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Il processo D'Onofrio

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Il processo D'Onofrio fu intentato proprio dal D'Onofrio, uno dei maggiori dirigenti del partito comunista italiano, nei confronti di alcuni reduci dell'A.R.M.I.R. - Armata Italiana in Russia, per il numero unico 'Russia', pubblicato dagli stessi, nel quale il 'compagno' D'Onofrio veniva accusato pubblicamente di aver interrogato, maltrattato, minacciato i nostri soldati prigionieri in Unione Sovietica, oltre ogni legittimo ed umano comportamento. Soldati, prigionieri, vessati fisicamente e psicologicamente, trattati sempre e comunque come tali, anche dopo l'8 settembre 1943, data dalla quale gli stessi avrebbero dovuto essere considerati 'alleati'. Il processo come vedremo vedrà il D'Onofrio perdente su tutta la linea.

Ma gli aspetti peggiori, a mio avviso, sono l'ambiguità, la meschinità, la falsità del personaggio, indubbiamente tutti risultati dell'ideologia che lo stesso abbracciava, nei confronti di suoi compatrioti che nel bene e nel male, fecero il loro dovere senza macchiarsi nella stragrande maggioranza dei casi di nulla; colpevoli solo di essere stati mandati a fare una guerra che spesso non sentivano neanche loro.

Ma, come detto, il D'Onofrio, come moltissimi suoi simili allora e purtroppo ancora oggi, non fu altro che il prodotto di un regime bestiale e tragico sia per la popolazione sovietica, sia per tutte le persone che ebbero la sventura di provarlo direttamente: dai lituani agli estoni, dai lettoni ai polacchi, dagli europei dell'Est agli esuli occidentali che morirono e furono annientati nei gulag.

CHI ERA EDOARDO D'ONOFRIO.

Edoardo D'Onofrio nacque a Roma il 10 febbraio 1901 da Pietro e da Giulia Di Manno. All'età di dodici anni il D'Onofrio si iscrisse alla federazione giovanile socialista militando in vari circoli della capitale. Nel 1917 venne arrestato per la prima volta nel corso di una manifestazione per la pace e alla fine dell'anno entrò a far parte del comitato centrale della federazione giovanile socialista, schierandosi con la corrente di sinistra che si ispirava alla rivoluzione russa. L'anno successivo entrò nel partito socialista e venne arrestato per la seconda volta per aver distribuito volantini antimilitaristi.

Nel 1921 fu al congresso di Livorno e partecipò alla fondazione del partito comunista d'Italia e assunse compiti di direzione della Federazione giovanile comunista. Nel 1922 si recò a Mosca al IV congresso dell'Internazionale. Al rientro in Italia venne subito arrestato e trascorse sei mesi in carcere. Una volta liberato partì clandestinamente per Mosca, ma fu richiamato in Italia nel 1925 per organizzare la federazione giovanile comunista. Arrestato nel 1928, venne condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a 12 anni e 6 mesi di reclusione e a tre anni di libertà vigilata.

Liberato in seguito all'amnistia del 1934, riuscì ad espatriare illegalmente nel giugno 1935 e si rifugiò in Francia. Dopo aver partecipato alla guerra civile spagnola, raggiunge l'Unione Sovietica nel 1939. Qui, nel 1943, venne incaricato della direzione del lavoro politico tra i prigionieri italiani, assunse la direzione de 'L'Alba' periodico diffuso nei campi di prigionia e s'impegnò personalmente e con diletto nelle 'attività' che gli verranno addebitate da quei pochissimi nostri prigionieri rientrati in Italia, dopo anni di durissima prigionia. Nel 1945 si trasferì a Roma dove venne eletto segretario delle federazione provinciale romana e successivamente anche segretario regionale per il Lazio e per l'Abruzzo.

Qui devo però aprire una piccola parentesi dettata dal fatto che tutte le notizie sul suddetto 'signore' sono state da me reperite dal sito della Fondazione Gramsci e sullo stesso lo specifico episodio viene così citato: 'Nel 1948 venne fatto segno di una campagna di stampa che lo presentava come aguzzino dei prigionieri di guerra italiani in Urss. Denunciò gli estensori del libello per calunnia. La causa venne discussa nella primavera estate del 1949 e si concluse con l'assoluzione dei denunciati'. Il lettore può trarre le proprie conclusioni sugli estensori di tale sito.

Ricoprì diversi incarichi di partito, sempre protetto dai suoi simili e dalla potentissima stampa comunista (come tanti altri suoi compagni che furono eletti alla Camera o al Senato per non essere perseguiti penalmente, oppure aiutati a fuggire nei 'paradisi' socialisti dell'Europa dell'Est) e morì a Roma il 14 agosto 1973.

I REDUCI ED IL NUMERO UNICO 'RUSSIA'.

D'Onofrio durante la sua permanenza nei campi di concentramento di Oranki e di Skit:

1) assistito dal Fiammenghi e alla presenza di un Ufficiale dell'N.K.V.D. ha sottoposto ad estenuanti interrogatori dei prigionieri italiani detenuti in quei campi;
2) non si trattava di semplici conversazioni politiche, come ipocritamente il D'Onofrio vorrebbe far credere, ma di veri e propri interrogatori di carattere politico che spesso duravano delle ore e durante i quali veniva messo a verbale quanto il prigioniero rispondeva;
3) immediatamente dopo la visita di D'Onofrio in quei campi alcuni dei prigionieri italiani che in quei giorni erano stati sottoposti ad interrogatorio furono allontanati e rinchiusi in campi di punizione e ancora oggi alcuni sono trattenuti nei campi di concentramento di Kiev;
4) simili procedimenti avevano il duplice scopo di far crollare prima con lusinghe e poi con esplicite minacce (non ritornerete a casa; lei non conosce la Siberia? allusioni alla famiglia, carcere e simili) la resistenza fisica e morale di questi uomini ridotti dalla fame, dalle malattie, dai maltrattamenti a cadaveri viventi e guadagnare l’adesione degli altri prigionieri intimoriti dall’esempio della sorte toccata a questi.
Il processo D'Onofrio
Ugo Graioni, Giorgio Pittaluga, Ivo Emett, Domenico Dal Toso, Luigi Avalli.

LA QUERELA PRESENTATA DA EDOARDO D'ONOFRIO.

Ill.mo Sig. Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di ROMA

È stato in questi giorni pubblicato e viene diffuso in migliaia di copie, sotto il nome 'Russia', un cosiddetto numero unico, a cura dell’U.N.I.R.R. (Unione Nazionale Italiani Reduci di Russia) nel quale, a caratteri di scatola, si leggono all'indirizzo di alcuni cittadini italiani e fra essi il sottoscritto Edoardo D'Onofrio, espressioni come le seguenti: 'rinnegati postisi a servizio della polizia sovietica, aguzzini' (dei nostri prigionieri dell'Unione Sovietica).

Inoltre in un articolo stampato in grassetto e sotto il titolo: 'Edoardo D'Onofrio', si accusa il sottoscritto di avere fra l'altro nei campi di concentramento di Oranki e di Skit, sottoposto ad estenuanti interrogatori dei prigionieri italiani detenuti in quei campi, e ciò alla presenza di un ufficiale dell'N.K.V.D.; che non si trattava di semplici conversazioni politiche come D’Onofrio vorrebbe far credere, ma di veri e propri interrogatori durante i quali veniva messo a verbale quanto il prigioniero rispondeva; che immediatamente dopo la visita di D'Onofrio in quei campi, alcuni dei prigionieri italiani che in quei giorni erano stati sottoposti ad interrogatorio furono allontanati e rinchiusi in campi di punizione; che simili procedimenti avevano il duplice scopo di far crollare prima con lusinghe e poi con esplicite minacce (non tornerà a casa; lei non conosce la Siberia? Allusioni alla famiglia, carcere e simili) la resistenza fisica e morale di questi uomini.

Questo articolo, o dichiarazione che sia, risulta sottoscritto da Domenico Dal Toso - Luigi Avalli - Ivo Emett ecc.

L'essenza e il fine diffamatori di tali pubblicazioni per le espressioni adoperate e per gli addebiti specifici sono palesi e non v’è bisogno di illustrarli, tanto più quando siano messi in relazione col fatto che, precedentemente, il sottoscritto in una polemica sulle colonne di 'Risorgimento Liberale', aveva già posto in chiaro la vera natura e la portata democratica e patriottica della propaganda antifascista e antitedesca che il sottoscritto svolse nei suoi contatti coi prigionieri italiani nell'Unione Sovietica, prima e dopo l’8 settembre 1943, propaganda che si svolse all'infuori di qualsiasi ingerenza della polizia sovietica, a servizio della quale, contrariamente alla calunniosa accusa di cui sopra, il sottoscritto non è mai stato.

Del resto l'indole dell’attività politica e propagandistica del sottoscritto sui suoi rapporti con i suoi connazionali, in quel tempo prigionieri nella Unione Sovietica, è consegnata nella collezione del giornale 'L'Alba' che sarà esibita, al fine di contribuire all’accertamento della verità.

Pertanto il sottoscritto, costituendo le pubblicazioni in parola il reato di diffamazione in suo danno a mezzo della stampa, sporge formale querela, facendo istanza per la punizione dei sigg.:
1) Giorgio Pittaluga, che figura come Direttore della pubblicazione;
2) Ugo Graioni, il cui nome è a sua volta indicato come redattore responsabile;
3) Domenico Dal Toso;
4) Luigi Avalli;
5) Ivo Emett;
quanto agli altri tre, e a chiunque altro ne debba rispondere, limitatamente all’articolo pubblicato a pagina 7, sotto il titolo 'Edoardo D'Onofrio'.

Relativamente al Pittaluga, direttore, e al Graioni, redattore responsabile, sembra al sottoscritto che, entrambi, e non soltanto il Graioni, debbano rispondere di diffamazione a mezzo della stampa, sia perché trattandosi di pubblicazione non periodica, tutti e due devono considerarsi coautori della pubblicazione stessa, e sono quindi punibili ai sensi dell’art. 57 Cod. Pen., sia perché la figura del redattore responsabile, secondo la recente legge sulla stampa, è stata soppressa, risalendo, in ogni caso di pubblicazioni periodiche, la responsabilità allo stesso direttore.

Con riserva di indicare testimoni o di produrre documenti nonchè di costituirsi parte civile, il sottoscritto concede ai querelati la più ampia facoltà di prova in ordine agli addebiti come sopra mossigli.

Elegge infine il proprio domicilio in Roma, via Giosuè Carducci n. 2, presso l’avv. Mario Paone, che delega per tutti gli adempimenti relativi alla presente querela.

Salvo ogni altro diritto. Con osservanza. EDOARDO D'ONOFRIO.

I PROTAGONISTI DEL PROCESSO.

Presso il Tribunale penale di Roma - Sez. X - Aula della 1a Sezione della Corte d'Assise.

Presidente del Collegio: Dott. Vincenzo Carpanzano.
Pubblico Ministero: Dott. Pietro Manca.

I comunisti.
Querelante: Sen. Edoardo D'Onofrio.
Rappresentanti della Parte Civile: Avv. Mario Paone e Avv. Prof. Giuseppe Sotgiu.

I reduci di Russia.
Imputati: Ugo Graioni, Giorgio Pittaluga, Ivo Emett, Domenico Dal Toso, Luigi Avalli.
Collegio di difesa: Avv. Mastino Del Rio e Avv. Rinaldo Taddei.

Imputazione: diffamazione a mezzo stampa di cui agli art. 595 cod. pen. e 13 l. 8 febbraio 1948 n. 47.

LA PRIMA UDIENZA.

Palazzo di Giustizia di Roma - Lunedì 16 maggio 1949.

La tragedia dei nostri soldati in Russia aveva bisogno di una cornice più vasta che non fosse la solita, piccola aula dove quotidianamente i magistrati amministrano giustizia. Per questo, forse, è stato deciso che il giudizio si tenga nell’aula della 1a Sezione della Corte d'Assise; la stessa, per la cronaca, nella quale per sette mesi si svolse il processo a carico dell’ex Maresciallo d'Italia, Rodolfo Graziani.

Ore 9,10 precise: entra il tribunale. Tutti gli imputati sono presenti al loro banco. D'Onofrio, invece, siede ad un tavolo situato al centro del pretorio. La parte dell'aula riservata al pubblico è affollatissima. Curiosità? No! Non è la morbosa curiosità che porta le folle sotto le gabbie e i plotoni di esecuzione. Sono reduci che vogliono rivivere le sofferenze trascorse, attraverso il racconto, che qui dentro si andrà facendo, della loro triste odissea; sono soldati che sperano di ritrovare il commilitone perduto; sono spose, madri, sorelle, fidanzate, amici di chi non è più tornato; è una folla sulla quale il tempo è passato senza riuscire a lenire dolori e sofferenze. È l'Italia che piange ì suoi figli perduti e si erge severa e solenne contro i traditori della patria e della civiltà.

Breve e precisa, la messa a punto del 'responsabile' del numero unico 'Russia', Giorgio Pittaluga, dà il via al dibattito, dopo che il Presidente ha dichiaralo aperta l'udienza. Egli permise la pubblicazione dell’articolo riguardante il sen. D'Onofrio perché ebbe assicurazione dagli autori stessi che tutti i fatti specificati nello scritto erano perfettamente rispondenti alla realtà. Si trattava di un riferimento obiettivo senza alcuna intenzione diffamatoria, fatto col puro e semplice animus narrandi.

Ugo Graioni, il direttore del numero unico, ne dà conferma aggiungendo che molti reduci dalla Russia con i quali ebbe occasione di parlare gli ribadirono l'esattezza dei fatti riassunti nello scritto.

Il primo a narrare quello che accadde ai nostri soldati è l'imputato Domenico Dal Toso, tenente del IV artiglieria alpina della Divisione Cuneense, caduto prigioniero nel gennaio del 1943, trasferito al campo di Krinovaia con una lunga, estenuante marcia forzata.

Dal Toso: 'Partimmo in tremila, arrivammo in millecinquecento. Ci nutrivamo di semi di girasole. Avevamo avuto come viveri per il viaggio, soltanto un filone di pane da 500 grammi. Giunti nel campo di Krinovaia venimmo distribuiti a seconda del rango, in alcuni box simili a quelli dove, nelle scuderie, si rinchiudono i cavalli: in ognuno dei quali eravamo stipati in ventisei persone. Lo spazio era così limitato che era impossibile perfino sdraiarsi. Vi rimanemmo per quattro giorni, senza acqua, prima che ci fosse acconsentito di attingerne da un pozzo. Ci legavamo le gavette alla cintura e ci si spenzolava giù per poter arrivare fino in fondo. Molti, nel tentativo, caddero nell'acqua ed annegarono. L'acqua s'inquinò e non potemmo più berne.

Nel campo, insieme al Dal Toso, si trovava un cappellano militare, padre Turla, il quale era a conoscenza delle tristissime condizioni in cui versavano i prigionieri negli altri campi. Egli disse al Dal Toso che in alcune sezioni riservate ai soldati semplici erano avvenuti addirittura casi di cannibalismo.

'Cannibalismo?' — interrompe qualcuno nell'aula su cui grava una atmosfera di dolore e di morte. Dal Toso: 'Sì. Cannibalismo. Aspettavano che un commilitone morisse e poi ne mangiavano il cuore ed il fegato'.

Un giorno venne al campo un uomo, che dimostrava una quarantina di anni d’età. Nessuno osò domandargli il nome, né lui si preoccupò di dircelo: era un italiano e noi aspettavamo da lui almeno una parola di conforto, in nome di quel vincolo fraterno che dovrebbe unire tutti coloro che sono nati entro gli stessi confini. Rudemente egli ci disse invece che dovevamo ringraziare Dio se ancora non ci avevano fucilato. Più tardi si presentò una commissione russa per trasferire coloro i quali fossero in grado di camminare, in un altro campo di concentramento. L'accertamento per la idoneità consisteva nel fare venti passi davanti alla commissione. Ma tanto era lo sfinimento che molti caddero prima di aver compiuto il percorso di prova. Il ten. Dal Toso fu tra i prescelti.

Dal Toso: 'Lasciammo Krinovaia in 400 ufficiali. Giungemmo ad Oranki in 290. Gli altri erano morti durante il trasferimento compiuto nell’interno di carri bestiame e senza alcun cibo. Nel nuovo campo scoppiò una violenta epidemia di tifo petecchiale. Ma non fu dato altro medicamento che del permanganato. Quando fui trasferito al campoconvalescenziario di Skit, pesavo soltanto 39 chili. Durante la permanenza ad Oranki venne per la prima volta il Fiammenghi il quale tenne numerose conferenze ai prigionieri'.

Presidente: 'Cosa vi disse in particolare il Fiammenghi?'.

Dal Toso: 'Voleva conoscere la nostra opinione politica. Egli teneva ad informarci che in Italia le cose andavano molto male. Poiché il Fiammenghi fece capire chiaramente che a coloro i quali si fossero dichiarati antifascisti sarebbe stato concesso un miglioramento del rancio, qualcuno aderì alle nuove idee di cui veniva fatta ampia propaganda. È chiaro che, secondo la prassi del partito bolscevico, per antifascismo doveva intendersi, adesione alle dottrine marxiste'.

L'imputato narra poi come alla fine di luglio arrivò il signor D'Onofrio, il quale radunò gli ufficiali italiani proponendo loro che sottoscrivessero un appello al popolo italiano di incitamento ad abbattere il governo Badoglio e la monarchia. In Italia, come è noto, si era verificato il colpo di stato che aveva rovesciato il governo fascista il 25 luglio 1943.

A domanda del presidente, Dal Toso precisa che il signor D'Onofrio, comunista, si qualificò di professione 'cospiratore'.

Presidente: 'Come, come?...'. Dal Toso: 'Sì, sì, professione «cospiratore». Così ci disse. Egli era accompagnato da un ufficiale della polizia russa. Prima ci parlò a lungo della patria lontana, delle nostre case, delle famiglie, provocando la comprensibile commozione dei presenti. Poi ritornò per farci firmare il famoso appello al popolo. Il cap. Magnani, che era a capo della nostra comunità, rispose a nome di tutti che i soldati e gli ufficiali italiani erano legati da un giuramento al Re e che quindi mai avrebbero potuto firmare un appello del genere. D'Onofrio andò su tutte le furie e la sua reazione fu immediata. Il capitano Magnani fu chiamato dal D'Onofrio ed ebbe con lui, presente un capitano russo, un colloquio durato due ore. Al termine di esso il Magnani aveva il viso stravolto. Il giorno successivo veniva trasferito in altro campo e da allora non s’è saputo più nulla di lui se non che fu rinchiuso in un campo di punizione. D'Onofrio aveva detto: 'Al capitano Magnani ci penso io'.

Come tutti gli altri anche l'imputato dovette subire un interrogatorio, alla presenza di un ufficiale russo, il quale annotava tutte le risposte, al termine del quale il D'Onofrio lo minacciò di non riveder più sua madre se avesse coltivato certe idee di italianità perché in Russia ognuno era controllato e dalla Russia non era facile tornare indietro... In Russia vi erano regioni ancora più fredde, con chiaro riferimento alla deportazione in Siberia.

La lunga deposizione del primo imputato è finita: Dal Toso ha parlato con voce bassa che tradiva una visibile commozione interiore.

Subito dopo viene introdotto il secondo reduce querelato. È il tenente di fanteria della divisione Sforzesca, Luigi Avalli, fatto prigioniero nell’agosto 1942 in Russia. È tutto un racconto di sofferenze senza nome che si riassumono nel desiderio più volte espresso dai prigionieri di essere fucilati piuttosto di continuare a vivere in quegli infernali campi di concentramento. Krinovaja - Minciurinsk - Tamboff: nessuno ne parla eppure erano simili e forse anche peggiori di Meidanek - Buchenwald - Mathausen che tutto il mondo conosce! L'imputato narra le pressioni politiche cui i prigionieri erano sottoposti, con le continue conferenze, le domande, gli interrogatori del Fiammenghi e del D'Onofrio, che richiamavano all'ordine chiunque osasse esprimere opinioni sfavorevoli sul regime sovietico.

Con questa deposizione s’è chiusa la prima udienza. L'atmosfera nell’aula è grave, pesante. Il racconto dei reduci ha lasciato in tutti una penosa impressione.

LA SECONDA UDIENZA.

Dopo una settimana di sospensione, il processo è ripreso il 23 maggio 1949 con la deposizione dell’ultimo imputato, Ivo Emett, tenente degli alpini, caduto prigioniero il 27 gennaio 1943, nei pressi di Valuiki. Dopo un viaggio estenuante a piedi, senza cibo né acqua, i prigionieri furono chiusi nel campo di Tamboff. Le condizioni fisiche di tutti erano terribili. Conferma i casi di cannibalismo. Un giorno arrivò una signora italiana: la signora Torre.

Emett: 'Credevamo che fosse venuta in nostro aiuto e invece a qualcuno che le domandava un pezzo di pane chiese in compenso quei pochi gioielli, quella poca roba di valore che il prigioniero era riuscito a salvare'.

Venti ufficiali italiani, fra i quali l'Emett stesso, furono trasferiti al campo di Oranki. Giunsero estenuati. Due medici italiani che si trovavano in quel campo, il prof. Ioli e il dott. Reginato, fecero miracoli per i malati. Usavano coltelli da cucina per gli interventi chirurgici ma come medicina, oltre al permanganato, non potevano dare che il loro conforto.

L'Emett appena dimesso dall'ospedale venne interrogato dal commissario Fiammenghi. Il colloquio fu dei più estenuanti. Si volle sapere il perché della sua presenza in Russia, del suo nome che tradiva l'origine inglese, della sua iscrizione al partito fascista o meglio al Guf, come tutti gli studenti delle università italiane.

Nel convalescenziario di Skit (uno scantinato dove gli ammalati, anziché guarire, peggioravano) l'Emett trovò che si era costituito un gruppo di ufficiali marxisti i quali ricevevano uno speciale trattamento di favore.

Emett: 'Un giorno all'aperto vidi degli ufficiali che si riunivano. D'Onofrio rivolgeva loro la parola. Rimanendo sdraiato dove mi trovavo, a qualche metro dalla riunione, sentii che il «cospiratore» proponeva agli ufficiali di inviare un appello al governo Badoglio, per invitarlo a non continuare la guerra. Sentii il cap. Magnani rifiutarsi a nome di tutti di firmare, prospettando la inopportunità del proclama non soltanto dal punto di vista politico ma della disciplina militare. Quasi tutti i presenti applaudirono a lungo il capitano e allora il D'Onofrio ordinò che l’adunata fosse sciolta e che rimanessero soltanto quelli che facevano parte del cosiddetto gruppo antifascista, ossia comunista. Rimasero una quindicina.

D'Onofrio venne poi da me, qualche giorno dopo, in ospedale e mi chiese di firmare l'appello. Rifiutai. M'accusò di essere fascista e aggiunse che dovevo cambiare idea. Replicai che le mie non erano idee politiche. Ero un ufficiale e come tale non potevo e non dovevo interessarmi di politica. Il colloquio finì alla maniera di tutti gli altri: con le solite minacce di dimissioni dall’ospedale, il che per me, in tali condizioni di depressione fisica e psichica, significava morire'.

Due ore è durata la deposizione del ten. Emett e con essa s'è chiuso questo primo capitolo della raccapricciante narrazione dei reduci.

Ha inizio la deposizione del sen. D'Onofrio. Il querelante, confermata la querela e riservatosi di produrre il settimanale 'L'Alba' stampato per i prigionieri di Russia, spiega al tribunale il perché della sua azione.

D'Onofrio: 'Io ho ravvisato negli articoli offesa alla mia persona, come comunista e come italiano. Ciò perché ho sempre difeso gli interessi del mio paese: in Italia come in Russia'.

Presidente: 'È vero che lei procedeva ad interrogatori nel modo come hanno detto gli imputati?'.

D'Onofrio: 'Non ho mai tentato di convincere altri alle mie idee usando imposizioni e minacce'.

Il senatore comunista accennando alla polemica avuta nel febbraio 1948 con il giornale romano 'Risorgimento Liberale' che pubblicò degli articoli contro la sua attività antitaliana in Russia, ha detto che in quell'occasione non si querelò, perché il direttore del giornale pubblicò regolarmente tutte le lettere di risposta, per cui la questione rimase negli stretti limiti della polemica politico giornalistica.

D'Onofrio: 'Ma durante la campagna elettorale viene fuori quel libello (il numero unico 'Russia') nel quale ricorrono chiaramente gli estremi dell’oltraggio. L'accusa fattami, di violenze o minacce, è assolutamente falsa, in quanto non si possono infondere con quei mezzi idee politiche, ma soltanto con una assidua opera di persuasione. Il fatto è che al fondo di tutta questa storia c'è una ragione politica. Perciò sono lieto di poter esporre al Tribunale quegli episodi che, pur essendo ormai di dominio pubblico, vanno posti nella loro vera luce'.

Dopo questa premessa il sen. D'Onofrio è entrato nel vivo della questione cominciando con l'affermare che la cifra di 80 mila prigionieri in Russia è esagerata. Dalle dichiarazioni degli stessi prigionieri essi sarebbero stati non più di 10 o 12 mila. Secondo studi effettuati dagli Stati Maggiori, l'Armir avrebbe perduto 84 mila uomini e in questa cifra vanno compresi naturalmente oltre quelli catturati dai russi, i morti e i feriti. Ora, giacché l'URSS ha restituito all’Italia 12 o 13 mila prigionieri, va da sé che la differenza che manca è data dal numero dei caduti.

La responsabilità di un cosi elevato numero di morti, secondo D'Onofrio, è tutta dei capi che non furono capaci di organizzare una resa che avrebbe salvato tante vite.

A questo punto il pubblico che fino ad allora aveva assistito silenziosamente e compostamente al dibattito, reagisce alle dichiarazioni del senatore con vivaci mormorii di disapprovazione, tanto che il Presidente è costretto ad intervenire per ristabilire il silenzio nell'aula. Ma prima che torni la calma, qualcuno, che non è possibile identificare, nella folla grida: 'Allora non è morto nessuno nei campi di concentramento?'.

Avv. Taddei: 'Sicché la Russia avrebbe restituito all'Italia più uomini di quanti non ne avesse catturati!'.

Ma D'Onofrio non raccoglie l'insinuazione della difesa, e prosegue nella sua esposizione dei fatti, scagionando la Russia da ogni diretta responsabilità nelle morti dei soldati.

D'Onofrio: 'Era inevitabile che i prigionieri fossero sottoposti ad una vita di grandi disagi specialmente quando venivano trasferiti. Le condizioni della Russia, causa la guerra, non consentivano viaggi agevoli. Quindi le sofferenze durante tali viaggi non possono essere attribuite a malevolenza da parte russa. Quanto ai casi di malattia e alle epidemie tra i prigionieri, si trattava di malattie di cui i prigionieri stessi erano già affetti prima ancora della cattura. Quanto alla mancanza dell'acqua era anche essa inevitabile, perché in certe zone l’acqua mancava completamente e la stessa popolazione civile ne era priva. Per tornare ai trasporti è vero che i trasferimenti venivano effettuati su carri bestiame ma quelli russi sono più grandi di quelli usati in Italia e nella parte centrale di essi era stata sistemata una stufa, cosicché i prigionieri potevano godere di un minimo di comfort'.

Questa ultima dichiarazione di D'Onofrio suscita un fragoroso scoppio di ilarità e il presidente è costretto per la seconda volta a richiamare il pubblico al silenzio.

Dalla deposizione del senatore comunista si apprende che le condizioni dei prigionieri andarono sempre più migliorando. Nel settembre del 1943 la razione di un ufficiale prigioniero, ad esempio, sarebbe stata così composta: 300 grammi di pane bianco; 300 grammi di pane nero; 10 grammi di farina; 100 grammi d'orzo; 200 grammi di pasta; 75 grammi di carne; 80 grammi di pesce; 40 grammi di burro; 40 grammi di zucchero; 10 grammi di olio; 10 grammi di frutta fresca; 400 grammi di patate; 190 grammi di verdure.

Nuova eccitazione fra i presenti, a stento frenata dal Presidente, quando la Russia viene additata come una nazione amica.

Costretto a fuggire dall’Italia per le persecuzioni fasciste, D'Onofrio passò prima in Francia e di lì in Spagna dove combatté nelle file antifranchiste. Nel 1939 accompagnò in Russia un gruppo di reduci dalla guerra di Spagna e quando stava già per tornare indietro fu sorpreso dallo scoppio del secondo conflitto mondiale. Rimase perciò in Russia.

D'Onofrio: 'Ero convinto che la guerra voluta dai fascisti non dovesse continuare. Ma da ciò non si deve dedurre che io fossi un disfattista. Io ho sempre sostenuto l’urgenza di una uscita dell’Italia dal conflitto, prima che venisse la disfatta. Mi ripromettevo di elevare la coscienza democratica dei prigionieri attraverso una costante opera di persuasione e di convinzione: mi proponevo di unire tutti i nostri prigionieri su questa base politica.

Prima del 25 luglio 1943 tenni nel campo di Oranki e in quello di Skit due conferenze. E in ambedue le manifestazioni ricevetti le congratulazioni e l’applauso di tutti i presenti. Lo stesso cap. Magnani, nel campo di Skit, manifestò il suo entusiasmo dicendo che era la prima volta che in Russia sentiva parlare un vero italiano. Parlai poi, tra i prigionieri, del settimanale 'L'Alba' che doveva essere diffuso nei vari campi di concentramento e molti avanzarono proposte sul come tale giornale avrebbe dovuto essere fatto.

Gli aderenti ai gruppi antifascisti non avevano un trattamento migliore degli altri. L'adesione a tali gruppi era assolutamente volontaria e chi vi faceva parte era spinto da convinzione personale e non da tornaconto'.

A questo punto il querelante fa presente al tribunale che dovrà parlare ancora per due ore almeno. Sono già le 13,30: l'esposizione dura ormai da quattro ore. Il Presidente decide allora di rinviare a domani la prosecuzione del dibattito.

LA TERZA UDIENZA.

24 maggio 1949. Il seguito della deposizione del sen. D’Onofrio, si protrae per tutta l'udienza odierna concludendosi con un vivace incidente fra gli avvocati della difesa e quelli di parte civile. Il querelante ha esordito smentendo di avere assunto in Russia lo pseudonimo 'Edo'.

Presidente: 'Ci parli delle sue conferenze con i prigionieri'.

D'Onofrio: 'Nei primi giorni dopo il mio arrivo al campo di Oranki ebbi alcune conversazioni singolarmente con gli ufficiali internati, soprattutto con quelli che costituivano il gruppo antifascista. Ma poi volli parlare con tutti gli ufficiali, molti dei quali avevano sollecitato questi colloqui'.

Presidente: 'Chi era presente a queste conversazioni?'.

D'Onofrio: 'Quasi sempre si svolgevano tra me e l'ufficiale senza la presenza di terze persone. Solamente qualche volta assistette alle conversazioni il magg. Orloff. La porta delle baracche, ove esse si svolgevano, era sempre aperta e non fu mai redatto alcun verbale, in alcuna lingua, di quanto si diceva nel corso di quelle conversazioni. La mia era, dunque, una semplice inchiesta giornalistica che mi doveva servire per i miei discorsi e per gli articoli da stampare sul settimanale 'L'Alba'. Gli ufficiali mi erano presentati dall’istruttore politico Fiammenghi'.

Presidente: 'Era presente il Fiammenghi alle conversazioni?'.

D'Onofrio: 'Solo qualche volta. Escludo che io o il Fiammenghi, o il magg. Orloff (il quale non è vero appartenesse alla polizia di Stato sovietica ma era soltanto ufficiale di amministrazione) abbiamo mai scritte in precedenza domande o risposte che avrebbero costituito l'oggetto delle conversazioni'.

Il D'Onofrio nega di aver minacciato, in un incontro personale, il ten. Ioli, che, a suo dire, faceva nel campo attiva propagando fascista, e di averne provocato l'invio in un campo di punizione. Ma non può contestare, che lo Ioli fosse in realtà gravemente punito e allontanato. Il senatore comunista dice di aver scritto su 'L'Alba' un ordine del giorno che costituirebbe un inno di italianità, di compiacimento per la caduta del fascismo e per il nuovo governo Badoglio, approvato all'unanimità. Inesistente quindi, a suo dire, l'appello antigovernativo e rivoluzionario. Inizia il serrato fuoco di fila delle domande, rivolte dagli avvocati, tramite il Presidente.

Avv. Taddei: 'Quale era la posizione giuridica degli italiani emigrati in Russia?'.

D'Onofrio: 'Io ho sempre mantenuto la cittadinanza italiana, in Francia, come in Spagna, come in Russia'.

