|
|
|
|
|
Il Testamento politico del Duce |
|
|
|
|
|
Riportiamo qui per intero l'intervista concessa da Mussolini all'allora direttore del Popolo di Alessandria, Gian Gaetano Gabella, che costituisce poi in realtà Il Testamento politico del Duce. Il colloquio avviene fra i due alla Prefettura di Milano il 20 Aprile 1945; siamo ormai agli ultimi giorni di vita della Repubblica Sociale Italiana e di Mussolini stesso.
|
|
 |
|
|
Particolarmente interessante è l'affermazione di Mussolini su una delle borse dallo stesso custodite e contenenti, a quanto pare, del carteggio relativo a Churchill e le prove dei tentativi fatti per scongiurare la Seconda Guerra Mondiale.
|
|
L'INTERVISTA DI GIAN GAETANO GABELLA RACCONTATA IN PRIMA PERSONA.
|
|
Mussolini mi posò la destra sulla spalla e mi chiese: 'Cosa mi portate di bello?'. Queste le prime parole, che già mi aveva dette quattordici mesi prima, benché con altro tono: un tono più lento, con voce più bassa e stanca. Non seppi rispondere lì per lì. Come al solito, e come succedeva a molti davanti a lui, mi sentii alquanto disorientato e dopo una breve esitazione risposi che ero felice di vederlo, e che gli portavo la raccolta del giornale. Mi battè la mano sulla spalla. Fissandomi, mi disse: 'Vi elogio per quanto avete fatto per il consolidamento della Repubblica Sociale. Pavolini mi ha riferito del vostro discorso a Torino il 23 marzo e del successo che avete ottenuto. Non vi sapevo anche oratore'.
Gli offersi la raccolta del giornale e gli mostrai i grafici della diffusione, della vendita, delle lettere ricevute. Gli consegnai diversi scritti di fascisti, di combattenti, di giovanissimi. Mi fu largo di elogi, specialmente per i tre numeri speciali, ricchi di illustrazioni, dedicati a 'Stellassa' (Umberto di Savoia), 'Pupullo' (Badoglio) e 'Bazzetta' (Vittorio Emanuele III). Sfogliò la raccolta, soffermandosi su alcuni numeri. Rise.
'I tre numeri illustrati per Bazzetta, Pupullo e Stellassa sono fatti veramente bene. Mi hanno divertito. Che tiratura hanno avuto?'.
'Duecentosettantamila copie vendute. Per mancanza di carta non ho potuto far fronte alle trecentottantamila richieste...'.
'Avrete la carta che vi occorre...'. Prese la matita e, stando in piedi, tracciò qualche nota su un foglio di appunti. Allora mi feci animo e gli esposi il caso disgraziato di due camerati bolognesi. Il suo volto si rattristò.
'Farò aver loro diecimila lire. Va bene?'. Volle sapere i nomi e gli indirizzi. Li scrisse egli stesso, negli appunti. Poi mi chiese: 'Desiderate qualche cosa da me?'. Dopo un momento di perplessità risposi: 'II mio premio l'ho già avuto, è stato l'elogio che avete voluto farmi. Oso troppo se vi chiedo una dedica?'. Gli mostrai una grande fotografia. La fissò un attimo, scosse il capo. Evidentemente, non era troppo soddisfatto dell'immagine. Poi tornò al tavolo, si sedette, prese la penna e scrisse: 'A Gian Gaetano Cabella, pilota de Il Popolo di Alessandria, con animo della vecchia guardia. B. Mussolini, 20 aprile XXIII'.
Posò la penna. Volle vedere i grafici. La tiratura del giornale era descritta da un diagramma. Vi era tracciata una linea ascendente, con leggere contrazioni, qua e là. 'A che cosa attribuite queste diminuzioni di vendita?'.
'Credo che occorra ogni tanto, specie dopo numeri di grande rilievo esteriore, fare uscire qualche numero pallido, senza forti titoli'.
