo i GAP del CLN. Le nostre azioni noi le studiavamo, le comunicavamo attraverso Salinari, prima di lui a Trombadori ma questi fu arrestato dopo che cadde la santabarbara di via Giulia, con Giorgio Labò e Gianfranco Mattei. Mattei s'impicco in carcere per non parlare. Abbiamo avuto tante perdite. Qualcuno - dopo via Rasella - si lamentava che non c'erano state più tante azioni come c'erano state prima, ma il fatto era che noi siamo stati decimati, abbiamo perso il 70% dei nostri combattenti, fummo in pochi i sopravvissuti di questo nucleo. Certo, i GAP ricevevano ordini direttamente dal CLN, per cui via Rasella fu eseguita dietro suo ordine.

D.: E il CLN da chi prendeva ordini?

R.: Il CLN era lui il capo della Resistenza a Roma. Poi c'era quello nazionale ma ancora non si era collegato con il Nord. Era nazionale già a Roma, poi quando Roma praticamente cadde, Amendola, Pertini, Bauer, che erano qui, appunto, a Roma, si sono trasferiti al Nord e lì hanno continuato la lotta e hanno fatto parte del CLN nazionale che governava tutto il Nord fino alla Toscana, che non era stata ancora liberata, fin poi alla Linea Gotica.

D.: In che modo gli Alleati intervenivano sul CLN romano?

R.: Ah bè, il rapporto con gli americani, con gli inglesi, con le truppe Alleate - con i quali eravamo ormai alleati - era continuo attraverso nostre staffette o anche i nostri informatori. Per esempio, Giaime Pintor è morto per passare le linee e portare gli ordini al Sud: è saltato su una mina in uno dei paesini dell'Appennino. Per esempio, la Lussu si è recata a piedi attraverso tutte le montagne qui fino in Calabria... fino in Puglia... fino a Napoli dove c'era il comando, dove s'era stabilito il re, il comando ed il Governo. E lì lei si è incontrata con suo fratello che stava organizzando l'esercito italiano del CVL, diciamo, del Corpo Volontari per la Libertà, quelli che poi avrebbero risalito la penisola per liberare l'Italia insieme con gli Alleati. Hanno combattuto a Montelungo. Poi un'altra nostra compagna: Vera Vassalli, medaglia d'oro partigiana, anche lei ha fatto le missioni con la radio ricetrasmittente; ma lei non era di Roma, era toscana, ha operato in Versilia; ma a Roma avevamo le ricetrasmittenti anche noi per comunicare, le spostavamo continuamente.

D.: Voi conoscevate che tipo di corpo speciale era quello che attaccavate in via Rasella?

R.: Il battaglione Bozen che passava per via Rasella che noi abbiamo attaccato, l'abbiamo attaccato perché era polizia antipartigiana, chiamata proprio dalla zona del Trentino in appoggio alle SS: erano SS di Bolzano, gruppi speciali. Li portavano ad addestrare al Flaminio, ma non sapevamo dove sennò l'avremmo attaccati là. Li vedevamo fare tutto questo percorso, facevano piazza del Popolo, poi il Corso, poi deviavano per via del Babbuino, piazza di Spagna, via Tomacelli, arrivavano al largo del Tritone, lì prendevano la scorciatoia, via Rasella, che era una strada silenziosa, con poche botteghe artigiane, le macchine non c'erano, naturalmente; poi Quattro Fontane, via XX Settembre e andavano a Castro Pretorio, dove c'erano tutti accampamenti tedeschi. Questo battaglione era stato fatto venire proprio come truppa antiguerriglia che sarebbe stata utilizzata in seguito.

D.: Chi ha eseguito materialmente la Rappresaglia delle Ardeatine?

R.: C'è un particolare importante, Kappler offrì al comandante del Bozen, questa polizia speciale di SS bolzanesi, la soddisfazione di vendicarsi dell'attacco subito, eseguendo loro stessi la rappresaglia; invece Dobrik il comandante si è rifiutato. Quelli del Bozen si sono rifiutati, devo dire questo, ad onor del vero; è stato un gesto anche coraggioso, se vogliamo, da parte di queste truppe speciali che erano sopravvissute all'attacco.

D.: Come è stata la vostra reazione emotiva?

R.: Devo dire che questo attacco di via Rasella, a differenza di tutti gli altri che avevamo compiuto a Roma, più di 40 azioni e attacchi contro i tedeschi, era stato quello che ci ha più turbato, più sconvolto, anche perché molti dei nostri compagni sono stati uccisi alle Fosse Ardeatine e forse si sarebbero potuti salvare se dai nazisti avessero avuto un processo regolare. Una cosa da notare è questa: che nessuno ha avuto un processo regolare, c'eran solo pochi condannati a morte tra quelli che sono stati uccisi; che non hanno avuto nemmeno, una cosa che non costava niente ai tedeschi, il conforto religioso. Ma siccome lì è morto anche un prete... è stato portato alle Fosse Ardeatine, don Pappalardo, lui poveretto si è reso conto di cosa stava avvenendo, quel poco che ha potuto fare tra quelli che gli erano vicini, li ha benedetti prima che entrassero dentro... I tedeschi... li hanno spinti dentro, mi posso immaginare cosa possa essere stata la scena da inferno... quelle luci, le grotte, i cadaveri uno sopra l'altro, una cosa terribile.
Comunque noi una reazione avemmo: quella di voler continuare ad attaccare con più determinazione, rispondere a questa rappresaglia con una cosa ancora più grossa! Stavamo preparando un gigantesco attacco proprio alle carceri di via Tasso - sennonché quando era tutto pronto è venuto un contrordine. Non abbiamo mai scoperto perché è arrivato questo contrordine, se per intervento del Vaticano che in quel momento voleva che Roma restasse integra ed estranea alla lotta. Difatti l'insurrezione a Roma non c'è mai stata, non c'è stata perché il Papa non ha voluto che si facesse. E gli Alleati ci hanno detto, appunto, di non attaccare i tedeschi, di lasciarli uscire dalla città; abbiamo solo impedito che facessero saltare i ponti, come a Firenze. Quello lo abbiamo impedito... sì, qualche scaramuccia ma loro avevano fretta di andar via e quindi... ed è andata bene così.

D.: Se aveste saputo che dopo l'attacco di via Rasella ci sarebbe stata...

R.: La rappresaglia...

D.: ... l'avreste fatto?

R.: Mah, molti ci hanno chiesto se avessimo saputo prima che ci sarebbe stata questa grossa rappresaglia, se noi avremmo fatto l'attacco o se ci saremmo offerti subito dopo e consegnati ai tedeschi. Questi sono due argomenti. Sul primo argomento dico che noi l'avremmo fatto lo stesso perché la Resistenza non può prescindere dall'esistere senza pensare che poi il nemico si avvarrà di tutti gli strumenti che ha per le ritorsioni, questo non c'è dubbio, ma il nemico va combattuto comunque. Un nemico che ti rastrella gli uomini per le strade, 2000 te li deporta dal Quadraro, che ti fucila le persone che trova magari con un'arma; c'erano i manifesti dove c'era scritto: 'Per chi non consegna le armi o i renitenti di leva - prendevano i renitenti di leva - c'era l'esecuzione immediata sul posto'. Dicevano: 'Metà di Roma nascondeva l'altra metà'; c'erano prigionieri americani, inglesi, neozelandesi, di tutte le parti del mondo che erano nei campi di concentramento, scappati l'8 settembre, erano nascosti a Centocelle, a Torpignattara, al Quadraro, tutte le borgate erano piene di questi prigionieri scappati. Ora, il kaputt, la pena di morte, era per ogni piccola cosa, avevano proibito tutto: c'era il coprifuoco, guai, se ti prendevano sotto il coprifuoco ti uccidevano!
Ora, in una situazione come questa la lotta partigiana doveva essere condotta altrimenti l'Italia sarebbe stata come la Germania, non avrebbe potuto sedere al tavolo della pace. Noi abbiamo conquistato questo diritto con più di 70.000 morti in Italia; abbiamo avuto 16 donne decorate con la medaglia d'oro alla memoria: Ines Versari (?) fu appesa ai lampioni di Forlì, sulla piazza, dopo che l'avevano torturata, con un gancio da macellaio, insieme con Corbari e gli altri partigiani, e li hanno tenuti tre giorni lì appesi. Siccome era una bella ragazza, l'avevano mezza spogliata e i tedeschi si divertivano - c'è una foto bruttissima, orribile, tragica - si divertivano a sparare sulle cosce, si vedono i buchi ma non usciva il sangue perché lei era già morta... e si vedono sghignazzare e colpire... facevano il tiro a segno sulle cosce, sulle gambe di questa ragazza. Ora, di fronte a queste cose... porsi questa domanda, è assurdo. Io mi ricordo l'8 settembre: nessuno sa che a Roma, a Porta San Paolo, non sono morti soltanto 500 militari ma sono morti 156 civili! E tra questi - ho fatto mettere io la lapide facendo una battaglia su questo - sono morte 27 donne! Io stessa ero là, io mi sono portata a casa un carrista che era stato colpito, l'ho tirato fuori dal carro mentre avanzavano i tedeschi, me lo sono messo sulle spalle, l'ho nascosto nei cespugli, era stato colpito a un ginocchio, e me lo sono portato sulle spalle: via dei Trionfi... perché a Porta Capena l'avevano colpito, mentre ripiegavano. Stavano ormai tutti ripiegando, era la disfatta, era il giorno 10. E me lo sono portato a casa, l'abbiamo curato, era un sardo, si chiamava Vincenzo Carta. E questo poi, rimesso a nuovo, diciamo, è tornato a casa sua; viveva a Viareggio, con la madre. E allora lui, poi, è riuscito a tornare a casa. Per farmi capire che era arrivato, siccome sua madre era profumiera, mi ha mandato un profumo attraverso un carabiniere, che si chiamava Pecorino, era un capitano dei carabinieri, che è passato per casa mia, l'ho ospitato, gli ho fatto passare le linee ed è andato al Sud. E ho saputo dopo la Liberazione che questo carabiniere era vivo, mi ha mandato una lettera, quindi era andato felicemente al Sud.