Avv. Taddei: 'Perché, allora, mentre l'Italia era in guerra con l'U.R.S.S. lei circolava liberamente in Russia?'.

D'Onofrio: 'Non ritengo necessario rispondere a questa domanda'.

Avv. Paone: 'Qui si vuole fare il processo all'antifascismo. La domanda non è pertinente alla causa'.

Avv. Taddei: 'Spieghi, il sen. D'Onofrio, come mai il tenente Amadeo, fucilato nel 1943, poté far pervenire per radio notizie alla sua famiglia ancora nel 1946'.

D'Onofrio: 'Non conosco questo fatto specifico. Quel che posso dire è che tutti i messaggi venivano ammassati da Radio Mosca che li trasmetteva a gruppi; non è quindi escluso, dato il gran numero di essi, che alcuni potessero esser trasmessi con ritardo'.

Avv. Taddei: 'Il querelante, sa che contro qualcuno dei prigionieri italiani da lui interrogati, è stato celebrato in Russia un procedimento penale?'.

D'Onofrio: 'No. Non mi risulta... D'altra parte non ho mai fatto indagini in proposito'.

Avv. Taddei: 'Certi Danilo Ferretti e Fidia Gambetti, facevano parte del gruppo antifascista?'.

D'Onofrio: 'Sì. Li conobbi ambedue. L'uno e l'altro mi confermarono la loro fede fascista ma poi mutarono radicalmente le loro idee. Il Ferretti diventò collaboratore de 'L’Alba'.

Avv. Mastino Del Rio: 'Infatti... prima era capo della stampa e propaganda del fascismo e poi...'.

La frase dell’avvocato della difesa provoca un vivace incidente fra i patroni delle due parti e il pubblico, come al solito numeroso, sottolinea il battibecco con lunghi mormorii e con segni evidenti di nervosismo sicché il Presidente ritiene opportuno rinviare la udienza a domani.

LA QUARTA UDIENZA.

Comincia, con l'udienza del 25 maggio 1949, la sfilata dei testimoni a discarico. Saranno dieci gravi accuse contro l'attività del sen. D'Onofrio in Russia, alle quali faranno riscontro in seguito i dieci primi testi che quella attività invece, difenderanno.

Primo teste della giornata è l'avv. Mario Bosello, il quale, tenente di artiglieria nella campagna di Russia, fu catturato il 22 dicembre del 1942. Durante la marcia estenuante per raggiungere a piedi il campo di Oranki i russi gli tolsero le scarpe e al ten. Ferretti la pelliccia. La razione di viveri consistette in una sola fetta di pane di non più di 300 grammi assolutamente immangiabile.

Quando già da un mese i prigionieri si trovavano nel campo di Oranki giunse un italiano: vestiva una casacca e, sotto, l'uniforme dell’esercito russo. Egli interrogò il teste su i suoi pronostici e sui suoi desideri circa l'esito della guerra in corso. Il teste ha poi ricordato che un certo ten. Ballarin, il quale aveva sottoscritto un manifesto murale con cui si invitava l'esercito italiano a deporre le armi, redarguito dal cap. Lombardo che lo minacciò di denuncia quando fossero rientrati in Italia, si recò dal commissario Fiammenghi a riportare l'accaduto. Il Fiammenghi convocò immediatamente il cap. Lombardo e lo minacciò di fucilazione immediata.

Nel maggio del 1943 corse voce per il campo che gli ufficiali che avevano aderito alle idee del commissario Fiammenghi preparavano un messaggio alle truppe nel quale si incitavano i soldati a gettare le armi. Il teste, insieme ad un gruppo di altri ufficiali di quelli che si trovavano in peggiori condizioni fisiche, fu trasferito alla fine di giugno nel campo convalescenziario di Skit. Fu qui che comparve per la prima volta il D'Onofrio il quale dichiarò subito di essere di professione 'cospiratore'.

Presidente: 'Cosa disse ai prigionieri il D'Onofrio?'.

Bosello: 'Ricordo che ci parlò a lungo dell’Italia e della democrazia e noi ne ricavammo una ottima impressione, fummo soddisfatti del modo con il quale egli ci intrattenne per oltre mezz'ora. Ma un paio di giorni dopo D'Onofrio chiamò me ed altri cinque colleghi, fra i quali il cap. Magnani. Appena entrammo nella sua stanza egli chiuse la porta e ci fece sedere. Accanto a lui era il commissario Fiammenghi e il magg. Orloff. E cominciò l’interrogatorio.

Il sottotenente Sandali al quale per primo furono rivolte le domande, si trincerò sul divieto fatto ai militari dal regolamento di esprimere opinioni politiche e chiese che fosse rispettato il suo diritto, come prigioniero di guerra, di non essere interrogato su fatti politici. La secca risposta del Sandali provocò un violento scatto del D'Onofrio il quale urlò nelle orecchie del sottotenente: 'È necessario che lei riveda le sue posizioni perché con queste idee in Patria, lei, non ci tornerà mai più'. E rivolto a tutti: 'Quello che dico a lui vale per tutti i presenti'. Fiammenghi e il magg. Orloff prendevano appunti su alcuni fogli di carta.

Presidente: 'Gli altri ufficiali convocati, furono interrogati?'.

Bosello: 'Le stesse domande poste al primo vennero poi fatte a tutti gli altri. Per tutti noi, però, rispose il cap. Magnani che eravamo venuti in Russia per combattere perché un soldato deve obbedire senza discutere e che saremmo stati ossequienti al nuovo governo italiano. L'interrogatorio durò tre ore e alla fine, mentre uscivamo dalla stanza, D'Onofrio ci gridò dietro: 'Se non cambiate idea in Italia non si torna'.

A questo punto il Presidente ha fatto leggere al teste l'ordine del giorno presentato dalla parte civile, per sapere se il testo corrisponda a quello con cui D’Onofrio invitò i prigionieri a sottoscrivere.

Bosello: 'Ho la netta sensazione che non sia quello l'ordine del giorno che allora fu presentato ai prigionieri'.

Il teste ha ricordato poi che, qualche sera dopo gli interrogatori, un soldato russo entrò nella baracca e, chiamato il cap. Magnani, gli ordinò di prendere la sua roba e di seguirlo. Il Magnani abbracciò il commilitone con le lacrime agli occhi perché sapeva che non avrebbe più rivisto i suoi bambini.

Avv. Mastino Del Rio: 'Le risulta che il cap. Magnani fosse un criminale di guerra?'.

Bosello: 'Il capitano era un uomo d'onore, decorato di tre medaglie d’argento'.

Avv. Taddei: 'Il teste da che cosa deduce che le risposte fornite durante gli interrogatori venissero verbalizzate?'.

Bosello: 'Nel campo di Susdal fui sottoposto ad un altro interrogatorio. Dalle domande che il commissario politico Rizzoli mi fece, mi accorsi che conosceva già le risposte che avevo dato nei precedenti interrogatori. Mi risulta poi che i fuorusciti italiani erano nient'altro che funzionari sovietici. Infatti al sergente Paolozzi furono inflitti dieci giorni di prigione con la seguente motivazione: 'Si rifiutava di rispondere ad un funzionario politico sovietico'. Il sergente, durante un interrogatorio, aveva detto al Rizzoli che non avrebbe mai risposto alle domande di 'un fuoruscito italiano'.

Il secondo teste chiamato a deporre è il sottotenente dei bersaglieri Franco Santoro.

Santoro: 'Appena arrivati al campo di Oranki fummo sottoposti ad un bagno di disinfezione. La stanza era caldissima. Dopo il bagno a 30 gradi, fummo portati all'aperto con una temperatura di 35 gradi sotto zero. Alcuni morirono. Io, svenuto, fui portato in ospedale. Presi la polmonite doppia, la dissenteria e il tifo petecchiale'.

Il racconto del reduce provoca vivaci mormoni del pubblico che si tramutano in sonore risate quando il teste ribadisce che nel campo di Skit il D'Onofrio gli si presentò come cospiratore di professione.

Avvocati della Parte Civile: 'Allora bisognava ridere, non oggi; oggi è troppo facile!'.

Il tenente Santoro ha narrato poi dell’interrogatorio subito insieme al teste che lo lui preceduto. Nel corso della 'conversazione', D'Onofrio accusò le truppe italiane di essersi comportate malissimo nel territorio russo occupato. Disse che le truppe italiane rubavano, incendiavano, uccidevano e perciò noi prigionieri non dovevamo aspettarci un trattamento migliore di quello che ricevevamo. Il teste ha smentito le accuse di D'Onofrio. I nostri soldati, egli ha detto, quando abbandonavano i paesi occupati, erano seguiti dalle donne e dai bambini russi con i quali avevano diviso fino all’ultimo momento, il pane e anche i vestiti.

Anche al Santoro il Presidente fa leggere la copia dell’ordine del giorno esibito dalla parte civile, ma il teste lo disconosce.

Chiamato insieme al cap. Magnani, per un secondo interrogatorio, e invitato perentoriamente a mutare il proprio atteggiamento che influiva sugli altri e soprattutto sui soldati, il teste disse al D'Onofrio che non poteva tradire i suoi bersaglieri morti. 'Lei parla troppo dei suoi bersaglieri — lo interruppe D’Onofrio. La differenza che passa fra lei e loro è soltanto questa: lei è un criminale di guerra vivo, quelli sono dei criminali di guerra morti'.

Il tenente Santoro si gira lentamente sulla poltrona e fissa il querelante, che lo ha tacciato di falso e di impostura, con sguardo di sfida.

LA QUINTA UDIENZA.

27 maggio 1949 - Man mano che i giorni passano e i racconti dei reduci si ripetono, uguali, tragicamente uguali nella rievocazione dell’odissea, l'atmosfera del dramma in quest’aula di tribunale si fa più cupa, terribile. Certamente nessuno dì quelli che si vanno avvicendando sulla poltrona dei testimoni, o di quelli che si affollano nello spazio riservato al pubblico avrebbe mai pensato, ai tempi della prigionia, che in un’aula di tribunale, davanti alla maestà della giustizia, avrebbe incontrato i superstiti della tragedia.

Dalla deposizione del sottotenente di fanteria Sergio Fiaschi, si apprende come egli fu portato in un 'campo-scuola' a 300 chilometri dall’Afganistan.

Presidente: 'In che cosa consisteva questa scuola?'.

Fiaschi: 'Ufficialmente doveva avere un carattere informativo, ma ben presto ebbi modo di sapere in che cosa realmente consistesse. Dopo tre mesi di permanenza in quel campo fui chiamato dal fuoruscito Robotti il quale mi disse che la scuola mi tacciava di 'fascista'. E per quella volta la cosa finì lì. Ma poi fui chiamato una seconda volta insieme ad altri che si trovavano nelle mie stesse condizioni per sentirmi ripetere questa accusa con la aggiunta che il mio atteggiamento e quello dei miei colleghi meritavano una severa punizione.

Vissi durante tutti e tre gli anni della prigionia nel continuo terrore di essere gettato in un carcere. D'Onofrio faceva soltanto brevi apparizioni nella scuola il giovedì. Gli insegnanti erano i fuorusciti Robotti e Reghenti oltre il maggiore russo Orloff'.

Avv. Mastino Del Rio: 'Quale trattamento era riservato ai più zelanti frequentatori di questa scuola?'.

Fiaschi: 'A coloro che dimostravano maggiore attività nella frequenza della scuola veniva riservato un trattamento migliore. Essi erano chiamati 'assistenti', non erano obbligati a lavorare e mangiavano meglio degli altri'.

Un cappuccino, dalla lunga barba ben curata, è il secondo teste della giornata chiamato a deporre: padre Giuseppe Fiora, cappellano dell'8° Reggimento Alpini, fatto prigioniero nel gennaio 1943.

P. Fiora: 'Sento il bisogno di premettere che al campo di Krinovaia, dove venni portato prima di essere trasferito ad Oranki, la fame dei prigionieri era tanta da dar luogo a casi di cannibalismo. Un giorno si presentò a me un soldato italiano il quale, in una gavetta, mi offrì di mangiare con lui il cuore di un commilitone morto: 'Padre, vuol mangiare?' mi disse. Mi prodigai con gli altri cappellani prigionieri, anche per invito dei fuorusciti e dei russi, perché quei gravissimi fatti avessero a cessare. Ripetemmo ai prigionieri le assicurazioni fatteci dai fuorusciti di future migliorie. Ma nessun miglioramento si verificò mai, né allora né dopo. La promessa non fu mantenuta.

Durante il viaggio di trasferimento da Krinovaia ad Oranki fu data come razione di viveri ai prigionieri soltanto un pezzo di pane secco e pesce salato. Niente acqua. E quando gli uomini ne chiedevano, le guardie russe rispondevano: 'Perché siete venuti a combattere contro di noi? Adesso la pagate!'. Appena arrivati ad Oranki tutti furono infettati di tifo petecchiale. Nessuna assistenza sanitaria fu data ai malati dai sovietici: l'unico a prendersi cura di loro fu il tenente medico italiano Reginato il quale non ha fatto più ritorno dalla Russia.

Oltre al tifo altre epidemie scoppiarono nel campo. Fra esse la più grave fu la dissenteria. L'indice di mortalità raggiunse il 90 e anche il 95 per cento dei prigionieri. I malati giacevano su un tavolaccio e a noi cappellani non fu mai consentilo esercitare le nostre funzioni. Per essere ammessi nel lazzaretto dovemmo fare domanda di infermieri. Io però mi ammalai il giorno prima di essere assunto. Appena guarito fui assegnato ad un duro lavoro, quello di segare alberi e trasportarli per dei chilometri.

Ad Oranki, per volere di tutti gli internati, la sera si pregava ad alta voce. Fra le altre recitavamo la preghiera 'Pro Rege'. Un giorno però io e l'altro cappellano, don Brevi, fummo chiamati dal commissario politico del campo, Fiammenghi, il quale ci proibì di recitare quella preghiera perché il Re era 'un venduto allo straniero' e il 'capo dei reazionari'. Naturalmente abolimmo questa preghiera per il Re. Questo avveniva verso la fine di maggio del 1943. Dopo qualche mese Fiammenghi ci chiamò nuovamente e ci disse che dovevamo smettere di recitare preghiere perché in Russia non erano ammessi atti di culto esterno. I prigionieri, se lo volevano, potevano pregare privatamente. Chi non si fosse attenuto a questi ordini precisi sarebbe stato punito con il carcere.

Presidente: 'Lei ebbe occasione di parlare con D'Onofrio?'.

P. Fiora: 'Personalmente no. Assistetti, però, ad una sua conferenza nel campo di Oranki'.

Presidente: 'Che cosa disse il querelante?'.

P. Fiora: 'Non lo so perché poco dopo che aveva cominciato a parlare mi addormentai. Seppi, però, dagli ufficiali, al mio risveglio, che l'impressione riportata fu tutt’altro che buona'.

Avv. Taddei: 'L'intervento dei fuorusciti italiani migliorò le condizioni dei prigionieri?'.

P. Fiora: 'Lei è matto. L'unico nostro sollievo era la fratellanza'.

Presidente: 'Lei può andare'.

P. Fiora: 'No, Non ancora. Voglio aggiungere che quella nostra fratellanza fu distrutta proprio dai fuorusciti. Si deve esclusivamente a loro se si verificarono delle delazioni, delle vendette, dei rancori personali. E non basta. I fuorusciti cercarono in ogni modo di intralciare la nostra opera di umanità, tanto che riuscivamo ad ottenere più rivolgendoci ai russi che ai nostri connazionali. Cito un caso: per ben due volte chiesi al commissario politico Ossola il permesso di visitare un ufficiale che giaceva gravemente ammalato. Non ebbi mai risposta: neppure un rifiuto. Mi rivolsi allora al comandante russo del campo e nel giro di pochissime ore ottenni il permesso richiesto. Il senso di diffidenza che i fuorusciti erano riusciti a far serpeggiare nella nostra compattezza era tale che tra noi si diceva: siamo prigionieri degli stessi prigionieri italiani'.

Dalla deposizione di un altro testimone, il sottotenente di fanteria Luigi Esposito, nulla emerge che non sia già a conoscenza del tribunale. Egli fu portato al campo di Tamboff dove era ad attendere i prigionieri in arrivo un gruppo di fuorusciti italiani. La signora Torre che era nel gruppo accolse i nuovi arrivati con queste parole: 'Venite, venite, soldatini. Finalmente siamo riusciti a liberarvi dalla tirannia dei vostri ufficiali'.

L'udienza ormai sarebbe finita, ma l'avv. Taddei fa istanza perché venga richiesta alla Direzione Generale degli Affari Politici del Ministero degli Esteri la lista ufficiale dei militari italiani segnalati ufficialmente dalla Russia come criminali di guerra, istanza che il tribunale accoglie dopo una breve permanenza in camera di consiglio.

LA SESTA UDIENZA.

Nessuna tregua, non un attimo di respiro, né la possibilità di prendere la minima iniziativa, ha dato il primo teste escusso oggi 28 maggio 1949, con la valanga di precise accuse che ha rovesciato sul capo del senatore D'Onofrio. Don Enelio Franzoni, cappellano della Divisione Pasubio, catturato nel dicembre del 1942, proposto per la medaglia d’oro sul campo, prima di cominciare la sua deposizione, ha guardato fisso negli occhi, con uno sguardo sicuro e leale, il querelante. E poi ha iniziato la narrazione dei numerosi interrogatori subiti da parte del Fiammenghi, del D'Onofrio e prima ancora dal Robotti che lo assillò con le solite domande sul perché fosse venuto a fare la guerra in Russia e sul perché mai l'esercito non si ribellasse, ricordandogli, a conclusione, la storia di Napoleone e della campagna di Russia: 'In Russia si va, ma non si torna', commentò il fuoruscito.

Don Franzoni: 'Fui fatto entrare in una stanza nel campo di Oranki, poco prima del 25 luglio 1943, dove trovai, insieme al D'Onofrio, Fiammenghi e il maggiore russo Orloff. Un soldato russo chiuse la porta alle mie spalle e rimase fuori di piantone. D'Onofrio m'invitò prima a sedere, e poi volle sapere le mie generalità e dove avessi esercitato il ministero religioso in Italia. Risposi che ero insegnante al seminario di Bologna'.

Presidente: 'Scriveva qualche cosa il D'Onofrio, durante questo colloquio?'.

Don Franzoni: 'Sì, prendeva degli appunti e il magg. Orloff faceva la stessa cosa. Mi chiese poi quali fossero le mie idee politiche e malgrado rispondessi che, come sacerdote, non potevo avere idee politiche, insistette dicendo, fra l’altro, che oltre ad essere sacerdote ero anche cittadino. Ancora una volta replicai che un cappellano militare non può avere idee politiche, ma lui non si dette per inteso: voleva ad ogni costo che gli rispondessi. Ma visto che a quel modo non riusciva ad ottenere una risposta, tentò un’altra strada e cominciò a dirmi che, ovviamente, come cappellano dovevo almeno conoscere le idee degli altri ufficiali. Rimasi offeso da queste parole. D'Onofrio voleva abusare della mia qualità e servirsene per i suoi scopi. Mi guardai bene, perciò, dal rispondere ad una domanda tanto maligna e insinuante.

Ma non era ancora finito: l'interrogatorio si protrasse per altre due ore. D'Onofrio cambiò argomento e mi parlò della Patria lontana e della famiglia. Mi chiese se desideravo rivedere la mia famiglia. Certo, aggiunse, se volevo rivederla era necessario che mi allineassi ai nuovi tempi. Nelle sue parole non stentai a riconoscere una aperta minaccia.

Un giorno, mentre ero ancora al campo di Tamboff, ebbi ordine dal comandante russo di scrivere una lettera al Papa, nella quale dovevo consigliarlo sull’andamento della guerra suggerendogli di cercare di por fine ad essa. Io scrissi a Sua Santità pregandola di aiutarci, ma non feci cenno alcuno al suggerimento che m'era stato dato dal comandante russo, il quale, dopo aver letto la lettera disse che non andava bene e me la fece riscrivere daccapo. In sostanza tornai a scrivere le stesse cose, ampliandole con giri di parole, ma non nel senso desiderato dall'ufficiale russo. Comunque, prima di consegnarla, la lessi agli ufficiali ed ebbi la loro approvazione.

È assolutamente falso che io nella lettera abbia esaltato la Unione Sovietica, come asserì il D'Onofrio all'epoca della polemica avuta con il 'Risorgimento Liberale'. Non avrei certamente potuto farlo mentre attorno a me, per fame e per freddo, morivano ad uno ad uno i miei uomini'.

Il tenente degli alpini Mario Braga dichiara che nel campo di Susdal incontrò il cap. Magnani, proveniente dal campo di Elabuga, il quale gli disse di essere stato informato dai sovietici stessi che si trovava in quel campo in seguito a segnalazione del signor D'Onofrio e del magg. Orloff.

L’affermazione del teste provoca un vivace scambio di frasi fra l'avv. Taddei e i due avvocati di parte civile i quali sostengono che il teste, in una sua precedente deposizione scritta, non aveva accennato alla circostanza ora citata e chiedono l'incriminazione del teste. Il quale, intervenendo nel battibecco, spiega che non accennò allora alla circostanza in questione perché temeva che, facendo il nome del cap. Magnani ancora prigioniero, potesse in qualche modo danneggiarlo. Siccome il Magnani è stato citato più volte in quest’aula, oggi sente il dovere di dire tutta la verità.

Prima che salga sulla pedana l'altro testimone, il tenente degli alpini Carlo Colombo, nasce un secondo incidente. L'avv. Taddei presenta al tribunale una foto nella quale è ritratto il corpo di un bersagliere spaventosamente mutilato dai soldati russi all'atto della cattura. È il corpo della medaglia d’oro alla memoria Guido Cassinelli il quale rimase abbarbicato alla sua mitragliatrice fino a che, sparato l'ultimo colpo, i russi non riuscirono a farlo prigioniero ancora al suo posto di combattimento.

Avv. Sotgiu: 'Mi oppongo che la fotografia venga allegata agli atti. Essa esula dalla materia del processo'.

L'avv. Taddei insiste. Il Presidente consente che la fotografia, esibita dalla difesa, circoli nell’aula per sola visione.

Avv. Taddei: 'Però i criminali di guerra erano i bersaglieri...'.

Chiuso l'incidente il ten. Colombo può dire che nel campo di Susdal incontrò la signora Torre che fungeva da interprete. Le chiese di aiutarlo a far pervenire una sua lettera alla famiglia, ma la Torre, sorridendo, rispose che la posta era un 'dono che bisognava saper contraccambiare'. Anche il ten. Colombo parla a lungo del cap. Magnani ribadendo quanto già è stato detto da tutti gli altri testi.

Aggiunge solo che il capitano gli disse: 'Se alla fine della guerra io non tornerò più in Italia, lei può attribuire pubblicamente la colpa di ciò al signor D'Onofrio...'.

Ultimo teste della difesa il tenente dei Carabinieri Francesco Mantineo, anch’egli internato nel campo di Susdal, dove conobbe quasi tutti gli ufficiali che non hanno fatto ritorno. Cita, fra gli altri, il gen. Battisti, il magg. Massa, il magg. Zigiotti, don Brevi, il cap. Magnani. Questi gli raccontò degli snervanti interrogatori ai quali era stato sottoposto dal D'Onofrio che il Magnani stesso chiamava 'il Giuda'. Il teste dichiara che il Magnani gli disse allora: 'Se avrò la fortuna di ritornare in Patria, cosa che mi sembra difficile, ne racconterò delle belle sul conto di questo signore'.

L'udienza è finita. Il sen. D'Onofrio raccoglie con cura le proprie cartelle, gli appunti che prende continuamente. Un vago sorriso increspa le sue labbra mentre si allontana dall’aula. Da lunedì la valanga delle accuse si arresterà e alle sue orecchie suoneranno soltanto parole amiche: per una settimana.

LA SETTIMA UDIENZA.

30 maggio 1949 - Prima che comincino ad avvicendarsi sulla pedana coloro che sono stati chiamati a dimostrare la falsità delle accuse lanciate contro il sen. D'Onofrio, il querelante deve ascoltare ancora la voce, non certo gradita, del ten. Giuseppe Cangiano della Divisione Torino, il quale non fece in tempo a deporre nella udienza precedente.

L’ultimo teste addotto dalla difesa ha raccontato che nel campo di Kiev, dove aveva conosciuto il cap. Magnani proveniente da Elabuga, fu invitato a sottoscrivere una dichiarazione nella quale si diceva pressappoco: 'Il capitano Magnani e il tenente Giuseppe Ioli sono colpevoli dei massacri contro le popolazioni civili russe; sono colpevoli dell’incendio delle chiese russe; sono fascisti irriducibili. Essi perciò dovranno essere eliminati perché diversamente continueranno la loro opera nefasta'. La dichiarazione, nella quale si aggiungeva che la morte dei prigionieri italiani nei campi di concentramento era avvenuta per malattie da essi contratte prima della cattura, era redatta in lingua italiana e recava, in calce, due firme...

D'Onofrio: 'Lo dica pure... Una delle firme era la mia...'.

Cangiano: 'Infatti, stavo per dirlo. Delle due firme l’una era di un certo cap. Gullino e l'altra era quella del D'Onofrio. La dichiarazione era assolutamente falsa ed io naturalmente mi rifiutai di firmarla anche perché in essa si diceva che io avevo la certezza delle accuse ed ero a conoscenza degli episodi citati.

Fui rinchiuso in carcere per due mesi e, scontata la pena, nuovamente chiamato e nuovamente invitato a sottoscrivere la dichiarazione. Era il 26 dicembre del 1946. Al mio rifiuto, un soldato russo mi legò ad una sedia. Poi insieme ad un capitano sovietico cominciò, per ordine di quello, a picchiarmi a schiaffi, a calci, a pugni. Il capitano usava una riga di ferro. Ad un certo punto l'ufficiale mi disse: 'Ma insomma perché lei si ostina a fare il martire? I veri italiani, non hanno esitato a firmare'. Mi rifiutai ancora e loro ricominciarono a percuotermi finché non svenni'.

D'Onofrio: 'È falso. Tutto falso. Non ho mai fatto dichiarazioni del genere. Ho conosciuto il cap. Gullino nel campo di Skit, ma non ho parlato con lui di crimini di guerra. Per principio aborrisco la guerra e non avrei un attimo di esitazione nel denunciare chiunque di tali crimini si fosse macchiato. Ma non ho mai saputo che il cap. Magnani o il ten. Ioli abbiano commesso azioni del genere. Del resto io al fronte russo non ci sono mai stato'.

Avv. Mastino Del Rio: 'Se al D'Onofrio fossero stati noti crimini di guerra commessi da militari russi, li avrebbe, egli, denunciati?'.

D'Onofrio: 'Pubblicamente. Ma non mi è mai risultato che soldati russi abbiano commesso crimini di guerra'.

Prima che sia introdotto il primo teste della parte civile, l’avvocato Taddei ha fatto sapere al Collegio che la federazione comunista di Parma, prima che avesse inizio il processo, fece delle indagini presso i suoi organizzati allo scopo di sapere tutto quello che era possibile sul conto del signor Luigi Avalli, uno degli imputati: le sue idee politiche, quale fu il suo comportamento prima dell’8 settembre 1943 e dopo tale data e dopo il suo rientro dalla prigionia. Evidentemente la difesa ha voluto rendere la pariglia a quanto aveva detto in precedenza la parte civile a proposito di una circolare che l'Unione Reduci dalla Russia inviò a tutti i commilitoni per sollecitare testimonianze da servire nell'attuale processo. Ed è cominciata la serie dei testimoni addotti dal querelante.

Il primo è un ufficiale d'artiglieria Alessandro D’Alessandro che fu nei campi di Tamboff e Susdal.

D'Alessandro: 'Avevamo una certa libertà e, se è vero che durante i primi tempi della prigionia il morale era molto depresso e le cose andavano piuttosto male, è pur vero che a poco a poco notammo un certo generale miglioramento della situazione. Nel campo potevamo servirci di una biblioteca discretamente fornita di libri di letteratura e di politica...'.

'Per compensare la mancanza del cibo necessario per vivere' s’è inteso gridare da qualcuno del pubblico.

D'Alessandro: 'Cominciai a farmi una cultura politica e mi convertii all'antifascismo e osservai come il commissario politico del campo si prodigasse per migliorare sempre più le condizioni dei prigionieri'.

Presidente: 'Conobbe, lei, il D'Onofrio durante la sua permanenza al campo di Susdal?'.

D'Alessandro: 'No. Durante la mia permanenza in terra di Russia non vidi mai Edoardo D'Onofrio. Ho conosciuto il senatore soltanto al mio ritorno in Italia'.

Avv. Mastino Del Rio: 'Quanti morti vi furono a Valuiki?'.

D’Alessandro: 'Nella mia baracca perirono 15 uomini su 60 occupanti'.

Avv. Mastino del Rio: 'E a Tamboff?'.

D’Alessandro: 'A Tamboff le condizioni divennero più critiche e la percentuale dei morti crebbe'.

Il teste cade in contraddizioni evidenti, dimenticando che poco prima ha parlato di progressivo 'generale miglioramento della situazione nei campi'.

Avv. Taddei: 'Il teste, per caso, è iscritto al partito comunista italiano?'.

Avv. Paone: 'Abbiamo chiesto, noi, ai vostri testi se erano iscritti al movimento sociale italiano?'.

Il Presidente taglia corto dichiarando non valida la domanda e il teste viene congedato. È la volta di un caporale di fanteria, Luigi Leggeri, il quale teste fu inviato in quella scuola per premio: aveva esaltato la vittoria delle armi russe. Ricorda soltanto i nomi di Fiammenghi e di Vella, come insegnanti; nella scuola si studiava il movimento operaio e l'insegnamento era improntato a criteri antifascisti. Alla fine del corso il teste e tutti gli altri che erano in quel campo-scuola, furono fatti rientrare in Italia.

Avv. Taddei: 'È vero che alla fine del corso si doveva prestare un giuramento?'.

Leggeri: 'Sì. Ma era un giuramento di fedeltà al popolo italiano e non era obbligatorio'.

Il teste a discarico Sergio Fiaschi, appositamente richiamato, riferisce la formula di tale giuramento: 'Nel nome del popolo, giuro di non desistere dalla lotta intrapresa per il trionfo del proletariato e i miei compagni mi sopprimano nel sangue se verrò meno a tale giuramento'. Il Fiaschi ha aggiunto, però, che l'ultima parte della formula fu abolita, perché alcuni frequentatori della scuola stessa vi si opposero.

Elio Pietrocola, ex sergente automobilista, chiamato a deporre successivamente, ha affermato che i discorsi tenuti dal D'Onofrio non erano affatto improntati a sentimenti antinazionali, ma auspicavano che il nostro Paese divenisse una nazione libera e indipendente. Il teste notò che le conferenze del D'Onofrio erano di tanto grande interesse, da 'essere desiderate'. Nel campo non mancava una 'certa' libertà di critica. Le dichiarazioni del teste Pietrocola, sottolineate dai lunghi mormorii dei reduci che si trovano nello spazio riservato al pubblico, concludono la seduta.

L'OTTAVA UDIENZA.

31 maggio 1949 - Quattro ore è durata la deposizione del grande invalido di guerra Danilo Ferretti, unico testimone ascoltato oggi dal Tribunale. Danilo Ferretti ha cominciato con il raccontare tutta la storia della sua conversione politica: partecipò alla guerra civile di Spagna a fianco dei falangisti, poi, finita la guerra spagnola, tornò in Italia dove si interessò attivamente della vita dei sindacati fascisti e finalmente si arruolò in un battaglione di camicie nere con il grado di capo manipolo. Fu dopo la sua cattura sul fronte russo che si verifica in lui la crisi di coscienza che lo portò al comunismo.

Siccome il teste continua a dilungarsi nelle sue divagazioni sulle varie operazioni belliche alle quali prese parte, il Presidente lo invita ad entrare in argomento.

Avv. Paone: 'I soldati italiani erano attrezzati per una campagna in Russia?'.

Ferretti: 'Assolutamente no. Invece arrivati nel campo di Oranki, trovammo buone accoglienze: ci furono disinfettati gli indumenti, facemmo il bagno, i malati furono immediatamente trasferiti al lazzaretto, ci furono distribuite razioni alimentari che ci consentirono di vivere. E soprattutto ci fu di grande conforto sentire dai commilitoni catturati prima di noi che in quel campo si stava discretamente bene e che lì ci saremmo rimessi in salute.