Esposi, poi, brevemente i criteri che seguivo e che mi parevano giusti, quindi soggiunsi: siete stato maestro. Conservo la raccolta de l'Avanti! e quella del Popolo d'Italia...'.
Mussolini scosse la testa, stette un attimo pensoso e osservò: 'Si nasce giornalisti come si nasce compositori o tecnici. Creare il giornale è come conoscere la gioia della maternità. Non può dare un concerto con soli tromboni e grancasse. Il pubblico, dopo i primi istanti di sbalordimento, finirebbe con l'abituarvisi. Vedo che siete anche un abile amministratore. Siete genovese...'.
Si soffermò sul grafico che riguardava la corrispondenza ricevuta dal pubblico, lettori e lettrici e osservò: 'Molte lettere anonime, vedo'.
Mussolini sorrise: 'Ho visto le fotografie della vostra redazione'.
'Nel mese di marzo -precisai - su 2785 lettere ricevute, 360 sono state anonime'.
'Oltre 2400 lettere non anonime in un mese: sono moltissime. Fate rispondere?'.
Gli dissi che rispondevo personalmente a tutti nella rubrica 'II Direttore risponde' e, gran parte direttamente.
'Ho constatato che così facendo, sì ottiene una grande pubblicità. Chi riceve, specie in un piccolo centro, una lettera personale del direttore, la fa vedere a più persone. Automaticamente diventa un fedele propagandista'. Mussolini prese il pacchetto delle lettere che gli avevo portato. Gli feci osservare che avevo diviso le missive in tre gruppi. Volle tenerle tutte.
'Se avrò tempo, le leggerò stasera'.
Intanto aprì tre lettere che avevo messo più in vista: una di una signora che abitava presso Torino; un'altra di un giovane volontario, Puni, di Torino; la terza di una personalità ligure. 'Ringrazierete la signora e il ragazzo. Lasciatemi l'altra: farò rispondere direttamente. Avete qualche cosa ancora da dirmi?'.
'Ho due collaboratori, un fascista e un vecchio socialista fiorentino...'.
Mussolini mi disse subito i nomi di entrambi e aggiunse: 'Fate loro i miei elogi. Dite loro che leggo gli articoli che scrivono, con interesse'.
Ebbi l'impressione che l'udienza fosse per finire. Mussolini aveva riaperta la raccolta del giornale e, in ultimo, aveva trovato le copie del giornale II Monarchico, che avevo stampato alla macchia facendo finta fosse l'organo di un gruppo monarchico 'C. Cavour' di Torino, e una copia del 'Grido di Spartaco', che avevo stampato clandestinamente. Mussolini rise, ed esclamò: 'Mi sono piaciuti. Anche per questo lavoro vi elogio'.
Allora mi feci animo: 'Duce, permettete che vi rivolga qualche domanda?'.
Mussolini si alzò. Mi venne vicino. Guardandomi negli occhi, con un accento e un'espressione che non dimenticherò mai, mi chiese d'improvviso: 'Intervista o testamento?'.
A quella domanda inaspettata io rimasi esterrefatto. Non seppi cosa rispondere. Non sfuggì la mia emozione a Mussolini, che cercò di dissipare la mia confusione con un sorriso bonario. 'Sedetevi. Ecco una penna e la carta. Sono disposto a rispondere alle domande che mi farete'.
In preda ad una grande agitazione, mi sedetti alla sua sinistra. La sua mano era vicina alla mia. Molte idee mi si affollavano nella mente, ma tutte imprecise. Finalmente formulai una domanda assai generica: 'Qual è il vostro pensiero, quali sono i vostri ordini, in questa situazione?'. Invece di 'ordini' dissi 'disposizioni'; ma siccome nel testo dell'intervista, che il giorno dopo Mussolini rivide, corresse e siglò, sta scritto 'ordini', lasciò l'espressione ch'egli stesso approvò. Debbo aggiungere che, quantunque io abbia preso nota con la maggiore attenzione possibile di quanto Mussolini mi andava dicendo, non ho potuto, nelle giornate che seguirono il colloquio, riferirlo con esattezza minuta, rigorosa.
