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| Le foibe - L'esodo |
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Nel paese di Crevatini, assegnato dopo una lunga disputa alla Jugoslavia, tutti gli abitanti, senza eccezione, scelsero la triste via dell'esodo. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.8)
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I potenziali sfrattati restavano fino all'ultimo attorno alle loro case, nella speranza che l'avanzata dei paletti deviasse il percorso. Seguivano immancabilmente scene strazianti. Poche famiglie, non sempre di nazionalità slovena, accettarono di buon grado la loro sorte, le altre difesero fino all'ultimo le loro proprietà fra le imprecazioni degli uomini e i pianti delle donne. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.9)
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Complessivamente, l''Operazione Giardinaggio' era costata all'Italia ventisette borgate abitate da 1.340 famiglie pari a 3.855 individui. Già alla fine di quella settimana 2.941 di essi avevano 'scelto la libertà' pur sapendo che l'Italia non li avrebbe accolti a braccia aperte... Erano gli ultimi spiccioli della cambiale della seconda guerra mondiale che la Venezia Giulia pagava per conto di tutti gli italiani. La sera del 25 ottobre 1954, mentre i nostri bersaglieri si concentravano a Duìno per raggiungere Trieste, le truppe iugoslave si attestarono lungo il nuovo confine. Dietro di loro venivano gli autocarri con i coloni che si sarebbero stabiliti nelle case abbandonate. Nell'oscurità si udiva
il canto un po' assonnato di Bandiera rossa, in italiano. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.10)
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Oggi i superstiti di questa 'pulizia etnica' ante litterain sono sparsi in Italia e nel mondo in una diaspora verso la quale la madrepatria si è dimostrata obiettivamente ingrata e anche ipocrita. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.12)
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Se nella zona 'A' la situazione era grave, nella zona 'B' era tragica. Già prima del 12 giugno oltre 20.000 italiani avevano abbandonato il territorio istriano per rifugiarsi a Trieste o in altre città italiane. Erano fuggiti perché ormai consapevoli che né gli Alleati, né il governo italiano sarebbero mai intervenuti in loro difesa. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.136)
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Questa povera gente, che in realtà stava pagando per conto di tutti gli italiani la cambiale della guerra fascista, non era infatti accolta in madrepatria da slanci di solidarietà. Dalla sinistra, per esempio, i profughi erano osservati con sospetto e accolti come ospiti indesiderati. D'altra parte la loro fuga dalla Jugoslavia 'democratica' suonava come una chiara denuncia del regime comunista che vi era stato instaurato. Di conseguenza, i loro drammatici racconti venivano definiti volgari menzogne, tanto è vero che, come era accaduto con gli italiani della Venezia Giulia che gli slavi definivano genericamente 'fascisti', anche i profughi istriani in Italia furono sbrigativamente definiti tali. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.143)
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Qualche settimana dopo, per riparare al moto di indignazione sollevato in Italia dalle dure parole di Vysinskij, che avevano creato sconcerto anche negli ambienti di sinistra, Palmiro Togliatti si recò a Belgrado per incontrare Tito. Il 6 novembre 1946, rientrato in Italia, Togliatti rilasciò all''Unità' una clamorosa intervista nella quale, sotto il titolo 'Viva l'intesa italo-jugoslava!', il segretario del Pci annunciava che il Maresciallo Tìto era disposto a lasciare Trieste all'Italia qualora, in cambio, l'Italia acconsentisse a lasciare Gorizia alla Jugoslavia. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.148)