D.: Una riflessione: da un punto di vista giuridico, Roma non era città aperta, però comunque questo concetto è nato, come mai?

R.: Roma era città aperta; era considerata città aperta perché, dopo l'8 settembre, con l'occupazione di Roma da parte dei nazisti, Calvi di Bergolo e gli altri del Centro Militare addivennero a una specie di armistizio con le truppe tedesche e stabilirono, per la salvaguardia di Roma, di dichiarare Roma città aperta, e a governare questa Roma città aperta fu nominato il principe Calvi di Bergolo. Sennonché, dopo pochi giorni - ma nemmeno... non so quanti, adesso non mi ricordo bene - lo stesso Calvi di Bergolo fu arrestato e fu deportato in Germania, quindi la città aperta finì. Ma c'era stato un patto, che i tedeschi non hanno rispettato, naturalmente. Ora, il Papa aveva insistito tanto su questo, anzi, il Vaticano si era fatto promotore di questa cosa e aveva sempre ribadito che Roma non doveva essere una città dove dovevano passare le truppe, doveva essere una città santa, e invece non è stato rispettato per niente: Roma anzi è diventata il centro del comando... C'era Kesserling che aveva il suo comando sul Soratte, però qui c'erano tutti i comandi militari, Meltzer, Dolmann, tutti erano qui; c'erano gli alberghi occupati: l'Excelsior, il Flora, tutti gli alberghi di via Veneto, quelli più importanti, il Bernini-Bristol di piazza Barberini. Lì c'erano i comandi. Per esempio, un comando tedesco - l'abbiamo fatto saltare, noi - era alla Pensione S.Caterina a via Po, all'angolo di via Po.

INCONTRO CON ARTHUR ATZ, UNO DEI SOLDATI SOPRAVISSUTI DEL 'BOZEN'.

Non ricordo come sono entrato in contatto con Arthur Atz, mi pare grazie alla cortesia di Cristoff Franceschini, giornalista presso la redazione Der Profile, noto settimanale dell'Alto Adige. Quando giunsi, quel mattino della primavera del 1993 a Kaltern (Caldaro) in Alto Adige, incontrai il vecchio Arthur nel suo campo di mele, dietro casa sua, sulla scoscesa crina del monte. Un pò allampanato, gli occhi immalinconiti ancora, acuti per quell'italiano mezzo smozzicato che a fatica gli emergeva sulle labbra. La testa bianca, il viso magro allungato, il corpo fine ed asciutto. Aveva un grembiule vagamente blu che gli pendeva sporco sulle gambe come fosse una donna meridionale sorpresa nel lavoro casalingo, invece, pur così conciato, lui era fra alberi di mele. Fu gentile, accogliente, disponendosi alla mia volontà quasi come un uomo che si lasciasse trascinare dagli eventi, ma con lo sguardo lontano, quasi anch'io in quell'istante provenissi dal passato.
M'informai sui luoghi ove registrare la chiacchierata televisiva. V'erano alcune soluzioni, dall'alto sul fondovalle, in un piccolo cimitero di campagna, lungo le rive d'un lago alpino nella valle. Le utilizzai tutte e tre. Umanamente si sentiva ancora una vittima dell'episodio di Via Rasella, mostrava intatto come allora quel vivo risentimento rancoroso contro i partigiani, che hanno tutte le vittime di ogni tempo e di ogni luogo. Che dirgli!? Di fronte a queste persone non si può che manifestargli sincera solidarietà per il dramma in sé; ognuno poi ha il suo punto di vista riguardo alle cose e non è detto che la verità sia tutta da una parte, in genere ciascun uomo ne possiede una briciola ed è alquanto difficile stabilire con precisione dove essa sia. Non resta che affidarci alla nostra buona fede, all'onestà intellettuale.
Quanto propongo in questa trascrizione, essendovi estrema difficoltà - dato il suo pessimo italiano - nel tradurre in pieno le intenzioni del testimone, ho lasciato le parole così come erano, con tutte le ripetizioni. Come potrà notare il lettore, alcune verità trapelano appunto dal non detto, dal discorso sospeso, dalla mezza frase smozzicata. Ognuno si faccia la sua opinione. Anch'io ne ho una, ma è troppo personale e poi influenzerebbe senza esservene ragione chi invece una idea propria deve ancora farsela.
Quel giorno di maggio, lì, sul lago di Kaltern, si fece abbastanza tardi, l'intervista si protrasse fino al pomeriggio e tutti saltammo il pranzo. Verso sera riaccompagnai Arthur Atz nel suo campo di mele, che avevano perso già i petali e mostravano sui rami tanti piccoli capezzoli rosa da cui forse a fine estate sarebbero sorti i succosi frutti del Tirolo che ben conosciamo. Mele di cui a volte, addentandone la polpa, dovremmo sorprenderci a riflettere che di Via Rasella e Fosse Ardeatine esse possiedono ancora tracce di sangue.

D.: Come ti chiami?

R.: Atz Arthur.

D.: Qual è la tua nazionalità?

R.: Italiana.

D.: Con quale esercito hai combattuto nella Seconda Guerra Mondiale?

R.: ... Polizei... italiana... Polizia...

D.: Tu hai combattuto anche in Sardegna?

R.: No, in Sardegna no, ma vi ho fatto il soldato.

D.: La tua campagna di guerra dove l'hai fatta?

R.: Siamo stati dietro ai partigiani da noi in Italia, siamo stati sempre in Italia.

D.: Che significa dietro ai partigiani?

R.: Siamo stati a combattere contro i partigiani, no?

D.: Dove?

R.: In Piemonte, dalle parti di Susa.

D.: Da che anno a quale anno?

R.: Nel 1944.

D.: Quando è che sei stato arruolato nell'Esercito Tedesco?

R.: Nel 1943.

D.: In quale corpo?

R.: Polizia tedesca. Polizia.

D.: Lei non è stato arruolato dall'Esercito Italiano?

R.: Sì, una volta, nel 1939 ho fatto il soldato italiano, in Sardegna.

D.: Tu sei italiano, o tedesco?

R.: Noi siamo... parliamo tedesco e siamo italiani, perché siamo sotto l'Italia. Parliamo tedesco a casa.

D.: Il soldato lo hai fatto con l'Esercito Italiano o con l'Esercito Tedesco?

R.: Con l'Esercito Italiano e Tedesco.

D.: Quando è che sei stato arruolato nell'Esercito Tedesco?

R.: Nel 1943, in ottobre.

D.: Perché?

R.: Perché noi abbiamo votato per la Germania...tirolesi, e abbiamo dovuto andare nuovamente a fare il soldato in Germania.

D.: Allora, Arthur, qual è la tua storia?

R.: Mi chiamo Atz Arturo di Cadaro, sono contadino, cittadino italiano, e ho fatto il militare nel 1939 in Italia, in Sardegna. Dopo sono ritornato a casa. Nel 1943 ho dovuto andare a fare il soldato tedesco, e siamo andati a Bolzano, siamo stati in caserma, dopo siamo andati a Roma, lì eravamo tre mesi, e avevamo l'attentato il 23 marzo 1944, e dopo siamo andati in Piemonte. Abbiamo dovuto fare sempre le guardie, perché erano tutti partigiani sulle montagne. Quando la guerra era finita sono andato in prigionia sotto gli Americani, mi hanno preso e sono stato lì in mezzo sei mesi in prigionia, e dopo sono tornato a casa.

D.: Come mai sei stato arruolato nell'Esercito Tedesco?

R.: Nel 1943 c'è stato un referendum. Tutti noi abbiamo optato per la Germania. Quando abbiamo votato per la Germania abbiamo dovuto fare il soldato in Germania... perché noi abbiamo votato per il tedesco, no?

D.: In che anno?

R.: 1943 - 1944, 1943, in ottobre ci hanno richiamato i Tedeschi e ho dovuto andare a fare la Polizia nel Battaglione Reggimento di Bolzano, e dopo da lì siamo andati a Roma a fare Polizia in città, perché era una città aperta Roma, e dopo abbiamo fatto istruzioni ancora giù... e ci è capitato quell'attentato, ci hanno buttato la bomba e sono morti 33 tirolesi.

D.: In quale corpo sei stato arruolato dai Tedeschi?

R.: Polizia.

D.: E i tuoi compagni che storia militare avevano?

R.: Erano tutti uguali, erano tutti sotto la Polizia Tedesca.

D.: Ma erano tutti sud-tirolesi?

R.: Sì, tutti. Qui erano tutti, tutto il reggimento era tirolese.

D.: Quanti battaglioni eravate?

R.: Tre battaglioni.

D.: Tu conosci l'attività militare di questi tre battaglioni?

R.: Un battaglione è venuto a Roma, un battaglione veniva a Belluno e il terzo battaglione era dalle parti di Merano, lassù.

D.: E' vero che a questi battaglioni è stato impartito un addestramento alla guerriglia anti-partigiana?

R.: Noi abbiamo avuto soltanto... fatto dei... sulle montagne, sui ponti... erano sempre bombardati, e proprio non abbiamo combattuto contro i partigiani, abbiamo sempre... sempre in guardia sui ponti e sulle ferrovie che non facevano qualche... distruggevano sempre i ponti e le ferrovie, siamo stati sempre in guardia, fino a che la guerra era finita.