Solo a distanza di tempo, oggi, ricordo bene; con assoluta precisione. Perciò posso completare ciò che non mi fu possibile allora. Ecco il perché di queste note, delle note che seguiranno.
Alla mia domanda, Mussolini, a sua volta domandò: 'Voi cosa fareste?'.
Debbo aver accennato un gesto istintivo di sorpresa. Mussolini mi toccò il braccio, e sorrise di nuovo: 'Non vi stupite. Faccio questa domanda a tutti. Desidero sentire il vostro parere'.
'Duce, non sarebbe bello formare un quadrato attorno a voi e al gagliardetto dei Fasci e aspettare, con le armi in pugno, i nemici? Siamo in tanti, fedeli, armati...'.
'Certo, sarebbe la fine più desiderabile, ma non è possibile fare sempre ciò che si vuole. Ho in corso delle trattative. Il Cardinale Schuster fa da intermediario. Non sarà versato sangue'.
Veramente disse: 'Ho l'assicurazione che non sarà versata una goccia di sangue'.
'Un trapasso di poteri. Per il governo, il passaggio fino in Valtellina, dove Onori sta preparando gli alloggiamenti. Andremo anche noi in montagna per un po' di tempo'.
Osai interromperlo: 'Vi fidate, Duce, del Cardinale?'.
Mussolini alzò gli occhi e fece un gesto vago con le mani.
'È viscido. Ma non posso dubitare della parola di un Ministro di Dio. È la sola strada che debbo prendere. Per me è comunque finita. Non ho più diritto di esigere sacrifici dagli italiani'.
'Ma noi vogliamo seguire la vostra sorte...'.
'Dovete ubbidire. La vita dell'Italia non termina in questa settimana o in questo mese. L'Italia si risolleverà. E questione di anni, di decenni, forse. Ma risorgerà, e sarà di nuovo grande, come l'avevo voluta io'.
Dopo una brevissima pausa, continuò: 'Allora sarete ancora utili per il Paese. Trasmetterete ai figli e ai nipoti la verità della nostra idea, quella verità che è stata falsata, svisata, camuffata da troppi cattivi, da troppi malvagi, da troppi venduti e anche da qualche piccola aliquota di illusi'.
Forse Mussolini non disse: 'troppi'. Ho l'impressione che dicesse solo: 'malvagi e venduti'.
Quando rilesse le righe che seguono, le segnò a lato; e fece un gesto con la testa come per farmi comprendere che l'espressione non gli era troppo piaciuta. Tuttavia non la cancellò.
La sua voce aveva i toni metallici che tante volte avevo udito nei suoi discorsi. Poi, con fare più pacato, continuò: 'Dicono che ho errato, che dovevo conoscere meglio gli uomini, che ho perduta la testa, che non dovevo dichiarare la guerra alla Francia e all'Inghilterra. Dicono che mi sarei dovuto ritirare nel 1938. Dicono che non dovevo fare questo, e che non dovevo fare quello. Oggi è facile profetizzare il passato'.
'Ho una documentazione che la storia dovrà compulsare per decidere. Voglio solo dire che, a fine maggio e ai primi di giugno del 1940 se critiche venivano fatte, erano per gridare allo scandalo di una neutralità definita ridicola, impolitica, sorprendente. La Germania aveva vinto. Noi non solo non avremmo avuto alcun compenso, ma saremmo stati certamente, in un periodo di tempo più o meno lontano, invasi e schiacciati'.
Mussolini mi disse di far risaltare che le frasi da lui sottolineate riguardavano i discorsi del gente. Egli stesso sottolineò con segno più forte l'espressione: 'La Germania aveva vinto', tutto ciò che segue.