Fui fatto prigioniero nel dicembre del 1942 e condotto nell'interno della Russia con una lunga marcia, durante la quale fummo costretti a trovarci il cibo perché nessuno ce ne dava. Solo dopo quattro giorni di cammino ci fu distribuito un pezzo di pane nero. Appena mangiata la mia razione fui colto da atroci dolori al ventre e mi gettai in terra. M'abbandonarono al mio destino. Ripresa conoscenza dopo qualche ora chiesi ospitalità ad alcuni civili.

Venni accolto cortesemente in una casa e rifocillato. Furono così gentili che lasciai loro in segno di riconoscenza la mia fede d'oro. Ma non sempre era la stessa cosa. Una volta, ad esempio, trovammo rifugio in cinque in un sotterraneo. Poco dopo però fummo costretti a sloggiare. Altra volta fui aggredito da un individuo che a forza mi tolse la pelliccia che avevo indosso. Soltanto il primo gennaio del 1943 arrivai ad una stazione ferroviaria dove trovai un treno pronto che conduceva prigionieri in un campo di concentramento. Molti di noi giunsero a destinazione colpiti da dissenteria'.

Avv. Paone: 'La malattia fu provocata dalla quantità di neve che i soldati ingerirono in mancanza di acqua?'.

Ferretti: 'Certamente sì'.

I primi contatti con i fuorusciti italiani, il teste li ebbe una quindicina di giorni dopo l'arrivo ad Oranki. Il fuoruscito o istruttore politico, promise agli internati tutto l'aiuto possibile nel più breve tempo e si rivolse loro con parole di incoraggiamento. Poi invitò i prigionieri a gruppetti nel suo ufficio. Il capomanipolo Ferretti fu chiamalo insieme al sottotenente Martelli e il fuoruscito — che nessuno sapeva come si chiamasse — chiese loro quali fossero le idee politiche che professavano. Il teste afferma che dichiarò di essere fascista convinto e di desiderare vivamente la vittoria delle armi italiane.

Il teste ha narrato poi come, colpito da tifo petecchiale, venisse ricoverato immediatamente al lazzaretto; come nel frattempo le condizioni del campo fossero notevolmente migliorate con l'arrivo degli aiuti americani e come i prigionieri, sottoposti ad una accurata visita medica, fossero divisi in tre categorie a seconda delle condizioni di salute. Egli fu trasferito al campo di Skit dove trovò il trattamento alimentare ancora migliore. La sola cosa che lasciasse molto a desiderare erano le condizioni igieniche del campo. Ma il fatto che si mangiasse discretamente ebbe naturalmente influenza sul morale dei prigionieri i quali presero ad interessarsi vivamente degli avvenimenti politici. A Skit il teste conobbe Fiammenghi e, successivamente, il D'Onofrio.

Ferretti: 'Di lui riportammo ottima impressione: il discorso che ci tenne fu applaudito da tutti specialmente perché esso era improntato a vivi sentimenti di italianità, dimostrando nell'oratore una certa tolleranza per l'ideologia e per l’organizzazione dello Stato Fascista e, conseguentemente, per quella che era la fede politica di tutti. D'Onofrio chiese allora al capitano quale fosse la nostra opinione sulla situazione italiana in generale e particolarmente sulla situazione bellica. Ma a questa domanda il cap. Magnani si limitò a rispondere che la nostra qualità di ufficiali ci impediva di fare delle affermazioni di carattere politico: i prigionieri dovevano mantenersi apolitici in attesa dello sviluppo degli eventi.

Io affermai, dal mio canto, di ritenere ormai perduta la guerra, ma che, ciononostante, desideravo lo stesso che le opere del fascismo non andassero distrutte. Il solo a rispondere in tono risentito fu il ten. Sandali. Fu allora che D'Onofrio gli spiegò che con quelle idee non si sarebbe trovato troppo bene al suo ritorno in Italia, perché, certamente, al nostro rientro, noi prigionieri avremmo trovato una situazione assolutamente diversa da quella che avevamo lasciata'.

Presidente: 'Prendeva appunti D'Onofrio?'.

Ferretti: 'No. Non ho mai visto che prendesse appunti'.

Il famoso ordine del giorno da inviare a Badoglio fu discusso poco dopo il 25 luglio. Il cap. Magnani si oppose dicendo che come ufficiali i prigionieri erano a disposizione del governo e che quindi non potevano intervenire in alcun modo. D'Onofrio fece rilevare il significato dell'ordine del giorno con il quale in sostanza si approvava l'operato del governo e del Re e disse agli ufficiali di riflettere. Dal canto suo era convinto che la loro adesione non fosse affatto contraria ai loro doveri.

Su cento ufficiali presenti una trentina aderirono. I consensi alla politica del sig. D'Onofrio non erano dunque così unanimi come poco prima lo stesso teste voleva lasciar credere se le adesioni si ridussero al trenta per cento.

Avv. Taddei: 'Lei fu tra quelli che aderirono all'ordine del giorno?'.

Ferretti: 'No. Io ero ancora troppo legato sentimentalmente al mio passato politico per poterlo fare'.

Avv. Taddei: 'È vero che il cap. Magnani fu trasferito in un campo di punizione?'.

Ferretti: 'Sì. Seppi di questo trasferimento ma non ne conosco le ragioni. Non mi risulta però che gli siano state usate delle violenze da parte russa. E del resto escludo che violenze siano state commesse ai danni degli ufficiali prigionieri. Il trattamento era, in genere, discreto, e le condizioni generali dei prigionieri buone tanto che si arrivò ad organizzare perfino delle squadre di calcio.

Frequentai una scuola di antifascismo, precisamente quella di Krasnokowsk. Non potei però ultimare il corso perché, colto da una grave infiltrazione polmonare, dovetti essere trasferito in un sanatorio dove rimasi fino al gennaio del 1946, data nella quale fui rimpatriato. I più zelanti del corso erano quelli che lavoravano di più e che studiavano con più impegno, senza conseguire speciali vantaggi materiali'.

Avv. Mastino Del Rio: '... e mangiavano di meno...'.

Il capo manipolo Ferretti ha poi affermato, contrariamente a quanto aveva deposto il caporale di fanteria Luigi Leggeri, l'apologeta della vittoria delle armi russe, che ai partecipanti ai corsi veniva imposto al termine delle lezioni un giuramento di fedeltà.

Esaurita la testimonianza il Presidente licenzia il teste, ma questi prima di allontanarsi vuoi esprimere la sua viva riconoscenza ai fuorusciti italiani che, in terra di Russia, seppero formarlo in maniera da avvicinarlo, almeno spiritualmente, agli italiani che in quel momento combattevano per il loro Paese.

LA NONA UDIENZA.

1 giugno 1949 - Il protagonista della seduta odierna è stato un ex collaboratore del settimanale 'L'Alba', stampato in Russia per i prigionieri italiani, il cap. Emilio Lombardo, ufficiale in servizio permanente effettivo, attualmente collocato a disposizione, il quale depone subito dopo il sergente maggiore del 52 reggimento artiglieria della Divisione Torino, Giovanni Troia, che in sostanza ha riaffermato quanto già avevano detto i precedenti testimoni.

Troia: 'Subito dopo il 25 luglio 1943 fu costituita una scuola di antifascismo che chiesi di frequentare, unitamente ad altri 150 prigionieri italiani'.

Presidente: 'Chi era il comandante della scuola?'.

Troia: 'Un ufficiale russo, ma vi erano anche istruttori italiani come Robotti e Vella che noi chiamavamo compagni'.

Avv. Taddei: 'Che uniforme indossava il Vella?'.

Troia: 'Quella russa. Ci illustravano che cosa fosse veramente il fascismo in contrapposizione con l’idea antifascista. Al termine del corso venne D'Onofrio, il quale si trattenne alcuni giorni e parlò ai prigionieri con parole ispirate ad alto sentimento di italianità. Giurai fedeltà al popolo italiano e alla causa antifascista. Personalmente finito quel corso chiesi di passare ad un’altra scuola'.

P. M.: 'Già una specie di università, dopo la scuola media...'.

Troia: 'Rimasi in questo campo fino al maggio del 1945 e successivamente fui trasferito a quello di Taskent di dove venni rimpatriato. Rividi D'Onofrio nel secondo campo-scuola che frequentai'.

Avv. Taddei: 'Come spiega il teste il fatto di aver veduto il D'Onofrio nel 1945 se l’attuale querelante aveva fatto ritorno in Italia fino dal 1944?'.

Teste: 'Può darsi che abbia fatto confusione nelle date. Certo è però che io parlai con il D'Onofrio al secondo corso che frequentai. Anzi, siccome il corso era anche per gli ufficiali, ebbi modo di parlare del D'Onofrio con molti di essi i quali mi dimostrarono apertamente i loro sentimenti di affettuosità e di simpatia verso di lui'.

L'ingresso del cap. Emilio Lombardo è salutato dai mormorii del pubblico e da un immediato attacco dell’avv. Taddei il quale rivolgendosi al Presidente chiede che, prima che il teste sia inteso, gli si domandi se gli risulti di essere sotto inchiesta per delazione e per vessazione dei suoi compagni di prigionia. La richiesta della difesa è stata prontamente rimbeccata dagli avvocati di parte civile.

Non si può dire certamente che la deposizione del teste sia stata di quelle tranquille; anzi si è svolta sotto un intenso fuoco di fila di interruzioni e di battibecchi e punteggiata dai sorrisi ironici degli imputati. Il teste esordisce affermando come al momento della resa, nel dicembre del 1942, abbia seriamente pensato al suicidio per non cadere in mano dei russi, che gli erano stati dipinti come soldati feroci e crudeli. Ma la realtà era molto diversa. I sovietici non fucilavano i prigionieri e i comandanti russi stringevano la mano ai nostri ufficiali superiori cordialmente.

Avv. Taddei: '... E per caso rimase loro in mano un orologio...'.

L'interruzione provoca addirittura un finimondo. Per qualche minuto è un incrociarsi di vivaci invettive fra gli avvocati delle due parti, fra il rumoreggiare del pubblico e a stento si riesce a ristabilire la calma nell’aula, ove, l'atmosfera è veramente arroventata. Il pubblico e il collegio di difesa ridono clamorosamente. La parte civile interviene per deplorare il contegno degli imputati, che sorridono mentre ad essi è vietato commentare in alcun modo le deposizioni dei testi d'accusa.

Avv. Paone: 'Voi venite qui ben pasciuti ad insultare quelli che vi hanno salvato la vita!...'.

La frase è accolta da un lungo mormorio del pubblico, mentre uno degli imputati grida: 'Lo conosciamo bene, noi, il capitano Lombardo!...'.

Lombardo: 'Durante la lunga, snervante marcia a piedi verso il campo di concentramento di Tamboff, i soldati — qualche migliaio — a differenza degli ufficiali, non furono subito perquisiti e disarmati. Qualcuno, colto da improvvisa pazzia, per la spossatezza, si dette a lanciare bombe a mano, una notte, contro i partigiani sovietici che scortavano la colonna. I russi reagirono immediatamente e perquisirono tutti: coloro che furono trovati in possesso di rivoltelle o di bombe a mano furono fucilati sul posto. Poi il viaggio nella steppa riprese, finché un congelamento ai piedi, durante il cammino, mi costrinse ad una lunga permanenza in un lazzaretto.

A Tamboff, subito dopo l'arrivo di uno scaglione di ufficiali alpini catturati, si manifestò una grave epidemia di tifo petecchiale. Il comando del campo provvide immediatamente ad isolare tutte le baracche da quella dove erano stati alloggiati i nuovi arrivati, ma qualche contatto rimase colla baracca degli ufficiali contagiati per barattare del pane bianco. Si creò così un veicolo di infezione'.

Avv. Taddei: 'Quanti furono i morti?'.

Lombardo: 'Molti, moltissimi anzi. La mortalità toccò una percentuale del 60 per cento nonostante il buon trattamento che ci veniva fatto dai russi, i quali subito dopo aver provveduto all'isolamento dei malati, inviarono nel campo sanitari e infermiere, una delle quali, contagiata, morì nel campo'.

Presidente: 'Dove ha conosciuto D'Onofrio?'.

Lombardo: 'Lo vidi per la prima volta al campo di Oranki. Egli mi mandò a chiamare insieme al cap. Angelozzi. Non si trattava però di un interrogatorio: egli mi rivolse alcune domande per sapere cosa ne pensassi dell'andamento del conflitto, subito soggiungendo che, se non volevo, potevo anche rifiutarmi di rispondere'.

Presidente: 'Lei faceva già parte del gruppo antifascista?'.

Lombardo: 'Sì. Assistetti anche alle conferenze di D'Onofrio. Quanto al famoso ordine del giorno proposto dal querelante dopo il 25 luglio 1943 esso fu prima esaminato dal gruppo antifascista e poi approvato da tutti perché era molto moderato. Passai successivamente al campo di Skit'.

Presidente: 'Secondo lei, che cosa si proponeva D'Onofrio?'.

Lombardo: 'Secondo me voleva sapere se gli italiani intendevano continuare o no a combattere a fianco dei tedeschi. E infatti fu costituita nel campo una formazione garibaldina alla quale aderirono anche due degli attuali imputati...'.

Avv. Taddei: 'Ciò avvenne prima o dopo l’8 settembre?'.

Lombardo: 'Dopo l’8 settembre'.

Avv. Taddei: 'Già. Come si vede è tutt’altra cosa. Anche il cap. Lombardo fu allievo della scuola di antifascismo che sorse nei pressi di Mosca. In essa, ha dichiarato il teste, si tenevano lezioni su problemi sociali, economici e filosofici nonché sulla organizzazione della nazione sovietica. Nella scuola vi era ampia facoltà di critica'.

Avv. Mastino Del Rio: 'Ma davvero?!?!...'.

Lombardo: 'Certamente. Il giuramento che si pronunciava alla fine del corso non era affatto quello riferito dal teste indotto dalla difesa, ma con esso si giurava soltanto 'fedeltà al popolo e al proletariato italiano'. Un ufficiale non poteva trovare nulla in contrario a firmarlo'.

Avv. Taddei: 'Il teste sa se prima della sua cattura siano stati distribuiti nelle file dell’esercito italiano manifesti russi?'.

Lombardo: 'Sì. Effettivamente alcuni aeroplani gettarono sul nostro fronte volantini nei quali si assicurava che i prigionieri italiani erano trattati con la massima cura. I volantini erano firmati anche dall’imputato Avalli che era stato già catturato a quell'epoca. Fui anche nel campo di Susdal, per qualche tempo. Lì ogni domenica si celebrava la messa e i sovietici non facevano alcuna difficoltà. Nella ricorrenza del Natale, anzi, fu allestito un presepe artistico dai prigionieri e fu celebrata anche una solenne messa cantata. Il comandante russo del campo e parecchie autorità e funzionari sovietici vennero a vedere il presepe'.

Avv. Taddei: 'È vero che un funzionario sovietico, vedendo il presepe esclamò: 'Napoli bella...'?'.

La domanda rimane senza alcuna risposta, ma in compenso, a questo punto, siamo quasi alla fine dell’udienza, si scatena l'ennesimo incidente della giornata.

Avv. Taddei: 'Sa spiegarci lei, perché al rientro dalla prigionia, appena varcata la frontiera di Tarvisio, alcuni ufficiali furono schiaffeggiati da altri loro compagni di prigionia?'.

Lombardo: 'Fra gli aggrediti ero anche io. Fummo malmenati perché avevamo fatto parte del gruppo antifascista...'.

Avv. Taddei: 'O non piuttosto perché il teste fece parte al campo di Sighet, in Romania, di una commissione la quale ordinò che 50 nostri prigionieri fossero trattenuti, come lo furono, ancora per un mese?'.

Lombardo: 'È assolutamente falso'.

Avv. Taddei: 'Il cap. Lombardo, può dire, in tutta lealtà, se egli è attualmente sottoposto a sanzioni disciplinari?'.

Avv. Sotgiu: 'Mi oppongo alla domanda!'.

Avv. Taddei: 'Allora faccio istanza formale, perché il Tribunale richieda al Ministero della Difesa l'elenco degli ufficiali sottoposti ad inchieste disciplinari per crimini commessi nella loro qualità di prigionieri di guerra. E ciò per vagliare la attendibilità di certi testimoni'.

Avv. Sotgiu: 'Ritengo infondata la richiesta della difesa. Essa non contribuirebbe a chiarire nessun elemento del processo'.

P. M.: 'Mi associo alla domanda dell’avv. Taddei purché tale elenco sia accompagnato da notizie riguardanti l'esito di tali inchieste'.

Avv. Sotgiu: 'Dichiaro fin d'ora che, se la domanda viene accolta, il processo dovrebbe essere sospeso finché non sia stato reso noto l'esito definitivo dell’inchiesta'.

Il Presidente toglie la seduta dopo che il Tribunale ha stabilito di prendere un provvedimento una volta escussi tutti i testi. E il seguito è rinviato a lunedì.

LA DECIMA UDIENZA.

6 giugno 1949. - Ancora quattro testi d’accusa, tra oggi e domani, e poi sarà la volta del secondo gruppo di quelli a discarico e le accuse cominceranno a piovere nuovamente sul capo del querelante. La tempesta, dopo una settimana di bel tempo, commentava il pubblico in attesa che il tribunale facesse il suo ingresso nell’aula. Il primo a deporre è un ex sergente maggiore di fanteria, Orlando Galli, catturato nel 1942 e portato nel campo di Tamboff. La prima persona che sentisse parlare, in quei luoghi, in lingua italiana fu la signora Torre la quale rivolse parole di incoraggiamento e si adoperò, in seguito, a che il rancio venisse distribuito regolarmente e con la massima puntualità. Il teste narra poi dell'epidemia di tifo petecchiale scoppiata nel campo a causa del traffico di pane organizzalo da alcuni prigionieri con i malati ricoverati nel lazzaretto. L’epidemia mieté molte vittime e lo stesso teste ne fu contagiato. Appena guarito chiese di essere iscritto alla scuola di antifascismo di Juge.

Presidente: 'Da chi era diretta quella scuola?'.

Galli: 'Da un ufficiale russo. Come istruttori però c'erano alcuni fuorusciti italiani, ad esempio, il Robotti. Il corso durò tre mesi durante i quali fu illustrata agli allievi la costituzione russa e abbondantemente spiegato il perché il fascismo non avrebbe mai potuto vincere la guerra. I licenziati dal corso dovevano, per gli altri prigionieri, costituire un esempio e pertanto furono destinati a svolgere la loro attività nei vari campi. Dovevano anche spiegare ai russi che popolo italiano e fascismo erano due cose completamente diverse.

Io fui destinato al campo 165 dove incontrai spesso il Fiammenghi. Un giorno Fiammenghi, riuniti i prigionieri, fece un discorso e, parlando contro Mussolini ebbe a definirlo un 'traditore venduto ai tedeschi'. A queste parole la camicia nera Salvatore Fichera, gridò rivolto al Fiammenghi: 'Ma voi siete i traditori, siete voi, gli emigrati, i fuorusciti!'. Il Fichera fu immediatamente allontanato dalla riunione ma non mi risulta che contro di lui sia stato preso alcun provvedimento. D'Onofrio, che conobbi nel marzo 1944, si interessò moltissimo alle nostre condizioni, non ci parlò solo di politica ma anche dei nostri bisogni. D'Onofrio era stimato e benvoluto da tutti noi, tanto che quando partì fu organizzata in suo onore una grande festa alla quale presero parte tutti i prigionieri'.

Il sottotenente di fanteria Vincenzo Vitello, altro teste ascoltato, fu ben lieto di aderire alle idee che venivano propagandate nei campi di concentramento. Fu tra i primi collaboratori de 'L'Alba' e al campo 27 discusse con gli altri scrittori l'indirizzo da dare al settimanale a carattere informativo e democratico.

Vitello: 'Fu una tribuna democratica dalla quale espressero le loro opinioni anche alcuni democristiani'.

Avv. Taddei: 'Ma se quel partito ancora doveva nascere...'.

Avv. Mastino Del Rio: 'Allora su quel foglio si potevano scrivere articoli anche di intonazione antimarxista...'.

Vitello: 'Sì. Certamente'.

Avv. Mastino Del Rio: 'Bene. Allora si metta a verbale. Voglio leggerli, io, quegli articoli...'.

A questo punto il Presidente ha voluto sapere se il teste avesse mai scritto a casa.

Vitello: 'Sì. Quattro o cinque volte in tutto'.

Presidente: 'E quante di queste lettere sono giunte alla sua famiglia?'.

Vitello: 'Una sola. Ma quando tornai in Patria seppi che i miei avevano ricevuto notizie direttamente da D'Onofrio'.

Avv. Mastino Del Rio: 'E dai suoi ha mai ricevuto posta?'.

Vitello: 'Mai'.

Avv. Taddei: 'È vero che il maggiore russo Terescenko elogiò il contegno delle truppe italiane sul fronte russo dicendo che era stato quello più umano?'.

Vitello: 'No. Non mi risulta'.

D'Onofrio: 'Sì. La circostanza è esatta. Il maggiore Terescenko parlando del comportamento degli italiani che combattevano al fronte russo disse appunto che la condotta di quelle truppe era stata la più umana'.

Ripresa la sua deposizione, il teste anch’egli allievo della scuola di antifascismo, parla a lungo dell’indirizzo che a quei corsi veniva dato, niente affatto 'marxista'. Il programma comprendeva: storia d'Italia, storia del movimento democratico mondiale, elementi di economia politica, politica sovietica, notizie sui danni che il fascismo aveva provocato in Italia. Il teste fu 'assistente' al corso e si dice ora 'lieto' di aver dato la sua opera allo scopo di contribuire 'a sviluppare nei prigionieri i concetti e le idee antifasciste'..

Avv. Taddei: 'Vuol dirci quali erano i libri di testo usati in questa scuola?'.

Vitello: 'Pochi testi italiani' risponde deciso, dopo un momentaneo imbarazzo.

Avv. Taddei: 'Per esempio?'.

Vitello: 'Per esempio 'I Promessi Sposi'...'.

Avv. Taddei: 'Già, 'I Promessi Sposi» visti da un marxista!'...'.

Vitello: 'Ringrazio ancora il fuoruscito Robotti perché mi aiutò ad acquistare coscienza antifascista'.

Avv. Taddei: 'Lei vuoi ringraziare troppa gente. Lasci andare...'.

Ultimo teste Giovanni Melchionda, sottotenente di fanteria. Al momento della cattura i sovietici gli trovarono nelle tasche alcune cartoline di propaganda antisovietica nelle quali il soldato russo veniva raffigurato come un orso dai lunghi artigli. Un ufficiale russo si impadronì delle cartoline e gli chiese se avesse notato qualche differenza fisica fra loro russi e gli italiani. Il teste rispose negativamente.

Melchionda: 'Espressi a quell'ufficiale la mia paura di essere fucilato, ma quello mi rassicurò dicendo che i russi non odiavano i soldati italiani perché sapevano bene che erano venuti a combattere soltanto per ordine di Mussolini. Chiesi allora se saremmo stati mandati in Siberia e l’ufficiale mi rispose che in fondo la Siberia non era poi quell'inferno che si diceva e che la propaganda ci dipingeva...'.

Avv. Taddei: 'È una questione di punti di vista'.

Melchionda: 'Al campo di Oranki, trovammo le baracche riscaldate...'.

Avv. Taddei: 'Ma davvero?...'.

Melchionda: 'Sì. Riscaldate. Eravamo vicino alle cucine'.

La deposizione si chiude con l'arrivo qualche giorno prima del 25 luglio del solito D'Onofrio e del famigerato Fiammenghi.

L'UNDICESIMA UDIENZA.

7 giugno 1949 - A metà dell’udienza, quando già era stato ascoltato l'ultimo teste d’accusa, e prima che si presentasse ai giudici il primo della seconda serie di quelli a discarico, si è scatenato un grosso ennesimo incidente. L'avv. Taddei ha annunciato al Tribunale che, allo scopo di vagliare l'attendibilità di certi testimoni, aveva intenzione di esibire una lettera pervenutagli. La parte civile, sempre in preallarme per le uscite improvvise della difesa, si è opposta alla lettura invocando la irregolarità della procedura, ma il P. M. ha dato lo stesso lettura dello scritto che ci piace riprodurre integralmente.

P. M.: 'Avendo appreso dai giornali la deposizione fatta nel processo D'Onofrio dal sergente maggiore Giovanni Troia, dichiaro che il Troia nel periodo delle elezioni del 2 giugno fece una offerta di L. 10.000 a mia madre se gli cedeva il certificato elettorale di mio fratello Vito Buccellato, disperso in Russia, come era a conoscenza del Troia. La lettera è firmata da Nicoletta Buccellato abitante in Roma, viale delle Provinole, 2'.

C'è mancato poco che la baruffa verbale si trasformasse in un pugilato. L'avv. Paone, rosso di collera, è scattato in piedi e ha fatto atto di lanciarsi contro l'avv. Taddei, gridando che questa non era altro che una mossa politica per tentare di ristabilire l'equilibrio spezzato dalla presentazione, da parte dell’accusa, di una circolare che l’Unione dei Reduci dalla Russia inviò, a suo tempo, ai suoi iscritti per raccogliere deposizioni. L’avv. Taddei ha gridato qualche cosa che, nella confusione sfugge alle orecchie degli ascoltatori, ma deve essere bene inteso dal suo avversario che prontamente lo ha rimbeccato.

Avv. Paone: 'Sei un fascista. Tu cerchi così di rifarti una verginità. Tu fai il gioco dei democristiani...'.

Avv. Taddei: 'Ma stai zitto! Voialtri avete fatto votare anche i morti!...'.

Avv. Paone: 'Smettetela. Questo non è un giuoco leale...'.

P. M.: 'Ora basta, avv. Paone'.

Avv. Paone: 'Ma io sono stato provocato'.

Il Presidente tronca l'incidente sospendendo la seduta. Paone e Taddei si allontanano insieme dall'aula per rifare la pace davanti ad una tazzina di caffè. Quale ultimo teste d’accusa, depone il sottotenente di fanteria Esterino Montanari.

Montanari: 'La marcia dal luogo della cattura al campo di concentramento fu estenuante, ma arrivati a destinazione le condizioni di vita migliorarono. Il vitto sarebbe stato sufficiente se la salute dei prigionieri fosse stata buona. Scoppiò una epidemia di tifo petecchiale e l'assistenza medica non fu delle migliori tanto che quasi tutti i malati morirono'.

A domanda dell’avv. Mastino del Rio circa l'assistenza medica, il Presidente chiede se nel campo c'erano ufficiali medici italiani.

Montanari: 'Nei primi tempi dell’epidemia non fu dato ai malati alcun medicinale, poi, in seguito, vennero distribuite delle pasticche di permanganato. Quanto ai medici italiani, nel campo ce ne erano sei ma erano tutti contagiati. Funzionava una infermeria dove prestavano servizio un infermiere croato e una infermiera russa.

Fui poi trasferito in un campo degli Urali dove trovai condizioni di vita ancora migliori. I prigionieri erano trattati così bene che non appena giunsero fecero fare loro un bagno di disinfezione. Trasferito nel campo di Susdal, conobbi il fuoruscito Roncato e seppi da lui che era stata costituita una scuola di antifascismo nel vicino campo n. 2; chiesi di frequentarla e fui ammesso ai corsi. Istruttori erano due italiani: Robotti e Carato. Qui feci la conoscenza con il D'Onofrio, il quale venne per l'inaugurazione del corso e lasciò in tutti una favorevole impressione: era riuscito a guadagnarsi le simpatie di tutti.

D'Onofrio tornò poi al campo-scuola e prima di partire per l'Italia, ci chiese l'indirizzo delle nostre famiglie per poter far loro giungere nostre notizie. Noi continuammo il corso al quale potevano partecipare tutti coloro che professassero idee antifasciste. È assolutamente falso che dalla scuola si uscisse comunisti; tanto è vero che la frequentavano anche antifascisti cattolici...'.

Avv. Mastino Del Rio: 'Infatti, si trattava di un seminario dove si insegnava il dogma cattolico...'.

Montanari: 'Io, ad esempio, sono uscito dalla scuola con idee socialiste'.

Ma il teste non specifica se si tratti di idee socialdemocratiche o socialfusioniste. Una nuova battuta dell’avv. Mastino del Rio provoca il primo violento battibecco fra i patroni delle due parti.

Avv. Mastino Del Rio: 'Ieri ci avete detto che si studiavano 'I Promessi Sposi', oggi ci dite quasi che si studiava il dogma cattolico. Ma insomma tutto ciò è perlomeno umoristico: cercate di salvare il pudore'.

È stata questa la frase che ha fatto andare su tutte le furie l'avv. Paone il quale, rivoltosi eccitatissimo al collegio di difesa, ha pronunciato violenti parole dalle quali è nato il tumulto.

Avv. Mastino Del Rio: 'Voi vi vergognate di dire che era tutta propaganda comunista; nient'altro che propaganda comunista!'.

Ristabilita la calma, il teste ha voluto ribadire al Tribunale come D'Onofrio si fosse vivamente interessato perché ai suoi familiari giungessero notizie del congiunto prigioniero.

Montanari: 'I miei, infatti, ricevettero una lettera, credo del D'Onofrio, in cui si davano notizie della mia salute'.

Avv. Taddei: 'La conosco. Era una circolare ciclostilata. Anche i miei la ricevettero'.

È evidente che anche i testi a carico non riescono a celare la tremenda tragedia dei prigionieri italiani, malgrado gli sperticati elogi e i non richiesti ringraziamenti per D'Onofrio. Salvatore Pontieri, tenente dei bersaglieri in servizio permanente, ha aperto la seconda sfilata dei testi a discarico.

Pontieri: 'Al campo di Tamboff, dove trascorsi i primi tempi della prigionia, conobbi la signora Torre. Molti internati si rivolgevano a lei per avere qualche indumento pesante che li riparasse dal freddo intensissimo di quella zona. Ma la fuoruscita ad ogni richiesta del genere rispondeva invariabilmente: 'Avete battuto tanto le mani fino a ieri, ora abituatevi a battere i piedi'.

Questo lo spirito satanico delle donne italiane in Russia, se pur il nome di donne e di italiane si conviene a queste male femmine comuniste. Nel luglio 1943 il querelante tenne due conferenze al campo di Skit.

Presidente: 'Venne mai interrogato, lei, dal D'Onofrio?'.

Pontieri: 'Sì. Fu la sera stessa della seconda conferenza. Appena entrato nel suo ufficio, mi chiese per quale ragione non mi fossi iscritto alla scuola antifascista e aggiunse, senza aspettare risposta, che era stata proprio la mentalità come la mia a spingere i soldati italiani a venire a far la guerra contro la Russia. Io risposi che avevo fatto soltanto il mio dovere di ufficiale, al che D'Onofrio replicò: 'Altro che dovere. Voi siete venuti in Russia per rubare e per commettere delle atrocità e state attenti perché il vostro atteggiamento può portare a gravi conseguenze'. Le stesse minacce il querelante rivolse al cap. Magnani e al ten. Ioli, i quali due giorni dopo furono trasferiti in un campo di punizione'.

A proposito del Magnani il teste, su richiesta del tribunale, ha detto che era una bella figura di ufficiale, di cui tutti avevano la massima stima. Dopo l'interrogatorio del capitano, il teste ha poi dichiarato di aver inteso il D'Onofrio che diceva: 'A Magnani ci penso io'.

Presidente: 'Ma lei è sicuro che fosse proprio D'Onofrio?'.

Pontieri: 'Sicurissimo: ne riconobbi la voce. E del resto quando lo rividi, Magnani mi disse che la responsabilità del suo trasferimento era tutta di D'Onofrio'.

LA DODICESIMA UDIENZA.

8 giugno 1949 - A questo punto si comincia ad avere la sensazione che le parti si vadano mettendo d’accordo per ridurre il numero dei testi. Del resto ormai poche sono le cose nuove che si sentono dire dai reduci che s’avvicendano sulla pedana e, certamente, l'escussione di tutti i 130 testi indotti da una parte e dall'altra non potrebbe portare elementi nuovi in giudizio.

Il primo teste della udienza è il colonnello dei bersaglieri Luigi Longo, omonimo del deputato comunista, già comandante del 3° reggimento. Fu destinato al campo di Susdal e lì conobbe il primo fuoruscito italiano, un certo Roncato, il quale si presentò ai prigionieri parlando in rumeno. Il col. Longo volle conoscerlo personalmente ma sulle prime la cosa fu difficile perché il Roncato finse di non comprendere la lingua italiana. Poi si decise a parlare nella nostra lingua e finì addirittura per esprimersi in dialetto veneto. Il colonnello fu contento di aver trovato un italiano e sperò che potesse venire qualche vantaggio ai prigionieri. Si rivolse infatti al Roncato per ottenere che il comando del campo, tenuto fino allora dai rumeni, fosse affidato ad ufficiali italiani ma si senti rispondere dal fuoruscito che non lo seccasse con le sue chiacchiere.