D.: Ma si è detto che i battaglioni del Bozen sono stati usati in azioni repressive antipartigiane.

R.: Io non capisco...

D.: I battaglioni del Bozen sono stati usati per uccidere... per rastrellare i partigiani...

R.: No, quello no, quello no, noi non abbiamo avuto mai... gli altri battaglioni non so cosa hanno fatto, no? Noi eravamo a Roma e non abbiamo fatto altro che le guardie su in Vaticano, che non succeda niente in Vaticano, abbiamo fatto quello.

D.: Ma facevate anche la guardia ai Ministeri oppure che altro?

R.: No, ai Ministeri no, soltanto sempre ai posti che erano utili, perché noi siamo stati a Roma soltanto per aiutare che non succeda niente a Roma, perché Roma era una città aperta, ed erano dentro soltanto i Tedeschi, soltanto noi poliziotti abbiamo avuto il diritto di star dentro, e noi non abbiamo fatto mai danni, assolutamente.

D.: Chi era il vostro Comandante?

R.: Il Comandante era il Maggiore Dobrick, il Maggiore del battaglione Dobrick.

D.: E che rapporto c'era tra voi ed il vostro Comandante?

R.: Si può dire... era un uomo molto serio e noi l'abbiamo visto poche volte, perché non abbiamo avuto niente a che fare con lui.

D.: Arthur, che atmosfera si respirava a Roma in quel marzo del 1944?

R.: L'atmosfera era molto pesante, l'atmosfera, perché uccidendo così tante persone, no, non era un'atmosfera bene, no? Perché...

D.: Che si diceva fra i soldati di Roma e della gente di Roma in quel marzo del 1944, prima dell'attentato?

R.: Si... noi ci piaceva molto Roma, non si parlava mai con la gente privata. Noi ci piaceva, molto bella, proprio la città era anche grande, bella, l'atmosfera, niente da dire.

D.: Avevate mai avuto rapporti con i cittadini romani?

R.: No, non abbiamo mai avuto contatti con loro, mai. Noi non abbiamo fatto niente, a nessuno niente.

D.: Avevate mai sentito parlare di Kappler?

R.: Non abbiamo conosciuto Kappler, perché lui non si vedeva mai, Kappler. Kappler era un uomo molto... non era cattivo, era un uomo... un buon uomo, non aveva mai fatto male a nessuno.

D.: Mai avevate partecipato ad azioni antipartigiane?

R.: A Roma no, mai, mai.

D.: Di quali armi eravate equipaggiati, e in quanti eravate quel giorno, lì a Via Rasella?

R.: Eravamo un 150 uomini, soldati, 150, io non mi posso più ricordare, così, ma erano così, 150, e 33 erano morti e 56 erano feriti.

D.: Quel giorno a Via Rasella non foste puntuali. Invece che passare alle 14.00, come accadeva tutti i giorni, siete passati con un'ora e mezzo di ritardo, come mai?

R.: Sì, perché noi siamo stati al campo per sparare, al poligono per sparare, e poi abbiamo avuto un'ora di più, per quello abbiamo ritardato un'ora.

D.: Mi fai una cronaca dettagliata dell'attentato? Cosa accadde quel giorno?

R.: Ma, niente, noi siamo marciati per la Via Rasella una volta scoppiata quella bomba e di più non possiamo dire.

D.: Ma aveste il sospetto che in Via Rasella si stesse preparando qualcosa di strano?

R.: No, no. Perché era in una cassetta, era dentro nel carretto... la bomba, noi non abbiamo visto niente... una volta buttato per aria tutto quanto... perché volevano ammazzare tutti.

D.: Cosa accadde quel 23 marzo?

R.: Il 23 marzo, quel giorno, quando siamo stati al poligono a sparare abbiamo avuto un'ora di ritardo, e dopo siamo entrati nella Via Rasella. Quando siamo andati su è esplosa una bomba e noi abbiamo creduto che era una bomba di aereo e abbiamo subito visto che quello non era vero e in quel momento anche i partigiani ci hanno sparato addosso. Noi abbiamo... c'erano così tanti feriti e morti, non abbiamo più saputo che cosa fare, e così tutta la storia è finita, credo, di quel giorno.

D.: Quanti compagni morirono?

R.: Erano 33, 32 i compagni, uno moriva di notte e gli altri morivano subito. 56 erano feriti, che sono stati per la strada.

D.: Tu come sei riuscito a salvarti?

R.: Io sono stato il primo nella fila, il primo davanti era... non mi capitava più niente, io ero proprio venuto salvo fuori.

D.: Sparaste contro le finestra lì a Via Rasella?

R.: Sì, noi abbiamo sparato in giro, perché abbiamo dovuto... perché questi feriti abbiamo dovuto prenderli e metterli in ospedale. Abbiamo sparato così, dietro, perché i partigiani ci sparavano sempre ancora. Non li abbiamo visti, se erano sui tetti o dov'erano, e così la storia era finita credo.

D.: Allora, subito dopo l'esplosione della bomba che cosa accadde?

R.: Dopo la... Quando la bomba esplodeva ho visto che anche due bambini sono stati morti, due piccoli bambini che erano vicino ad un portone, avevamo anche preso fuori civili che erano in casa e li abbiamo portati fuori in strada e dovevano stare lì fino a quando era tutto finito, con le mani in alto, e dopo li hanno presi dentro in caserma e la mattina ho visto che li hanno lasciati andare a casa.

D.: Ma una parte dei civili furono portati alle Fosse Ardeatine.

R.: Quello... Di quello non posso dire, non ho visto niente, perché noi non li abbiamo... con quello non abbiamo fatto... non abbiamo da fare...

D.: E se...

R.: ... quello erano tutti ufficiali che erano con... quello lo potrei dire che erano portati fuori... la maggior parte erano andati a casa.

D.: Quando passavate lungo Via Rasella, con quali armi era equipaggiato il vostro plotone?

R.: Con i fucili, normali fucili e una mitraglia. Non abbiamo avuto niente altro. Noi abbiamo mai caricato i fucili, non erano mai caricati, sempre...

D.: Cosa vi aspettavate che sarebbe successo dopo l'esplosione della bomba?

R.: Non abbiamo pensato a niente, perché eravamo così finiti che non avevamo il tempo di pensare che cosa è successo, perché questa era una terribile cosa che si vedeva così, quasi cento perso... cento soldati per terra che gridavano l'uno all'altro aiuto, e mamma mia, non so, era un poco brutto.

D.: Prevedevate che ne sarebbe seguita una rappresaglia?

R.: No, mai, mai pensato che potrebbe... sarebbe successo qualche cosa così, perché noi non avevamo fatto a nessuno niente, no? Eravamo soldato soldati al fronte, ma non lì in città, perché questo non...

D.: Quando veniste a conoscenza con certezza che la rappresaglia ci sarebbe stata?

R.: Ah, quello abbiamo già sentito l'altro... il giorno dopo, perché quello... avevano già saputo che se uccidono un soldato tedesco devono morire dieci italiani, quello hanno saputo tutta Roma, perché succedeva tante volte che hanno ammazzato un tedesco, no, quello hanno saputo anche le sentinelle che devono morire dieci per uno.

D.: Vi fu chiesto di partecipare alla rappresaglia?

R.: No, no, quello non hanno chiesto a noi, no, perché noi non siamo stati capaci di fare una roba così... perché anche il Maggiore ha detto: quei soldati non sono capaci di fare... perché sono troppo cattolici, perché non avevamo ammazzato nemmeno... tutta la Compagnia nemmeno uno in tutta la guerra, nemmeno loro. Sono liberi quei...

D.: Subito dopo lo scoppio della bomba vi fecero richiesta di partecipare alla rappresaglia, oppure cosa accadde?

R.: No, noi non siamo domandati mai... non ci hanno domandato mai di fare... uccidere quelli, perché non abbiamo mai fatto... C'erano... Avremmo anche dovuto farlo, e dopo non abbiamo sentito più niente, perché il Maggiore Dobrick lo ha anche detto che quegli uomini non sono capaci di fare questa roba, lo poteva anche fare lui, dopo lo hanno domandato di fare alla Gestapo, e quelli lo hanno fatto allora, la Gestapo, li hanno ammazzati, e non ne abbiamo saputo proprio niente come, quando, abbiamo soltanto sentito alcuni giorni dopo che hanno... che sono morti 335, non so più...

D.: Perché voi dell'XI° Compagnia rifiutaste di partecipare alla rappresaglia se eravate le vittime?

R.: No, perché noi abbiamo detto noi non facciamo mai... non siamo stati domandati noi, mai siamo stati domandati. Forse il Maggiore, e lui ha detto: no, questo non lo facciamo noi. Anche il Maggiore ha detto che lui non fa una roba così, perché è sempre una cosa, no, ammazzare così tanta gente.

D.: Ma Kappler che vi disse, cosa disse Kappler al Maggiore Dobrick quando lui si rifiutò?

R.: Ah, quello con Kappler, non sappiamo niente cosa hanno parlato con Dobrick, quello non so niente, perché Kappler non parlava con i soldati semplici. Era un... Hauptsturm... come si dice, non so, un Colonnello era.

D.: Prova risentimento per i partigiani che hanno messo la bomba?

R.: ... No, il sentimento non era tanto buono, no, che hanno fatto una roba così...

D.: Voi detestavate i partigiani, visto che erano così pericolosi?

R.: Amati non li abbiamo...

D.: Non li avete amati?

R.: No.

D.: Voi del Bozen quando avete saputo che c'era stata la rappresaglia come avete reagito?