'E cosa fa Mussolini? Quello si è rammollito. Un'occasione d'oro così, non si sarebbe, più ripresentata'. Così dicevano tutti e specialmente coloro che adesso gridano che si dove rimanere neutrali e che solo la mia megalomania e la mia libidine di potere, e la mia debolezza nei confronti di Hitler aveva portato alla guerra. La verità è una: non ebbi pressioni Hitler. Hitler aveva già vinta la partita continentale. Non aveva bisogno di noi. Ma non si poteva rimanere neutrali se volevamo mantenere quella posizione di parità con la Germania che fino allora avevamo avuto. I patti con Hitler erano chiarissimi. Ho avuto ed ho per lui la massa stima. Bisogna distinguere fra Hitler ed alcuni suoi uomini più in vista...'.
A queste considerazioni Mussolini ne aggiunse varie altre. Questa ad esempio: 'Ho parlato col Fuhrer della sistemazione di Europa e Africa. Non abbiamo avuto divergenze di idee. Già all'epoca delle trattative per lo sgombero dell'Alto Adige, controprova indiscutibile delle sue oneste e solidali intenzioni, il Fuhrer dimostrò buon volere e comprensione'.
La sistemazione dell'Europa avrebbe dovuto attuarsi in questo modo: 'L'Europa divisa in due grandi zone di influenza: nord e nord-est influenza germanica, sud-est e sud-ovest influenza italiana. Cento e più anni di lavoro per la sistemazione di quei piano gigantesco. Comunque, cento anni di pace e di benessere. Non dovevo forse vedere speranza e con amore una soluzione di questo genere e di questa portata?'
Anche qui Mussolini trovò che non avevo scritto tutto quanto egli aveva espresso. Nella riga in cui si registravano le sue parole a proposito della utopistica suddivisione delle materie prime fra i popoli della Terra, corresse un errore madornale. Arrossii. Egli se ne accorse e rise. Poi disse: 'Quando vi si incolpa di avere sbagliato, dite pure che Mussolini sbaglia dodici volte al giorno!'. Quindi proseguì: 'Abbiamo avuto diciotto secoli di invasioni e di miserie, e di denatalità e di servaggio, e di lotte intestine e di ignoranza. Ma, più di tutto, di miseria e di denutrizione. Venti anni di Fascismo e settanta di indipendenza non sono bastati per dare all'anima di ogni italiano quella forza occorrente per superare la crisi e per comprendere il vero. Le eccezioni, magnifiche e numerosissime non contano. Questa crisi, cominciata nel 1939, non è stata superata dal popolo italiano.
Risorgerà, ma la convalescenza sarà lunga e triste e guai alle ricadute. Io sono come il grande clinico che non ha saputo fare la cura...'.
Qui corresse: 'cura'. (lo avevo scritto: diagnosi). Ci pensò su un attimo, poi aggiunse: 'la diagnosi era giusta!'. Mi guardò. Mi disse: 'aggiungeremo qualche altra considerazione... esatta e che non ha più la fiducia dei familiari dell'importante degente. Molti medici si affollano per la successione. Molti di questi sono già conosciuti per inetti; altri non hanno che improntitudine o gola di guadagno. Il nuovo dottore deve ancora apparire. E quando sorgerà, dovrà riprendere le ricette mie. Dovrà solo saperle applicare meglio'.
'Un accusatore dell'ammiraglio Persano, al quale fu chiesto che colpa, secondo lui, aveva l'Ammiraglio: 'quella di aver perduto' rispose. Così io. Ho qui delle tali prove di aver cercato con tutte le mie forze di impedire la guerra che mi permettono di essere perfettamente tranquillo e sereno sul giudizio dei posteri e sulle conclusioni della Storia'.
Nel dire 'ho qui tali prove', indicò una grande borsa di cuoio. Mi sembra, delle tre, fosse quella di pelle gialla. Poi toccò una cassetta di legno.
'Non so se Churchill è, come me, tranquillo e sereno. Ricordatevi bene: abbiamo spaventato il mondo dei grandi affaristi e dei grandi speculatori. Essi non hanno voluto che ci fosse data la possibilità di vivere. Se le vicende di questa guerra fossero state favorevoli all'Asse, io avrei proposto al Fuhrer, a vittoria ottenuta, la socializzazione mondiale'.