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Giorno per giorno le case di Pola si svuotano. Gli italiani se ne vanno nella proporzione dì diciannove su venti. Giorno per giorno dalla periferia avanzano gli slavi: quelli residenti da anni nei sobborghi e quelli che continuamente filtrano attraverso la 'linea'. […] Fra le tante vessazioni cui gli italiani erano sottoposti c'era infatti anche una 'lista nera' di oggetti e strumenti casalinghi il cui trasporto in Italia era rigorosamente vietato. Fra questi, le macchine da cucire, le biciclette, eventuali motoveicoli, apparecchi radio e qualsiasi tipo di elettrodomestico. I partenti venivano così a trovarsi nella situazione di alienare le proprie cose regalandole ai vicini di casa che non partivano oppure a venderle a prezzi da strozzinaggio. Un'altra angheria riguardava la somma di denaro che
ogni cittadino poteva portare all'estero. Prima dell'esodo, la somma era libera salvo che le lire dovevano essere cambiate in dinari nella proporzione imposta dai titini di uno a tre. Successivamente, quando furono aperte le opzioni, la somma fu ridotta a tremila dinari mentre il cambio veniva fissato alla pari. […] Alla frontiera o davanti agli scali, i partenti subivano lunghe e minuziose perquisizioni. Per ore ed ore, mentre cresceva l'angoscia, i drusi e le drugarice, i compagni e le compagne, di guardia ai confini aprivano ad una ad una le casse d'imballaggio per sottoporle a controlli interminabili, mentre gli optanti incolonnati su lunghe file erano sottoposti a perquisizioni che si spingevano fino alla biancheria intima. I miliziani frugavano dappertutto e più di una collanina, di un anello, di
un orologio venivano strappati ai legittimi proprietari. I partenti erano infatti alla completa mercé dei doganieri senza che nessuna legge li tutelasse e ne garantisse i più elementari diritti. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.154-155)
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Tutto questo accadeva a Pola nel febbraio del 1947 sotto gli occhi del generale inglese Robert W. De Winton, governatore uscente della città, dopo che la firma del Trattato di pace l'aveva assegnata agli jugoslavi. 'Ciò che più indigna' scriveva Indro Montanelli, testimone oculare dell'esodo degli italiani dall'lstria 'non è tanto l'abbandono di Pola quanto il modo in cui viene eseguito; in uno stillicidio di morti, nella continua insicurezza delle persone, in una ragnatela di difficoltà per i nostri e di condiscendenza per gli altri: tutto per 'sdrammatizzare', tutto per negare che esista un problema palesano'. […] Nella sua indignata corrispondenza, Montanelli non esita a polemizzare anche con coloro che in quei giorni, in Italia, tentavano di mascherare la 'pulizia etnica' attuata spregiudicatamente
dai titini con la teoria diffusa ad arte secondo la quale l'esodo era espressione dei ricchi borghesi e dei fascisti che fuggivano dal comunismo. Confessa il giornalista: […] 'Mi ingannavo. Per il 90 per cento questi esuli sono dei poveri diavoli e le loro masserizie ne denunciano la miseria. […] L'unico italiano di Pola (persino due pazzi: un maschio e una femmina, hanno voluto fuggire) che aveva mostrato intenzione di rimamere, è un professore comunista che, subito dopo la liberazione, fondò un circolo di cultura italo-slavo puntando sulla carta della fraternizzazione. Ieri ha chiesto anche lui di imbarcarsi. Lo aveva chiesto anche il sindaco italiano e comunista di un paesetto vicino, di nome Facchinetti, ma non ha fatto in tempo: una pallottola lo ha freddato mentre preparava i bagagli'. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.155-156)
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L'esodo da Pola di oltre trentamila dei suoi trentaquattromila abitanti va distinto dall'esodo degli italiani della zona 'B' e degli altri territorì istriani e dalmati. Questi ultimi come si è già detto, non attesero la firma del Trattato di pace per abbandonare le loro case e le loro cose. Fin dai primi giorni dell'occupazione slava fuggirono a migliaia, ma alla spicciolata, tra mille insidie e pericoli mortali, con ogni mezzo a disposizione e pagando di tasca propria il viaggio a chiunque fosse in grado di trasferirli in Italia. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.156-157)