R.: Noi abbiamo saputo due o tre giorni dopo che hanno fatto una rappresaglia, non so cosa abbiamo... non è giusto così, perché anche i partigiani se non avrebbero fatto quella roba lì non li avrebbero fucilati nella rappresaglia. Abbiamo pensato poco, perché abbiamo ancora... pieno dei morti, dei nostri compagni, abbiamo sempre ancora... eravamo, come si dice, faccia a terra, si può dire, non abbiamo avuto più tanta voglia...

D.: Ma secondo voi sud-tirolesi era possibile condurre una guerra anti-partigiana in modo diverso?

R.: Noi non abbiamo... contro i partigiani non abbiamo avuto niente, soltanto che abbiamo fatto sevizio per i ponti, per le strade e per le ferrovie, che non rovinavano, perché poi dovevano passare i Tedeschi, no, i soldati, perché durante la guerra andava sempre qualche cosa.

D.: Voi cosa pensavate dei partigiani?

R.: Era il nemico, il nostro nemico, perché loro anche avevano ammazzato di più che noi, che i Tedeschi, i partigiani. I partigiani erano un gran nemico.

D.: Era possibile fare una guerra di liberazione in modo diverso?

R.: Non capisco come... Cosa significa questo.

D.: Secondo te era possibile fare la Resistenza ai Tedeschi senza mettere le bombe?

R.: Possibile era tutto. Noi eravamo sempre contenti che non succeda niente, perché noi non abbiamo fatto ai partigiani niente, neanche loro ci hanno fatto niente, perché noi non eravamo soldati come i Tedeschi proprio, insomma.

D.: Voi eravate delle SS?

R.: No, no.

D.: Facevate parte delle SS?

R.: Non abbiamo fatto parte delle SS, quella era una pura bugia che hanno detto, eravamo sempre poliziotti, mai delle SS, credevano soltanto loro che eravamo delle SS.

D.: E come mai hanno detto sempre questa cosa?

R.: Non lo so, erano tutte storie soltanto, perché questo può dire ognuno che non eravamo delle SS. Ognuno può dire a tutti quello. Questa è soltanto una bugia.

D.: Voi chi eravate di preciso?

R.: Cosa eravamo? Tutti contadini. Non siamo stati mica soldati, la maggior parte aveva già quarant'anni, trentacinque, quarant'anni, io ero il più giovane di tutto il battaglione, con venticinque anni. Ma posso capire che possano dire questi grandi che eravamo SS, perché quello è... non si può...

D.: Chi erano i vostri ufficiali?

R.: Tutti Tedeschi. Erano tutti Tedeschi, ma anche delle SS, tutti poliziotti. Erano tutti poliziotti...

D.: Vi aspettavate degli attentati dai partigiani?

R.: No, no, non abbiamo pensato mai ad un attentato, perché eravamo così tranquilli, eravamo... non abbiamo creduto che succede una roba così, noi eravamo impazziti, l'hanno fatto a soldati che non erano nemmeno soldati, si può dire, eravamo due mesi soldati. Di più non posso dire.

D.: Sapevate che cos'erano i G.A.P.?

R.: No, quello non so cos'era, mai sentito.

D.: Che c'era un movimento partigiano a Roma...

R.: No, mai sentito, mai, non abbiamo sentito... proprio niente abbiamo saputo di cosa succedeva a Roma.

D.: I partigiani rimproveravano al Bozen di aver partecipato ad azioni di rappresaglia in Piemonte.

R.: Ah, quello sì, quello erano anche tutti... Ma noi no, noi poliziotti no, eravamo sempre a far la guardia, soltanto abbiamo fatto la guardia che non succeda che buttano giù questo ponte o quella via, mai contro i partigiani, non ci siamo incontrati mai.

D.: Poco prima però, mi hai detto che i tre battaglioni del Bozen erano stati impiegati nella lotta antipartigiana in Piemonte.

R.: Sì, impiegati, soltanto abbiamo fatto le guardie, soltanto guardie, non avevamo fatto mai ancora con il fucile tutto il tempo, perché i partigiani non andavano più quando noi eravamo sul ponte a far la guardia che non succeda niente al ponte, perché quei ponti lassù e quelle strade erano tutti fatti saltare in aria, che non potevano più passare, coi partigiani non abbiamo proprio... non li abbiamo incontrati mai.

D.: Quando scoppiò la bomba che hai provato? Pensasti a qualcosa?

R.: Abbiamo pensato che buttavano delle... era per aria le bombe, come era... non era una cosa nuova, hanno bombardato tutti i giorni in qualche modo, qualche parte, e abbiamo pensato era una bomba degli aerei.

D.: La bomba è stata messa il 23 marzo...

R.: Sì, esatto.

D.: ... nell'anniversario della fondazione dei Fasci. Come mai per quel giorno non vi aspettavate qualcosa di grave a vostro danno?

R.: Non abbiamo pensato più che abbiamo... perché era tutto tranquillo, non era mica in... linea...

D.: Cosa ti ha dato più rammarico in tutta questa storia?

R.: Io sono Arturo e non ho niente rabbia per gli italiani. Posso soltanto dire che quello... si parla sempre e soltanto dei... quelli che hanno fucilato, e mai di quei tirolesi che hanno anche perduto così tante vittime, e così tante vedove che erano a casa, io conosco due che venivano in ospedale, come si dice, hanno perduto il cervello, e avevano già bambini grandi, tre o quattro bambini, e sempre e soltanto si parla di quello che hanno fatto, non si parla mai... perché quello per me è un grande... un grande... come si dice, non si può nemmeno dire una parola di che cosa è lui, perché questa è una fesseria che ha fatto, chi potrebbe andare... poteva andare...

D.: Vuoi dire quello che ha messo la bomba?

R.: Sì, quello che ha messo la bomba, il Signor Rosario Bentivegna, perché a quel nome si diede la medaglia d'oro, e questo qui fa rabbia a tutti i tirolesi che hanno ancora partecipato a quella tragedia, è soltanto sempre lui... io mi vergognerei di stare ancora vivo, perché io dico se non pensa mai quando deve morire a che cosa ha combinato, perché quelle tre o quattrocento persone le ha sempre lui sulla coscienza, aveva sempre fatto lui quel grande errore. Soltanto questa rabbia c'è ancora dentro di noi, perché affari così non si fanno...

D.: Che reazione ci fu qui, nel Tirolo, quando hanno saputo che c'era stato un attentato a Roma che aveva procurato tanti morti?

R.: Era terribile, perché lì...

D.: E quando poi le famiglie hanno saputo della rappresaglia che c'era stata, cosa hanno detto?

R.: Non so che cosa hanno pensato, noi eravamo...

D.: ... che cosa si pensava in quei giorni?

R.: Io non posso dire che cosa pensavano, perché noi eravamo ancora soldati. Io credo non tanto bene hanno pensato che i loro figli e i loro... non vivevano più, sarà stato sicuro un grande... Si può ben pensare che se trentatré muoiono soldati avevano anche pensato male.

D.: Arthur, tu quel giorno, quel 23 marzo del 1944 ti sei sentito colpito come italiano o come tedesco?

R.: No, noi non abbiamo avuto rabbia per gli italiani, perché a noi non hanno fatto niente... noi siamo stati... giovani, non abbiamo pensato che cosa succedeva, cosa viene fuori da tutto questo odio...

D.: Trascorso molto tempo dall'attentato, mai ne riparlavate fra commilitoni...

R.: Sì, abbiamo parlato giorni e giorni, sempre, perché questo non si dimentica per tutta la vita ormai, una cosa simile, così, per niente, siamo stati al fronte e abbiamo combattuto, altra cosa, ma così in una città libera e così tranquilla com'era Roma non si pensava mai nemmeno... Anche gli italiani giù a Roma hanno detto che hanno fatto male, che come abbiamo sentito noi questo era un colpo grosso e senza... fare qualcosa a questi trenta soldati, la guerra non finisce nemmeno un minuto prima, questo non era... un errore questo, si può dire che era un errore che si dà la medaglia d'oro per una roba così.

D.: Ma secondo te perché l'hanno fatto?

R.: Perché lui voleva distruggere i soldati, perché lui ha detto: questa era una cosa di guerra, perché gli Alleati avevano detto di distruggere i Tedeschi che sono nelle città con i partigiani, distruggere, distruggere perché la guerra finisce prima.

D.: Ma allora gli italiani non avrebbero dovuto fare la Resistenza?

R.: Quello... La guerra è guerra, quello non si può... La resistenza la fa ogni... anche i Tedeschi l'hanno fatta, tutti la fanno in quel momento, sempre, la guerra è guerra.

D.: Sì, ma per liberare l'Italia dai nazisti, come avrebbero dovuto fare?

R.: Erano ormai capaci di farlo. Ormai erano capaci perché erano sulle montagne i partigiani... sempre... perché i Tedeschi avevano adoperato ancora tanti uomini per farli stare dietro, erano tutti... erano migliaia sulle montagne, non facevano niente lassù, soltanto che come qua erano distrutte strade, ponti e tutto quello che stava per fare la guerra.

D.: Sì, ma c'è stata anche una guerra partigiana fatta nelle città.

R.: Quello non so, noi sappiamo sempre che erano sulle montagne, anche di notte abbiamo visto le luci, non è che... abbiamo segnalato insieme, a noi non hanno fatto niente i partigiani.

D.: Ma a Roma, per esempio, di attacchi partigiani ce n'erano stati parecchi!

R.: No, quello... io non so quello, non so niente di Roma, perché noi siamo stati soltanto un mese a Roma, di tutto quello noi non abbiamo saputo niente. Forse gli ufficiali l'avrebbero visto, ma il soldato non sa niente, ... niente.

D.: Dopo che c'è stata la bomba a Via Rasella che vi è accaduto a voi del Bozen?