Mussolini sorrise lievemente quando parlò della sua serenità e tranquillità. Sorrise di nuovo quando fece cenno a Churchill. Il sorriso si mutò in una smorfia di disprezzo allorché parlò degli affaristi e degli speculatori.
'La socializzazione mondiale, e cioè: frontiere esclusivamente a carattere storico; abolizione di ogni dogana; libero commercio fra paese e paese, regolato da una convenzione mondiale; moneta unica e, conseguentemente, l'oro di tutto il mondo di proprietà comune e così tutte le materie prime, suddivise secondo i bisogni dei diversi paesi; abolizione di ogni armamento. E poi le Colonie: quelle evolute, erette a Stati indipendenti; le altre, suddivise fra quei paesi più adatti per densità di popolazione, o per altre ragioni, a colonizzare ed a civilizzare; libertà di pensiero e di parola e di scritto regolate da limiti: la morale, per prima cosa, ha i suoi diritti'.
Mussolini disse precisamente: 'Libertà di pensiero, di parola e di stampa? Sì, purché regolata e moderata da limiti giusti, chiaramente stabiliti. Senza di che, si avrebbe anarchia e licenza. E ricordatevi, sopra tutto la morale deve avere i suoi diritti. Ogni religione liberissima di propagandarsi: siamo stati i primi, i soli, a ridare lustro e decoro e libertà e autorità alla Chiesa cattolica. Assistiamo a questo straordinario spettacolo: la stessa Chiesa alleata ai suoi più acerrimi nemici'.
Mussolini aveva dettato: 'alla Chiesa'. Poi aggiunse: 'cattolica'. Quindi spiegò: 'La Chiesa cattolica non vuole, a Roma, un'altra forza. La Chiesa preferisce degli avversari deboli a degli amici forti. Avere da combattere un avversario, che infondo non la possa spaventare e che le permetta di avere a disposizione degli argomenti coi quali ravvivare la fede, è indubbiamente un vantaggio'. Strinse le mani assieme e proseguì: 'Diplomazia abile, raffinata. Ma, a volte, è un gran danno fare i superfurbi. Con la caduta del Fascismo, la Chiesa cattolica si ritroverebbe di fronte a nemici d'ogni genere: vecchi e nuovi nemici. E avrebbe cooperato ad abbattere un suo vero, sincero difensore. Nel sud, nelle zone così dette liberate, l'anticlericalismo ha ripreso in pieno il suo turpe lavoro. 'L'Asino' è, in confronto a pubblicazioni di questi ultimi tempi, un bollettino parrocchiale.
Anche in questo campo, gli stessi uomini che oggi non vogliono vedere, saranno unanimi a deprecare la loro pazzia o la loro malafede. Se la vittoria avesse arriso a noi, questo programma avrei offerto al mondo e ancora una volta, sarebbe stata Roma a dare la luce all'Umanità'.
A questo punto Mussolini tacque. Si alzò e si avvicinò alla finestra. Avevo cercato di fissare gli appunti nel modo il più esatto possibile, tenendo dietro a mala pena alle sue parole, specie quando la foga del discorso gli faceva affrettare la velocità dell'espressione. Le cartelle erano oramai più di trenta. Finalmente Mussolini si distaccò dalla finestra. Si rivolse di nuovo a me e riprese: 'Mi dissero che non avrei dovuto accettare, dopo l'armistizio di Badoglio e la mia liberazione, il posto di Capo dello Stato e del governo della Repubblica Sociale. Avrei dovuto ritirarmi in Svizzera, o in uno Stato del Sud America. Avevo avuto la lezione del 25 luglio. Non bastava, forse? Era libidine di potere, la mia? Ora chiedo: avrei dovuto davvero estraniarmi?'.
Nell'esemplare del dattiloscritto dell'intervista che gli presentai all'indomani, Mussolini sottolineò energicamente le frasi interrogative.