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Per motivi completamente diversi, l'esodo era ostacolato anche dal Pci. Ufficialmente perché, come ebbe a dire, Togliattì, 'non si ravvisava la necessità' di una fuga in massa dall'amica Jugoslavia, in realtà perché si temeva la ricaduta negativa sull'immagine del comunismo. […] Lo stesso provvedimento colpiva anche i familiari di chi era già a suo tempo espatriato. A tutti era consentito di portare con sé solo il bagaglio a mano, il resto veniva incamerato. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.158)
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Mentre Roma continuava a tergiversare, a Pola furono aperti gli uffici per l'evacuazione, distribuiti i certificati di profughi e noleggiati alcuni velieri per il trasporto delle masserizie. Le quali, secondo le disposizioni degli organizzatori, dovevano essere accatastate sui moli per essere spedite in Italia prima dei loro legittimi proprietari. In quei giorni, l'intera città si trasformò in un'immensa falegnameria. Ogni casa rintronava di martellate. Assi, casse, cartoni diventarono merce preziosa per gli imballaggi. Soprattutto mancavano i chiodi, come abbiamo già visto, che furono razionati (tre etti per famiglia). Non esistendo i limiti imposti dagli Jugoslavi nella zona 'B', i polesani cercarono di portarsi via tutte le loro cose. Molti si recarono al cimitero per disseppellire i loro morti e portarsi via le ossa. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.162)
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L'esodo spontaneo di tutti i polesani, salvo rare eccezioni, senza distinzione di classe o di fede politica aveva sollevato una forte impressione sull'opinione pubblica italiana. La stampa comunista era in serio imbarazzo. Diventava sempre più difficile continuare a sostenere che quella massa macilenta di profughi che si ammucchiava disperata nei campi di raccolta, fosse composta di 'fascisti' e di 'nemici del popolo'. E tuttavia gli agit-prop del partito non demordevano dalla loro propaganda mistificatrice. Si registrarono in quei giorni cupi degli episodi che si preferirebbe dimenticare. A Venezia i primi profughi sbarcati dal Toscana (fra i quali molti partigiani del battaglione 'Budicin' che avevano combattuto al fianco degli slavi) furono accolti da una manifestazione ostile. Una salva di fischi fu riservata alla salma di Nazario Sauro.
A Bologna, dove funzionava un centro della Pontificia Opera di Assistenza, accadde l'incredibile: i ferrovieri comunisti minacciarono di scendere in sciopero se un treno di esuli proveniente da Ancona fosse entrato in stazione. Il convoglio, con il suo carico umano disperato, fu respinto e dirottato verso La Spezia dove i profughi furono accolti ed ospitati in una caserma della Regia Marina e successivamente alloggiati in appartamenti messi a disposizione dall'Amministrazione comunale. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.164)
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I tempi erano molto duri, la gente era afflitta da mille problemi personali di sopravvivenza, mentre la pesante campagna propagandistica protesa a salvaguardare l'immagine del comunismo contribuiva a creare un'atmosfera di freddezza attorno a questi ospiti indesiderati. Un articolo di fondo di Palmiro Togliatti pubblicato dall''Unità' il 2 febbraio aggravò la situazione suscitando polemiche, dubbi e incertezze. 'Perché evacuare Pola?' si chiedeva con simulato candore il segretario del Pci. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.165)
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Se l'esodo da Pola impressionò più degli altri per la sua compattezza (l'idea di una città intera che fa fagotto e abbandona le proprie case pur di salvare la propria identità nazionale commosse l'opinione pubblica mondiale), già 150.000 giuliani avevano cercato rifugio in patria e molti altri li seguiranno fino a raggiungere complessivamente le 350.000 unità. Un popolo intero che abbandonava la propria terra per rimanere nel proprio paese nel quale, paradossalmente, sarà considerato, se non proprio straniero, certamente un ospite indesiderato. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.181)
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