R.: Eravamo tutti completamente distrutti, eravamo veramente... pensavamo che... non era giusto quello che hanno fatto secondo me, perché noi non eravamo guerrieri, eravamo soldati tranquilli. Siamo stati sempre in quella Via Rasella, trenta volte al mese, ogni giorno siamo passati lì nella Via Rasella, ogni giorno, perché siamo stati fuori del campo in piazza d'armi a fare l'istruzione e siamo passati sempre nella Via Rasella, ogni giorno, trenta volte. L'ultima volta hanno fatto quell'attentato, è successo quello.

D.: Ma tu sei... Tu sei italiano o tedesco?

R.: Noi siamo cittadini italiani ma parliamo tedesco, perché noi appartenevamo una volta all'Austria. Nella guerra 1914-1918, la Prima Guerra Mondiale, l'Austria ha perso il Südtirol e l'ha vinto l'Italia, e dal Brenta fin lì eravamo sempre italiani... ma la lingua parliamo sempre tedesco, dal Brennero fino a Salorno.

D.: Senti, ma i soldati che formavano il battaglione Bozen erano italiani o tedeschi?

R.: Tutti tedeschi, tutti tirolesi. Soltanto gli ufficiali erano tedeschi. I soldati erano tirolesi, ma noi diciamo tedeschi perché parliamo tedesco. Eravamo tutti italiani noi, come nazionalità eravamo italiani, ma io ho detto che quelli che erano dei battaglioni... però parlavamo tutti tedesco, non siamo mica tedeschi, soltanto la lingua parliamo.

D.: So che tu e gli altri commilitoni del Bozen siete stati soldati dell'Esercito Italiano!? Che storia militare avevano i tuoi commilitoni?

R.: Tutti tedeschi, noi eravamo tutti tirolesi.

D.: Sì, ma tu mi dicevi che avevate fatto il soldato nell'Esercito Italiano.

R.: Sì, tutti che eravamo nel... tutto il movimento ha fatto il soldato italiano.

D.: Su quale fronte?

R.: Non fronte, soldati di vent'anni, normali soldati.

D.: Tu dove avevi fatto il soldato?

R.: In Sardegna, in Italia, in Sardegna, in Fanteria, nella Fanteria, tutti dovevano andare a fare il soldato ancora come oggi. Oggi devono anche fare il soldato, anche i tirolesi, tutti in Italia, e così c'era quella volta.

D.: Dunque i soldati del Bozen avevano già fatto il militare nell'Esercito Italiano?

R.: Sì, tutti, perché siamo entrati tutti come caporali, perché avevamo fatto il soldato italiano, eravamo tutti caporali già dall'inizio.

D.: Tu che grado avevi nel Bozen?

R.: Caporal maggiore.

D.: E a che compagnia appartenevi?

R.: L'XI° Compagnia.

D.: A Via Rasella quale compagnia fu colpita?

R.: L'XI° Compagnia.

D.: Come eravate armati?

R.: Con fucile e mitraglia.

D.: Dopo che subiste l'attentato avete reagito anche con le vostre armi contro i partigiani?

R.: Sì, noi abbiamo sparato in giro, perché ci siamo... di dentro, in mezzo, gli altri hanno sparato e abbiamo sparato anche noi, ma quello è naturale, no? Perché noi... Perché tutti quei feriti li abbiamo portati via, erano 56, gravemente feriti anche.

D.: Ma tu Arthur come sei riuscito a salvarti dalla bomba?

R.: Non mi ha colpito la bomba, io ero già avanti 20 metri. Io ero davanti nella prima fila a destra, e dietro a me la colonna era a 50 metri, perché era il I° battaglione e il II° battaglione, batteria, e proprio in mezzo alla compagnia esplodeva la bomba, è andata la bomba, proprio quando la compagnia era per metà dentro. Io ero davanti e non mi ha fatto niente. A tre-quattro metri tutti erano già feriti, tutti.

D.: Tu li conoscevi i commilitoni che erano morti?

R.: Sì, tre erano di Caldaro, miei amici, tre di Caldaro erano morti, proprio amici che hanno casa sopra, tre erano...

D.: Come si chiamavano?

R.: Uno si chiamava Dissertori Josef, uno Amagassen Karl e l'altro si chiamava... come si chiamava l'altro? Sian Arthur, Sian Arthur. Poi erano... poi io anche... via casa... di qui.

INCONTRO CON MATTEO MATTEOTTI, PARTIGIANO, FIGLIO DI GIACOMO.

D.: Lei in quel marzo del 1944 cosa faceva a Roma e cosa può raccontare dell'azione di via Rasella?

R.: Ma io ero da poco stato nominato segretario della Federazione Giovanile Socialista per suggerimento e per decisione di Sandro Pertini, che era membro della segreteria del partito in quell'epoca. Avevamo organizzato una... chiamiamola brigata, anche se era un gruppo armato che era comandato da Eugenio Colorni che poi è stato assassinato alla vigilia della liberazione di Roma. E quindi di via Rasella non è che so più di quello che Pertini ci disse quando lo ritrovammo in Alta Italia dopo la liberazione. Affermò che lui non era stato favorevole ad un'azione militare di gappisti contro un reparto militare perché temeva che ci fossero delle rappresaglie sproporzionate rispetto all'efficacia dell'azione. Però rimase in minoranza nel (...) romano e prevalse la tesi di Giorgio Amendola, che era convinto della necessità di dare una dimostrazione di forza, di coraggio e che bisognava, quindi, condurre a fondo un'operazione. Fu scelta la colonna di...

D.: Del Bozen.

R.: ... dei soldati altoatesini che ogni giorno passava da via Rasella. Anch'io son convinto che fu un'azione che non ebbe il senso e la dimensione delle azioni che devono avere in guerra anche gli atti di offesa al nemico, quando poi le conseguenze sono quelle che si riflettono sulla popolazione. Io ne ebbi le conseguenze indirette perché quando mi fu detto 'Anche voi eravate favorevoli', io dovetti dire che il nostro membro della segreteria Pertini non era stato favorevole a quella azione.

D.: Lei poc'anzi mi diceva di una affermazione di Giorgio Amendola a proposito del coraggio di uccidere i tedeschi...

R.: Ma io adesso non ricordo perché ho la memoria un po' allentata dal complesso di vicende. Io son convinto che Giorgio Amendola non fu, dopo l'esito delle Fosse Ardeatine, ancora convinto che la sua fosse stata un'azione giusta, anche perché gli fu detto, nel partito, che in fondo erano reparti che non avevano niente a che fare con le rappresaglie, gli orrori che venivano perpetrati nei confronti dei partigiani e della popolazione. Si trattava appunto di un reparto di soldati di scarso rilievo bellico e aggressivo. E ho l'impressione però che gli sia rimasto un qualche cosa che gli abbia probabilmente turbato la coscienza, anche se non me l'ha mai detto.

D.: Sì, però in quel 23 marzo del 1944, che come sappiamo era l'anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento, si stava ancora combattendo la terza battaglia di Cassino e i G.A.P. probabilmente pensavano che, almeno questa volta, gli Alleati avrebbero vinto e sarebbero giunti a momenti a Roma. Quindi cercavano di attuare delle azioni di guerriglia, in modo da acquisire prestigio dinanzi a loro. Forse Giorgio Amendola pensava a questo...

R.: Io non lo so. So che Pertini era invece favorevole ad una manifestazione davanti al Messaggero contro la prospettiva che Roma diventasse teatro di guerra e voleva che il coraggio della gente si potesse manifestare con una chiara protesta contro le truppe occupanti, ma con l'intento di non arrivare ad uno scontro armato.

D.: I capi partigiani non ritenevano che, in modo conforme a tutte le altre rappresaglie feroci, i tedeschi potessero attuarne anche a Roma?

R.: La cosa che fa ritenere che ci sia stata una forzatura, è che poi, subito dopo l'attentato, uno degli attentatori se ne fuggì in Jugoslavia, rientrato dopo la fine della guerra, ora a molti anni dopo la Liberazione, ancora se ne vanta.

D.: Subito dopo l'attentato, diciamo... in quei giorni, lei ha incontrato per caso qualcuno dei protagonisti dell'attentato di via Rasella?

R.: No, no, no. Io ho conosciuto solo Carla Capponi quando fu nominata deputato nella prima legislatura. C'era la Costituente, se ben ricordo. Furono nominati lei e Moscatelli come espressione della Resistenza attiva.

D.: Subito dopo l'attentato non sa dove si sono rifugiati i gappisti che hanno partecipato?

R.: No, perché io ero semplicemente un gappista di una formazione minore che era comandata da Eugenio Colorni, che fu ucciso il 3 di giugno da un agente della banda Pollastrini.

D.: Ma i GAP romani da chi ricevevano ordini?

R.: E' difficile che io possa ricordare perché noi ordini li ricevevamo dal nostro... chiamiamolo 'comandante militare' che era Giuliano Vassalli e degli altri non avevamo la minima informazione.

INCONTRO CON ETTORE GALLO, EX PRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE.

D.: Cosa si intende nella tradizione giuridica europea per rappresaglia?

R.: La rappresaglia è un vero e proprio istituto giuridico che viene dal Medioevo, cioè dal tramonto dell'Impero Romano; quindi nasce dalla giustizia, diciamo... latina, ed ha avuto una sua base giuridica. Era disciplinata già da trattati di carattere medievale, da intese tra i piccoli Stati che allora attraverso il feudalesimo si formavano, scomparivano, si riaccorpavano nell'Italia di quei tempi. È un istituto giuridico che in sostanza come tale ha avuto la sua disciplina, le sue regole giuridiche. E a questo ci si deve attenere se si vuole che poi, insomma, anche la guerra, che è uno degli istituti che contraddice la civiltà, conservi in qualche modo una parvenza civile.