'Ero fisicamente ammalato. Potevo chiedere, per lo meno, un periodo di riposo. Avrei visto lo svolgersi degli avvenimenti. Ma cosa sarebbe successo? I tedeschi erano nostri alleati. L'alleanza era stata firmata e mille volte si era giurata reciproca fedeltà, nella buona e nella cattiva sorte. I tedeschi, qualunque errore possano aver commesso erano, l'8 settembre, in pieno diritto di comportarsi e calcolarsi traditi. I 'traditori' del 1914 erano gli stessi del 1943. Avevano il diritto di comportarsi da padroni assoluti. Avrebbero senz'altro nominato un loro governo militare di occupazione. Cosa sarebbe successo? Terra bruciata, carestia, deportazioni in massa, sequestri, disoccupazione, lavori obbligatori. La nostra industria, i nostri valori artistici, industriali, privati, tutto sarebbe stato bottino di guerra. Ho riflettuto molto. Ho deciso, ubbidendo all'amore che io ho per questa divina adorabile terra.
Ho avuta precisissima la convinzione di firmare la mia sentenza di morte. Non avevo importanza più. Dovevo salvare il più possibile vite ed averi, dovevo cercare ancora una volta di fare del bene al Popolo d'Italia. E la moneta di occupazione, i marchi di guerra, che già erano stati messi in circolazione, sono stati per mia volontà ritirati. Ho gridato. Oggi saremmo con miliardi di carta buona per bruciare. Invece nel Sud, i governanti legali, hanno accettato le monete di occupazione. La nostra lira nel Regno del Sud non ha praticamente più valore. La più tremenda delle inflazioni delizia quelle regioni così dette liberate. Quando arrivammo nel Nord, in questo Nord che la Repubblica Sociale ha governato malgrado bombardamenti, interruzioni di strade, azioni di partigiani e di ribelli, malgrado la mancanza di generi alimentari e di combustibili,
in questo Nord dove il pane costa ancora quanto costava diciotto mesi fa e dove si mangia alle Mense del Popolo anche a otto lire, quando arriveranno a liberare il Nord, porteranno, con altri mali, l'inflazione. Il pane salirà a cento lire il chilo e tutto sarà in proporzione...'.
Credo di aver qui reso abbastanza bene il pensiero di Mussolini perché all'indomani, rileggendo queste cartelle egli approvava con frequenti cenni del capo.
'Mi sono imposto e ho avuto uomini che mi hanno ubbidito. Non si è stampato che il minimo occorrente, di moneta. Ho però autorizzato le banche ad emettere degli assegni circolari, questi tanto criticati assegni. Non sono tesaurizzabili: ecco la loro importanza. La lira-moneta automaticamente viene richiesta, acquista credito, le rendite e i consolidati sono a 120, e dobbiamo frenare un ulteriore aumento. Tutto questo, ho fatto. Ho impedito che i macchinari venissero trasportati in Baviera. Ho cercato di far tornare migliaia di soldati deportati, di lavoratori rastrellati. Anche su questo punto, occorre parlar chiaro: ho dei dati inoppugnabili. Oltre trecentosessantamila lavoratori hanno chiesto volontariamente di andar a lavorare in Germania, e hanno mandato, in quattro anni, alcuni miliardi alle famiglie. Altri trecentoventimila operai sono stati arruolati dalla Todt.
Dalla Germania sono tornati oltre quattrocentomila soldati e ufficiali prigionieri, o perché hanno optato per noi, o per mio personale interessamento secondo i casi più dolorosi. Ho impedito molte fucilazioni anche quando erano giuste. Ho cercato, con tre decreti di amnistia e di perdono, di procrastinare il più possibile le azioni repressive che i Comandi germanici esigevano per avere le spalle dei combattenti protette e sicure. Ho distribuito a povera gente, senza informarmi delle idee dei singoli, molti milioni. Ho cercato di salvare il salvabile. Fino ad oggi l'ordine è stato mantenuto: ordine nel lavoro, ordine nei trasponi, nelle città.