Non migliore risultato sortì un’altra proposta del colonnello al fuoruscito: quella di ottenere da lui che ai prigionieri italiani venissero restituiti gli indumenti che i soldati russi e quelli croati avevano loro tolto dopo la cattura. Roncato gli rispose che si pretendeva una cosa che 'non era democratica'.

Nel mese di febbraio scoppiò una violenta epidemia di tifo petecchiale e oltre il cinquanta per cento degli ufficiali italiani prigionieri morirono. Anche il Roncato s’ammalò e per un certo periodo di tempo non si vide più. Ma prima di andarsene fece una ispezione alle latrine del campo che, naturalmente, essendo la maggior parte degli internati ammalati, non potevano essere pulite. Andò a cercare il col. Longo e gli disse: 'Colonnello, questa... se non la fai sparire subito, te la faccio mangiare...'.

Il teste subì un solo interrogatorio dal maggiore russo Nowicoff cui assistette il Roncalo che fungeva da interprete. Una volta sola il fuoruscito intervenne per accusare l'esercito italiano di atrocità e di ribalderie di ogni sorta commesse nel territorio occupato. Il teste ha poi ricordato che nell’aprile del 1943 il Roncato riunì tutti gli ufficiali prigionieri e tenne loro un discorso politico al termine del quale domandò quale fosse il nostro parere sugli avvenimenti italiani. I maggiori Massa e Russo, i quali fecero presentile loro idee contrarie a quelle del Roncato, si trovano tuttora in Russia.

Presidente: 'Lei ebbe occasione di vedere altri emigrati italiani durante il periodo della sua prigionia?'.

Longo: 'Sì. Conobbi il fuoruscito Rizzoli il quale svolgeva fra i prigionieri una attiva propaganda filosovietica. Ricordo con precisione che un giorno il comandante russo del campo, il colonnello Krastin, radunò tutti noi ufficiali per dirci che gli emigrati, nella loro qualità di commissari politici, erano funzionari del governo sovietico e che come tali andavano rispettati'.

Fra i prigionieri — ha raccontato — c'era un certo cap. Salvagno, che fu preso particolarmente di mira dal Roncato e sottoposto ad interrogatori estenuanti. Da un ultimo interrogatorio subito il Salvagno uscì talmente disfatto che dette segni di alienazione mentale e tre giorni dopo morì. A questo punto l'avv. Paone ha voluto sapere dal teste se fosse vero che dopo il 25 luglio egli firmò un appello rivolto al popolo italiano perché ponesse fine alla guerra.

Longo: 'È vero'.

Avv. Taddei: 'Sì, ma sarebbe anche bene che si sapesse come il col. Longo fosse indotto a firmarlo dopo quattro giorni di insistenti interrogatori'.

Viene chiamato successivamente a deporre il prof. Germano Mancini che durante la campagna in Russia fu ufficiale medico. Egli ha precisato quali fossero le condizioni sanitarie dei campi di concentramento e ricordato come avvenne la sua cattura. Il Mancini cadde in mano russa mentre si trovava in servizio presso l'ospedale italiano di Kantemirovka nel quale erano ricoverati 386 malati. A tutti fu imposto dai sovietici di firmare un documento in cui si attestava che il trattamento ricevuto dalle autorità russe era stato ottimo. Dovettero firmare anche alcuni moribondi in stato comatoso.

Mancini: 'In vero soltanto di una cosa dovevamo ringraziare i russi: di non essere stati fucilati. Infatti quando l'ospedale fu occupato, quattro dei nostri, fra i quali il cappellano, furono immediatamente fucilati. Quanto alla distinzione fisica che si dice i russi facessero fra i prigionieri per la distribuzione di differenti razioni di viveri, la cosa è vera, ma l'assegnazione alle diverse categorie veniva fatta soltanto in rapporto alla apparenza dei muscoli di ciascuno senza altro esame delle condizioni generali del prigioniero'.

Ai chiarimenti del prof. Mancini, interessanti anche dal punto di vista sanitario, è seguita la deposizione del capitano di fanteria Ferdinando De Ninni che ha spiegato quale fosse l'attività della scuola di antifascismo aggiungendo, a quanto era stato già detto dagli altri testi, che coloro che la frequentavano avevano diritto ad un supplemento di rancio. Personalmente la ritenne sempre una cosa molto poco seria.

Il teste conobbe D'Onofrio nel campo di Skit e da lui fu sottoposto a numerosi interrogatori durante i quali, essendosi rifiutato di 'allinearsi ai nuovi tempi' si ebbe minacce e intimidazioni. Anticipando poi le dichiarazioni che dopo di lui farà lo stesso interessato, il cap. De Ninni ha riferito alcune battute che ebbe occasione di ascoltare, del colloquio svoltosi fra il D'Onofrio e il ten. Sandali. Egli ricorda che l'attuale querelante chiese al Sandali: 'Perché lei non si è iscritto al gruppo antifascista?'. Al che questi rispose: 'Io ho un regolamento da rispettare' avendosi come immediata replica dal D'Onofrio: 'Se lei non la finisce di fare il testardo, se ne pentirà'.

E finalmente, nell’aula, si è sentito parlare del famoso campo di Elabuga da uno che c'era stato: il ten. Rodolfo Sandali il quale fu compreso, come si ricorderà, nella lista nera di quelli che si opposero apertamente all’ordine del giorno proposto dal D'Onofrio dopo il 25 luglio 1943.

Sandali: 'Fui interrogato per la prima volta dal D'Onofrio, appena giunto nel campo convalescenziario di Skit. Nel periodo in cui subii gli interrogatori pesavo meno di 38 chili e anche le mie condizioni morali erano precarie perché da moltissimo tempo non avevo notizie della mia famiglia. Fummo chiamati nell’ufficio del commissario politico ed io fui interrogato per primo. Mi chiese per quale ragione non mi fossi ancora iscritto al gruppo antifascista e quale fosse la mia opinione intorno alla situazione creatasi in Italia dopo la caduta del fascismo. Risposi che la mia qualità di ufficiale mi impediva di pronunciarmi e che comunque avevo intenzione di rimanere fedele al nuovo governo che in Italia si era costituito. Pregai poi D'Onofrio di desistere dall'interrogarmi perché ero letteralmente estenuato. Fu questo a far andare su tutte le furie il commissario politico.

Con tono irato, D'Onofrio mi chiese se amavo la mia famiglia e se avessi il desiderio di rivederla e finì con voce minacciosa: 'Se lei vuol tornare in Italia a rivedere i suoi, deve cambiare le sue idee. Altrimenti se ne pentirà'. Fui terrorizzato dalla minaccia e ciò peggiorò ancora il mio stato di salute. Per tutto il periodo della prigionia quella minaccia mi perseguitò e non ebbi più pace. Il cap. Magnani, il capomanipolo Ferretti, il ten. Santoro, il ten. Ioli erano con me, quel giorno, e le stesse minacce furono fatte a tutti loro. Due giorni dopo l'interrogatorio fummo trasferiti in dieci al campo di Elabuga. Appena arrivammo ci isolarono da tutti gli altri prigionieri'.

Sandali: 'In quel campo vi erano due zone: in una di esse erano raccolti tutti i prigionieri che avevano manifestato tendenze filosovietiche, nell’altra coloro che venivano considerati reazionari. A noi fu vietato nel modo più assoluto di parlare con gli altri prigionieri italiani che si trovavano nell'una e nell'altra zona del campo'.

Presidente: 'Lei è mai stato interrogato in questo campo?'.

Sandali: 'Sì. Fui sottoposto ad interrogatori di carattere politico, ma da un ufficiale russo e da un fuoruscito tedesco. Mi fu chiesta la mia opinione politica e siccome io risposi che non potevo pronunciarmi essendo un militare, l'ufficiale che m'interrogava replicò: 'Questo lei lo ha già detto. Ora sia più preciso nelle sue risposte'. Erano le risposte che avevo dato al D'Onofrio. L'Italia aveva già dichiarato guerra alla Germania e in relazione a questo fatto mi fu chiesto se ero disposto a combattere contro i tedeschi. Risposi di sì e che non avevo mai avuto alcuna simpatia per Hitler. L’ufficiale sovietico mi propose allora di riferirgli i discorsi che i miei colleghi tenevano nella baracca che occupavamo. 'Ciò, aggiunse, migliorerebbe sensibilmente la sua posizione'. Naturalmente io opposi un netto rifiuto a questa proposta'.

Avv. Taddei: 'Il prigioniero aveva una sua cartella personale?'.

Sandali: 'Sì. Anzi io ebbi occasione di vedere la mia. C'erano la fotografia e le mie impronte digitali. Seppi che questa cartella accompagnava il prigioniero nelle sue peregrinazioni attraverso i vari campi'.

Avv. Taddei: 'Logico, eravate dei criminali di guerra...'.

LA TREDICESIMA UDIENZA.

10 giugno 1949. - La richiesta del Tribunale al Ministero della Difesa è stata soddisfatta e oggi si sono saputi, finalmente, i nomi degli ufficiali italiani accusati dalla Russia di crimini di guerra. Dei dodici indicati, dieci sono stati identificati e precisamente: i gen. Roberto Lerici e Paolo Torriassi, il ten. col. Raffaello Marconi, il ten. col. medico Bernardo Giannetti, il magg. Giovanni Biasotti, i cap. C.C. Dante Jovino e Mariano Piazza, il cap. Luigi Groppelli, il ten. Renato Barile, il ten. col. Romolo Romagnoli. Di questi dieci ufficiali tre sono deceduti e precisamente: il gen. Torriassi, i ten. col. Marconi e Romagnoli. Uno soltanto è trattenuto ancora in Russia: il cap. Dante Jovino. I due ufficiali non identificati sono un certo Plass, comandante la regione di Pisarevo e Franzi Piliz, comandante la guarnigione di Kantemirowka.

E questo è stato uno dei due argomenti più importanti della udienza. L’altro è costituito da un caratteristico ordine del giorno del maresciallo Stalin, il quale, evidentemente impressionato dalla alta percentuale di mortalità registrata nei campi di concentramento, avrebbe stabilito: proibito morire! Per il resto poche novità nelle deposizioni dei testi escussi nel corso dell’udienza; com’era prevedibile.

Il prof. Aldo Sandulli, ordinario di diritto amministrativo nell'Università di Trieste, il quale ha fatto la rivelazione sull'ordine di Stalin, ha confermato che nel campo di Krinovaia, dove fu internato subito dopo la cattura, la percentuale della mortalità fu spaventosa: di 400 ufficiali solo 270 sopravvissero. Il teste ha confermato ancora i casi di cannibalismo, citati da quanti lo hanno preceduto sulla pedana, aggiungendo che durante le marce di trasferimento ai prigionieri non veniva somministrato cibo di nessun genere e che nel campo di Krinovaia sola razione distribuita era una zuppa al giorno consistente in acqua calda e ossa.

P. M.: 'Quali erano le condizioni fisiche dei soldati al momento della cattura?'.

Sandulli: 'Non buone, ma ancora efficienti. Trasferito ad Oranki venni ricoverato al lazzaretto, dove unico mezzo di cura era un termometro per tutti gli ammalati, per misurare la febbre. Ai primi di maggio 1943 arrivò un generale sovietico il quale, con grande solennità annunciò a tutti i prigionieri che per 'ordine' (il teste riferisce con precisione la corrispondente parola in russo) delle autorità superiori 'nessun prigioniero doveva più morire'.

Avv. Taddei: '... E coloro che fossero morti sarebbero stati dei sabotatori...'.

Sandulli: 'Proprio così, purtroppo. Malgrado l'ordine però i prigionieri continuarono naturalmente a morire. Sopraggiunsero rifornimenti americani e le condizioni dei prigionieri andarono leggermente migliorando con una più abbondante distribuzione di viveri, ma, come ho detto, questo non eliminò la mortalità. Io fui uno dei pochi che ebbi la fortuna di salvarmi e fui così spedito al convalescenziario di Skit dove mi accorsi che per essere un luogo di cura, il trattamento non era affatto migliore, se non addirittura peggiore di quello usatoci negli altri campi. Fra l’altro eravamo letteralmente mangiati dagli insetti, tanto che il poter essere inviati al lavoro era considerato come una liberazione.

D'Onofrio arrivò poco prima del 25 luglio 1943. Radunò tutti i prigionieri italiani e si presentò con queste precise parole: 'Signori ufficiali italiani, permettetemi di fare la vostra conoscenza. Sono Edoardo D'Onofrio, di professione cospiratore', e, dopo questo esordio, illustrò ampiamente la situazione italiana. Tornò dopo un paio di mesi per far sottoscrivere il noto messaggio al popolo italiano. Vi furono notevoli pressioni di carattere morale perché il messaggio venisse firmato.

Fui in seguito trasferito al campo 27/2 e qui interrogato da ufficiali sovietici che mi trattarono con una delicatezza che era del tutto sconosciuta ai fuorusciti italiani. Fu in questo campo che vidi il sottotenente Melchionda (il quale depose alcuni giorni or sono come teste a favore del querelante e a carico degli imputati) e sembra svolgesse attività delatoria nei confronti dei colleghi. Infatti il cappellano Don Bertoldi trovò nello zaino di lui un taccuino per appunti nel quale erano scritte frasi come queste: 'Il tenente Tizio non ha applaudito alla conferenza su Garibaldi'; 'il sotto-tenente Caio ha dichiarato che l'Italia non può fare a meno delle sue colonie'.

Dal fuoruscito Rizzoli che mi interrogava nel campo di Susdal, ebbi questo avvertimento che mi lasciò molto turbato: 'Il ritorno in Italia bisogna meritarselo! Si ricordi che i nemici del popolo pagheranno il loro fio!'.

Avv. Taddei: 'È vero che, come ha asserito il D'Onofrio, alcuni ufficiali ostentavano nei campi camicie nere e fez fascisti?'.

Sandulli: 'Ciò era impossibile perché la camicia nera non la indossava neppure la milizia, quando era in linea e quindi non poteva essere ostentata nei campi. È vero piuttosto che i russi avevano distribuito ai prigionieri le giacche nere tolte alle SS tedesche'.

Desiderio Ebene, tenente degli alpini, passò il periodo della prigionia nei campi di Tamboff, Oranki e Skit dove conobbe il D'Onofrio il quale tenne due conferenze. Al termine di esse propose il famoso messaggio cui, come è noto, si oppose, a nome di tutti, il cap. Magnani. Per l'ostilità dimostrata nei confronti del D'Onofrio, ha confermato il teste, il capitano venne trasferito al campo di punizione di Elabuga dove gli venne prospettata la possibilità di migliorare notevolmente la propria posizione. L'ufficiale sovietico che lo interrogava, gli sottopose, infatti, una dichiarazione con la quale si impegnava di fornire ai russi informazioni dettagliate sul comportamento dei compagni di prigionia. Il cap. Magnani oppose alla proposta un categorico rifiuto aggiungendo che quello non era un mestiere per lui e che avrebbe piuttosto preferito essere fucilato immediatamente. L’ufficiale russo non insistette.

Ultima deposizione della giornata, quella del tenente degli alpini Carlo Girometta il quale conferma tutti i punti esposti dai testi che lo hanno preceduto, per quanto riguarda gli interrogatori subiti e le condizioni di vita nei vari campi. Ma anche lui ha voluto portare qualche cosa di nuovo da aggiungere al materiale di giudizio. S'è diffuso, perciò, a parlare della situazione viveri nel campo di Oranki, nella sua qualità di addetto a quella cucina nello stesso periodo in cui il Fiammenghi se ne interessava direttamente. Ed ecco in sostanza la situazione: una zuppa di venti grammi di miglio, pane nero, venti grammi di zucchero e venticinque di burro, al mattino; una zuppa dì miglio, orzo, avena e pane nero alla sera.

Girometta: 'Il pane era tale però che, sono certo, nessuno di quanti si trovano oggi in quest'aula ne avrebbe mangiato neppure un boccone'.

Il Girometta ha poi detto qualche cosa anche della scuola di antifascismo che si trovò a frequentare di autorità. Materie di insegnamento: Storia del leninismo, Storia della Russia, Principi di marxismo e Storia d'Italia.

Avv. Taddei: 'Si è voluto far credere qui, che la scuola fosse una specie di seminario, che accoglieva anche i cattolici. Cosa risulta a lei?'.

Girometta: 'Veramente non tutti i frequentatori della scuola erano marxisti, ma è anche vero che manifestare idee non conformiste era tutt'altro che facile e poteva essere anzi pericoloso. L'indirizzo della scuola era perfettamente comunista. Non era proprio facile, né tanto meno conveniente, esprimere idee diverse. Un emigrato italiano vestito con la divisa russa, al quale ebbi a chiedere aiuto durante la permanenza a Krinovaia mi rispose con tono di sufficienza: 'Ma cosa volete!... È già tanto che non vi abbiamo fucilato!...'.

LA QUATTORDICESIMA UDIENZA.

Il giugno 1949 - Il ritmo con cui i numerosi testi si avvicendano alla pedana conferma che ormai siamo alla conclusione dell'esame testimoniale. L'atmosfera è surriscaldata dall’approssimarsi della decisione della causa. Ormai è sufficiente una interruzione, una parola a commento di una frase di un teste, per dar vita a nuovi incidenti di proporzioni maggiori di quelli scoppiati nelle tornate precedenti.

Il primo a deporre è un tenente degli alpini Girolamo Stovali, il quale narra della sua cattura, della fucilazione del suo attendente, della tragica marcia, della vita vissuta da lui e dai suoi compagni nei vari campi di concentramento, della mortalità tra i prigionieri che nel campo di Oranki raggiunse la percentuale di oltre il 60 per cento nell’anno 1943, della visita in quel campo del commissario Fiammenghi, il quale si presentò in uniforme sovietica. Il teste conobbe D'Onofrio nel convalescenziario di Skit. La narrazione non si discosta da quella dei precedenti testimoni: proposta di sottoscrivere l'appello al popolo italiano, rifiuto della maggior parte degli internati, minacce dell’attuale querelante.

Stovali: 'Alcuni aderirono soltanto dopo che D'Onofrio li sottopose ad interrogatori'.

Presidente: 'Quanti aderirono dopo gli interrogatori?'.

Stovali: 'Non posso precisare il numero, ma qualcuno certamente sì. Ricordo che il ten. Dal Toso fu chiamato da D'Onofrio il quale ebbe a fargli oscure minacce tanto che appena uscito dalla baracca del commissario Dal Toso mi disse: 'Ci inchioderanno a questi pini ma non potranno farci dimenticare di essere italiani'.

Quella sera stessa, nascosto in uno scantinato insieme con i ten. Dal Toso ed Emett, potei sentire quello che D'Onofrio diceva parlando con un ufficiale sovietico, in una stanza sopra di noi. Parlava di organizzare nel campo di Skit un gruppo antifascista e poi accennò al caso del cap. Magnani rassicurando, fra l'altro, l’ufficiale russo con queste precise parole: 'Non si preoccupi del Magnani! A quello ci penserò io!'. Quella frase ci impressionò moltissimo e tememmo per lui. Dopo pochi giorni, infatti il nostro compagno di prigionia fu trasferito in un campo di punizione.

Stovali: 'Durante la permanenza ad Oranki aderii alla legione garibaldina costituitasi dopo la dichiarazione di guerra alla Germania. Nelle file di quella formazione si schierarono tutti coloro che intendevano combattere contro i tedeschi'.

Avv. Taddei: 'In quanti ufficiali partirono dalla Russia nel suo vagone?'.

Stovali: 'Partimmo in 64, ma siamo tornati soltanto io ed il ten. Colangelo'.

Avv. Taddei: 'I prigionieri potevano disporsi a piacimento nelle baracche dove alloggiavano?'.

Stovali: 'No. In ogni baracca eravamo sistemati in modo che vi fosse sempre almeno un aderente al gruppo antifascista del campo'.

L'altro teste, quello la cui deposizione ha determinato l'insorgere dell’incidente è stato il segretario generale dell’U.N.I.R.R. (Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia), Gabriele Alfieri, firmatario della circolare inviata poco prima dell’inizio del processo, agli ex prigionieri chiamati a deporre in favore degli imputati, esibita in una delle precedenti udienze dalla parte civile. La parte civile ha cercato di smontare il teste prima ancora che cominciasse la sua deposizione, sottoponendogli la famosa circolare, ma l'Alfieri non si è affatto scomposto: ha ammesso senza esitazione di esserne il firmatario e poi ha cominciato a narrare.

Alfieri: 'Appena dopo la cattura tutti gli uomini che non erano in grado di camminare furono fucilati, altri soldati furono stritolati, durante la marcia, dai carri armati russi. Arrivati alla stazione di Galash i prigionieri furono fatti salire in treno: vagoni merci dove erano stipati in 72 persone. Viveri per il viaggio: una pagnotta ogni otto persone e sette aringhe salate'.

Presidente: 'A testa?'.

Alfieri: 'No. Per tutto il vagone e senza un goccio d’acqua. Qualcuno impazzì per la sete. Tentammo di dissetarci prendendo la neve che si era accumulata sul tetto del vagone ma i russi di scorta provvidero subito a spalarla e così non ci rimase altro che leccare i bulloni del vagone dove si era attaccato un po’ di ghiaccio. Almeno dieci persone morirono durante il viaggio. Ma nessuno si interessò di loro. Furono accatastati in un angolo del vagone senza che nessuno si curasse di segnare nemmeno i loro nomi. Alle fermate i cadaveri venivano tirati fuori dai russi e gettati sulla neve. Arrivammo, quelli che ci riuscirono, a Minciurinsk. Eravamo 5000. Quando ripartimmo dopo una permanenza di due mesi eravamo ridotti a 480'.

Presidente: 'E gli altri?'.

Alfieri: 'Morti. A Vilna, negli Urali, le condizioni di vita migliorarono un po'. Verso la fine del mese di aprile, una mattina venne da noi un soldato russo addetto alle cucine: 'Tovarish Stalin prikasal' ci disse, che vuol dire, più o meno 'niente paura, il compagno Stalin ha ordinato di non morire'. E distribuì a tutti del burro. La cosa si ripeté tutte le mattine per un mese di seguito: 40 grammi di zucchero e 40 grammi di burro. La nostra sorpresa fu enorme, ci fece sgranare gli occhi e urlare di gioia. Ma tutto ciò non valse a diminuire la mortalità perché dei 480 arrivati ripartimmo di lì, ridotti a poco più della metà: altri 200 prigionieri erano morti. I superstiti furono trasferiti al campo di Susdal in carri cellulari'.

Avv. Taddei: 'Infatti... in Russia i cellulari sono più numerosi dei vagoni per viaggiatori'.

Alfieri: 'A Susdal conobbi il fuoruscito Roncato il quale si vantava pubblicamente di aver combattuto sul Don contro le truppe italiane. Funzionari sovietici e emigrati italiani cominciarono ad interrogare i prigionieri. Queste 'conversazioni' si svolgevano con preferenza nelle ore notturne e non duravano mai meno di sei o sette ore. Si voleva da noi che sottoscrivessimo i noti appelli al popolo italiano. I più accaniti oppositori, magg. Russo e Massa, non hanno ancora fatto ritorno dalla Russia'.

Presidente: 'A Susdal si costituì il gruppo antifascista?'.

Alfieri: 'Sì, ma io non vi aderii'.

Presidente: 'Perché?'.

Alfieri: 'Perché il gruppo non aveva nulla di antifascista. Era esclusivamente al servizio dello straniero. Infatti lo aveva costituito un maggiore russo'.

Avv. Taddei: 'Come si riconoscevano gli ufficiali sovietici della N.K.V.D.?'.

Alfieri: 'Dalle loro spalline e dalle mostrine. E, poi, ricordo che si riconoscevano subito perché la popolazione civile, quando li vedeva, li segnalava stendendo le quattro dita della mano destra verso il basso alludendo alle quattro lettere: N.K.V.D.'.

Parlando ancora del Roncato, il teste ricorda che il fuoruscito una volta domandò al ten. Pace per quale ragione fosse venuto in Russia a far la guerra. Alla risposta: 'Perché sono un soldato e un soldato deve obbedire soltanto, senza mai discutere', il Roncato replicò: 'Lei è un fascista e si meriterebbe che gli strappassero la lingua!'.

Alfieri: 'Quando un maggiore sovietico si rivolse a me per chiedermi di aderire all'appello da lanciare al popolo italiano risposi: 'Cosa penserebbe lei di un ufficiale russo che avesse firmato un messaggio del genere quando i tedeschi si trovavano alle porte di Mosca?'. Ma secondo l'ufficiale quelli non erano paragoni da farsi.

A questo punto l'avv. Mastino Del Rio ha acceso la scintilla che ha provocato l'incidente.

Avv. Mastino Del Rio: 'Il teste sa degli incidenti avvenuti alla frontiera, a Tarvisio, quando i reduci dalla prigionia in Russia rimpatriarono? Perché ci fu quell'aggressione?'.

Alfieri: 'Furono picchiati quegli ufficiali che nei campi di concentramento avevano fatto delazioni ai danni dei compagni di prigionia. Alcuni altri ufficiali italiani furono trattenuti in Romania per un mese ancora perché avevano paura di essere anch’essi picchiati. Anche loro erano delatori'.

Avv. Sotgiu: 'Erano dei militari antifascisti!...'.

Avv. Mastino Del Rio: 'No, erano delle spie'.

Avv. Sotgiu: 'Ma che spie, che spie...'.

Avv. Mastino Del Rio: 'Bella razza di antifascisti...'.

Avv. Sotgiu: '... sì, antifascisti e valorosi antifascisti. Quando i combattenti non la pensano come voi li chiamate spie...'.

Avv. Mastino Del Rio: 'State zitti voi che siete al servizio di Stalin e della Russia...'.

Avv. Sotgiu: '... E voi chi servite?.... Voi siete venduti alla Confederazione dell'Industria!'.

Avv. Mastino Del Rio: 'Staffieri di Stalin...'.

Avv. Sotgiu: 'Vergognatevi, voi che avete fatto impiccare Cesare Battisti, ufficiali dell'Austria...'.

L'atmosfera nell’aula si va sempre più scaldando, anche il pubblico è innervosito e rumoreggia, mentre ormai non è più possibile seguire gli avvocati delle due parli che si agitano scompostamente. Si sentono solo parole staccate volare da un punto, all'altro dell’aula, nel frastuono assordante. Soltanto il tempestivo intervento del presidente, che toglie la seduta, vale a riportare la calma.

LA QUINDICESIMA UDIENZA.

14 giugno 1949 - Gabriele Alfieri, il quale, a causa dell’incidente scoppiato all’udienza precedente, non aveva potuto concludere la sua deposizione, è tornato stamane alla pedana dei testimoni per spiegare ancora qualche particolare cui finora non si era accennato. Interessante è stato quello che il teste ha detto a proposito del giornale murale che si pubblicava nei campi di concentramento.

Avv. Taddei: 'Che cosa era il giornale murale?'.

Alfieri: 'Non era altro che una specie di copia del settimanale 'L'Alba' o per lo meno era compilato sulla falsariga di quello che a sua volta si ispirava apertamente alla stampa sovietica. La caratteristica essenziale di quei fogli murali era quella di additare al disprezzo di tutti i prigionieri quegli ufficiali i quali nutrivano sentimenti fascisti, nonché di mettere in rilievo l'organizzazione interna sovietica in rapporto a quella italiana — naturalmente vista dall'angolo visuale degli scriventi — che così ne risultava sempre denigrata. Ricordo di aver letto su uno di quei fogli un articolo intitolato 'Carogne' a firma del maggiore Sorbara, al quale da quel giorno venne attribuito, dal disprezzo dei compagni di prigionia, quello stesso appellativo.

Un altro articolo, dovuto alla penna del tenente Beraudi, era diretto contro il tenente Stagno, ex consigliere nazionale, il quale in conseguenza di quella pubblicazione, dopo essere stato interrogato a lungo dal commissario Rizzoli fu trasferito in un campo di punizione e non ha fatto più ritorno dalla Russia.

Alfieri: 'Su quel giornale murale ebbi occasione di leggere cose di una assurdità addirittura incredibile. Ad esempio vi si scriveva che un 'fritz' (cioè un tedesco) valeva almeno dieci bersaglieri italiani; che agli italiani si metteva la museruola per impedire che rubassero l'uva; e che il Papa aveva fatto cardinale Guglielmo Marconi!'.

Avv. Sotgiu: 'Le risulta che il tenente Stagno scrisse articoli per il giornale murale?'.

Alfieri: 'Sì, uno, su questioni sindacali. Mi pare sugli uffici di collocamento'.

Avv. Taddei: 'Da dove venne attinta la notizia pubblicata sul numero unico 'Russia', in cui si diceva che furono presi 80 mila prigionieri italiani?'.

Alfieri: 'Esattamente dal primo numero del settimanale 'L'Alba', uscito nel febbraio del 1943. In esso si diceva appunto che erano stati catturati 50 mila prigionieri italiani, appartenenti al 2° e al 35° corpo d’armata e 33 mila appartenenti al corpo d’armata alpino'.

Il teste poi, a richiesta dell’avv. Taddei, è tornato sull'argomento che determinò l'alterco del giorno precedente, cioè in quali circostanze furono aggrediti e picchiati, all’atto del rientro in Patria, alcuni degli ufficiali.

Alfieri: 'Non è vero che vennero picchiati quegli ufficiali che avevano fatto parte dei gruppi antifascisti. Per esempio i tenenti Bizzocchi, Zami, Bancalari, Zan, Aimone Marsan ed altri non subirono alcuna violenza eppure avevano aderito a quei gruppi. Lo furono soltanto coloro che avevano fatto i delatori nei campi di concentramento'.

Tornano alla ribalta i testi d’accusa. I primi tre di questo secondo gruppo, ascoltati nel corso della udienza non hanno portato alcun elemento nuovo di giudizio. Essi hanno ripetuto in sostanza quello che già ci avevano raccontato i primi dieci favorevoli all'attuale querelante: hanno confermato che dopotutto nei campi di concentramento non si viveva male; che i viveri erano sufficienti; che i fuorusciti fecero del loro meglio per alleviare i disagi e le sofferenze dei prigionieri.

Il primo a presentarsi è stato il cap. Giuseppe Manzi, il quale ha voluto spiegare al Tribunale perché il cap. Magnani, il ten. Ioli ed altri ufficiali prigionieri furono mandati nel campo di Elabuga. Secondo il racconto del teste, il quale, peraltro si è affrettato a mitigare la sua versione dei fatti dicendo che riferisce soltanto congetture che si fecero a quel tempo fra i prigionieri e quindi sfornite di qualsiasi valore probatorio, il provvedimento sarebbe stato preso perché, giunto nel campo un asso della aviazione nazista, intorno a costui si sarebbe formalo un complotto al quale quegli ufficiali avrebbero preso parte.

Manzi: 'Durante i trasferimenti non è che l'acqua mancasse, ma il fatto è che quella che veniva distribuita, contesa dai più ingordi, finiva sempre per spargersi sul fondo del vagone'.

Anche il cap. Manzi ebbe il tifo petecchiale e fu ricoverato nel lazzaretto di Oranki dove il commissario Fiammenghi si prodigava per venire incontro ed esaudire tutti i desideri che venivano espressi dai degenti.

Manzi: 'Io stesso chiesi di essere trasportato al campo di Skit per essere confessato da Don Franzoni. Fiammenghi mi accompagnò personalmente dal sacerdote. Non mi risulta che ufficiali prigionieri si siano mai lamentati di pressioni morali o di minacce da parte di D'Onofrio; e quanto alla scuola antifascista, alla quale io aderii spontaneamente, non vi venivano impartite che lezioni di storia e geografia economica dell'Italia, del movimento operaio italiano e qualche elemento della organizzazione interna sovietica. Gli allievi con il giuramento che prestavano alla fine del corso si impegnavano 'a non ricadere negli stessi errori ed aberrazioni commessi dal fascismo'. Conobbi il D'Onofrio ma non fui mai da lui interrogato e scrissi molte lettere e cartoline ai miei familiari delle quali una sola giunse a destinazione: quella consegnata alla signora Torre.

È ora il turno del sergente Angelo Santarziero il quale non sembra fosse troppo entusiasta dell’idea di far la conoscenza dei campi di concentramento, tanto che, subito dopo la cattura, caricato su un vagone merci insieme ad altri 89 prigionieri, si gettò dal treno in corsa, ma presto le guardie russe lo riacciuffarono. Ma poi la vita in prigionia gli fu resa meno dura, strano caso, dalla presenza dei fuorusciti italiani. Si trovava a Susdal quando nel 1944 si sparse la voce che in Italia era stato proibito il saluto fascista, ma molti ufficiali continuavano a salutare romanamente con ostentazione. Alcuni salutavano a quel modo anche il magg. Orloff e sorridevano.