D.: Quali sono queste regole?

R.: Innanzitutto è da chiarire che pur prendendo in considerazione tutte le convenzioni elaborate intorno a questo istituto esse oggi sono inaccettabili e del tutto contrarie a quanto stabilito dalle Nazioni Unite. Addirittura una rappresaglia risulterebbe impensabile. Sta di fatto, tuttavia, e purtroppo! le rappresaglie continuano, perché in fondo, quando si vanno a bombardare le basi dei terroristi in altri Stati, questa è una forma di rappresaglia. In realtà ogni forma di rappresaglia andrebbe sostanzialmente bandita dall'ordinamento internazionale.

D.: Quale era la situazione durante la Seconda Guerra Mondiale?

R.: All'epoca della Seconda Guerra Mondiale, queste nuove regole non esistevano. Quelle che c'erano, erano state stabilite dalla Società per le Nazioni, o erano di carattere pattizio, cioè stabilite fra Stato e Stato. Vediamo un primo aspetto. Innanzi tutto la rappresaglia non è un rapporto fra lo Stato occupante e il cittadino, fra lo Stato belligerante e il cittadino, ma in sostanza è un rapporto fra Stato e Stato. Quindi, la responsabilità dell'atto illecito compiuto da uno dei belligeranti risale allo Stato di quel belligerante, quindi è nei confronti di quello Stato che la rappresaglia andrebbe espletata.

D.: E come invece fu intesa ed applicata dalle truppe naziste nel caso di Via Rasella?

R.: Qui la situazione era complessa. Perché qui, sul territorio dove si svolgevano queste cose, c'era uno Stato che era stato istituito dai tedeschi, che noi chiamiamo Stato fantoccio, noi diciamo che non aveva legittimità però aveva una sua esistenza di fatto, che, in definitiva, proprio per il suo essere di fatto, spiegava degli effetti giuridici di fatto. Supponga il decreto del Governo che non venga poi dalle Camere convertito in legge: decade. Però, come situazione di fatto ha conseguito degli effetti giuridici che vanno rispettati. Difatti, le Camere salvano sempre gli effetti giuridici, pur se non sempre i decreti.
Così, in questa situazione internazionale del 1944, la Repubblica Sociale Italiana, che era sicuramente un governo di fatto instaurato dai tedeschi, di fatto svolgeva una sua attività e quindi creava dei rapporti e degli effetti giuridici. In Italia però - se vogliamo applicare la regola che definisce la rappresaglia come rapporto fra Stati - c'era una situazione stranissima! Responsabile di quello che accadeva nel territorio occupato dai tedeschi, era lo Stato a cui apparteneva di fatto quel territorio legittimamente, in questo caso la Repubblica Sociale Italiana, che era anche uno Stato legittimamente riconosciuto dai tedeschi. Qualunque episodio sarebbe accaduto sul territorio controllato dal governo di Mussolini dunque, sarebbe ricaduto sotto la sua responsabilità, vale a dire sotto la responsabilità della Repubblica Sociale Italiana che i tedeschi stessi avevano legittimato e riconosciuto.
Dunque lo Stato che avrebbe dovuto rispondere nei confronti dei tedeschi di quanto era accaduto a Via Rasella, sarebbe stato la Repubblica Sociale Italiana, perché era quella che deteneva il governo, sia pure di fatto, in quello Stato! Ed è chiaro che tutto questo era assurdo. Era impensabile che i tedeschi se la potessero prendere con il loro Stato protetto ed alleato, anche perché sapevano benissimo che erano proprio i nemici di quello Stato che avevano compiuto quell'azione di via Rasella.

D.: Ma in Italia c'erano due stati, uno a Nord, governato ufficialmente da Mussolini, uno a Sud dal Re?

R.: Certo, questa è un'altra delle questioni che si pose il tribunale militare e il tribunale supremo militare nel processo contro Kappler. Invece che la Repubblica di Salò, forse non avrebbe dovuto rispondere invece dell'accaduto lo Stato Italiano del Sud, il cui Governo fu poi considerato legittimo, successivamente!? Ma lo Stato del Sud come poteva rispondere di ciò che avveniva in un territorio occupato proprio dal nemico che aveva ricevuto il danno e che egli non poteva controllare!? Si potrebbe soggiungere: sì, non poteva controllarlo però in fondo aiutava i movimenti partigiani. C'erano quei famosi lanci di munizioni, di armi, quindi sotto questo aspetto una certa responsabilità poteva esser vista, però in fondo era un aiuto così sporadico che solo in un momento successivo avrebbe sortito qualche effetto. All'epoca dell'attacco di via Rasella ancora non esisteva questo legame vero e proprio tra il movimento di liberazione, di resistenza e il governo del Sud.
Questo legame è venuto successivamente, lentamente, un po' obtorto collo, ed è avvenuto attraverso intese col Comitato di Liberazione Alta Italia, il cosiddetto CLAI, accordi che intervenivano col governo legittimo del Sud. In un primo tempo neppure con gli Alleati, che non volevano riconoscere questo movimento partigiano, anche perché con i movimenti partigiani avevano fatto brutte esperienze in Grecia, quindi un po' ne diffidavano. Poi, successivamente le cose andarono diversamente ma in un primo tempo c'era questa diffidenza. Però, in ultimo, poi anche gli Alleati diedero il loro assenso a queste intese: nel senso che - al Nord - i Comitati di Liberazione avevano praticamente il governo e la conduzione della lotta contro i tedeschi, quindi erano i rappresentanti del governo legittimo italiano.
Da questa situazione giuridica indistricabile, quindi, nella sostanza sarebbe stato impossibile individuare un qualunque trattato, accordo, patto fra stati che contemplasse e potesse legittimare la terribile scelta fatta dai nazisti in quella particolare circostanza. Essa non aveva alcun appiglio giuridico, fu fatta deliberatamente, con una decisione di parte.

D.: Tornando alla rappresaglia delle Fosse Ardeatine si è messa in evidenza molte volte la 'non proporzionalità'!

R.: La proporzionalità era una condizione essenziale che non poteva essere ignorata in modo assoluto. Era previsto espressamente che la rappresaglia dovesse avere un contenuto di proporzionalità e non superiore rispetto alla lesione che il nemico aveva ricevuto. Ecco, questo era inderogabile! e infatti le sentenze dei tribunali militari in qualche modo superano perfino le altre questioni dicendo: bè, insomma, questi qui in qualche modo si dovevano difendere, però quando arrivano a questo punto dicono: - ma non c'è stata la proporzione -!. Perché il discorso dell'1 a 10 è un discorso che sta nella mente feroce dei nazisti, nella prassi che esercitavano, non sta in norme giuridiche.

D.: Nel dopoguerra quale fu allora la strategia processuale di Kappler?

R.: Kappler aveva una munita difesa giuridica, avvocati di valore. E capì presto - anche perché il Pubblico Ministero contestava le cose che diceva - che doveva abbandonare la linea principale della vera e propria rappresaglia perché mancava la legittimazione; fra l'altro le vittime non erano nemmeno legate da un rapporto di contingenza a quello che era avvenuto perché erano in prigione da tempo, facevano sì parte della lotta di liberazione, ma ne tagliati fuori, in sostanza. Eppoi c'erano degli ebrei che erano stati arrestati solo perché tali e quindi non c'entravano proprio! La difesa di Kappler, una volta resasi conto che da un punto di vista tecnico - non esiste, l'atto internazionalmente illecito riferibile al Governo legittimo italiano e conseguentemente già per questo la rappresaglia era illegittima - ha allora subordinatamente sostenuto che potesse trattarsi di un'altra misura coercitiva che si chiama repressione collettiva e che è disposta dall'occupante ai sensi dell'articolo 50 del regolamento dell'Aja. Quindi, invocava una norma internazionale. Però, questo articolo 50 invocato, dispone - è scritto in francese, lo traduco - 'che nessuna pena collettiva, pecuniaria o di altro genere, potrà essere stabilita contro le popolazioni a causa di fatti individuali di cui esse non potrebbero essere considerate come solidarmente responsabili'.
Allora, intanto, si tratta di vedere che significa 'pena pecuniaria o altre'. Bè, è difficile pensare che, mettendo come voce principale la pena pecuniaria, poi l'altra potrebbe essere la pena di morte! non è pensabile che l'articolo 50 avesse indicato la pena di morte, quindi già questo scartava un eccidio di quel genere.

D.: Quale sarebbe la natura giuridica appunto di questo articolo?

R.: Questo articolo 50 è inserito negli articoli che vanno ovviamente dal 48 al 53, che riguardano 'il prelevamento di imposte e contributi, la richiesta di prestazioni e le requisizioni pretese dall'autorità militare occupante sul territorio nemico occupato'. Ora, è impensabile che per la violazione alle requisizioni, ecc. addirittura si pensi alla pena di morte, ad un eccidio del genere. E' chiaro che quando l'articolo 50 parla di pene pecuniarie, vuol dire che si tratta di infrazioni di scarso valore e intensità, in sostanza, e quindi mai punibili con una pena del genere. Ma poi mancavano le condizioni per una repressione collettiva, in quanto dovevano essere considerati, come dice l'articolo, 'solidarmente corresponsabili'. Ora, che si possa parlare di una corresponsabilità etica perché quelli pure erano membri della guerra di Liberazione; che si possa dire degli ebrei che psicologicamente, certo, non erano a favore dei tedeschi; ma non era affatto possibile che fossero 'solidarmente corresponsabili' di quello che era accaduto a via Rasella! Questi non ne sapevano niente, quindi è inaccettabile sul piano giuridico un principio di solidarietà corresponsabile addirittura da parte di gente che era in galera da tempo o da parte di ebrei per il solo fatto che erano ebrei.
Che i fucilati non c'entrassero per nulla lo sta a dimostrare il fatto che erano rinchiusi in carceri diverse, erano imputati di tutt'altra natura e addirittura, come gli ebrei non erano colpevoli di nulla. D'altra parte, poi, per Diritto Internazionale, non può farsi luogo a repressione collettiva se non esista una previa norma dell'occupante che la preveda espressamente, specificando la specie di pena in relazione a una certa casistica tipica'. Cioè l'occupante, se vuole applicare l'articolo 50 di repressione collettiva, e deve riguardare un'intera comunità non persone singole, deve previamente stabilire i casi e la pena che vuol dare. E invece tutto questo non c'era, anche perché i tedeschi avevano altro da pensare che stabilire queste cose, anche perché erano infrazioni minime, non gliene importava niente.
In conclusione, quando la difesa di Kappler si attacca a questa subordinata, non tiene conto che l'articolo 50 era del tutto inapplicabile in una specie del genere.