I ribelli ci sono. Sono molti; ma, salvo qualche aliquota di illusi, la grande massa è composta di renitenti, di disertori, di evasi dalle galere e dai penitenziari. Gli alleati sanno perfettamente questo, ma sanno anche che queste formazioni sono utilissime per i loro sforzi di guerra. Poi, a liberazione avvenuta, succederà come in Grecia. Sul vostro giornale avete messa in giusta evidenza la disperata trasmissione dei partigiani greci in lotta contro i liberatori inglesi'.
Era stata captata una radiotrasmissione clandestina di partigiani greci in lotta contro i britannici. Detti risalto alla notizia, e feci distribuire alcune migliaia di copie del giornale nelle zone partigiane. 'Dovevo, di fronte ad una situazione che vedevo tragicamente precisa, disertare il mio posto di responsabilità? Leggete: sono i giornali del Sud. Mussolini prigioniero dei tedeschi. Mussolini impazzito. Mussolini ammalato. Mussolini con la sua favorita. Mussolini con la paralisi progressiva. Mussolini fuggito in Brasile'. Mussolini mi mostrava i ritagli. Ne leggeva i titoli ad alta voce. Ogni volta, dopo aver scandito le sillabe di ogni titolo, sollevava gli occhi per vedere la mia reazione. Poi strinse il pugno e lo battè con energia sul tavolo.
'Invece sono qui, al mio posto di lavoro, dove mi troveranno i vincitori. Lavorerò anche in Valtellina. Cercherò che il mondo sappia la verità assoluta e non smentibile di come si sono svolti gli avvenimenti di questi cinque anni. La verità è una'.
'Ma c'è è ancora una speranza? Ci sono le armi segrete?'.
'Ci sono. Se non fosse avvenuto l'attentato contro Hitler nell'estate scorsa, si avrebbe avuto il tempo necessario per la messa in azione di queste armi. Il tradimento anche in Germania ha provocato la rovina, non di un partito, ma della patria'.
Più esattamente Mussolini disse: 'Ci sono: sarebbe ridicolo e imperdonabile bluffare'.
E quando pronunciò la parola 'tradimento' esclamai: 'Ma noi vi siamo stati e vi saremo sempre fedeli'. Egli, allora, mi pose la mano sul braccio e mi disse con accento triste: 'Quanti giuramenti! Quante parole di fedeltà e di dedizione! Oggi solo vedo chi era veramente fedele, chi è veramente fascista! Siete voialtri, sempre gli stessi fedeli delle ore belle e delle ore gravi. Facile era osannare nel 1938! Ho una tale documentazione di persone che non sapevano più che fare per piacermi! E al primo apparire della tempesta, prima si sono ritirati prudentemente per osservare lo svolgersi degli avvenimenti. Poi si sono messi dalla parte avversaria. Che tristezza. Ma che conforto, finalmente, poter vedere che vi sono i puri, i veri, i sinceri. Tradire l'idea... tradire me... ma tradire la Patria'.
Quindi, proseguendo a parlare delle armi segrete tedesche, dichiarò: 'Le famose bombe distruttrici sono per essere approntate. Ho, ancora pochi giorni fa, avuto notizie precisissime. Forse Hitler non vuole vibrare il colpo che nella assoluta certezza che sia decisivo. Pare che siano tre, queste bombe e di efficacia sbalorditiva. La costruzione di ognuna è tremendamente complicata e lunga. Anche il tradimento della Romania ha influito, in quanto la mancanza della benzina è stata la più terribile delle cause della perdita della supremazia aerea. Venti, trentamila apparecchi fermi o distrutti al suolo. Mancanza di carburante. La più tremenda delle tragedie'.
'Duce, pensate che inglesi e americani possano vedere i russi arrivare nel cuore dell'Europa? Non sarà possibile una presa di posizione...?'.
'I carri armati che penetrano nella Prussia Orientale sono di marca americana'.
A questo punto Mussolini volle precisare che non riteneva, oramai, più possibile sperare in un capovolgimento del fronte. Disse anche: 'Forse Hitler si illude'. Poi aggiunse: 'Eppure, si sarebbe ancora in tempo, se...'. Alzò le sopracciglia, fece un ampio gesto con le mani, come per farmi capire: 'Tutto è possibile, ma il compito degli alleati è di distruggere l'Asse. Poi...'.