Avv. Taddei: 'Allora non facevano il saluto romano, ma il sorriso romano...'.

Il terzo teste d’accusa è il soldato Michele Minici il quale fu catturato mentre era ricoverato per ferite riportate in combattimento, nell’ospedale di Kantemirowka.

Avv. Taddei: 'In quell'ospedale fu fucilato il cappellano al momento della resa. Ricorda il teste, per quale ragione?'.

Minici: 'Il cappellano organizzò una azione di resistenza ai russi insieme ad alcuni soldati della sanità che prestavano servizio nell'ospedale. I Russi allora spararono delle cannonate che fecero crollare una parte dell’edificio. Alcuni ricoverati morirono sotto le macerie. Il cappellano fu passato per le armi appunto per aver organizzato quella resistenza'.

Avv. Taddei: 'Ma via... E con che cosa potevano organizzare la resistenza i soldati di sanità? Tutti sanno che essi sono disarmati'.

Il teste fu trasportato nei pressi di Stalingrado, in una zona dal clima freddissimo; ma da lì, per il personale interessamento di Togliatti, lo trasferirono in un campo molto attrezzato ad Usbeghistan, un posto dal clima ideale, dove trovò anche dei fuorusciti italiani che si interessarono molto dei prigionieri, organizzarono una scuola per analfabeti e formarono persino una squadra di calcio. L'ultimo teste della giornata, Pietro Giuffrida, non ha fatto che ripetere circostanze già note, dilungandosi soprattutto sulla gentilezza e sull’interessamento dei fuorusciti italiani dei quali conobbe personalmente Buzzi, Rizzoli, Versari e Fiammenghi.

LA SEDICESIMA UDIENZA.

15 giugno 1949 - Ancora una volta l'udienza è stata caratterizzata da un grosso incidente. Davvero non peccano di monotonia le udienze di questo processo, movimentate come sono, dai continui battibecchi, tra le parti e i loro difensori, accompagnati dal rumoreggiare in sordina del pubblico sempre numeroso.

Anche l'udienza di oggi non è passata senza che un altro vero e proprio alterco sorgesse fra gli avvocati con intervento dello stesso D'Onofrio e del teste che lo aveva provocato. S'è cominciato con Luigi Brunetti il quale ha raccontato al Tribunale come, ricoverato in un ospedale nella regione di Ivanovo, i russi gli fecero fare il bagno, gli fecero cambiare i vestiti e poi lo sistemarono in un padiglione con riscaldamento, materasso, coperte e lenzuola e ve lo fecero rimanere per sei mesi. La mortalità per il tifo petecchiale, malgrado le cure, superò in quel periodo il trenta per cento dei prigionieri.

Fatta la storia delle sue peregrinazioni nei vari campi, il teste ha voluto rendere grazie ai fuorusciti per l'opera che essi svolsero in favore dei prigionieri italiani. Il Sartori, ad esempio si interessò molto presso il comando sovietico del campo numero 185 perché agli italiani fossero dati quegli incarichi che potessero rendere meno dura la prigionia per tutti. I prigionieri potevano lavorare o no a loro scelta. Quelli che lavoravano, però, avevano un supplemento di viveri di 150 grammi di pane (oltre i normali 600) e altrettanto di zuppa (oltre le tre giornaliere di 600 grammi) e quelli che erano adibiti a lavori pesanti avevano diritto ad un chilo di pane, a tre zuppe di 750 grammi e al secondo piatto.

Il giorno che l'Italia dichiarò la guerra alla Germania fu distribuita anche una razione di pasta asciutta. L’emigrato Sartori diffondeva il settimanale 'L'Alba' attraverso la lettura del quale il teste apprese della mutata situazione in Italia e potè modificare le proprie idee e comprendere meglio la propria situazione.

Avv. Taddei: 'Allora lei si è accorto di essere prigioniero di guerra soltanto dopo aver letto 'L'Alba'...'.

Brunetti: 'Naturalmente frequentai con profitto la scuola di antifascismo nella quale si insegnava fra l'altro filosofia crociana e la storia dell'uomo...'.

Avv. Taddei: 'Sentì mai parlare il teste di Darwin?...'.

Brunetti: 'No, mai... Non conosco questo signore.... Alla fine del corso Sartori ci radunò per dirci che sperava d’aver fatto di noi dei veri antifascisti pronti a lottare per gli interessi del popolo italiano. Il giuramento che si prestava alla fine dei corsi di antifascismo non era affatto obbligatorio (però tutti lo prestavano...)'.

È la volta dì Fidia Gambetti, ex camicia nera, poeta e fascista convinto, ma non gerarca, segretario di redazione del fascista 'Popolo di Romagna', oggi redattore capo de 'L'Unità', edizione milanese.

Gambetti: 'Fui internato nel campo di Tamboff dove ebbi la fortuna di conoscere la signora Torre la quale mi sollevò fisicamente e spiritualmente. Le affidai anche delle cartoline perché le spedisse ai miei in Italia. Furono spedite, ma purtroppo non arrivarono mai a destinazione. La cattura provocò in me una vera crisi di coscienza. Fascista cosi convinto da arruolarmi volontario nei battaglioni di camicie nere allo scoppio della guerra, rinunciai perfino di partecipare ai corsi allievi ufficiali per avere la possibilità di essere inviato immediatamente a combattere in prima linea sul fronte occidentale e poi su quello orientale dove fui catturato. In complesso nei campi di concentramento si stava bene. Vi furono, sì, dei morti ma i prigionieri che arrivavano già malati, preferivano cambiare il pane che veniva loro distribuito con del tabacco e così si produceva un veicolo di infezione'.

Avv. Taddei: 'Già, i nostri soldati preferivano fumare e morire piuttosto che mangiare e vivere...'.

Gambetti: 'Fui contagiato e venni trasferito all'ospedale di Slavgorod dove mi trovai molto bene. Vissi anche nel Campo 58 e li scrissi alcune commedie che furono recitate dagli stessi prigionieri, durante alcuni trattenimenti artistici'.

Avv. Taddei: 'È vero che il teste nel 1936 vinse il premio letterario 'Poeti del tempo di Mussolini'?'.

Gambetti: 'Sì è vero. Scrissi un'ode...'.

Avv. Taddei: 'È vero anche che il teste fu capo dell'ufficio Stampa della federazione fascista di Forlì?'.

Gambetti: 'È falso. Fui soltanto segretario di redazione del 'Popolo di Romagna'.

Le domande della difesa si fanno incalzanti, pressanti, e mano a mano l'atmosfera nell'aula si va riscaldando. Un certo nervosismo serpeggia e si capisce bene che basta un nulla per far scoppiare l'incidente.

Avv. Taddei: 'È vero che il teste, durante la prigionia, pubblicò a puntate, sul settimanale 'L'Alba' il 'Diario di una generazione sbagliata'?'.

Gambetti: 'Questo è vero...'.

Avv. Sotgiu: 'Ma cosa c'entrano queste domande con il processo?'.

Avv. Taddei: 'È interessante, invece, tutto ciò. Ci permette di misurare le oscillazioni del pendolo politico del teste il quale, se non sbaglio, oggi è redattore capo de 'L'Unità' di Milano'.

Gambetti: 'Infatti, lo sono'.

Avv. Taddei: 'Basta così...'.

Avv. Sotgiu: 'No. Non basta affatto. La difesa vuole speculare su questo argomento e il teste deve ora spiegare perché prima era fascista e diventò in seguito comunista'.

Gambetti: 'Ero convinto che il fascismo instaurasse in Italia una nuova giustizia sociale, che il fascismo portasse ad un accorciamento delle distanze, ad un trattamento migliore dei lavoratori, alla fine delle speculazioni. Per questo ero fascista. M'accorsi poi che il fascismo non aveva mantenuto le promesse fatte e allora...'.

P. M.: 'Non ci interessa la sua biografia...'.

Presidente: 'Si limiti ad accennare...'.

Gambetti: 'Ma come posso accennare soltanto se i primi dubbi sboccarono in crisi di coscienza proprio per le angherie che i soldati subivano, tanto più che avevo modo di osservare da vicino quale fosse l'organizzazione sovietica?... Eravamo addirittura obbligati ad indossare la camicia nera durante i combattimenti e il capomanipolo Taddei lo sa perfettamente'.

Avv. Taddei: 'Se il teste torna a chiamarmi capomanipolo io lascio l'aula. Io ho combattuto in grigio verde, buffone!'.

È stato il fulmine che ha fatto scoppiare il temporale.

Gambetti: 'Canaglia!'.

Avv. Taddei: 'Buffone!'.

Avv. Sotgiu: 'È ora di finirla. Qui non si fa che insultare i nostri testimoni. Abbiamo sopportato fino ad ora, ma adesso...'.

Avv. Taddei: 'Sopportate ancora...'.

Il Sen. D'Onofrio che ha seguito, attentissimo, le fasi del violento battibecco, non resiste più e, rosso in viso, scatta in piedi come se volesse slanciarsi contro l'avv. Taddei.

D'Onofrio: 'Lei è un buffone. Buffone!!'.

Avv. Taddei: 'Lei se ne vada e si vergogni...'.

Avv. Paone: '...organizzatore di false testimonianze...'.

Avv. Taddei: 'Caro Paone, quando avrai finito di urlare, se ci riesci, mi farai il piacere di ritirare quello che hai detto'.

Frasi grosse, invettive, accuse personali volano da una parte all'altra dell'aula. Tutti sono in piedi: avvocati, presidente, pubblico ministero, imputati, tutti gridano, tutti sono paonazzi in volto. Vediamo il capitano dei carabinieri, che regola il servizio d'ordine, dare brevi ordini ai suoi uomini i quali si preparano ad intervenire nel caso deprecato che le cose si mettessero al peggio. Ma finalmente un più energico intervento del Presidente pone, fine all'alterco e piano piano tutto ritorna calmo mentre il mormorio del pubblico si va smorzando lentamente, come il rumore del temporale che s’allontana.

P. M.: 'Il Tribunale non ha sentito l’ultima accusa lanciata dall'avv. Paone all'avv. Taddei'.

Avv. Taddei: 'Meglio cosi. Tanto la verità non ha bisogno di essere organizzata'.

Placati gli animi l'udienza riprende con le deposizioni degli ex sottotenenti Luigi Sandirocco e Mario Gonnelli i quali naturalmente riferiscono su circostanze già note, elogiano il comportamento dei fuorusciti, assicurano che il giuramento, nelle scuole antifasciste, che entrambi frequentarono, non era obbligatorio e impegnava soltanto alla fedeltà alla causa del popolo italiano.

LA DICIASSETTESIMA UDIENZA.

17 giugno 1949.

Pugliese: 'Una commissione della Croce Rossa Internazionale venuta a visitare il Campo di Oranki nell’aprile del 1943, fuggì inorridita per le condizioni in cui versavano i prigionieri. Nel lazzaretto di Oranki, 400 ufficiali, erano gettati su letti di legno a due posti (i cosiddetti 'castelli'), senza pagliericcio, senza lenzuola, quasi completamente nudi. C'erano nel gruppo 15 medici italiani, ma date le loro disperate condizioni fisiche non erano in grado di prestare la loro opera di sanitari. Tutti i malati erano assistiti da un solo medico italiano, aiutate da Don Franzoni in qualità di infermiere. Non vi erano reparti separati per le diverse malattie epidemiche cosicché affetti di tifo petecchiale e di difterite, di dissenteria e di tifo esantematico giacevano gli uni accanto agli altri.

E per tutti c'era una sola medicina: una soluzione di permanganato di potassio che veniva spalmata con batuffoli di ovatta sui corpi di coloro che avevano la scabbia e bevuta, invece, da chi aveva la dissenteria o il tifo o un’altra infezione qualunque. La maggior parte dei degenti, poi, soffriva anche per delle piaghe che il continuo e lungo contatto del legno dei tavolacci con la loro magrezza aveva prodotto sulla schiena e specialmente nella regione sacrale. Le condizioni sanitarie e igieniche non migliorarono neppure quando scoppiò l'epidemia di tifo esantematico e l'altra più grave di 'distrofia' (cosi i russi chiamavano una malattia che altra origine non aveva che la fame). La mortalità raggiunse in quel periodo una percentuale spaventosa che toccò punte dell’80 e del 90 per cento.

Conobbi il commissario Fiammenghi dopo la guarigione. Egli usava invitare i prigionieri a manifestare liberamente le loro idee, ma se queste non collimavano con le sue andava su tutte le furie, bestemmiava e minacciava'.

Pugliese: 'Quanto alla corrispondenza, vennero sì distribuite delle cartoline in franchigia per scrivere alla famiglia ma non arrivarono mai a destinazione perché le trovammo strappate in mezzo all'immondizia'.

Circa l'attività del D’Onofrio il Pugliese non ha fatto che riconfermare le deposizioni dei colleghi che lo avevano preceduto nella testimonianza. Prima che il teste venga congedato l'avv. Taddei esibisce la copia del 'Risorgimento Liberale' del 1 aprile 1948 in cui è pubblicata una lettera di D'Onofrio in risposta ad un articolo scritto dal Pugliese. Il teste allora spiega al Tribunale che a sua volta rispose al sen. D'Onofrio per dimostrare quanto false fossero le cose che egli aveva scritto nei suoi riguardi e come nella polemica si inserirono successivamente altri reduci.

All'inizio dell’udienza erano stati sentiti ancora due testi d’accusa: Franco Daniello, ex marinaio, e Cadorna Gardini, geniere. Il Daniello ebbe 'la fortuna' di conoscere il commissario Fiammenghi 'un vero padre', alla scuola di antifascismo. Terminato questo primo corso, il teste fu inviato ad una scuola di perfezionamento nei pressi di Mosca dove conobbe il fuoruscito Bobotti 'un vero amico' il quale lo sgridava perché lui voleva studiare anche la domenica e ciò poteva nuocere alla sua salute.

Il teste ha detto anche di essere stato in un primo tempo prigioniero dei tedeschi che lo catturarono a Lero insieme a tutto il presidio, dopo l'8 settembre 1943, e di esser stato, successivamente, liberato dai russi nel luglio del 1944 a Barissoff.

Avv. Sotgiu: 'Poiché il teste fu prigioniero e dei tedeschi e dei russi può dire da chi ricevette trattamento migliore?'.

Daniello: 'Posso solo dichiarare che, allorché caddi in mano russa, mi sembrò di essere tornato alla vita. Quando dovemmo lasciare i campi per fare ritorno in Patria, molti di noi piangevano'.

Più o meno le stesse cose ha ripetuto il Gardini, chiamato subito dopo. Conobbe il querelante alla scuola di antifascismo e ancora oggi darebbe la vita per D'Onofrio e per tutti gli altri fuorusciti italiani. Prima di rinviare a domani il seguito dell’esame testimoniale con gli ultimi quattro testi a discarico, è stato sentito ancora una volta il cappellano Don Franzoni il quale vuole fare una precisazione circa una cena che ebbe luogo, dopo il rientro dalla prigionia, a casa sua in San Giovanni in Persiceto, e alla quale intervenne anche il commissario Rizzoli.

La circostanza, così come è stata riferita da uno dei testi della l'arte Civile, risulta deformata.

Don Franzoni: 'Non mi consta che il Rizzoli, pur esplicando in Russia mansioni di commissario politico, abbia tramato ai miei danni. Questa mia stessa impressione la ebbero gli ufficiali che parteciparono alla cena, da me offerta. Non fui io, però, ad invitare il Rizzoli, bensì gli ufficiali miei amici. Ed io consentii di buon grado ad averlo con noi. A tavola, mentre si mangiava, invitammo il Rizzoli ad esprimere liberamente il suo pensiero sul trattamento che i russi e i commissari italiani avevano fatto ai nostri prigionieri e gli chiedemmo pure come spiegava l’ecatombe dei nostri compagni e la crudeltà con cui eravamo stati trattati. Il Rizzoli rispose vagamente che i russi a quei tempi avevano da pensare a ben altre cose, che la guerra incalzava, che i medicinali non bastavano neppure ai russi e quindi non potevano davvero darli ai prigionieri.

Qualcuno chiese al Rizzoli un parere personale nei confronti di D'Onofrio, e, lui, dopo un attimo di perplessità, rispose che lo riteneva un uomo intelligente, senza specificare di più. Gli chiedemmo ancora cosa pensasse di Roncato, e Rizzoli rispose che quello era un disgraziato e un delinquente'.

LA DICIOTTESIMA UDIENZA.

18 giugno 1949 - Una lettera — che ha costituito un piccolo colpo di scena — e la deposizione di un altro cappellano militare, Padre Turla, sono stati i fatti che hanno caratterizzato questa udienza, e devono avere contrariato non poco il sen. D'Onofrio. Si è presentato per primo il tenente dei bersaglieri Umberto Puce.

Puce: 'La mia prima destinazione, come prigioniero di guerra, fu un bosco nei pressi di Minciulinskin: 'il bosco della morte', come lo chiamarono subito i prigionieri. Qui gli italiani furono sistemati in alcune buche seminterrate, senza porta e malamente coperte; non c'era paglia per terra e il cibo era costituito da una zuppa di brodaglia con dentro nove chicchi, contati, di lenticchia, pane nero immangiabile e per bevanda un liquido indefinibile. Arrivammo nel bosco in settemila, ripartimmo tre mesi dopo che eravamo ridotti in cinquecento. Ma già prima di giungere nel bosco i prigionieri erano stati decimati per la lunga marcia, per la debolezza, per la spietatezza delle guardie russe di scorta alle colonne'.

Il teste ha raccontato che per impadronirsi delle tute mimetiche che due soldati indossavano, quei disgraziati furono fatti uscire dalle file e fucilati; quelli che per una ragione qualsiasi non riuscivano a tenersi nella colonna venivano passati per le armi; abbattuto con due colpi di pistola alla nuca fu un poveretto, che, durante il viaggio in treno, sfondato un finestrino, si era gettato dal convoglio sulla neve per placare la sete.

'Al campo di Viliba la situazione subì un leggero miglioramento: c'era acqua in abbondanza e si mangiava un po’ meglio, ma il tifo petecchiale e le altre epidemie continuarono a mietere vittime. Dei 500 arrivati ripartimmo, dopo meno di due mesi, in 300. Nuova destinazione, il campo di Baskaia e poi Susdal'.

Puce: 'Qui conobbi il fuoruscito Roncato il quale vestiva la uniforme russa. Egli profferì volgari insulti contro i prigionieri italiani, vantandosi di aver combattuto sul Don contro le nostre truppe. 'Non lo sapevate che avreste fatto questa fine, quando veniste a combattere contro i russi? — disse — dovevate ribellarvi prima!'. E quando gli dissi che ero volontario di guerra, mi schernì e additandomi ad un ufficiale russo esclamò ridendo: 'Eccolo, il conquistatore'.

Seppi poi da alcuni colleghi che venivano dal campo di Oranki che laggiù la vita era durissima e che il trasferimento di lì in un campo di punizione del cap. Magnani e di altri ufficiali italiani era da attribuirsi a D'Onofrio. All'ufficio politico del campo mi fu proposto di riferire sull'atteggiamento e sulle idee politiche dei colleghi e quando si accorsero che le informazioni da me fornite non corrispondevano ad altre che i russi avevano e che anzi mettevano in ottima luce proprio coloro che erano stati segnalati alla polizia sovietica, mi minacciarono puntandomi alle tempie le pistole. Mi fu proposto pure di spedire dei messaggi radio ai familiari, ma opposi un netto rifiuto, perché si pretendeva che si sottolineasse nel testo come la prigionia in Russia fosse un paradiso, mentre ci sfamavamo con le ortiche'.

Padre Turla non ha esitato ad attaccare direttamente il querelante del quale fece la conoscenza poco prima del 25 luglio 1943. Lo conobbe al convalescenziario di Skit dove era stato ricoverato una volta guarito da una violenta forma di tifo petecchiale e da una otite purulenta, malattie che lo avevano ridotto al peso di 35 chili e gli avevano lasciato una amnesia tale che fino alla fine del 1944 non ricordava neppure il nome della madre. Ed ecco il colloquio avvenuto fra il cappellano e D'Onofrio.

P. Turla: 'L'attuale querelante mi parlò prima di politica e poi mi presentò il famoso appello al popolo italiano, istigandomi ad entrare a far parte del gruppo degli attivisti. 'Sono un sacerdote e come tale non posso appartenere a gruppi politici', risposi.

D'Onofrio interruppe: 'Allora lei è un fascista!'. Ribattei che io non mi ero mai interessato di cose politiche. Avevo appena dodici anni quando ero entrato in seminario... D'Onofrio disse ancora: 'Lei sta male ed ha bisogno di cure, di mangiare bene per rimettersi e soprattutto ha bisogno di tornarsene a casa sua. Lei firmi qui su questo foglio e vedrà che noi lo aiuteremo'. Poi si allontanò non senza aver ancora insistito a lungo. Ma il giorno successivo tornò alla carica. 'Beh, ci ha pensato bene? Pensi, le ripeto, che con una firma a questo foglio e con la sua adesione al gruppo antifascista lei starà molto meglio. Il gruppo antifascista ha discreti vantaggi: lei avrà più libertà, perché quello è un gruppo ricreativo ed anche di cultura'. Al mio rifiuto D'Onofrio assicurò: 'Se ne pentirà! Lo riferirò alle autorità sovietiche. Si ricordi bene che lei è un prete e non è detto che i russi abbiano intenzione di continuare per un pezzo a rispettare il suo saio'.

Le conseguenze di questo drammatico colloquio non tardarono a farsi sentire e che il D'Onofrio avesse messo in atto la minaccia non c'è dubbio se appena dopo due giorni fui dimesso dal convalescenziario e rispedito al campo, sebbene fossi ancora malato. Fui rimesso a vitto comune e per non morire dovetti cibarmi di ghiande e di cicoria che trovavo nei campi'.

Ma Padre Turla non si è limitato a parlare dei suoi rapporti con l'attuale querelante. Ha voluto anche raccontare al Tribunale come si vivesse nei campi di concentramento.

P. Turla: 'Gli italiani non dimenticheranno mai il nome terribile di Krinovaia ed ha aggiunto che in quel campo 27 mila prigionieri italiani morirono di fame e di fatiche. Tanta era la disperazione che per tre volte di seguito chiedemmo alle autorità militari sovietiche di essere fucilati. Non voglio scendere in particolari per non dare altri dolori a tante mamme d'Italia, ma non posso non confermare gli episodi di cannibalismo, le scene sanguinarie che si ripetevano giorno per giorno, gli stenti delle lunghe marce di trasferimento'.

Avv. Taddei: 'È vero che nei campi si poteva celebrare la Messa e che fu perfino organizzato un Presepe nella ricorrenza del Natale?'.

P. Turla: 'Per quanto mi riguarda, ho potuto celebrare la Messa soltanto una volta, durante tutta la prigionia. Fu nel campo di Susdal il 1° gennaio del 1944. Il Presepe, poi, è vero, fu fatto, ma dovemmo fare una domanda al comando russo mascherandolo sotto la definizione di 'mostra artistica'. È vero anche che i sovietici vennero a visitare il Presepe. Essi si rallegrarono con noi e, indicando il panorama nel quale si vedevano palmizi, capanne e grotte, ci chiesero se raffigurava Roma'.

A questo punto, esaurita la deposizione di Padre Turla — che già aveva notevolmente turbato il querelante — c'è stato il colpo di scena.

L'Avv. Taddei ha tirato fuori una lettera scritta da uno dei testi d’accusa, precisamente Alessandro D'Alessandro, il quale si era dilungato in una precedente udienza, nell’esaltazione del regime sovietico, dell’ottimo trattamento usato ai prigionieri, e non aveva lesinato i ringraziamenti a tutti i fuorusciti italiani che gli 'avevano aperto gli occhi'. La lettera in questione fu spedita dal fronte russo il 25 ottobre del 1942, un anno prima di essere catturato, e indirizzata ad una zia residente a Rocca di Papa, nei pressi di Roma. Nello scritto il D’Alessandro si scagliava contro il regime sovietico e l'organizzazione interna della Russia esprimendosi in questi precisi termini: 'Ho parlato ai mugiki della zona nella quale siamo fortificati. Le deplorevolissime condizioni fisiche e morali in cui abbiamo trovato quelle popolazioni dimostrano chiaramente che il paradiso sovietico non è quello che la propaganda di Mosca vuol far credere'.

E non sono impressioni personali, vuol precisare lo scrivente, perché, insiste, si tratta di confidenze fattegli da qualche vecchio mugik. E ancora: 'Solo una cosa i contadini russi conoscono, e molto bene: il commissario politico e la sua frusta'. E più oltre: 'Quale è il premio della loro fatica? Nulla. I contadini ricevono, alla fine della giornata, mezzo chilo di pane e nient’altro. Se protestano, il crepitio dei fucili si fa sentire senza pietà'. Per concludere poi: 'Il popolo russo ha conosciuto il suo calvario'.

La lettura della lettera è stato un po’ come un fulmine a ciel sereno: gli avvocati hanno cominciato a guardarsi, pronti a dare il via al battibecco; D'Onofrio era visibilmente contrariato e il D’Alessandro era addirittura violaceo, non sapeva più dove guardare quando è stato chiamato nuovamente alla pedana per riconoscere la lettera come sua, cosa della quale, naturalmente, non ha potuto fare a meno. Ma tutto si è risolto in un brevissimo scambio di botte e risposte fra le parti, cui ha dato inizio proprio il querelante.

D'Onofrio: 'Io vorrei proprio sapere come ha fatto la difesa a venire in possesso di quella lettera'.

Avv. Taddei: 'L'ho avuta dalla posta, naturalmente'.

Avv. Sotgiu: 'Chiedo che venga citato come testimone la destinataria della lettera'.

Avv. Taddei: 'Non riesco a comprendere la ragione per cui vi agitate tanto. Del resto l’episodio non fa che confermare quanto efficace sia stata la propaganda del D'Onofrio, il quale ha trasformato, con un colpo di bacchetta magica, un denigratore della Russia in un attivista modello, come è oggi il D'Alessandro'.

D'Alessandro: 'Ma io allora credevo che quella fosse la realtà. Così infatti ci dicevano sempre i consoli della milizia che venivano per fare la propaganda. E del resto il capomanipolo Taddei può testimoniare...'.

Avv. Taddei: 'Signor Presidente è già la seconda o la terza volta che i testi parlano di me in questo modo. Credo che sia il caso di intervenire energicamente...'.

Prima che l'udienza venga tolta il tribunale si riserva di decidere se citare o meno la signora Ester Bersaretti, destinatario della lettera, giacché, alla richiesta dell'avv. Sotgiu, si associano anche i difensori e il P.M.

LA DICIANNOVESIMA UDIENZA.

20 giugno 1949 - Siamo ormai agli ultimi testimoni. Il giorno della sentenza si avvicina e l'interesse suscitato da questo processo, che dura già da un mese, è sempre vivissimo. Ancora due testi a discarico e poi sarà la volta degli ultimi cinque addotti dalla Parte civile.

Il primo a deporre è stato il tenente di artiglieria Orazio Mangone della divisione Pasubio il quale ha fatto un lungo e particolareggiato racconto del viaggio dal luogo della cattura al primo campo di concentramento, quello di Tamboff. È stata la storia, già narrata dagli altri reduci, di patimenti, di fatiche, di minacce, di morte. Al campo di Tamboff i prigionieri furono accolti dalla signora Torre. Faceva molto freddo e gli uomini battevano i piedi in terra nel tentativo di scaldarsi o almeno di far circolare il sangue. Chiesero aiuto all’emigrata, ma questa rispose loro beffardamente 'Avete battuto tanto le mani a Piazza Venezia, ora potete anche battere i piedi'.

Il teste conobbe D'Onofrio al campo di Oranki e fu da lui interrogato all'indomani della presentazione dell’appello al popolo italiano. Poiché il Mangone rifiutò di sottoscrivere, l'attuale querelante gli disse: 'Lei deve rivedere le sue idee se vuol tornare in Patria. Lei lo sa che in Siberia fa molto freddo?'. 'Sono un prigioniero — rispose l'ufficiale — e desidero seguitare a fare il prigioniero'.

Presidente: 'Quali furono le conseguenze del suo rifiuto?'.

Mangone: 'Fui immediatamente dimesso dal convalescenziario e rispedito ad Oranki dove mi assegnarono al lavoro malgrado non pesassi 40 chili. Fu ad Oranki che il cap. Magnani mi espresse le sue preoccupazioni per quello che lo aspettava dopo l'ostilità che aveva dimostrata nei riguardi del D'Onofrio. Come temeva, il capitano fu trasferito infatti in un campo di punizione.

Al campo di Susdal in ogni baracca c’era un ufficiale appartenente al gruppo antifascista il quale svolgeva propaganda politica. In proposito nella mia baracca questa funzione era espletata dal ten. Tommaso Barone, il quale rientrò in Italia due anni prima degli altri'.

Del viaggio di ritorno, il teste ha raccontalo poi al tribunale le difficoltà incontrate. Partì dal campo nell’aprile del 1946 ma gli ufficiali superiori furono trattenuti e fra essi il gen. Ricagno. Il Mangone ed altri cinquanta colleghi, giunti in Romania, furono fermati prima alla frontiera austriaca, a Sighet. I russi dicevano che non era possibile farli partire per mancanza di vagoni e soltanto quando i prigionieri cominciarono lo sciopero della fame furono portati a Vienna e di lì rimpatriati per l'intervento della Croce Rossa Internazionale. Cosicché il loro rientro fu ritardato di oltre un mese.

È stata poi la volta del comandante dell’8° reggimento Alpini, col. Luigi Zacchi. Subì il primo interrogatorio, dopo la cattura, dal fuoruscito Vera a Rostov e poi, successivamente, ad Oranki parlò con Fiammenghi. Costui cercò di sapere quale fosse la sua idea politica e gli prospettò un ottimo avvenire in Italia qualora l'avesse mutata. 'Non mi sono mai interessato di politica — rispose il colonnello — e perciò non ho idee da cambiare'.

'Si ricordi — lo ammonì allora Fiammenghi — che in Italia troverà il comunismo padrone della situazione. È bene che si regoli'. 'So perfettamente quale sia il mio dovere — ribatté il colonnello — e non ho paura'. 'Ma lei è sicuro di ritornare in Italia?' chiese allora il commissario. 'Certamente. A meno che non vada all’altro mondo per una malattia'.

Presidente: 'Lei sentì mai parlare di una legione garibaldina?'.

Zacchi: 'Sì. Questo gruppo fu formato dopo la dichiarazione di guerra alla Germania. Aveva lo scopo apparente di riunire tutti gli italiani, ma in effetti mirava a conoscere quali fossero le tendenze politiche dei prigionieri'.

Presidente: 'Il teste conobbe il cap. Magnani?'.

Zacchi: 'Sì, era l'aiutante maggiore del mio reggimento'.

Presidente: 'E seppe dell’interrogatorio subito dal cap. Magnani?'.

Zacchi: 'Sì. Egli mi riferì del colloquio avuto con il D’Onofrio il quale lo aveva minacciato di non farlo ritornare più in Italia. Era un ottimo ufficiale, il cap. Magnani. Quando lo consigliai a moderarsi e a restare tranquillo mi rispose: 'Non m’importa niente. Preferisco non tornare ma lasciare a mia figlia un nome del quale non debba vergognarsi'.

Avv. Taddei: 'Perché avvenivano i trasferimenti in campo di punizione?'.

Zacchi: 'Perché i prigionieri si opponevano alla propaganda comunista'.

Avv. Taddei: 'Le consta che ci sia stato qualche caso di spionaggio a Susdal?'.

Zacchi: 'Molti erano quelli sospetti di spionaggio ma in genere tutti mantenevano l'incognito. Qualcuno però, come un certo Mario Pugnetti di Mestre, confermò apertamente di essere stato incaricato dal commissario del campo di riferire i discorsi che i compagni di baracca facevano quando si trovavano insieme. Costui si faceva chiamare Napir Suratovo e si spacciava per indiano e per ufficiale. Invece era un caporale'.

Avv. Taddei: 'Questo Pugnetti era iscritto al gruppo antifascista?'.

Zacchi: 'Sì'.

Avv. Taddei: 'Lei sa se i commissari politici erano considerati alla stregua di funzionari sovietici?'.

Zacchi: 'Ce lo disse ufficialmente il comandante russo del campo, il colonnello Krastin. 'I commissari politici italiani — disse esattamente — sono dei funzionari sovietici e pertanto si deve loro obbedienzaì.