D.: Tirando le somme, gli argomenti dei tedeschi come sono da giudicarsi ?

R.: Beh, non è che dal loro punto di vista non avessero ragioni per fare quello che hanno fatto... Solo che erano ragioni che in parte erano fondate soltanto su di una prassi che non aveva alcun valore giuridico e che purtroppo era una prassi feroce, una prassi di sangue: quel famoso rapporto di 1 a 10 non esiste nelle convenzioni internazionali. Esiste il contrario.

D.: Mi può chiarire ancora una volta come è nato il concetto giuridico di rappresaglia e come esso in effetti sia molto diverso da come lo applicarono i nazisti?

R.: In effetti, nel diritto internazionale, nelle convenzioni pattizie, esiste questo concetto. Così, genericamente, naturalmente; discorsivamente, diciamo. Perché? Perché la rappresaglia è un vero e proprio istituto giuridico che è nato nel Medioevo, quando è finito l'Impero Romano e quindi la giustizia latina, questi Stati feudali, i Comuni, i piccoli Stati che si andavano formando dalla disgregazione dell'Impero Romano e dalle invasioni barbariche, si trovavano in questa situazione, che il cittadino che da cittadini di altri Stati fosse stato depredato, truffato, rapinato, e poi quelli si rifugiavano nel loro Stato, non aveva alcuna difesa perché gli Stati non riconoscevano la giustizia degli altri né alcuno voleva che il proprio cittadino fosse toccato nel suo Stato. Finiva per essere ragione di guerra se fossero andati a tentare di prelevare quei cittadini. E allora che cosa succedeva? Che se altri cittadini, che non ne sapevano niente, di quello Stato, ritornavano in questo Stato, questo faceva la cosiddetta 'rappresaglia', si riprendeva le cose che altri gli avevano però rubato! Ed era ritenuto una cosa legittima nel diritto barbarico.
Solo che spesso questo finiva per dare luogo a screzi anche fra gli Stati e allora finirono per esserci delle intese fra gli Stati, per cui la rappresaglia cessò di essere un istituto di diritto privato e diventò un istituto di diritto pubblico perché gli Stati la disciplinarono e fissarono delle regole; davano addirittura delle lettere patenti per esercitare la rappresaglia ai propri cittadini, però con delle regole che erano concordate anche con gli altri Stati. Una di queste regole, che poi la troveremo riprodotta nei trattati dell'Aja, e quindi valevoli nel secondo conflitto mondiale, è la assoluta proporzione tra l'atto illegittimo compiuto dapprima e la ritorsione, la rappresaglia che segue all'atto illegittimo. Occorre una assoluta proporzione, non può essere superato questo limite della proporzione. Ma nelle elaborazioni che poi la Società delle Nazioni ne aveva fatto attraverso le convenzioni dell'Aja c'era qualcosa di più: cioè che la rappresaglia era un atto ostile che veniva compiuto nei confronti di un altro Stato, non nei confronti di singole persone; veniva compiuta cioè nei confronti di uno Stato che a sua volta aveva già compiuto degli atti ostili. Quindi, la premessa, perché la rappresaglia - anche bellica, anche in tempo di guerra - fosse legittima, era che chi ne doveva rispondere era lo Stato in guerra, o lo Stato che aveva compiuto il primo atto illegittimo. E qui nessuno di questi aspetti è presente.

D.: Permette un'osservazione? Se chi ha il legittimo diritto di compiere la rappresaglia sono solo gli Stati in guerra, - praticamente - non sarà mai applicabile questo diritto perché difficilmente i belligeranti hanno confini stabili; durante una guerra ci saranno sempre territori la cui amministrazione è illegittima, o almeno non riconosciuta dagli uomini che lottano e si ribellano all'occupante!

R.: Innanzitutto non sempre Stati che si combattono occupano l'uno il territorio dell'altro; se sono agli inizi della guerra sono ancora dentro i propri confini ma hanno armi per colpire l'altro all'interno, armi aeree, artiglierie, ecc., quindi non è detto che sempre debba ricorrere la situazione del territorio occupato. Nel caso invece del territorio occupato, la regola è che: lo Stato A che ha la signoria sul territorio C occupato dal nemico B, risponde a B di quanto accade sul territorio occupato C, in quanto si ritiene che lo Stato A diriga le operazioni contro lo Stato occupante B, perciò ne risponde direttamente. Questa è la condizione per cui diventa legittima una rappresaglia di B sul territorio di A, territorio non ancora occupato.
Nel caso di Via Rasella tutto era invece estremamente complicato. L'attacco era avvenuto sì in un territorio occupato dai tedeschi, ma, su questo, la signoria di fatto era esercitata da uno Stato, la Repubblica Sociale Italiana, che era stato istituito dagli stessi tedeschi e che era loro alleato. Quindi avrebbe dovuto rispondere di quel fatto proprio la Repubblica Sociale, che a quel tempo aveva la signoria su Roma, dove era avvenuto l'attacco. Ma era assurdo che la Germania ne chiedesse conto proprio alla RSI, sua alleata dei fatti avvenuti. Quindi questa era una cosa complicatissima e di fatto impossibile parlare di legittimità di rappresaglia, in questa situazione.

D.: Secondo le norme del diritto, che tipo di rappresaglia potevano attuare i tedeschi dopo l'attentato di via Rasella? Cosa avrebbero potuto fare?

R.: Bè, innanzi tutto avrebbero potuto ricercare i colpevoli e una volta trovati li potevano giudicare e anche fucilare. Ma in ogni caso la rappresaglia doveva avere quella condizione della proporzione. Ammesso che si potesse superare tutto il resto e dire: va bè, comunque era territorio occupato e gli italiani ne dovevano rispondere di questo, e quindi far rispondere la popolazione anziché lo Stato, diciamo, ma quanto meno doveva esserci la proporzione.

D.: I morti a via Rasella sono stati 33, quindi...

R.: Eh! E alle Fosse Ardeatine? Sono stati 335. Hanno superato pure la cifra che si erano proposti! I tedeschi, non sono andati tanto per il sottile sui conti. Di vittime ce n'erano di più. La proporzione è mancata. Non solo, ma poi la fucilazione è stata eseguita, su gente assolutamente estranea a quel fatto. È gravissimo sul piano proprio della barbarie giuridica. Ma c'è stato anche il modo inumano con cui è stata eseguita la strage, perché queste ondate successive di gruppi che venivano portate al punto della fucilazione nelle caverne delle Fosse Ardeatine, erano costrette a salire sui gruppi dei cadaveri dei loro compagni. Ecco, questo è anche l'altro aspetto inumano; e attendevano, via via che si facevano le fucilazioni degli altri gruppi. Tutto questo è veramente inumano, quindi è stata condotta in un modo estremamente barbaro, violando le leggi generali sulla rappresaglia, e particolarmente violando il principio della proporzione.

D.: Allora, non è vero che Kappler sia stato condannato solo per i cinque in più?

R.: Noo. Assolutamente! È una favola questa, che Kappler sia stato condannato per i 5 in più: neanche per sogno! Basta leggere le sentenze del tribunale militare e ci si rende conto che è stato condannato: prima, perché è stato riconosciuto che la rappresaglia che è stata eseguita dai tedeschi in quella occasione alle Fosse Ardeatine non era legittima, cioè non era conforme alle regole stabilite dalle convenzioni internazionali. Poi è stato condannato anche perché fu respinta la subordinata avanzata da Kappler; Kappler aveva detto: va bè, se non è valida la rappresaglia così come è prevista dalle convenzioni internazionali, io credo però che mi si possa applicare l'articolo 50 del regolamento... E questo era inapplicabile. Quindi il tribunale ha respinto anche questa subordinata e ha dichiarato il Kappler colpevole dell'intero fatto delle Fosse Ardeatine, non soltanto, quindi, dei 5 in più: è stato dichiarato colpevole dell'intero fatto delle Fosse Ardeatine e come tale condannato.

D.: Ma se Kappler avesse rispettato la proporzione cioè: 33 prigionieri per i 33 tirolesi morti... allora?

R.: Se fosse stata rispettata la proporzione numerica, nel senso cioè che ai 33 altoatesini uccisi dalla bomba di via Rasella fosse stata contrapposta la fucilazione di 33 ostaggi che erano nelle loro mani, nelle loro carceri, ecc., certo questa condizione principale della proporzione sarebbe stata rispettata. E io aggiungo che probabilmente il tribunale militare di Roma, con le premesse che aveva fatto, probabilmente sarebbe dovuto arrivare all'assoluzione di Kappler, se ci fosse stata la proporzione; perché in realtà, per il resto, il tribunale in qualche modo aveva superato le difficoltà di trovare la legittimità, diciamo, per questa azione contro persone che non c'entravano, eccetera. In qualche modo nella motivazione l'aveva superata; sono io che dico che in realtà invece non era superata, che è erronea quella parte della motivazione e che illegale comunque sarebbe rimasta la rappresaglia perché violava altre regole convenzionali della Società delle Nazioni. Ma il tribunale credo che sarebbe potuto arrivare veramente all'assoluzione di Kappler se ci fosse stata questa proporzione.