'Poi ?... Ve l'ho detto. Scoppierà una terza guerra mondiale. Democrazie capitalistiche contro i bolscevismo capitalistico. Solo la nostra vittoria avrebbe dato al mondo la pace con la giustizia. Mi hanno tanto rinfacciata la forma tirannica di disciplina che imponevo agli italiani. Come la rimpiangeranno. E dovrà tornare se gli italiani vorranno essere ancora un Popolo e non un agglomerato di schiavi. E gli italiani la vorranno. La esigeranno. Cacceranno a furor di popolo i falsi pastori, i piccoli malvagi uomini asserviti agli interessi dello straniero. Porteranno fiori alle tombe dei martiri, alle tombe dei caduti per un'idea che sarà la luce e la speranza del mondo. Diranno, allora, senza piaggeria, e senza falsità: Mussolini aveva ragione'.
Mussolini a questo punto prese le cartelle dove avevo messo gli appunti.
'Non farete un articolo. Riprendete da questi appunti quello che vi ho detto. Dopodomani mattina mi porterete il dattiloscritto. Se ne avrò tempo riprenderemo fra qualche giorno questo lavoro'.
Dissi al Duce che in anticamera c'era il mio redattore capo, già direttore di un settimanale di Brescia. Mussolini lo fece chiamare. Rimanemmo ancora dieci minuti in udienza.
Ho terminato stanotte, 21-22 aprile queste note, che porterò domani al Duce. Per mancanza di carta, ho dovuto scrivere le ultime quattro cartelle al rovescio delle prime quattro. Spero di aver interpretato il pensiero del Duce. Viva Mussolini! Viva la Repubblica Sociale! Viva il Fascismo!
Terminata la dettatura entrò il redattore capo sottotenente Lucarini. Mussolini si intrattenne con noi ridendo e scherzando per circa un quarto d'ora. Quando uscimmo nell'anticamera fummo circondati da gerarchi e camerati. Vittorio Mussolini volle vedere la fotografia, Mezzasoma disse: 'E ben raro che egli scriva delle dediche così'.
Dopo di che mi accinsi al lavoro. Lavorai tutta la notte. Quel numero del 21 aprile, però, uscì più. La notte seguente misi in ordine gli appunti. Lavorai come potei. Tre allarmi aerei; tre volte la luce si spense. La mattina del 22, alle 11, tornai in Prefettura, Mussolini era fuori. Fece ritorno alle 12,40. Attraversò l'anticamera con passo rapido. Rispose con aria stanca ai nostri saluti. Quando fu sulla, soglia della sua stanza da lavoro, si voltò e mi fece cenno di attendere.
Barracu, dopo una decina di minuti, mi introdusse da lui. Stava mangiando. Avevano portato un 'cabaret' con una zuppiera. Sorbì alcune cucchiaiate di minestra. Mangiò un po' di verdura, un pezzettino di lesso, due patate e una carota bollita. Poi una mela. Bevve due dita di acqua minerale. Quindi si volse verso di me, e mi disse: 'Fatemi vedere il vostro lavoro '. Scostò delle carte. Lesse con attenzione, lentamente. Il suo volto aveva visibili tracce di stanchezza. Alla distanza di sole quarantott'ore, sembrava molto invecchiato. Corresse e tracciò molti segni, come risulta dal dattiloscritto. Alla fine mi disse: 'Va bene. Ci rivedremo forse in questi giorni. Qualunque cosa accada, non fate vedere ad alcuno questo scritto. Se dovesse accadere il crollo, per tre anni tenetelo nascosto. Poi fate voi, secondo le vicende e il vostro criterio. Ora andate'.
Salutai senza poter dire una parola. Mi sorrise e fece un gesto di arrivederci. Uscii dalla Prefettura con l'animo in tumulto. Non dovevo più rivederlo. (Milano, 22 aprile 1945).
|
|
|
|
|
|
|