Avv. Sotgiu: 'È vero che quando gli fu proposto di sottoscrivere un messaggio di plauso al Governo di Parri, lei si rifiutò e anzi per protesta si strappò le mostrine d’alpino?'.

Zacchi: 'Fandonie! Non ho idea di chi abbia messo in giro una menzogna del genere. Io porto le mostrine d’alpino onoratamente dal 1915. E non mi sono mai sognato di togliermele!'.

Avv. Taddei: 'Dato che lei era l'ufficiale più elevato in grado cosa può dirci degli attuali imputati che si trovavano nello stesso campo con lei?'.

Zacchi: 'Erano ufficiali molto retti e di elevati sentimenti. Ho conosciuto molto bene gli attuali imputati nel periodo della prigionia'.

Con il ten. Franco Bellofiore è poi cominciala la sfilata degli ultimi cinque testimoni d'accusa. Egli ha affermato che a Tamboff la razione viveri era abbondante, ma che i rumeni che dominavano nelle cucine facevano 'camorra' e perciò il più delle volte il rancio arrivava dimezzato. I fuorusciti si comportarono bene con i prigionieri; i trasferimenti avvenivano in treno; coloro che lavoravano venivano compensati con supplementi viveri.

Avv. Taddei: 'Lei ricorda di aver firmato un appello con il quale si invitavano i soldati a ribellarsi agli ufficiali?'.

Bellofiore: 'Non mi sembra'.

È stato poi chiesto al signor Bellofiore quanti furono i prigionieri che morirono durante la prigionia.

Bellofiore: 'Ma io non facevo mica le statistiche...'.

La deposizione, che nulla di nuovo apporta ai già numerosi clementi di giudizio, sarebbe esaurita. Prima però che il teste venga congedato, è richiamato sulla pedana il ten. Mangone il quale su esplicita domanda della difesa dichiara che il Bellofiore era sospettato di denunciare ai sovietici coloro che preferivano non assistere alle conferenze politiche tenute dagli emigrati italiani. Ma si trattava soltanto di sospetti, seppure gravi. Forse per questo il Bellofiore non ha creduto opportuno reagire e l'udienza si è chiusa nella calma più assoluta. Il vecchio adagio ammoniste: chi tace, conferma.

LA VENTESIMA UDIENZA.

21 giugno 1949 - Con gli ultimi quattro testi d’accusa escussi, l’istruttoria orale del processo D'Onofrio - Reduci si è chiusa per riprendere fra quindici giorni quando comincerà il torneo oratorio degli avvocati. Fino a quel giorno riposo.

Il serg. Corrado Cicognani è stato il primo ad essere ascoltato. Egli ha esordito dicendo di non essere venuto per difendere la Russia ma gli italiani. E infatti ha mantenuto fede alla premessa in quanto la sua deposizione è stata tutto un elogio al comportamento dei fuorusciti e all'interessamento dimostrato verso i prigionieri italiani. E per non essere disturbato ha voluto gentilmente pregare il Presidente di non interromperlo perché aveva cose molto importanti da dire: cose vissute. La signora Torre fu 'una vera madre' della quale il teste ha enumerato i meriti e le virtù eccezionali che andavano dalle benefiche parole di esortazione alle più vive preoccupazioni per le condizioni di salute degli internati; dall’interessamento presso le autorità sovietiche per un miglioramento del vitto alla ottenuta sostituzione dei rumeni nel servizio sanitario con medici italiani. E tutti gli altri emigrati ebbero più o meno gli stessi meriti.

Presidente: 'Ci parli della scuola di antifascismo'.

Cicognani: 'Se lei mi lascia parlare vedrà che piano piano dirò tutto. Molti frequentarono i corsi di antifascismo perché si diceva che il vitto là era migliore. Io ci andai per curiosità di sapere che cosa vi si insegnasse e così fui assegnato alla scuola numero 165 dove conobbi come istruttori Rizzoli e Robotti. Ero molto contento quando loro parlavano del Risorgimento Italiano, di Mazzini (io sono repubblicano, iscritto al partito) e di Garibaldi. Ma non ne volevo sapere di sentire parlare di Marx perché era un tedesco. Però anche se Marx non mi piaceva gli istruttori mi volevano bene lo stesso. Alla fine del corso c'era da prestare un giuramento di fedeltà al popolo italiano ma non era affatto obbligatorio. Chi non voleva, non giurava. Dopo il corso tornai in Italia'.

Dopo una breve deposizione del soldato Fiorenzo Lancellotti, il quale ha dichiarato di non poter dire che bene dei fuorusciti italiani in genere e di D'Onofrio in particolare, perché sollevava il morale dei prigionieri, è salito sulla pedana il sottotenente Francesco Serio. Egli ha ammesso che le razioni di viveri a Krinovaia erano assolutamente insufficienti ma, ha aggiunto, che ciò dipendeva dal gran numero dei prigionieri presenti, per cui malgrado le cucine fossero in funzione giorno e notte ininterrottamente, non riuscivano a soddisfare le esigenze della enorme massa degli internati. Le preoccupazioni alimentari però finirono con il trasferimento ad Oranki dove si mangiava discretamente. Del D'Onofrio ha detto che egli non propagandò mai idee comuniste ma soltanto antifasciste.

Il teste ha poi ricordato che prima di rimpatriare, ad Odessa, alcuni prigionieri presero l'iniziativa di scrivere una lettera di ringraziamento al popolo sovietico per il trattamento usato ai prigionieri e soltanto pochi ufficiali si rifiutarono di sottoscrivere.

A questo punto l'imputato Emett si è alzato e, chiesta la parola al Tribunale, ha voluto chiarire che egli fu uno di quelli che si rifiutarono di firmare la dichiarazione di ringraziamento.

Emett: 'Ritenevo che cosi facendo mi sarei acquistato il disprezzo di tutte le madri italiane. Per questo rifiuto, io e numerosi altri, fummo trattenuti ancora per qualche tempo in Russia. Il signor Serio quando eravamo ad Oranki mi vendette, per tre razioni di pane, una gavetta tedesca. Per poco non finii in galera perché il Serio la gavetta l’aveva rubata ad un prigioniero tedesco'.

Serio: 'È falso, lo in quel periodo ero nel lazzaretto'.

Ultimo teste, il ten. Nando Bellotti, il quale ha narrato delle epidemie che scoppiarono nei campi. Una infermiera russa, che aveva il fratello morto sul fronte italiano, donò il proprio sangue per la vita di un nostro prigioniero. Di D'Onofrio ha ricordato l'opera benefica svolta a favore dei prigionieri ed ha aggiunto che il ten. Ioli si meravigliò moltissimo quando seppe che era un operaio e affermò che se tutti i fuorusciti italiani fossero stati come il D'Onofrio, i prigionieri in Russia sarebbero stati molto meglio. Quanto alla tolleranza religiosa dei sovietici il teste ha affermato che era tale che le autorità russe consentirono in occasione della Pasqua del 1943 che il cappellano Aleggiani celebrasse una messa. I russi stessi procurarono gli arredi sacri e le ostie per la comunione dei prigionieri.

Avv. Mastino Del Rio: 'Il cappellano Aleggiani ha fatto ritorno in Patria?'.

Bellotti: 'Non mi risulta'.

Presidente: 'Il teste ebbe un incidente al ritorno in Italia?'.

Bellotti: 'Sì. Io ed altri colleghi fummo aggrediti alla frontiera italiana da alcuni ufficiali i quali volevano che sottoscrivessimo una dichiarazione ma che ci rifiutammo di firmare perché conteneva tutte menzogne. Ecco perché fummo aggrediti e bastonati'.

Avv. Taddei: 'Quanti furono coloro che il teste definisce 'aggressori'?'.

Bellotti: 'Una ventina'.

Avv. Taddei: 'E gli aggrediti?...'.

Bellotti: 'Più di cinquecento...'.

Con la risposta del teste Bellotti, che ha suscitato uno scoppio fragoroso di ilarità, si è concluso l'esame testimoniale e l'udienza è stata rinviata al giorno 7 luglio per ragioni di procedura.

LA VENTUNESIMA UDIENZA.

8 luglio 1949. - Certamente il sen. D'Onofrio non s'aspettava che proprio uno dei testi indotti dalla Parte Civile gli giuocasse un così brutto tiro. Eppure è stato così. Il ten. col. Guido Zingales, uno dei reduci che avrebbe dovuto presentarsi al tribunale a sostegno delle affermazioni del querelante, non solo non si è mai presentato a deporre, ma ora si è saputo che ha rilasciato una dichiarazione oltremodo interessante che suona tutt’altro che gradita alle orecchie del signor D'Onofrio. Nella dichiarazione, il tenente colonnello, dopo aver ricordato che, prigioniero nel campo di Oranki, vide arrivare il D'Onofrio accompagnato da un maggiore russo che dicevano essere della N.K.V.D. e che si faceva chiamare Orloff, racconta:

Zingales: 'Fui uno dei primi ad essere interrogato. Il colloquio, come veniva chiamato, durò circa una mezz’ora. Mi fu chiesto, fra l'altro, quali erano le mie idee politiche e che cosa ne pensavo della guerra. Non mi furono fatte minacce, ma non posso escludere che ne fossero fatte agli altri, e ciò per diversi motivi. Le minacce erano purtroppo all'ordine del giorno, sia da parte dei russi sia da parte dei commissari politici. Ho assistito a minacce fatte in pubblico dal commissario Fiammenghi durante le sue conferenze ai ten. Resinato e Ioli, tuttora detenuti in Russia. In seguito ne vennero fatte collettivamente a tutti gli ufficiali, specie ad opera di certi Robotti e Ossola.

Particolare sensazione causarono nel campo gli interrogatori dei ten. Reginato e Ioli per la loro durata e per la loro frequenza. Il cap. Magnani e il ten. Ioli furono allontanati dal campo di Oranki (dove il Magnani era frattanto rientrato) subito dopo la partenza di D'Onofrio: era opinione generale dei prigionieri che tale allontanamento fosse opera del D'Onofrio'.

Zingales: 'Cito un solo caso per tutti: l'uccisione di un tenente (di cui sventuratamente non ricordo il nome) ad opera di una sentinella russa nel 1943 (e cioè quando già da un po’ ci eravamo sistemati nei campi di concentramento). Il tenente, tornando dal lavoro, nonostante l'ordine della sentinella, si era chinato, spinto dalla fame, a raccogliere una piantina di cicoria che cresceva sull'orlo del sentiero!

Devo infine dire, per quanto riguarda i metodi russi di propaganda che essi non rifuggivano neppure dal falso. Cito un fatto personale: al mio rientro in Patria ho appreso di aver parlato più volte alla radio, cosa che mi sono sempre guardato dal fare e che, del resto, non mi venne neanche proposta. Mi rifiutai anche di inviare i miei saluti alla famiglia quando appositi incaricati nel Natale 1945 vennero per fare incidere dai prigionieri dei dischi di saluti che avrebbero dovuto essere trasmessi da Radio Mosca'.

Alla ripresa del processo, malgrado gli undici giorni di sospensione, l'interesse non è minimamente attenuato, anzi si potrebbe dire accresciuto con l'approssimarsi della sentenza del Tribunale. Lo spazio riservato al pubblico è letteralmente gremito di reduci, di donne, forse madri, forse spose di chi non è più tornato. Su molte persone, fra il pubblico, si vedono i nastrini azzurri delle decorazioni.

Il torneo oratorio che conclude l'importante processo è cominciato alle 9,30 con una lunghissima arringa del primo avvocato di Parte Civile, l'avv. Mario Paone, il quale ha parlato, con grande enfasi e calore, per ben quattro ore (e ne avrà ancora per un paio d'ore dell’udienza di domani) sottolineando le proprie affermazioni con violenti pugni sul tavolo, rosso in viso e sudato per la fatica oratoria.

Avv. Paone: 'Intorno a questa causa è fiorita tutta una letteratura che impegna la civiltà occidentale contro quella orientale, una letteratura che impegna i valori dello spirito contro quelli della materia. Ma trovo molto strano che molti giornali abbiano pubblicato che gli emigrati politici italiani in Russia influirono sulla condotta della guerra. Cosa c’entra la Russia Sovietica, cosa c'entrano i comunisti italiani in Russia con la disfatta dell'ARMIR?

La guerra dell'ARMIR nella sacca del Don era finita. È inutile discutere su questo. Gli emigrati italiani nulla poterono fare mentre un maresciallo d'Italia di ritorno in Patria inasprì la polemica. Ma, signori, qui non è messo in ballo l'onore d'Italia, ma solo la preparazione con cui il defunto regime mandò a combattere i soldati in Russia'.

L'avv. Paone ha preso l'argomento molto alla lontana. Dopo aver parlato a lungo della tradizione italiana del Risorgimento, ha toccato questioni politiche, ha sfiorato problemi filosofici, rievocato le grandi figure militari della Roma repubblicana, accennato alle condizioni italiane prima e durante il fascismo. Ha ricordato la funzione nel mondo della Russia Sovietica, ha parlato di Mussolini, di Hitler, di Franco, della Spagna falangista, della campagna razziale, del contributo dell’Unione Sovietica alla affermazione dei valori fondamentali della libertà umana. Ha affermato che gli ordinamenti politico-giuridici internazionali sono infelici ed ingiusti. Ma ciò non dispensava evidentemente il governo bolscevico dall’usare un trattamento umano verso i prigionieri di guerra.

Avv. Paone: 'Qui si è tentato di fare una speculazione politica: tutto il resto non è che diffamazione o meglio calunnia. Edoardo D'Onofrio si presenta dinanzi a voi, o giudici del popolo, sotto l'usbergo della sua tranquilla coscienza, a rivendicare l’opera da lui svolta quale esule politico nei campi di concentramento sovietici a favore dei suoi connazionali prigionieri'.

Due ore precise è durato il preambolo dell’oratore e ben meritato è stato il breve riposo che si è concesso prima di affrontare il vivo della questione. Quando ha ripreso a parlare, il patrono della Parte Civile, ha detto che la guerra alla Russia non si sarebbe fatta se questi militari (e puntava un dito accusatore sugli imputati) fossero andati a raccontare a Mussolini le condizioni di impreparazione del nostro esercito, se gli fossero andati a dire che gli italiani non volevano andare a combattere contro la Russia. Ma non spiega perché non ci sia andato lui! Doveva o no, il senatore D'Onofrio sporgere querela contro i suoi diffamatori? L'oratore scioglie subito il suo dilemma affermando che quando si lede l'onore di un uomo che è stato l'apostolo della classe operaia romana, allora egli non solo ha il diritto, ma il dovere di difendersi!

Chiedere che cosa D’Onofrio abbia fatto in Russia significa offendere tutti gli emigrati italiani da Nitti a Sforza. L’avv. Paone dimentica che la statura morale di costoro è però ben diversa da quella del suo patrocinato. Ed eccoci finalmente all’esame del materiale diffamatorio.

Avv. Paone: 'Le accuse rivolte al senatore comunista hanno offeso tutto il movimento della resistenza e del resto le risultanze processuali autorizzano ad affermare che le accuse non hanno trovato il benché minimo conforto della prova. S’è detto che D’Onofrio avrebbe interrogato i prigionieri mentre il magg. Orloff avrebbe messo a verbale le risposte fornite dagli interrogati. E s'è detto che il magg. Orloff appartenesse alla polizia segreta sovietica. Ma nessuna dimostrazione è stata data di ciò. I querelati sostengono questo, ma noi lo neghiamo e voi, signori giudici, dovete stabilirlo perché vi abbiamo concesso la più ampia facoltà di prova.

Il magg. Orloff aveva soggiornato in Italia prima della guerra e scriveva sul settimanale 'L'Alba' quando ancora D'Onofrio non era comparso nei campi di concentramento. I suoi articoli erano tutti ispirati alla maggiore tolleranza verso gli stessi ufficiali fascisti che egli divideva in tre grandi categorie: quelli che nel fascismo avevano coltivato i loro interessi, quelli che vi avevano aderito in buona fede, e gli incerti verso i quali rivolgeva in modo particolare la sua opera di persuasione.

Quindi, mai accuse furono più false, perché, fra l'altro, il magg. Orloff, che era un semplice ufficiale di amministrazione, compiva nei campi 'solo inchieste a scopo culturale'.

Ormai l'avv. Paone si è addentrato nella difesa della Russia e non può fare a meno di scagionare l'Unione Sovietica anche dalla accusa di intolleranza religiosa. E lo fa sulla scorta di un libro scritto dal gen. Nobile, uno dei tanti volumi che ingombrano, a pile, il tavolo inondato di appunti dell’avvocato.

Avv. Paone: 'I testimoni in questo processo hanno dichiarato che nei campi di concentramento non veniva permessa la celebrazione della messa. Hanno mentito. Il gen. Nobile, quando era ancora colonnello, scrisse pagine in cui illustrò il sentimento religioso del popolo russo. Dunque, non è vero che in Russia sia proibito il culto esterno ed è facile argomentare che se i cappellani militari italiani non celebrarono mai la messa nei campi di concentramento non fu perché fosse loro proibito, ma con il segreto scopo di poter un giorno gridare allo scandalo perché in Russia non sono concesse manifestazioni di culto esterno, e ancora, se gli imputati mentono su questa circostanza, è lecito supporre che altrettanto facciano quando dichiarano che gli italiani in Russia si mangiavano l'uno con l'altro. Perché questo masochismo nazionale unicamente per poter criticare le autorità russe?'.

LA VENTIDUESIMA UDIENZA.

9 luglio 1949. - L'avv. Paone non ha mantenuto la promessa. Aveva detto che per terminare la propria arringa aveva bisogno ancora di un paio di ore e invece la voce tonante del patrono del D'Onofrio è risuonata nell’aula per altre quattro ore, cioè tutta l'udienza.

L'oratore ha esordito rievocando i fatti che seguirono la caduta del fascismo e si è soffermato ad illustrare la figura del querelante 'portatore di una idea politica per la quale aveva combattuto tutta la vita', D'Onofrio non era al servizio della Polizia di Stato sovietica ma soltanto al servizio della propria coscienza e gli imputati non sono riusciti a provare le loro accuse. Ergo è chiara la loro malvagità, come è chiaro il grave oltraggio da loro usato contro il sen. D’Onofrio. Qui si tratta di diffamazione generica e di diffamazione specifica e giacché il magg. Orloff è ancora vivo sarebbe stato facile poter accertare bene i fatti. Con tutto ciò la privata accusa ha pensato bene di non farlo venire come teste dalla Russia.

Mentre si scaglia contro i cinque reduci che siedono sul banco degli imputati, l'avvocato sventola una copia del numero unico incriminato e grida al dolo per le asserzioni contenute in quell'opuscolo. Preparatissimo si è dimostrato l'avv. Paone su tutta la storia della campagna napoleonica in Russia e di quella famosa ritirata. Egli ne ha fatto la pietra di paragone indispensabile alla dimostrazione del fatto che, se tante migliaia di morti si ebbero in Russia da parte italiana, ciò non va imputato alle autorità sovietiche.

Avv. Paone: 'Il precedente napoleonico non aveva insegnato nulla al dittatore teutonico e al suo alleato fascista? La morte degli 80 mila soldati dell’ARMIR grava sulla coscienza di quelli che non si preoccuparono di inviare in terra sovietica dei soldati italiani ineducati e analfabeti, i quali giunsero al punto di definire con disprezzo i russi degli indigeni, come se fossero dei negri africani. Questo è troppo!'.

L’avv. Paone ha finalmente cominciato a parlare dell’attività di D'Onofrio nei campi di concentramento.

Avv. Paone: 'Si è parlato di verbalizzazione degli interrogatori cui venivano sottoposti i prigionieri italiani. Ma quella non era altro che curiosità e quelli che gli imputati chiamavano verbali non erano che appunti per poter scrivere poi degli articoli sul settimanale 'L'Alba'. I russi sono detti 'tremendi scocciatori', sono più curiosi delle femmine ma, signori, era pura curiosità e non lunghi verbali di estenuanti interrogatori.

Nessuno ha poi saputo spiegare con esattezza che Elabuga fosse un campo di punizione, dove in seguito agli interrogatori di D'Onofrio, sarebbero stati mandati il cap. Magnani, il ten. Ioli ed altri ufficiali italiani. Né sono state provate le ragioni per cui quegli ufficiali furono inviati ad Elabuga. Nei campi di prigionia si godeva di tanta libertà che spesso si accendevano dispute fra fascisti e antifascisti. Ma che c’entra D'Onofrio nelle beghe fra prigionieri? E che colpa possono avere D'Onofrio o gli altri emigrati italiani se i Russi qualche volta punivano i prigionieri più turbolenti?'.

Avv. Paone: 'Comunque gli atti del processo dimostrano abbondantemente che i russi hanno rispettato i prigionieri più di quanto non li abbiano rispettati gli altri Paesi. Nei campi di concentramento inglesi e americani esistevano speciali recinti per i criminali fascisti 'perseguitati nel fisico e nel morale'. Avete mai sentito dire cose del genere dei campi di Russia?'.

L’avv. Paone ha chiesto scusa ai giudici per la lunghezza della arringa, ma si è giustificato dicendo che la perorazione 'non viene dal cervello ma dal cuore' ed ha concluso.

Avv. Paone: 'Noi siamo qui per chiedere la condanna dei libellisti, dei diffamatori. Il fango che essi hanno lanciato contro D'Onofrio non ha potuto e non potrà offuscare l'intangibile sua veste morale. Voi, imputati, avete voluto colpire D'Onofrio che era il capo della nostra lotta in questa Roma, in mezzo al popolo nostro. E pertanto io chiedo la vostra condanna'.

LA VENTITREESIMA UDIENZA.

11 luglio 1949. - Senza retorica, con oratoria stringata, con efficace dialettica il sostituto procuratore Dott. Manca, ha dimostrato, in tre ore, al Tribunale la infondatezza delle accuse di diffamazione mosse dal sen. Edoardo D'Onofrio agli imputati. Il P. M. ha tratto gli argomenti principali e maggiormente persuasivi della propria requisitoria, dalle disposizioni contenute nel Codice Penale Sovietico, dalle istruzioni dettate da un U.K.S. del Praesidium del Soviet Supremo, firmato dal Presidente Kalinin, pubblicato nel numero della 'Pravda' del 17 luglio 1942.

P. M.: 'Illustre signor Presidente e signori del Tribunale, le due parti: il sen. D'Onofrio e gli imputati, i testimoni d'accusa e di difesa non si sono mantenuti nei binari del processo ma hanno spesso sconfinato in altri campi che possono avere il loro interesse dal punto di vista storico, politico e militare, ma che ne hanno poco dal punto di vista della causa. L’esame che voi dovete fare è un esame, in definitiva, ristretto.

Le accuse che i reduci dalla Russia hanno rivolto a D'Onofrio prendono le mosse da uno scritto in cui si definisce quello che è oggi il senatore comunista: 'rinnegato ed aguzzino degli ottantamila prigionieri italiani'. D'Onofrio respinge tale accusa affermando fra l’altro che non di ottantamila prigionieri si doveva parlare ma solo di quindicimila. Questa affermazione, però, gli viene contestata non solo dagli imputati, ma dagli stessi suoi testimoni e dalla raccolta di quel settimanale 'L’Alba' che si pubblicava nei campi di concentramento. Infatti si è potuto stabilire, in tal modo, che i prigionieri italiani ammontavano ad una cifra oscillante fra gli ottanta e gli ottantatremila. Ed è lo stesso Togliatti che conforta tale affermazione quando asserisce — come si può leggere nei discorsi da lui tenuti ai microfoni di Radio Mosca dal 1941 al 1944 — che nel solo mese di gennaio del 1943 quarantamila furono i soldati dell'ARMIR che caddero in mano russa.

Ad essi si devono aggiungere quelli fatti prigionieri in precedenza, per cui in totale risulta appunto una cifra che si aggira sugli ottantamila uomini'.

P. M.: 'Occorre ora vedere se gli articoli pubblicati nel numero unico 'Russia' costituiscono reato di diffamazione. L’altro corpo del dilemma è: in caso affermativo, ha D’Onofrio commesso i fatti addebitatigli? Tutti i fatti che costituiscono materia delle accuse mosse dagli imputati debbono essere provati perché se un solo dubbio rimanesse, questo andrebbe a tutto favore del querelante. Comunque, per quanto riguarda il primo dei due quesiti, non c'è dubbio nella risposta: gli articoli incriminati sono diffamatori, non solo, ma tali da imprimere 'un marchio di fuoco e di sangue' su qualunque cittadino li abbia commessi.

Non voglio indagare sulle ragioni del 'tragico calvario' dei nostri prigionieri perché ciò esorbita dai limiti della causa. A noi interessa sapere che essi furono oppressi da un complesso tanto grave di circostanze che per molto tempo la loro stessa costituzione fisica ebbe a soffrirne. Tanto che lo stesso Stalin, preoccupato dall'indice di mortalità raggiunto nei campi di concentramento dove erano raccolti i prigionieri italiani, sarebbe intervenuto perché fosse usato un trattamento migliore agli internati. Su questo argomento a me sembra che tutti si siano trovati d’accordo e lo stesso querelante ha ammesso che i morti raggiungevano delle cifre enormi.

Proprio in questo periodo D'Onofrio compare per la prima volta nei campi di concentramento. Ed eccoci alle accuse. Il dott. Manca ricorda che il querelante ha recisamente negato di aver mai usato violenze o pronunciato o messo in atto minacce che avrebbero avuto un effetto assolutamente contrario a quello che la sua propaganda si riproponeva. Ma attraverso innumerevoli testimonianze, che sono venute a confermare le accuse degli imputati, attraverso la descrizione di circostanze specifiche, che lo stesso D'Onofrio non ha potuto smentire, attraverso l'indicazione di nomi, di luoghi, di date, di episodi, attraverso le documentazioni presentate, è stato raggiunto un complesso di elementi che non si può esitare a definire 'poderoso'.

P. M.: 'Ora c’è da chiedersi: dicono la verità i reduci dalla Russia oppure ci troviamo di fronte ad una montatura organizzata da un regista pieno di fervida immaginazione, di fronte ad un complotto spettacoloso? Questo dubbio voi lo dovete sciogliere, come attraverso un travaglio spirituale io l'ho già sciolto. Io credo a D'Onofrio quando afferma di aver comprato in Russia, al mercato nero, medicine per un prigioniero malato. Ma non posso credergli quando afferma che i gruppi antifascisti avevano un carattere democratico e che le cariche erano elettive. Non gli credo perché le sue affermazioni sono smentite dallo stesso settimanale 'L’Alba' nel quale sta la prova che i gruppi antifascisti non erano affatto democratici, nel senso da noi dato alla parola. Essi facevano soltanto 'del marxismo e del comunismo'. Quindi non è vera neppure l'affermazione che 'L'Alba' fosse 'una palestra aperta a tutte le idee'.

Vi abbondavano invece scritti di intonazione antidemocristiana, contro il Vaticano e contro il Pontefice. Non troviamo in tutta la collezione del settimanale un articolo di ispirazione liberale, mentre al contrario vi si legge uno scritto di Togliatti dal titolo 'Le merci avariate di Benedetto Croce'.

P. M.: 'Come era possibile allora che ufficiali, uomini di una certa cultura, con un loro patrimonio di idee, potessero liberamente esporre i loro convincimenti? C'è invece da immaginare il dramma psicologico di questi prigionieri i quali dovevano guardarsi intorno, nei campi di concentramento, per evitare che qualcuno andasse a riferire i discorsi che facevano agli istruttori politici. Un fatto è certo: con l’arrivo dei commissari politici finì la concordia e l’affratellamento, cominciarono le delazioni.

Ma la loro opera non fu soddisfacente e non raggiunse gli scopi se, come avvenne nel campo di Oranki, il commissario Fiammenghi, riuscì a convincere non più di venticinque ufficiali a firmare il famoso appello con cui si incitava il popolo italiano a non proseguire la guerra. Ecco allora arrivare D'Onofrio, il quale poté infrangere la resistenza dei prigionieri soltanto ricorrendo alle minacce. E a farne fede sta la tragica odissea del cap. Magnani di cui troppi testi hanno parlato, e tutti negli stessi termini, per poter pensare che sia da mettere in dubbio'.

P. M.: 'Che le minacce vi siano state s’è potuto ormai stabilire attraverso tutte le testimonianze. D'Onofrio oppone che egli si limitò solo ad avvertire gli interrogati che con le loro idee si sarebbero trovati male al rientro in Patria. Ma la sua obbiezione è giustificata solo nel caso che il prigioniero avesse espresso le proprie idee. Che cosa risponde D'Onofrio quando gli si fa osservare che il ten. Sandali si sentì rivolgere delle minacce perché non aveva mai risposto alle domande che gli venivano fatte? E che cosa dice quando gli si contesta che il ten. Santoro si sentì gridare nelle orecchie: 'la differenza che c è tra lei e i suoi bersaglieri è che lei è un criminale di guerra vivo mentre i suoi bersaglieri sono dei criminali di guerra morti'? La risposta potrebbe essere una sola e cioè che sembra compiacersi, il sen. D'Onofrio, di queste affermazioni se in polemica con il 'Risorgimento Liberale' definì i bersaglieri 'fascisti, ladri e rapinatori'.

Codice sovietico alla mano, il P. M. ha poi confutato l'affermazione fatta da D'Onofrio che in Russia esiste libertà di coscienza (art. 124 del codice stesso) dimenticando però di aggiungere, in materia di tolleranza religiosa, che l'art. 126 del codice penale sovietico punisce con lavori correttivi fino a tre mesi e 300 rubli di multa chiunque celebri riti religiosi in pubblico. Quindi se in qualche campo fa celebrata, qualche volta la messa fu in deroga alle disposizioni del codice sovietico.

P. M.: 'D'Onofrio ha sostenuto ancora che gli sarebbe stato impossibile minacciare l'invio in Siberia perché il piano quinquennale sovietico è riuscito a trasformare quella desolata regione in una specie di Eden, però ha tralasciato di dire che secondo l'art. 58 del codice penale sovietico chiunque favorisca l’espatrio clandestino di un proprio congiunto viene deportato ancora oggi per cinque anni nelle 'lontane isolate regioni della Siberia'. Dal che è facile dedurre che se la Siberia è terra di deportazione non può essere una sorta di luogo di villeggiatura.

Quale era la posizione in cui si trovava D'Onofrio in Russia? Il dott. Manca ha profondamente esaminato questo punto arrivando alla conclusione che era logico e, in un certo senso, necessario che il querelante agisse come agì'.

P. M.: 'Infatti studiando la causa feci delle ricerche sulle attribuzioni dei commissari politici e scoprii nel numero del 17 luglio 1941 della 'Pravda' un Ukase firmato da Kalinin con il quale venivano precisate le mansioni dei commissari politici, qualificati come 'diretti rappresentanti del partito e del governo', obbligati a denunciare 'comandanti o lavoratori politici che si fossero resi indegni del loro posto'. La disposizione emanata dal consiglio del Soviet Supremo diceva poi che i commissari politici coordinavano la loro attività con quella della polizia, e che i commissari politici erano funzionari russi. D'Onofrio, dunque, come commissario politico era funzionario sovietico e di conseguenza non avrebbe potuto comportarsi in modo diverso da come si è comportato a meno di incorrere nelle sanzioni penali previste.

Egli inoltre per la levatura intellettuale, aveva delle funzioni ispettive ed era considerato come un capo. Gli italiani non si rendevano conto di trovarsi di fronte non ad un loro compatriota ma ad un 'cittadino sovietico'.

P. M.: 'E cittadino sovietico era da considerare il querelante anche per l’art. 8 della legge italiana sulla cittadinanza per cui colui che, cittadino italiano, abbia ottenuto e mantenga un ufficio presso uno Stato estero, perde la cittadinanza'.

Avv. Paone: 'E quelli che parlavano dai microfoni delle radio estere ed ora sono al governo?'.

P. M.: 'Io sto facendo il processo dal punto di vista giuridico e non politico!'.

Avv. Paone: 'Si ricordi che lei è un Procuratore della Repubblica!'.

P. M.: 'Non raccolgo questo insulto. Io faccio, qui, il mio dovere. Quanto alle parole 'rinnegato e aguzzino' esse, che potrebbero far pensare ad una ingiuria, non rappresentano altro che una forma di ritorsione legittima dopo che il D'Onofrio, l’8 aprile del 1948, aveva scritto su 'Risorgimento Liberale' che i soldati italiani erano dei 'fascisti entrati in terra di Russia come dei ladri e dei rapinatori'.