D.: Ma da molti è detto che in realtà Kappler ha obbedito a degli ordini espliciti di Hitler e di Keitel e che in assoluto non poteva dire di no.

R.: Bè, lui ha ritenuto, come i nazisti ritenevano per la loro disciplina, di dover obbedire anche ad ordini manifestamente illeciti, però ne risponde. Avrà obbedito al suo superiore, magari se avesse vinto la guerra sarebbe stato decorato dai suoi superiori, ma la guerra l'ha persa e vale il diritto delle genti, in sostanza, il quale dice di no, che non lo poteva fare. Del resto oggi, per esempio, nell'ordinamento militare, c'è una precisa norma che dice che il soldato non può eseguire l'ordine manifestamente illecito del superiore. E ne risponde se lo esegue.

D.: Però questa è una norma che è stata stabilita ora, dopo la II Guerra Mondiale.

R.: Sì, questo è vero. Però lì, sa, quest'ordine è di una carneficina, in sostanza. Che viene dato dall'alto - ammesso che poi sia vero perché non abbiamo nessuna prova; questo è asserito, affermato, non è venuto nessun generale però a dire: 'sì, è vero, l'abbiamo ordinato noi', anche perché l'avrebbero reso corresponsabile, quindi difficilmente si sarebbe trovata una testimonianza del genere. Comunque nessuno è venuto a discolparlo. Anche perché questo genere di rappresaglie non è vero che vengono ordinate... Vengono assunte dal comandante della zona operativa dove la truppa opera e ha bisogno di difendersi. Sono provvedimenti che vengono presi sul campo dal comandante della zona operativa. Si immagini se per una cosa del genere questi andavano a chiedere il permesso a Hitler.

D.: Però in quel caso, nel caso di via Rasella, ci furono delle telefonate esplicite da parte di Hitler allo Stato Maggiore tedesco e poi a Kappler e a Meltzer, qui a Roma.

R.: Io questo non lo so. A me non risulta. Se lei dice che ci furono, ne prendo atto. E comunque dico: era così evidente che quello che facevano era un massacro, insomma, era illecito, era illegittimo, era contro ogni diritto delle genti. Che senso aveva? Trenta persone, solo perché sono tedeschi valgono 10 volte? Ma insomma, ha un senso di fronte a che? Qual è il diritto delle genti che può concepire e rendere compatibile un principio del genere?

D.: E' vero, però ci sono stati gesti di crudeltà assoluta anche da parte degli Alleati nei confronti di eserciti fatti prigionieri e popolazioni occupate.

R.: Ma di quali alleati?

D.: Degli americani. Per esempio...

R.: Lei parla del Vietnam forse...

D.: No, per esempio si è scoperto che c'è stata una nave carica di prigionieri italiani, rinchiusi nelle stive e fatta affondare nel Mediterraneo, così, deliberatamente.

R.: Volontariamente?

D.: Sì.

R.: Ah bè, questo episodio io non lo conosco, lei me lo dice. Ne prendo atto. Ma comunque sia, non è che giustifichi i tedeschi, questo. Sarebbe come dire: sì, è vero, ho rubato, eh, ma ha rubato anche quello lì, quindi... Che vuol dire? Che non è più reato?

D.: E' vero, però rende piuttosto ambigua la giustizia dei vincitori.

R.: Ma, sa, la giustizia dei vincitori, Dio mio! È la giustizia compatibile con la situazione. Chi altro può fare giustizia se non colui... Perché la giustizia dipende da un potere, è l'esercizio di un potere. Quindi soltanto chi ha il potere può fare giustizia. Chi la poteva fare, i vinti, la giustizia? Evidentemente no. Per lo meno, sotto questo aspetto, intanto, questa giustizia è stata fatta, è stata resa giustizia a 335 persone massacrate così ignobilmente dai tedeschi. Poi, se ci sono altri... soprattutto se lei mi dice che sono italiani, che attendono ancora giustizia da quell'affondamento, può darsi che il tempo venga anche per quella giustizia - tanto l'omicidio non si prescrive - venga, e sennò che ci pensi un'altra giustizia per quello.

D.: Grazie.

INCONTRO CON ALDO ALESSIANI, MEDICO LEGALE.

D.: Cosa le fu raccontato su Via Rasella?

R.: Che... Appena dopo l'esplosione della bomba per i soldati tedeschi e gli ufficiali tedeschi che sopravvennero immediatamente appena sentito dell'avvenimento si presentò una visione apocalittica. Molti soldati tedeschi erano letteralmente a pezzi. I corpi vennero ricomposti su un marciapiede, 32 per l'esattezza. Si portò via il trentatreesimo che morì durante la notte successiva. Ma ci furono anche morti italiani. Sul posto morirono un vecchio ed un ragazzo di 8-10 anni. Nella settimana successiva l'Agenzia Stefani comunicò a tutti i giornali che altri cinque civili italiani erano morti in conseguenza dell'esplosione, e il numero che si raggiunge è sette. Effettivamente è uno fenomeni delle grandi esplosioni il morire a distanza di giorni, quando tutto sembra svolgersi bene per il leso, poi improvvisamente interviene il decesso. E' una caratteristica dell'esplosione.
A questi sette dobbiamo aggiungere l'ottavo, l'autista di Caruso. Anche lui raggiunse Via Rasella dopo lo scoppio. L'autista di Caruso fu ucciso dagli stessi tedeschi che, in preda a furia reattiva, si misero follemente a sparare contro le finestre delle case di Via Rasella pensando in un primo tempo che l'esplosione fosse attribuibile a bombe buttate dalle finestre delle case vicine. Una pallottola vagante raggiunse anche l'autista, appunto, di Caruso che morì sulla strada. Per cui i morti sulla strada furono 35, 32 tedeschi e tre italiani. I processi di ricomposizione furono imponenti...

D.: E riguardo alle Fosse Ardeatine?

R.: Quando fu scoperto il massacro delle Ardeatine, la procedura per l'identificazione dei corpi fu difficilissima e richiese parecchio tempo. Più che la riconoscibilità dei corpi, la riconoscibilità avvenne attraverso oggetti o indumenti che si trovarono addosso alle salme. Molte salme erano addirittura senza testa per lo scoppio determinato dal colpo alla nuca e poi per l'ampia natura destruente dovuta ai roditori di cui le cave Ardeatine erano ricchissime, quindi è assolutamente verosimile che diversi corpi non siamo stati identificati. Quanto ai cinque corpi trovati in più, si disse anche che appartenevano a dei disertori ufficiali tedeschi, e che erano stati portati alle Fosse Ardeatine per l'esecuzione. Ma durante il processo Kappler questo non fu confermato, i Tedeschi non avrebbero mai ammesso che dei loro soldati, dei loro ufficiali fossero dei disertori. Probabilmente sapevano benissimo a chi appartenevano quei corpi, ma tacevano proprio per questa ragione.
E' difficile che dei tedeschi si siano sbagliati sul conto totale degli esecutandi per confusione del momento, così passò la conclusione della sentenza. Lo ripeto, è poco probabile che, data la metodicità germanica, si sia sbagliato con cinque corpi in più.

D.: L'errore pare sia nato da una confusione di Caruso, tant'è che Kappler...

R.: L'errore del primo computo certo è da imputare a Caruso, che - di prigionieri - ne prese cinquantacinque invece di cinquanta. Ma non fu Caruso l'esecutore dell'uccisione dei 335, furono i Tedeschi, che malamente tennero il conto degli esecutandi che passavano per le loro mani. Anche se confusionario l'elenco di Caruso, resta sempre poco credibile che non si fosse tenuto conto dell'errore. Come mai si siano esecutati lo stesso i cinque dopo che se ne sono accorti? Sicuramente quei cinque li hanno ammazzati per evitare testimoni ingombranti. E questo ancora non butta buona luce su quel terribile episodio.

D.: Tuttavia Kappler fu condannato per i cinque in più. Se lui avesse dimostrato che erano soldati tedeschi probabilmente non ci sarebbe stato motivo di condanna.

R.: Non ci sarebbe stata questa ragione di condanna, ma per un ufficiale tedesco ammettere, ripeto, che degli ufficiali - si parlò di ufficiali tedeschi disertori che poi erano stati rintracciati e come disertori in tempo di guerra non potevano non essere condannati a morte - immaginare che un ufficiale tedesco venga ad ammettere che quei cinque fossero i disertori tedeschi è poco pensabile, è più ammissibile accumulare su di sé il conto di una colposità di cinque individui per sbaglio, tanto lui aveva perfettamente intuito a priori che sarebbe stato comunque condannato all'ergastolo. I cinque omicidi colposi in più oramai non spostavano di molto quella che sarebbe stata la condanna.

D.: C'è perfino una macabra curiosità intorno alla vicenda...

R.: Sì, appena riaperta la penetrabilità delle Fosse Ardeatine fu trovato un altro cadavere all'inizio che probabilmente era stato deposto in epoca posteriore e che non era attribuibile a nessuno... nemmeno ai Tedeschi stessi. Di chi si trattava non si è saputo mai. Probabilmente un omicidio comune. Quindi il numero esatto degli esecutati, 335, è dovuto all'omicidio volontario aggravato e continuato, così come si cita nella sentenza militare contro Kappler. Per il resto fu conteggiato anche il famoso 'oro di Roma' considerando che l'oro preteso dagli Ebrei fosse stato una sua iniziativa.