P. M.: 'In sostanza le accuse che i reduci hanno mosso contro D'Onofrio non riguardano la sua attività di antifascista in genere, ma specificamente il suo comportamento nei riguardi dei prigionieri, comportamento che 'riveste gli estremi di reato'. Noi non facciamo il processo all'antifascismo. Noi non neghiamo che tra gli antifascisti vi siano delle figure che sono dei simboli come Giuseppe Donati, i fratelli Rosselli, Giovanni Amendola, morti in terra francese per una idea. Antifascisti siedono onoratamente sui banchi del parlamento e al governo'.

P. M.: 'Noi, voi signori giudici, dobbiamo giudicare solo una cosa: se sono veri i fatti attribuiti a D'Onofrio. E, giacché mi si costringe a dirlo dichiaro: i fatti attribuiti al sen. D'Onofrio sono contrari alla morale e alla politica di qualunque tempo e di qualunque partito. Poiché essi sono stati pienamente provati, in perfetta coscienza e con piena convinzione, io vi chiedo l’assoluzione degli imputati per aver raggiunto la prova dei fatti motivo della querela'.

LA VENTIQUATTRESIMA UDIENZA.

12 luglio 1949. - La parola è al primo avvocato della difesa dei reduci, l'avv. Rinaldo Taddei.

Avv. Taddei: 'Esattamente tre anni or sono, l'1l luglio 1946, una piccola tradotta si avvicinava al confine di Tarvisio portando alcuni uomini, ultimi resti dell'VIIIa Armata. Questi ragazzi tornavano a vedere dopo sei anni di lontananza, per la prima volta, il tricolore sventolare sul territorio della Patria. A distanza di tre anni precisi da quel giorno, un magistrato chiede l'assoluzione di un gruppo di quei reduci, la cui colpa era stata quella di aver sollevato un velo sui patimenti morali e materiali da loro sofferti e di aver fatto conoscere la verità agli italiani'.

Nella voce dell’avv. Taddei vibrava tutta la passione dell’uomo che ha vissuto quelle stesse sofferenze che hanno patito i suoi patrocinati, l’esposizione dei fatti, gli attacchi polemici erano illuminati dal ricordo delle tragiche giornate anche da lui trascorse sul fronte russo. Una arringa ampia, piena di slancio e di calore che ha commosso il pubblico di reduci che affollava l'aula ed ha destato gli unanimi consensi.

Il difensore ha iniziato con un ampio giro d’orizzonte retrospettivo, analizzando le condizioni storiche e geografiche delle terre che circondavano la Russia al principio della guerra, poi è passato con risolutezza ad esaminare le affermazioni del sen. D'Onofrio demolendole una ad una, ricercandone il lato falso, contestandole con abile dialettica. L'avv. Taddei polemizzando con il querelante il quale dichiarò di non sapere quale fosse il numero dei prigionieri italiani in Russia, ha rilevalo come l'accusatore, simulando questa sua ignoranza, continui in Italia l'opera di agente sovietico che svolgeva allora quando girava per i campi di concentramento.

Avv. Taddei: 'D'Onofrio, il quale era direttore de 'L'Alba', ha detto di non credere al numero di 80 mila prigionieri italiani pubblicato dal 1° numero di quello stesso settimanale. Ha detto di non crederci perché quella cifra serviva a certa propaganda... Ma... a quale propaganda?... Alla tua Edoardo D'Onofrio! Fare la contabilità di questa nostra carne è la cosa più oscena che tu abbia fatto da quando ti sei seduto in quest’aula.

Il difensore dei reduci, ha poi tratteggiato quale fosse il dolore e la tragedia dei prigionieri. Ha dimostrato quali fossero le miserrime condizioni in cui essi vivevano. Ha narrato le crudeltà dei sovietici, l'impossibilità di avere o di far giungere notizie alle famiglie lontane.

Avv. Taddei: 'Tu non sai che cosa voglia dire essere depredati delle scarpe e essere costretti a camminare a piedi scalzi sulla neve con 40 gradi sotto zero. Avremmo voluto che le donne russe che ci portavano un po’ di acqua non fossero scacciate, che quei poveri ragazzi che riuscivano a fare un buco nel soffitto del carro bestiame per raccogliere una manciata di neve e dissetarsi non fossero freddati con un colpo alla schiena. E neanche dai morti ci liberavano perché i vagoni venivano aperti ogni tre giorni e la sentinella che si affacciava nell'interno si limitava a chiedere: 'Quanti morti, qui?'. Non è vero che il tifo petecchiale fosse portato dai prigionieri stessi nei campi. E lo dimostra il fatto che gli ultimi prigionieri furono catturati nel gennaio e l’epidemia scoppiò dopo tre mesi, mentre è noto a tutti che il periodo di incubazione del tifo non supera i quindici giorni'.

Avv. Taddei: 'Noi ci inchiniamo di fronte alla bandiera del popolo russo che si batté per la difesa della sua patria, ma questi episodi di inciviltà non fanno onore alla nazione che voi difendete'.

D'Onofrio, il quale ha assistito apparentemente impassibile, al torrente d’accuse che gli si rovescia addosso, ha cominciato a dar segni di impazienza e poi all'improvviso si è alzato di scatto ed ha abbandonato l'aula mentre l'avv. Taddei metteva in evidenza la contemporaneità della comparsa dei fuorusciti nei campi con la qualifica di commissari politici e dell’emanazione dell'ordine di Stalin di far sì che il numero dei morti fra i prigionieri non fosse più tanto alto. In alto loco, dice l'avv. Taddei, si doveva essere venuti alla conclusione che era più utile restituire all'Italia i miseri resti della sua Armata in veste di propagandisti comunisti.

Avv. Taddei: 'Ed ecco spiegata la propaganda, i corsi di antifascismo. Voi siete stati profeti, avete visto giusto, ma dal punto di vista giuridico il vostro è un reato e molto vi sarebbe ancora da dire su questo argomento se l’art. 16 del Trattato di pace, non vi avesse assolto dall’aver tramato contro la Patria prima della dichiarazione di guerra alla Germania. Certo, la Patria potrà risollevarsi dalle rovine materiali, ma non da quelle spirituali fintanto che esiste questo articolo.

D'Onofrio ha cercato di dimostrare che la sua attività in quel triste periodo ebbe a risolversi in un’opera umanitaria, di assistenza morale; ha voluto ricordare che, rientrato in Italia, si fece premura di correre ad informare le famiglie dei prigionieri della salute dei loro cari. Ma si è dimenticato qualche cosa. S’è dimenticato di dire al Tribunale che egli si limitò a portare tali notizie soltanto alle famiglie dei prigionieri che frequentavano i corsi di antifascismo. D'Onofrio ha detto che attraverso Radio Mosca tutti i prigionieri potevano inviare saluti e notizie ai propri familiari, ma non ha spiegato come mai, ad esempio, il signor Pietro De Francisci, di Palermo, poté apprendere il 19 febbraio 1944, appunto da un messaggio radio, che suo figlio era in ottima salute, suo figlio che era morto invece in un campo di concentramento nel marzo del 1943'.

Avv. Taddei: 'Ora noi non contestiamo al sen. D'Onofrio il diritto di fare la propaganda delle proprie idee. Quello che noi gli neghiamo è il diritto di turbare la coscienza di un ufficiale, di costringerlo a violare un giuramento al quale si sente legato. Noi non riusciamo a comprendere perché D'Onofrio neghi oggi di aver fatto propaganda comunista e si quereli contro chi glielo ricorda. Se ne vergogna forse il sen. D'Onofrio?'.

Il difensore proseguendo nelle accuse, insiste nel rilevare di aver fatto il suo dovere di italiano fino in fondo, ma di non aver mai detto che l'esercito del suo Paese è stato sonoramente battuto da 'un popolo di contadini e di operai', come ha detto D'Onofrio.

Avv. Taddei: 'E allora di che cosa si lamenta? Di che s'offende? Sappiamo tutti che il concetto comunista è che non si può essere antifascisti se non si è comunisti, sappiamo che il motto è: 'chi non è con noi è contro di noi'.

Avv. Paone: 'Ma questo lo diceva Mussolini... Il tuo è un fenomeno di daltonismo mnemonico...'.

Avv. Taddei: 'Lo diceva Mussolini, ma ora lo dite voi... (e poi rivolto all'avv. Mastino Del Rio) e perciò tu, caro Mastino, che hai sofferto in carcere, tu che hai sentito il bastone dei tedeschi, tu no, tu non sei un antifascista...'.

Il difensore dei reduci ha poi esaminate ad una ad una le deposizioni dei testi indotti dalla parte civile, osservando che di essi uno soltanto, il capomanipolo Danilo Ferretti, conobbe D'Onofrio. La maggior parte degli altri sono dei soldati e si sa che i soldati vennero internati in campi di concentramento separati da quelli degli ufficiali, mentre qui si fa il processo alle violenze morali che D'Onofrio commise sugli ufficiali. L'arringa dell’avv. Taddei ha vivamente commosso il pubblico che affolla l'aula soprattutto quando aveva detto all'inizio.

Avv. Taddei: 'Questi ragazzi che avevano superato i limiti della resistenza umana, tornando in Patria erano con il cuore di ghiaccio. Quando voi, Pubblico Ministero, avete chiesto la loro assoluzione, non il loro plauso, ma le loro lacrime, accolsero le vostre parole'.

LA VENTICINQUESIMA UDIENZA.

La parola è sempre all'avv. Taddei il quale ha ancora molte cose da dire, molte precisazioni da fare, molte accuse da demolire. E prima d’ogni altra cosa vuol ricordare un fatto che desta vivissimo interesse in tutti i presenti. Egli ha dichiarato che fu offerta dalla parte avversa, ufficialmente, una transazione. Fu rifiutata. Ma non per spirito combattivo.

Avv. Taddei: 'Noi eravamo disposti a chiedere scusa a D'Onofrio, ma ad una sola condizione: che ci venissero restituiti i nostri fratelli che la Russia trattiene ancora come prigionieri. Ci si rispose che una cosa è il partito comunista e un’altra il governo sovietico. Qualunque condanna avremmo scontato pur di raggiungere questo nostro scopo. Non ci è stato possibile. E allora, perché accettare la transazione che i legali di D'Onofrio erano venuti ad offrirci? Perché avremmo dovuto impedire che il popolo italiano sapesse la verità intorno a quello che successe nei campi di concentramento di Russia? Perché impedire che il popolo si facesse una idea precisa di quello che fu il calvario dei nostri prigionieri?'.

Avv. Taddei: 'A noi sembra, lasciatemelo pur dire, che fin quando fra noi e la Russia rimarranno questi ostaggi, sia molto difficile vi possa essere una effettiva distensione psicologica. Non si cancella il fatto che a distanza di cinque anni dalla cessazione della guerra, alcuni ufficiali, colpevoli solo di essere rimasti sulle loro posizioni d'onore, vengano trattenuti ancora come prigionieri e se ne ignori la sorte. Ecco perché noi non accettammo la transazione propostaci'.

Il posto del sen. D'Onofrio, nel pretorio, è vuoto. Neanche oggi egli ha voluto assistere all'udienza: novello Catilina egli non ha retta alla irruenta oratoria del suo giovane ma implacabile accusatore: il cumulo dei suoi nefandi delitti lo inchioda al banco delle sue tremende responsabilità, lo respinge ai margini della società civile. L'avv. Taddei si è soffermato a lungo ad analizzare le deposizioni dei venticinque testi a discarico. Sette di essi, ha osservato, hanno affermato di essere stati minacciati dal propagandista comunista durante gli interrogatori subiti; dieci hanno raccolto le dichiarazioni del cap. Magnani di ritorno dal campo di punizione di Elabuga, dove (tutti sono stati concordi nell’affermarlo) era stato inviato insieme al ten. Ioli e ad altri ufficiali, per interessamento di D'Onofrio.

Avv. Taddei: 'È riuscita la parte civile a smantellare le accuse formulate dai reduci? Certamente no. Anzi dagli stessi testi d’accusa sono stati ammessi gli interrogatori estenuanti cui i prigionieri venivano sottoposti. E una volta provate le accuse, che cosa interessa se il magg. Orloff era o no ufficiale della polizia di Stato? Egli era un ufficiale dell’armata sovietica, e, in questa sua veste, doveva necessariamente riferire ai propri superiori intorno agli interrogatori cui presenziava'.

Dopo aver confutata ad una ad una le obiezioni mosse da D'Onofrio, l'avv. Taddei ha rievocato la tragica ritirata.

Avv. Taddei: 'Voi, emigrati politici, cercavate di imporre le vostre idee a questi giovani stremati dalle fatiche e dalla fame, minati dalla salute e affranti dal dolore. Voi, per creare l’antifascismo, avete ucciso gli italiani. Ma noi rimaniamo ostinatamente italiani, disperatamente italiani. Molti titoli si sono dati a questo processo: lo si è chiamato dei reduci, come se si potesse fare il processo ai nostri valorosi soldati; lo si è chiamato D'Onofrio. Ma se proprio un titolo gli si vuoi dare, ebbene questo è il processo dell’Italia contro gli antiitaliani'.

L'avv. Taddei si avvia ormai verso la conclusione della sua arringa, ma prima di chiudere il suo dire vuol ricordare ancora il tentativo di violazione di coscienza fatto dal D'Onofrio nei confronti di Don Enelio Franzoni, quando pretese che il cappellano gli rivelasse i più intimi pensieri dei prigionieri che si confidavano a lui nel segreto della confessione. Di questo e dell’aver spedito il cap. Magnani, il ten. Ioli e altri in un campo di punizione, il D'Onofrio si faceva vanto.

Avv. Taddei: 'Innumerevoli offerte giunsero da ogni parte d'Italia, quando si seppe che i reduci avevano necessità assoluta di fondi per poter sostenere il processo che contro di loro aveva intentato il senatore comunista e molte di queste offerte furono accompagnate da lettere di spose, di madri di caduti. Ve ne leggo una per tutte, signori del Tribunale: 'Cari ragazzi, vi manda 204 lire una madre che solo per voi può ancora parlare di Patria ai propri figli'.

Con queste parole il difensore dei reduci ha concluso la sua arringa.

Avv. Taddei: 'Signor Presidente, sotto questa toga lei deve vedere anche il grigioverde, come il grigioverde deve vedere sotto le giacche di civili dei miei ragazzi, i quali, stampando l’opuscolo da cui ha tratto le mosse la causa, non vollero diffamare, ma soltanto compiere il loro ultimo dovere di soldati verso la Patria. Il loro non era un opuscolo di propaganda di partito, era un grido che erompeva dai loro petti, che sgorgava dai loro cuori. Costoro sono i martiri che vengono qui con un dovere: raccontare quello che hanno visto, raccontare meno di quanto hanno sofferto. Non sono dei venduti, i miei ragazzi, sono dei giovani tornati in Patria dopo tanti patimenti col cuore in tumulto, ma riboccante d’amore per il loro Paese. Signori del Tribunale, è l’onore di questo glorioso grigioverde che io ho difeso'.

Alle ultime parole dell’avv. Taddei fa seguito uno straziante singhiozzo e un tonfo sordo nell’aula. Una signora, la madre di uno che non ha fatto ritorno dalla Russia e che dal giorno che ebbe inizio questo processo ne ha seguito pazientemente le fasi, nella speranza di avere una qualche notizia del figlio scomparso, non ha più retto alla tensione di spirito e con un lungo lamento è caduta a terra svenuta. Alcuni carabinieri accorsi immediatamente la sollevano e la portano fuori dall’aula. Soltanto i difensori comunisti possono assistere alla scena con freddo cinismo: gli uomini di Mosca non hanno ormai più nulla di umano nello sguardo e nel cuore.

L’abbraccio fraterno dei suoi patrocinati è stato il miglior premio che Rinaldo Taddei abbia avuto della sua fatica. Gli imputati, appena il loro difensore ha finito di parlare, si sono alzati dal loro banco e sono corsi da lui con le lacrime agli occhi a ringraziarlo per aver saputo dare l'interpretazione più giusta e più vera dei loro pensieri, dei loro dolori. Madri, spose, sorelle, numerosi reduci che avevano assistito al processo fin dalle prime battute, hanno voluto unire il loro all'abbraccio degli imputati e così Taddei si è allontanato dall’aula stretto e circondato da una massa di amici che volevano esprimergli i loro sentimenti di gratitudine e di ammirazione.

LA VENTISEIESIMA UDIENZA.

14 luglio 1949. - L'avv. Giuseppe Sotgiu, il secondo patrono di Parte Civile, si è accinto al compito di difendere gli interessi del sen. D'Onofrio aprendo, sul tavolo, una grossa valigia di cuoio, piena zeppa di libri, opuscoli e fascicoli dai quali poi, nel corso del suo discorso, ha tratto citazioni, ricordi storici, esemplificazioni, tutto a suffragio della tesi che si era proposto di svolgere.

Avv. Sotgiu: 'Sarei tentato, signor Presidente, signori del Tribunale (e certo voi me ne sareste grati), di condensare la causa in una rapida sintesi, deflazionandola di tutti gli aspetti ed elementi che non siano essenziali. Potrei dire che il libello del quale gli imputati devono rispondere è indubbiamente diffamatorio. Perché nessuno più di voi (dice puntando il dito contro il banco dove siedono i reduci imputati) sa che quello che avete scritto contro Edoardo D'Onofrio, non risponde a verità ed è il frutto della deformazione di episodi, della esasperazione voluta di piccoli fatti. Io potrei far mio il pensiero del P. M. per cui anche l'esasperazione di un fatto vero costituisce diffamazione.

Io vi potrei dire: la vostra prova è miseramente fallita perché se anche 80 mila italiani fossero morti in prigionia cosa c'entra D'Onofrio? D'Onofrio è stato in due soli campi di concentramento, e soltanto per una quindicina di giorni, ed ha parlato a poche centinaia di prigionieri. Né alcuna responsabilità può attribuirsi a D'Onofrio se in Russia vi sono ancora dei prigionieri italiani perché egli ha fatto ritorno in Patria fino dall'agosto del 1944. Questo io potrei dire in una rapida sintesi. Ma il campo della causa è diventato ben più vasto, e non per colpa nostra'.

Per l'avv. Sotgiu ormai la causa ha assunto un aspetto essenzialmente politico.

Avv. Sotgiu: 'Tutto un periodo della storia del nostro Paese è stato messo in discussione. A voi, signori del Tribunale, dimostrare che la causa non è che un problema giudiziario'.

Del resto, secondo la tesi dell'oratore, questa causa non si doveva fare affatto. Non si doveva fare perché non fossero additate al popolo italiano le responsabilità e la inettitudine di una classe dirigente e di una casta militare, ma per non farla e per giovare realmente alla causa di quei prigionieri, che devono ancora essere giudicati in terra straniera, non bisognava diffamare. In queste parole è contenuta una chiara minaccia in favore di D'Onofrio da parte del governo sovietico contro i prigionieri italiani ancora nelle sue mani. L'avv. Sotgiu invia poi un saluto a tutti ì soldati caduti sui campi di battaglia, saluto che 'soltanto noi possiamo mandare' perché 'noi lottiamo per un mondo senza guerre'.

Si sente nell’aula il battito d’ali... del 'piccione' del fronte della pace. E una esaltazione ha fatto della figura del sen. D'Onofrio la cui azione fu sempre improntata 'ad italianità e a nazionalismo' e del quale ha detto che per aver sofferto in carcere e fuori 'non può avere l'abito mentale dell’aguzzino'. Nel suo lungo sproloquio l'avv. Sotgiu ha creduto bene di non dire che la querela fu presentata dal sen. D'Onofrio nei giorni in cui questi credeva di avere, il 18 aprile 19i8, 'la vittoria in pugno' in sede elettorale, politica, per poter poi celebrare tranquillamente il primo grande processo politico davanti a un addomesticato 'Tribunale del Popolo' onde eliminare degli incomodi avversari personali.

Avv. Sotgiu: 'Vergognatevi. Voi che vi siete serviti dei fratelli morti per una speculazione elettorale. Se volevate tenere alto il loro nome dovevate mantenervi al di sopra delle competizioni politiche'.

L'avvocato di Parte Civile ha poi vivamente polemizzato con il P. M. definendolo uomo di parte, accennando al fatto che un altro magistrato era stato destinato a rappresentare il P. M., ma quello aveva declinato l'incarico.

Avv. Sotgiu: 'Non ci attendevamo la faziosità del P. M. il quale ha fatto rilevare attraverso le sue parole l’origine politica assolutamente in contrasto con la serenità di un magistrato. Egli ha cercato di suffragare l’affermazione che in Russia non esiste libertà di culto, citando articoli del codice sovietico. Ma non mi sarà difficile dimostrare il contrario e lo farò proprio attraverso la parola di coloro che sono venuti qui in udienza a difendere gli imputati. E vi dirò di più: i primi ad elogiare la libertà di religione in Russia sono stati proprio due democristiani: gli on. Morelli e Cuzzaniti, i quali pubblicarono articoli su quel settimanale 'L'Alba' che, secondo il P. M., sarebbe stato chiuso alle correnti non comuniste...'.

P. M.: 'Io ho dimostrato che in Russia sono proibite le manifestazioni di culto in luogo pubblico e non nelle chiese. E poi vorrei che lei mi trovasse un articolo anticomunista scritto nel settimanale 'L’Alba'. Evidentemente fu permesso agli on. Morelli e Cuzzaniti scrivere quegli articoli soltanto perché alla fin fine facevano giuoco alla propaganda comunista!'.

Ma il dott. Manca è scattato soprattutto alle insinuazioni che intendesse fare nient’altro che della politica. Comunque la circostanza sta a dimostrare il pericolo insito in qualsiasi forma, anche minima, di collaborazione dei cattolici coi comunisti sul piano politico, culturale e sindacale, in qualsiasi stretta della loro mano... minacciosamente tesa. I figli delle tenebre sono più accorti alle volte dei figli della luce e tutto può giovare domani alla diabolica propaganda marxista tra le masse dei gonzi. Non si può servire due padroni, dice il Vangelo, e lo ripeteva il Pontefice Pio XI v. m. nella sua mirabile enciclica contro il Comunismo ateo; 'Divini Redemptoris Promissio'.

P. M.: 'Lei però deve dimostrare che io ho fatto della politica!'.

Avv. Sotgiu: 'Lo dimostrerò e anzi aggiungerò che un altro magistrato era stato designato al posto che lei occupa, e siccome era uomo di parte...'.

P. M. 'Non permetto che si dicano di queste cose. Chiedo al Presidente che tolga la parola all’avvocato su questo punto...'.

Avv. Paone: 'Fuori di qui si vocifera che ci sia stato un magistrato che non è voluto venire a far questa causa...'.

Il Pubblico Ministero a questo punto ha fatto l'atto di abbandonare l'aula e avrebbe certamente attuato il proposito senza lo intervento del Presidente che è riuscito a ristabilire l'equilibrio dicendo che il fatto è completamente estraneo al processo. Chiuso il breve incidente l'avv. Sotgiu ha mosso serrate critiche alla tesi sostenuta dal P. M. per quanto riguarda il problema religioso in Russia, dilungandosi in una disquisizione tendente a dimostrare che in quello stato l'esercizio del culto è pienamente ammesso ed esercitato da chi lo voglia. Dunque ha ragione o ha torto Don Franzoni quando viene a dire che nei campi di concentramento non era autorizzato il culto esterno e che non si poteva celebrare la messa?

Avv. Sotgiu: 'Qualunque sarà la soluzione che voi, giudici, darete al problema generale, giuridico e politico, voi non potrete dire che nei campi l'esercizio del culto non era permesso dalle autorità russe, anche se c'è stato qualche sacerdote che ha scritto o è venuto a dirci, in udienza, il contrario. Sacerdoti, i quali sono uomini che sotto il crocefisso portano una 'mentalità intossicata di odio'; che sono già propagandisti della 'crociata anticomunista'.

Quanto all'onore militare, l'oratore non può assolutamente pensare che il Tribunale seguirà nella sentenza la tesi secondo cui bisogna fare una distinzione fra i doveri derivanti dalla situazione esistente prima del 25 aprile 1943 e quelli che derivarono dall’abbattimento del regime fascista e dal successivo rovesciamento del fronte. Se ciò fosse, la stessa storia d'Italia ne risulterebbe scardinata perché l'antifascismo non ha aspettato il 25 luglio ma lo ha imposto, lo ha creato, così come non ha aspettato l'8 settembre per rivendicare il diritto del popolo a distruggere una alleanza che riteneva illegittima perché non aveva voluto. Ma l'argomento evidentemente non calza affatto. Nessuno discute sulla liceità in ogni tempo della lotta antifascista in patria o all'estero. Ma nessun pretesto giustifica D'Onofrio per la sua criminale complicità coi carnefici dei soldati italiani inviati contro la loro volontà al fronte da quello che, prima dell’8 settembre 1943, era l'unico governo italiano'.

Avv. Sotgiu: 'Aver cospirato contro il fascismo non fu certo un delitto, perché più che un diritto tale lotta era un dovere di ciascun cittadino. Quando voi censurate l'opera di D'Onofrio, negate tutta l'opera dell’antifascismo e fate il processo a tutti quelli che combatterono e morirono per una giusta causa. Chi afferma il contrario è fuori della legge e fuori della Nazione, da qualunque banco parli. Perché D'Onofrio ha sporto querela? Perché ha voluto porre un freno alla campagna diffamatoria che contro di lui era stata scatenata. Non c'è episodio della vita di lui che possa dipingerlo come un antinazionale, un rinnegato, un aguzzino. La storia degli ultimi anni ci dice quale sia il contributo fornito alla causa nazionale dal comunismo, ci dice come l’educazione comunista non tenda affatto alla negazione della Patria, ma anzi ad esaltarla e a difenderla nella libertà del lavoro'.

Con ciò siamo all'inizio della quarta ora. E l'avv. Sotgiu è appena entrato nel merito della causa.

LA VENTISETTESIMA UDIENZA.

15 luglio 1949. - L’avv. Sotgiu ha voluto davvero superare i colleghi che lo avevano preceduto. Non gli sono bastate neppure due udienze per esporre la sua tesi in sostegno del querelante e perciò avrà bisogno ancora dell’udienza di lunedì. L'inizio è in piena polemica con il P. M. e si ritorna sulla questione del numero dei caduti e dei prigionieri: 'tragica contabilità', ha ammesso l'avv. Sotgiu, di cui 'si sente tutto il peso sanguinoso'. Ciò che non gli ha impedito una lunga dissertazione di carattere militare per dimostrare in sostanza che l'ARMIR era impreparato, che il nostro Stato Maggiore era assolutamente incapace, che è per lo meno ingenuo credere alle cifre rese note dalla propaganda radiofonica. Morale; non bisogna credere neppure a Togliatti quando parla alla radio. Se lo dice un difensore comunista...

Avv. Sotgiu: 'Di qui non si scappa. Voi giudici per assolvere costoro, dovete affermare che essi hanno provato quello che hanno detto. Basta dimostrare che gli imputati hanno alterato le cifre dei morti, affermato circostanze almeno inesatte, indicati motivi e cause non vere, per concludere che essi, sì, hanno diffamato D'Onofrio'.

Secondo le deduzioni che si possono fare confrontando tutte le cifre conosciute, l'oratore afferma che le uniche alle quali è possibile affidarci sono quelle fornite dal Ministro della Difesa on. Pacciardi, il quale, al Senato, ebbe ad affermare che le perdite italiane dell’ARMIR, in morti, prigionieri, feriti e invalidi ascendono complessivamente a 84 mila uomini.

Avv. Sotgiu: 'Questo significa che la cifra su cui gli attuali imputati hanno voluto speculare non è stata affatto provata, che quindi essi hanno alterato tale cifra, e che, in definitiva, non c’è più dubbio che essi hanno diffamato. Altro che assoluzione per essere stati provati i fatti attribuiti al D'Onofrio! Ma, comunque, quale sia il numero dei morti in Russia, D'Onofrio non centra'.

L'avv. Sotgiu si è poi addentrato nell’esame della polemica che a suo tempo il querelante ebbe con il 'Risorgimento Liberale'. Ed è tornato sulla frase scritta dal D'Onofrio: 'Voi siete entrati in terra di Russia come ladri e rapinatori', per sostenere che quello era soltanto un giudizio politico e non ingiuria.

Avv. Sotgiu: 'Non è vero forse che Mussolini aggredì la Russia senza alcuna ragione? Se quella frase del D'Onofrio vuol essere considerata una ingiuria, altrettanto dovremmo dire del Manzoni che chiamò 'strumenti ciechi di occhiuta rapina' i soldati austriaci. Questo perché non si venga a dire che gli imputati lanciarono le loro accuse contro il querelante per ritorsione. E in ogni caso non fu D'Onofrio il primo ad ingiuriare perché non da lui fu iniziata la polemica giornalistica, ma dagli stessi imputati'.

Mentre l'avv. Sotgiu svolgeva questa tesi un reduce dallo spazio riservato al pubblico ha gridato forte, suscitando lunghi mormoni degli altri e una sonora scampanellata del presidente.

Un reduce: 'Noi siamo qui per credere a tutto quello che dice lei!'.

Ma l'invito al silenzio non ha impedito al reduce di aggiungere.

Un reduce: 'Allora anche i nostri morti in Africa, in Grecia e sugli altri fronti, anche loro furono dei predoni? Se la sentissero quelli che sono rimasti laggiù!!!...'.

Ma l'oratore ha tirato avanti senza raccogliere le interruzioni ed è passato a spiegare che cosa fossero le scuole antifasciste, quale ne fosse il programma, quali gli scopi. Egli ha detto che nessun contenuto politico e tanto meno marxista è possibile ravvisare in quei programmi e che unico scopo di quelle scuole era di restituire all’Italia prigionieri che non fossero analfabeti. Quanto al famoso giuramento che si prestava alla fine dei corsi di antifascismo l'avv. Sotgiu ha esibito una formula, trascritta sul diario del serg. magg. Pietro Brogini da Siena, che suona così: 'Io, figlio del popolo italiano, presto giuramento solenne alla mia Patria, al mio popolo, alla mia famiglia, di lottare fino all’ultimo respiro per la cacciata dei tedeschi dal sacro suolo dell’Italia; presto giuramento di essere implacabile contro tutti i traditori della Patria'.

Avv. Sotgiu: 'Quindi niente di truculento e di feroce, come qualcuno degli imputati e dei testi è venuto a dirci. Ma soltanto impegno solenne a lottare per una Patria libera'.

E per oggi il patrono di parte civile ha finito chiedendosi se dopo tutto quanto ha detto si può ancora affermare che gli imputati non abbiano falsato la verità. Allora è vero che la loro azione è stata mossa dal desiderio di far nascere un sentimento di avversione verso D'Onofrio.

Avv. Sotgiu: 'D'Onofrio non ha dimenticato, in Russia, il sentimento di italianità che lo ha sempre guidato. Forse che i regolamenti militari vietano la propaganda politica? O per caso essere militari significa dimenticare di essere un cittadino?'.

LA VENTOTTESIMA UDIENZA.

18 luglio 1949. - In una elegante rilegatura è apparsa sul tavolo dell’avv. Sotgiu, per la prima volta, una collezione completa del settimanale 'L’Alba' e il patrono di Parte Civile se ne è abbondantemente servito per dimostrare false le asserzioni del Pubblico Ministero, secondo il quale su quel foglio non trovavano ospitalità che espressioni del pensiero marxista e comunista.

Avv. Sotgiu: 'È vero che il settimanale era compilato da comunisti, ma ciò non toglie che esso fosse lo stesso 'una tribuna aperta a tutte le idee'. Che il giornale non fosse un organo della propaganda comunista sta poi a dimostrarlo il fatto che nella parte politica di esso voi non troverete mai un attacco al fascismo (perché i redattori sapevano bene che la maggior parte di quanti avevano la tessera non erano fascisti nell'animo) ma molti contro il nazismo. In compenso a quel settimanale collaboravano scrittori di tutte le tendenze politiche, vi si scrivevano articoli in cui si discutevano programmi e direttive di tutti i partiti democratici malgrado l'Italia non fosse stata ancora liberata. Al partito comunista veniva riservato lo stesso spazio eguale a quello riservato agli altri partiti.

Quindi non visioni particolaristiche in senso classista o marxista, ma unico scopo quello di preparare, attraverso la riconciliazione degli animi, quella unità morale degli italiani, indispensabile per affrontare la ricostruzione del Paese alla fine della guerra'.

Ricostruzione, si intende, a base di scioperi, agitazioni, prelevamenti e colpi alla nuca.

Avv. Sotgiu: 'Si è parlato di vita orribile nei campi di concentramento, ma basta sfogliare la collezione de 'L'Alba', per accorgersi della falsità di queste asserzioni. Infatti vi si trovano articoli e fotografie da cui è possibile avere conferma di cerimonie e di feste avvenute nei campi di prigionia. Appare per lo meno strano, dunque, quello che in udienza è stato raccontato dagli imputati e dai loro testi. E voi (puntando un dito accusatore verso il banco degli imputati) avete osato paragonare i campi di Tamboff, Krinovaia ed altri a quelli tedeschi di Mathausen e di Buchenwald? Vergognatevene. E ricordatevi che qualunque potrà essere la sentenza voi dovrete sempre rendere conto delle vostre false accuse alla civiltà di tutto il mondo'.

Avv. Sotgiu: 'Legga, il Tribunale, in Camera di Consiglio la rubrica 'La vita dei campi' alla quale collaboravano gli stessi prigionieri. In questa rubrica, il Tribunale troverà descritti gli svaghi, le provvidenze spirituali e morali che nei campi furono attuate in favore dei nostri prigionieri. Tra l'altro, il Tribunale apprenderà da questa interessante lettura, come cinque ufficiali italiani ebbero addirittura una licenza premio che trascorsero a Mosca. Nella rubrica che indico, questi ufficiali hanno lasciato scritto una descrizione delle meraviglie che videro in quella metropoli'.

L’avv. Sotgiu non spiega perché in Russia si danno licenze per ammirare le meraviglie di Mosca e non quelle d'Italia.

P. M.: 'Perché non ci dice pure che quei cinque ufficiali erano cinque attivisti?'.

L'interruzione, passata forse inosservata all’avv. Sotgiu nella foga oratoria, è stata raccolta a volo dall'avv. Paone il quale è scattato per protestare vivacemente e per rispondere al P. M. Al tentativo fatto dal Presidente di riportare la calma, l'avv. Paone ha replicato che ha creduto necessario intervenire perché il suo collega era stato interrotto.

P. M.: 'Egregio avvocato, io in quest’aula sono sempre presente, mentre lei, avendo già parlato, è scomparso'.

Ma non si è ancora spenta la eco di questo primo battibecco che subito ne sorge un secondo. Infatti l'avv. Sotgiu, proseguendo nell’esposizione della propria tesi, stava consigliando al Tribunale la lettura di una lettera del gen. Pasqualino, pubblicata da 'L'Alba', nella quale si elogia il servizio di assistenza sanitaria praticato nell’ospedale, assistenza di cui egli stesso ebbe occasione di fare esperienza, quando l'avv. Mastino Del Rio è intervenuto'.

Avv. Mastino del Rio: 'Perché non dite pure che il generale Pasqualino è tra i ventisette ufficiali che sono stati trattenuti in Russia?'.

Avv. Sotgiu: 'Vuol dire che il gen. Pasqualino non è stato trattenuto per ragioni politiche...'.

Avv. Mastino Del Rio: 'Diteci allora: perché la Russia non ce lo restituisce?'.

Ma quest’ultima domanda è rimasta senza risposta e l'avv. Sotgiu ha continuato illustrando l'attività degli emigrati politici nei campi di concentramento, e in particolare l'opera svolta dal D'Onofrio. Gli emigrati arrivarono nei campi dopo il periodo delle epidemie e loro prima cura fu quella di portare una parola di conforto a quei disgraziati fratelli. Gli imputati parlano di 'interrogatori', di 'vessazioni', di 'violazioni di coscienza'. Ma D'Onofrio come avrebbe potuto parlare ai prigionieri, dopo dieci anni di esilio, se non avesse prima guardato gli uomini in faccia? Se non avesse esaminato le loro idee?

Ecco, secondo la P. C. in che cosa consistevano gli 'interrogatori' e le 'vessazioni'. Ed una prova la troviamo ancora ne 'L’Alba' dove in uno dei primi numeri si legge un articolo di D'Onofrio dal titolo 'Chiacchierando con i prigionieri'. E quali le precise ragioni di queste conversazioni fra l'emigrato D'Onofrio e i prigionieri? Nient’altro che il desiderio di saggiare la loro coscienza, conoscere in qual guisa le vicissitudini avessero agito su di loro, riportarli alla piena realtà del momento. E del resto le conversazioni furono improntate alla più schietta italianità e patriottismo, alla più pura obiettività.

Avv. Sotgiu: 'Gli imputati e i loro testi hanno riferito che grande differenza c'era fra le conversazioni che il D'Onofrio teneva in pubbliche adunanze e quelle che aveva in privato con i singoli prigionieri. Ma se questo fosse vero noi ci troveremmo di fronte ad una tale illogicità, ad una tale incoscienza che davvero ne dovremmo rimanere sorpresi. C'è piuttosto da chiedersi: che bisogno aveva D'Onofrio di coartare le coscienze dei prigionieri? Tutti nei campi potevano liberamente esprimere le loro idee e il giornale murale era una palestra su cui ognuno poteva liberamente esercitare la propria critica. Del resto non è stato affatto dimostrato che coloro i quali volevano persistere nelle proprie convinzioni politiche subissero coercizioni morali o materiali'.

E qui l'avv. Sotgiu ha cominciato a parlare del caso del cap. Magnani e del ten. Ioli per dire che non è vero che essi si limitassero a fare dell’opposizione, ma continuarono tranquillamente a fare propaganda fascista senza che nessuno li disturbasse.

Avv. Sotgiu: 'E poi quale pericolo poteva mai rappresentare per la Russia o per il comunismo l'attività del cap. Magnani?'.

Assurda più che temeraria, è dunque da considerarsi l’accusa mossa contro D'Onofrio di aver costretto ufficiali prigionieri a rinnegare il loro credo politico anche con minacce. Ma di ciò si parlerà ancora perché all'avv. Sotgiu non sono state sufficienti neppure tre udienze per esaurire la sua arringa.

LA VENTINOVESIMA UDIENZA.

19 luglio 1949 - L'avv. Sotgiu non è tornato sul tema del cap. Magnani. Ha parlato invece ancora per tutta l'udienza per analizzare scrupolosamente il testimoniale della difesa e la circolare inviata dall’Unione Nazionale Reduci dalla Russia. Diciotto ore di una oratoria impetuosa — che ha reso quasi completamente afono il patrono di parte civile — per concludere che gli imputati non sono riusciti a provare le accuse mosse contro D'Onofrio.

Avv. Sotgiu: 'Pur non facendoci illusioni, attendiamo con tranquilla coscienza la vostra sentenza, signori del Tribunale, non per D'Onofrio, non per noi comunisti, ma per la vostra dignità stessa di cittadini e di magistrati. Io mi auguro, non per noi, ma per l'Italia, per la libertà e per la vostra grande funzione, che la vostra sentenza non sia di quelle che il domani cancella, ma la storia ricorda. La condanna dei diffamatori sarà 'l’orgoglio della magistratura italiana'.

L'avv. Sotgiu ha ripreso la sua arringa affermando che appare evidente dalla dimostrazione fatta, come la prova addotta dagli imputati è miseramente fallita nonostante tutto il testimoniale a discarico fosse stato in precedenza 'organizzato'.

Avv. Sotgiu: 'La posta di questo processo è ben altra che non una semplice campagna diffamatoria. Si tratta di un gioco molto più vasto. Non una delle accuse è stata provata.

Si è parlato di propaganda disfattista di D'Onofrio ed è risultato il contrario; si è parlato di persecuzioni contro coloro che manifestavano idee anticomuniste ed invece è stato dimostrato che nei campi di concentramento si poteva liberamente manifestare il proprio pensiero, si poteva ostentare la divisa fascista e salutare romanamente; non si sono raggiunte prove della verbalizzazione delle risposte date dai prigionieri in sede di conversazioni o di interrogatori come li hanno chiamati gli imputati; si è detto di un proclama invitante il popolo italiano alla ribellione, che è poi risultato essere un ordine del giorno di plauso al Re e a Badoglio; i vostri stessi testimoni che erano delle parti in causa, non hanno potuto confermare le accuse, quando non le hanno smentite, come hanno fatto quei dieci testi, i quali, chiamati a deporre sul fatto che il serg. Montalbano fu condannato a morte per colpa di D'Onofrio, non si sono presentati.

Il col. Longo ha mentito, sotto il vincolo del giuramento, quando è venuto a dire che non faceva parte del gruppo 'Amici dell'Alba'; la prova è nel numero 34 del settimanale e se non ci penserà il pubblico ministero mi assumerò egli stesso il compito di denunciarlo per falsa testimonianza. Il col. Zingales non si è presentato a deporre e ha dichiarato il falso per lettera'.

P. M.: 'Ma il col. Zingales lo avete chiamato voi a deporre!...'.

Avv. Sotgiu: 'Avrei voluto vedere se l’atteggiamento di questi testi sarebbe stato lo stesso e se essi non avrebbero invece rivendicato quanto è scritto, anche da loro, su 'Alba' se l'esito elezioni del 18 aprile fosse stato diverso da quello che è stato'.

Ma forse, in caso di vittoria del Fronte Popolare, sarebbero stati rispediti in Siberia.

Avv. Sotgiu: 'Tutto prova che tutto il processo, come ce lo ha presentato il Pubblico Ministero, viene a crollare e della sua requisitoria non resta neppure la parte relativa alla circolare di Kalinin sui commissari politici'.

Ad un ennesimo appunto mosso dall’avv. Sotgiu al Pubblico Ministero, di non avere cioè approfondito l'indagine dei documenti inerenti al processo e di aver soprattutto accusato D'Onofrio di appartenere alla polizia di Stato sovietica, il dottor Manca è scattato protestando.

Avv. Sotgiu: 'Il Pubblico Ministero, ha parlato di una legge italiana secondo la quale il D'Onofrio avrebbe perduto la cittadinanza, ma ha dimenticato di aggiungere che la stessa legge prevede una intimazione da parte del governo italiano con cui si avverte il cittadino di desistere dalla sua attività all’estero. Del resto sarebbe stato più corretto se il P. M. avesse contestato al querelante l'U.K.S. di Kalinin prima e non proprio all’ultimo momento'.

P. M.: 'Il suo rilievo è ridicolo. Lei sa perfettamente che il numero della 'Pravda' recante quel documento io l'ho avuto dopo'.

Avv. Sotgiu: 'Lei doveva ugualmente contestarlo al D'Onofrio. Non solo non lo ha fatto, ma ha tirato fuori la legge sulla cittadinanza che non riguarda il D'Onofrio, non ricorrendo in ogni caso gli estremi. Per affermare cose tanto gravi occorrono delle prove granitiche e voi non avete portato che falsità'.

C'è stato un vivace scambio di parole fra i due avvocati, è intervenuto anche l'avv. Paone in difesa di Sotgiu, il tutto inframezzato dalle squillanti scampanellate del Presidente che a stento è riuscito a sedare l'incidente, non prima però che Sotgiu avesse tacciato il P. M. di 'antigiuridico'.

L'avv. Sotgiu, ripreso l'argomento, ha poi affermato che la legge italiana sulla cittadinanza non poteva riguardare il D'Onofrio anche per il fatto che essa è applicabile quando l'esule abbia in terra straniera una occupazione retribuita. Il che non riguarda D'Onofrio. Il quale evidentemente in Russia campava d’aria. Ma se anche oggi i gerarchi comunisti sono pagati con rubli sovietici!?!

Avv. Sotgiu: 'A nessuno è lecito oltraggiare l'esule che ha voluto mantenere fede alle proprie idee; ciò facendo si offendono tutti gli italiani i quali subirono infami sentenze dei Tribunali Speciali del fascismo'.

E siamo finalmente alla conclusione dell’arringa, con un altro accenno di passaggio al caso del cap. Magnani il quale non sarebbe rimasto in terra di Russia per ragioni politiche e tanto meno per colpa di D'Onofrio.

Avv. Sotgiu: 'Nessuno ha portato prove a questa accusa e del resto come si potrebbe provare che il Magnani, lo Ioli e gli altri furono trattenuti perché accusati di fascismo quando generali dichiaratamente fascisti sono stati rimpatriati? Il contrario è confermato dalle dichiarazioni rese dal sottosegretario agli esteri on. Brusasca e dal ministro Gasparotto in base alle quali ventisette italiani sono ancora trattenuti in Russia perché sospetti di crimini di guerra. C'è solo da augurarsi che l'inchiesta cui sono sottoposti abbia un esito negativo.

Signori, la vostra coscienza non può aderire ad una tesi che, colpendo Edoardo D'Onofrio, colpisce l'Italia. Assolvere costoro significa condannare quanti oggi siedono ai banchi del governo'.

Forse l'espressione 'banchi del governo' è frutto di un lapsus linguae, volendo l'avv. Sotgiu alludere al settore di estrema sinistra dei banchi del Parlamento e non ai banchi del governo italiano che è... 'nero e reazionario' per definizione, perché non partecipa al blocco filosovietico dei paesi satelliti. Di 'crimini di guerra' delle truppe rosse in Grecia e in Cina agli ordini del Cominform, nessuno parla: forse quei delitti sono... strumenti progressivi di pace e sono discriminati innanzi alla giustizia bolscevica.

LA TRENTESIMA UDIENZA.

20 luglio 1949. - Avv. Mastino Del Rio: 'Questo non è il processo all'antifascismo, ma è soltanto il processo contro Edoardo D'Onofrio, perché — ed è necessario stabilire questo punto fermo — D'Onofrio non aveva nessun diritto di svolgere propaganda nei campi di concentramento di Russia, propaganda la più avvilente e la più bruta perché esercitata su degli uomini non liberi. Non doveva, nello stesso modo che non é consentito al carceriere far propaganda nei confronti dei carcerati'.

Questo ha detto l'avv. on. Mastino Del Rio, iniziando la sua arringa in difesa degli imputati, dopo aver rassicurato il Tribunale sulla brevità del suo discorso. Ed ha proseguito affermando che l'attuale querelante non aveva alcun diritto di umiliare dei vinti e che se lo ha fatto è stato solo per preparare i quadri che avrebbero dovuto diffondere il comunismo in Italia: uno scopo tutt'altro che nobile.

Avv. Mastino Del Rio: 'Le ragioni della difesa — che sono poi le stesse sostanziali ragioni della giustizia — sono state già ampiamente tratteggiate. Non devo fare proseliti, qui, e perciò non farò propaganda anche perché, non ho da riparare a nessuna sconfitta politica ed ho troppo rispetto per la maestà della Giustizia per abbandonarmi all’impressionismo, al colorismo o al terrorismo politico che è affiorato nell'arringa del secondo patrono di Parte Civile'.

La questione è semplice e lineare. È chiaro che qui non si tratta di fare il processo al fascismo o all'antifascismo, né all'ARMIR, né alla resistenza, né alla Russia. Ma si tratta di vedere se le accuse mosse a D'Onofrio dagli imputati sono esatte o no. Perché il sen. D'Onofrio a dato querela? Si è chiesto a questo punto l'oratore. E la risposta è venuta subito dopo quando egli ha detto che la data di presentazione dell’atto di querela è il 16 aprile 1948, cioè a dire due giorni prima delle elezioni politiche. Ma le querele sono armi pericolose e questa volta la bomba è scoppiata nelle mani di chi l'aveva preparata.

Avv. Mastino Del Rio: 'Nel numero unico incriminato si parlava anche di Palmiro Togliatti, ma Togliatti non si è unito alla querela, dimostrandosi così ben più furbo. E di tutti gli altri che nel numero unico furono nominati, e certo non per ricevere lodi e ringraziamenti dai reduci, nessuno s’è fatto vivo: né Roncato, né Fiammenghi, né la signora Torre, né Rizzoli, né Robotti. E nessuno di loro s’è mosso per dare una mano al querelante. Ed ora l’arma puntata verso gli altri si è ritorta sul D'Onofrio stesso il quale finisce per essere il vero imputato di questo processo. Il fatto è che tutti quegli altri hanno avuto paura di presentarsi perché temevano di dover rendere conto delle loro azioni'.

Rievocata la terribile odissea dei nostri prigionieri in terra di Russia, l'avv. Del Rio ha affermato che la verità non giova alla propaganda comunista. Per questo non sono più tornati il cap. Magnani, il ten. Ioli e gli altri: perché, se essi fossero tornati, avrebbero detto certamente la verità sulle loro tristi vicende. Per questo è necessario far credere che le molte decine di migliaia di soldati dell'ARMIR sono morti tutti nella sacca del Don e non di fame, di sete, di tubercolosi nell’orrendo carnaio dei campi di concentramento.

Avv. Mastino Del Rio: 'E poi ci si accusa di speculazione e ci dicono che noi abbiamo suscitato la polemica alla vigilia delle elezioni politiche. Vi ricordate cosa dicevano i 'falsi reduci' in quei giorni di lotta elettorale: 'Mamme d'Italia se volete che i vostri figli tornino dalla Russia votate per il Fronte Popolare?'.

L’avv. Mastino Del Rio ritornando alla situazione dei prigionieri italiani ha osservato che sì, è vero, che il trattamento venne migliorato, ma l'ordine, partito da Stalin, fu dato solo in omaggio all’arrivo nei campi di concentramento di una delegazione della Croce Rossa Internazionale che, come è stato detto qui in udienza, fuggì via inorridita per le impossibili condizioni in cui versavano gli internati.

Avv. Mastino Del Rio: 'L’arrivo degli emigrati politici distrusse la concordia e la fratellanza fra i prigionieri. È proprio in questo momento che sulla scena appare il D'Onofrio. Io mi inchino al passato politico di questo combattente dell’antifascismo, ma debbo aggiungere che vi è un profondo abisso fra il D'Onofrio esule dalla Patria e perseguitato e il D'Onofrio commissario politico, persecutore dei suoi fratelli prigionieri, accecato dall’odio di parte.

Come potevano i soldati italiani non pensare che si trovassero di fronte a dei veri e propri nemici? Cosa fecero gli emigrati perché i loro fratelli non pensassero questo? Nulla fecero: essi si presentarono ai prigionieri come giudici ansiosi di fare il processo alla guerra sui vinti, a coloro i quali si erano battuti per obbedire alle leggi dell’onor militare, essi tacciarono i prigionieri di ladri e di rapinatori, li umiliarono, li minacciarono, li derisero'.

Il difensore, polemizzando con l'avv. Sotgiu, ha quindi affermato, documenti alla mano, che in Russia la Chiesa Cattolica è considerata alla stregua di una organizzazione spionistica alle dipendenze del Vaticano e i preti, naturalmente, delle spie pagate dal Vaticano. Non è vero che in Russia ci sia libertà di culto.

L'avv. Sotgiu aveva letto, nel corso della interminabile arringa, brani tolti da un libro di un cappellano militare, padre Bonadeo, il quale descrive, con accenti di profondo misticismo, una messa che egli aveva celebrato nel campo di Oranki. Il patrono di Parte Civile ne aveva tratto motivo per esclamare, rivolto al Tribunale: 'Ecco l'asserita avversione dei sovietici alla religione' e ciò doveva dimostrare, secondo lui, la falsità dei reduci i quali avevano detto essere proibita laggiù ogni forma di culto esterno. Ma l'on. Mastino Del Rio ha ripreso quella lettura, e l'ha ripresa proprio dal punto dove il prof. Sotgiu l'aveva lasciata. Il sacerdote racconta nel libro che il giorno dopo aver celebrato la Messa fa chiamato a rapporto dal comandante del campo ed accusato di tradimento e di spionaggio e diffidato dal ricadere nello stesso reato.

Anzi nei due reati. I quali, come ebbe a spiegargli lo stesso comandante, consistevano nell’aver celebralo la Messa e nell’aver invitato i prigionieri, che avevano assistito al rito, a pregare. Don Bonadeo fu minacciato di gravi sanzioni se avesse celebrato ancora la Messa. L'on. Mastino Del Rio ha poi ribattuto a lungo le dichiarazioni fatte dai testi di Parte Civile. Di alcuni di essi ha voluto mettere in evidenza il loro passato di fascisti e di volontari di guerra.

Avv. Mastino Del Rio: 'Vorrei dire con Angelo Musco, a questi signori: amico, ogni uomo ha il diritto di essere un buffone, ma tu esageri. Anche questi uomini possono essere giustificati. Diciotto dei venticinque testi d'accusa, in Russia, erano tutti gravemente malati ed avevano urgente necessità di cure e di un miglior trattamento. Per questo essi si piegarono alla propaganda di D'Onofrio, perché erano costretti a mendicare i medicinali. Chi resisteva alla propaganda, infatti, anche se in condizioni di salute pietose, come Padre Turla, veniva scacciato dagli ospedali o dai convalescenziari'.

LA TRENTUNESIMA UDIENZA.

21 luglio 1949. - L’avv. Mastino Del Rio non è riuscito a mantenere la promessa fatta al Tribunale come premessa all’arringa. E del resto non è facile essere brevi quando gli argomenti da esaminare sono tanti e di tanta importanza. Così neppure all'ultimo difensore sono state sufficienti due udienze per concludere. L'on. Del Rio ha spiegato al Tribunale il programma, la struttura, l' essenza e soprattutto gli scopi che la propaganda di D'Onofrio nei campi di concentramento si prefiggeva di raggiungere, ha detto quale dovizia di mezzi fosse stata messa a sua disposizione per dimostrare come su quella propaganda fossero puntate molte grandisperanze.

Avv. Mastino Del Rio: 'D'Onofrio disponeva di un giornale, di una tipografia, di una attrezzata redazione, della energia elettrica e di molto denaro. L'obiettivo era chiaro: diffondere al massimo l'idea comunista fra i prigionieri per creare agenti specializzati da inviare in Italia. La maggior parte di coloro che aderivano lo facevano per porre un rimedio alle miserevoli condizioni di vita e non perché spinti dalla convinzione nella ideologia predicata. Le promesse di vitto, il miraggio di miglioramenti, le minacce, alternate, alle lusinghe erano un ottimo mezzo per attirare i prigionieri, stremati dalla fame. La parola d'ordine era: convertire al comunismo il maggior numero di internati italiani. I mezzi non contavano e chi si opponeva ne subiva le conseguenze come Magnani, Ioli, Don Brevi e tanti altri. Ricordate che Padre Turla ha detto in udienza che l’attuale querelante voleva costringerlo a firmare quello stesso ordine del giorno che il cap. Magnani si rifiutò di sottoscrivere'.

D'Onofrio: 'Non è vero. Io non ho mai costretto nessuno a firmare niente. E poi Padre Turla io non l'ho mai visto... Non stia a raccontar storie...'.

Presidente: 'Lei, egregio senatore, non può e non deve intervenire mentre un avvocato sta parlando. La prego di far silenzio e di non interrompere più la discussione'.

Avv. Mastino Del Rio: 'La ringrazio, signor Presidente, ma mi permetta di chiedere al sen. D'Onofrio che mi spieghi allora per quale ragione i nostri testimoni avrebbero mentito e perché non si debba dar credito alle loro deposizioni. Si tratta, lo sappiamo tutti, di oneste persone da Padre Turla a Don Franzoni, dai col. Russo e Zingales, via via fino agli imputati, tutti valorosi ufficiali. Piuttosto perché non ci spiega D'Onofrio con maggiore chiarezza di quanto non ha fatto le ragioni per cui voleva sapere tante cose dai nostri prigionieri? La spiegazione posso darla io'.

E qui l'avvocato legge un brano del libro di Kravchenko: 'Tu sei comunista e devi portare a conoscenza della direzione del partito tutto ciò che può interessare la direzione del partito stesso, ti piaccia o no'. D'Onofrio non ha potuto sottrarsi a questo imperativo. Ha fatto il suo dovere di comunista.

Avv. Mastino Del Rio: 'D’altro canto lo stesso D'Onofrio ha dichiarato l’obiettivo preciso della propaganda da lui svolta quando, durante la polemica giornalistica, scrisse, nel compiacersi del fatto che molti ex prigionieri erano andati ad ingrossare le file del P.C.I., che tale fenomeno stava a significare che lui e i suoi compagni avevano seminato bene. Ma chi semina vento raccoglie tempesta. E l'attuale querelante la tempesta l'ha raccolta in questa aula di tribunale.

Ma poiché siete stati smascherati nel tentativo di dissimulare i vostri scopi, ora voi volete ripagarvi gettando il discredito su questi ragazzi e non solo su questi ma su tutti i reduci i quali non hanno voluto piegarsi alla vostra volontà e li tacciate di fascisti e di nostalgici, non si sa poi di che'.

E l'on. Mastino Del Rio, esibendo documenti, ha fornito le prove irrefutabili della attività partigiana degli imputati.

Avv. Mastino Del Rio: 'Il teste d'accusa Fidia Gambetti, prima fascista ora comunista, fece delle insinuazioni, in udienza, sulle decorazioni di questi reduci e su quella dell’avv. Taddei, disse che le decorazioni non contano. Ma forse non si ricordava che nel settimanale 'L'Alba', di cui pure egli era attivo collaboratore, campeggiava una grande fotografia di un Primo Maresciallo con il petto coperto di medaglie.

Voi avete aggiunto al danno lo scherno quando avete pensato di farvi forti della lettera che il cap. Magnani riuscì a far pervenire alla propria famiglia e avreste voluto inchiodarlo ad una frase di quella missiva: 'Non ho fatto nulla di cui debba vergognarmi davanti a te e ai miei figli'. Voi avete preso questa occasione per dire che, dunque, Magnani era stato trattenuto chissà per quali colpe misteriose e non per responsabilità di D'Onofrio. E ammesso che sia stato così, perché non ci dite la ragione per la quale il D'Onofrio si rifiutò di dire una sola parola per il Magnani come per tutti gli altri ufficiali trattenuti in Russia? Eppure avrebbe potuto farlo. Si è detto ancora, dalla parte civile, che il D'Onofrio fece pervenire alla famiglia del cap. Magnani un radio messaggio di saluto. Ma quando il messaggio di cui si dice fu radiotrasmesso D'Onofrio e Magnani ancora non si conoscevano, basta confrontare le date'.

Via via che l'arringa si addentra a sviscerare prove, motivi, accuse, episodi, essa si fa più serrata, più demolitrice. Ora l'avv. Mastino Del Rio è tornato a parlare degli interrogatori. La parie civile li ha giustificati adducendo la necessità di raccogliere dati anagrafìci dei prigionieri e tutte le notizie, inerenti alla loro posizione sociale, all'educazione, al titolo di studio.

Avv. Mastino Del Rio: 'Sciocchezze! Ipocrisie! Menzogne! Non esistevano già tutti questi dati nei campi di concentramento? E quale necessità c’era che D'Onofrio fosse accompagnato da un ufficiale della polizia di Stato Sovietica per rilevare dei dati anagrafici? E poi perché quei dati seguivano i prigionieri nei vari trasferimenti da un campo all’altro? E che ciò fosse avvenuto è indiscutibile perché ad alcuni prigionieri furono contestate parole dette in sede di interrogatorio in un altro campo alcuni mesi prima. Come vorreste chiamarli questi se non interrogatori di polizia? Se non vere e proprie investigazioni? Non certo 'conversazioni' come sostiene la Parte Civile'.

LA TRENTADUESIMA UDIENZA.

22 luglio 1949. - L’aula non poteva assolutamente contenere più gente di quanta ne contenesse all’inizio dell’udienza, l'ultima di questo, si può ben dire, strepitoso processo, che ha polarizzato la attenzione dell’opinione pubblica di tutta la nazione. Decine e decine di persone sono state costrette a rimanere fuori nei corridoi nell'attesa che il Tribunale pronunciasse la sua sentenza: attesa silenziosa, tranquilla, sicura; la giustizia non poteva fallire. La verità sarebbe finalmente apparsa nella sua luce sfolgorante.

L'avv. Mastino Del Rio ha concluso rapidamente la propria arringa. Egli ha discusso con chiara oratoria la pura questione di diritto della causa prendendo in esame le asserzioni apparse nel numero unico incriminato ed ha sostenuto che è emersa, nel corso della istruttoria dibattimentale, la prova più completa dei fatti attribuiti al sen. D'Onofrio. E cosi ha proseguito polemizzando con l'avv. Sotgiu.

Avv. Mastino Del Rio: 'Non so se quello che ha affermato il mio illustre contraddittore risponda a verità. Non so se sia vero che, come lui ha detto, l’Unione Nazionale Reduci dalla Russia ha avuto la sovvenzione di un milione dal Ministero dell'Assistenza Post-bellica. Ma mi auguro che sia così perché quel denaro sarà servito ad alleviare le sofferenze di questi sventurati i quali sono rimpatriati nudi e ammalati, perché quel denaro avrà forse potuto sollevare quelle madri e quelle vedove lasciate nella più squallida miseria'.

L'accenno fatto dall’oratore al fatto che tali informazioni furono fornite dai numerosi agit-prop, che si annidano in tutti i ministeri violando i segreti d'ufficio, ha suscitato l'ennesimo e ultimo incidente di questo processo. L'avv. Paone è saltato su eccitatissimo gridando frasi sconclusionate e senza senso: deve aver perduto la testa nell’imminenza della sconfitta.

Avv. Paone: 'Anche i peculati sono segreti d'ufficio?'.

Ma il Presidente è intervenuto con energia e tutto è finito lì. La conclusione dell’on. Mastino Del Rio ha vivamente commosso i presenti.

Avv. Mastino Del Rio: 'Io sento nel mio spirito una calma divina. Sento di aver compiuto fino in fondo il mio dovere. Se nei miei ventisette anni di professione nulla avessi fatto, nessun’altra causa avessi discusso, sarei ugualmente soddisfatto per la mia opera. Oggi il mio sguardo va lontano, oltre i confini della Patria, in uno squallido campo dove vedo tremulare ventisette fiammelle di vita'.

Avv. Mastino Del Rio: 'Signori, voi avete una delicata causa da risolvere, una causa grondante di sangue e di dolore. Se voi condannerete questi giovani, essi usciranno da quest'aula a fronte alta, da soldati quali sono stati e quali sono. Se voi condannerete questi giovani, condannerete a morte i ventisette ufficiali che non hanno fatto ritorno, spegnerete quelle ventisette fiammelle che ancora brillano e sperano. Se voi invece assolverete, non spezzerete quest’ultimo filo di speranza e Iddio e la Patria vi benediranno. Perché la vostra sentenza deve dire a quella Nazione che è preferibile, per gli stessi interessi della sua propaganda, che rimandi i figli alle madri, gli sposi alle mogli'.

In silenzio i giudici si sono alzati e si sono ritirati in camera di consiglio. Sono le 9,45. Il Tribunale rientra nell’aula alle 14,40. Nel più profondo silenzio il presidente dott. Carpanzano si alza e legge il dispositivo della sentenza.

Visti gli articoli 479 e 482 del C. P. P. il Tribunale assolve gli imputati Luigi Avalli, Domenico Dal Toso, Ivo Emett, Giorgio Pittaluga, Ugo Graioni dal reato di diffamazione loro ascritto in ordine ai fatti specificati nei numeri 1 e 2 dell’opuscolo 'Russia' essendo provata la verità dei fatti stessi, e dalle diffamazioni relative ai fatti specificati dai numeri 3 e 4 e dall'ultima pagina dell’opuscolo perché il fatto non costituisce reato. Condanna inoltre il querelante sen. Edoardo D'Onofrio al pagamento delle spese processuali.

A titolo di curiosità ci piace qui ricordare che, durante la sospensione dell’udienza e mentre i giudici erano riuniti in Camera di Consiglio, D'Onofrio si è avvicinato all'avv. Taddei e gli ha detto con una certa vivacità: 'Avete, fatto male ad insistere sulla mia condanna. Se sarò condannato, non staranno meglio quelli che sono rimasti in Russia'. Chi ha riferito la breve ma significativa frase ha forse capito male? Ce lo auguriamo vivamente. Perché, tra l'altro, è buona regola che chi gioca deve essere pronto a perdere e soprattutto a saper perdere con dignità. Sono i serpi che mordono il piede che ha loro pestato la coda...

Il pubblico ha accolto la sentenza nella più grande compostezza e soltanto quando il Tribunale si è definitivamente ritirato e il sipario è finalmente calato su questa dolorosa vicenda, si sono avute le prime reazioni. I reduci sono completamente assediati da parenti e da amici. Fuori, nei corridoi, la folla si è moltiplicata e quando gli avv. Taddei e Mastino Del Rio escono insieme con i loro 'ragazzi' la folla li circonda, li benedice, vuole toccarli, vuole dir loro tutta la devozione, tutto il ringraziamento. Molte donne piangono di commozione e negli occhi dei giovani brillano le lacrime.

Ma nella gioia di tutti non sono stati dimenticati i compagni lontani, coloro che languono ancora nei campi di Russia. I 'ragazzi' hanno chiesto che il totale di lire 3.256.840 cui assommano le spese processuali venga devoluto al Ministero della Difesa perché lo destini a favore delle famiglie dei militari italiani, non criminali di guerra, tuttora trattenuti come prigionieri dal governo sovietico.