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Le foibe - Anno 1945
I seicento adolescenti del battaglione Mussolini, che avevano combattuto per quindici mesi nella Venezia Giulia contro le orde di Tito, finirono nelle foibe, insieme con molti civili di quella terra. [...] Le autorità militari inglesi e americane, che intanto stavano occupando la Venezia Giulia e l'Istria, o giunsero troppo tardi o lasciarono tranquillamente che venissero barbaramente trucidati in Istria non solo i superstiti di reparti combattenti ma anche i partigiani non comunisti e, con essi, la popolazione civile, intere famiglie, donne, vecchi, bambini. Le foibe si riempirono di migliaia di italiani. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.211)
La zona 'A' e la zona 'B' erano divise dal primo tratto della cosiddetta 'linea Morgan', dal nome dell'ufficiale inglese che l'aveva tracciata nel 1945. Si trattava di una linea di demarcazione affrettata e provvisoria, e ciò aveva favorito i delegati jugoslavi presenti a Londra i quali avevano facilmente ottenuto correzioni e rettifiche a loro favorevoli. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.7)
Altre formazioni di comunisti italiani incontrarono sorti peggiori. Gli slavi infatti non esitavano a passare per le armi quei comandanti che rifiutavano di sottoporsi al loro controllo. E quanto è capitato, per esempio, al 'Battaglione Giovanni Zol', che pretendeva di ricevere ordini solo dalla federazione triestina del Pci. Accusati sbrigativamente di 'insubordinazione al superiore comando jugoslavo' tre esponenti del Battaglione, Giovanni Pezza, Umberto Dorino e Mario Zezza, furono condannati a morte. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.83)
In qualità di comandante del Gruppo carabinieri di Pola, il capitano Casini, il 2 luglio del 1944, passò coi partigiani con tutti gli uomini al suo comando che erano più di cento. Pochi giorni dopo fu raggiunto anche dalla moglie Luciana, una giovane polesana che voleva seguire il destino del marito. E fu un destino orribile. Poco tempo dopo, gli slavi non tardarono a far capire che chiunque combatteva al loro fianco doveva condividere anche le loro pretese annessionistiche. II capitano, naturalmente, non si assoggettò a questa imposizione, col risultato che gli slavi lo deferirono rapidamente davanti a un 'Tribunale del popolo' che lo condannò a morte unitamente alla moglie Luciana che aveva voluto restare al suo fianco. Furono fucilati entrambi il 14 agosto del 1944, poco più di un mese dopo il loro speranzoso arrivo fra i partigiani. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.84)
Per completare l'opera, quando entrano in città i partigiani distruggono le ultime vestigia veneziane rimaste ancora in piedi […] Per gli italiani sopravvissuti si ripetono le stesse scene del triste rituale genocida che già hanno avuto luogo in Istria. Fucilazioni, impiccagioni, annegamenti. Decine di civili e di carabinieri vengono 'massacrati come cani' secondo la testimonianza del tenente Antonio Calderoni, uno dei pochi scampati. Maestri elementari, spazzini comunali, uscieri, commercianti finiscono al muro. Scompare per sempre Pietro Luxardo, il produttore del famoso Maraschino, mentre suo fratello Nicolo viene gettato in mare con una pietra al collo insieme alla moglie Bianca. Così muore Zara, isola italiana nella Dalmazia croata. Dei 22.000 abitanti, 4.000 sono periti sotto le bombe, 2.000 sono stati uccisi, gli altri costretti in tempi diversi all'esodo. La Zara italiana non c'è più. È una città morta. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.112)
Seguì uno smisurato bagno di sangue. Massacri, infoibamenti, fucilazioni e deportazioni verso l'ignoto si susseguirono per alcuni mesi fino a quando gli italiani superstiti non abbandonarono le loro case e loro averi per trovare rifugio in Italia. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.117)
Il 5 maggio, in risposta ad una delle tante manifestazioni filojugoslave organizzate trasbordando in città gli attivisti sloveni del contado, migliala di triestini scesero in piazza sventolando il tricolore. Il corteo, che si era formato spontaneamente dietro un gruppo di giovani studenti, sfilò pacificamente cantando gli inni nazionali lungo il Corso, ingrossando a vista d'occhio quando, all'altezza di via Imbriani, comparvero i miliziani di Tito che aprirono il fuoco ad altezza d'uomo senza preavviso. I dimostranti si dispersero lasciando sul terreno cinque morti, oltre a decine di feriti. Alla sparatoria assistettero molti soldati neozelandesi che si limitarono a scattare fotografie. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.123-124)
Trieste perde dunque la sua libertà prima ancora di averla ritrovala. La repressione slava colpisce fascisti e collaborazionisti, ma questi sono in numero irrilevante rispetto alla quantità delle vittime. In realtà, più che colpire i fascisti, a Trieste e nell'intera Venezia Giulia si vuole fare pulizia di tutto ciò che è italiano. Come racconta Antonio Pitamitz, i primi ad essere prelevati dalle 'Guardie del popolo' sono i finanzieri che, insieme ai carabinieri, avevano sostenuto la Resistenza e partecipato alla liberazione della città insieme ai volontari del CLN. Viene meno con loro l'ultima forte presenza dello Stato italiano nella città. Gli italiani arrestati, se non vengono rapidamente infoibati dopo processi-farsa, sono deportati sull'altipiano carsico o in Slovenia in campi di concentramento che sono rimasti impressi nella memoria di coloro che ne sono tornati vivi. Nella zona di Basovizza per chi tenta la fuga c'è la fucilazione. Si punisce anche con la tortura del 'palo' che consiste in una sbarra cui i prigionieri vengono appesi sino a perdere per lungo tempo l'uso degli arti. Si uccide per un nonnulla: il furto di una patata, uno scatto dì rabbia... Nel lager di Boroviza muore di stenti il partigiano Giovanni Nalon della brigata 'Garibaldi' e vi soggiornano, prima di essere infotbati, i partigiani Bruno Mineo, Luigi Berti, Stefano Pirnetti, Federico Buzzai, Carlo Dell'Annunziata e tanti altri che avevano combattuto nelle formazioni non comuniste di 'Giustizia e Libertà'. Vi trovano la morte anche tanti ignoti militari italiani reduci dai campi di concentramento tedeschi e catturati senza motivo alcuno dai partigiani di Tito. I finanzieri scomparsi sono certamente molti di più dei 97 dati per ufficialmente dispersi. Sul possibile destino di tanti altri è illuminante la testimonianza resa dal marinaio Angelo D'Ambrosio. Egli vide in quei giorni nei pressi di San Pietro del Carso una colonna di 180 finanzieri scortati da partigiani titini. Gli dicono di essere diretti verso un campo di concentramento ma, durante la notte, D'Ambrosio ode il sinistro crepitio dei mitra. Il giorno dopo il marinaio vede passare sei carri carichi di cadaveri seminudi seguiti più tardi dai partigiani della 'brigata Tito' con indosso l'uniforme della Guardia di finanza, gradi e decorazioni compresi. Nella Trieste sconvolta dall'occupazione jugoslava, acquista triste fama la villa Segré, sede di una squadra volante della 'Guardia del popolo'. Si tratta di una 'villa triste' di colore rosso anziché nero. Nell'interno si verificano cose atroci. I prigionieri sono spesso costretti a battersi fra di loro per divertire gli aguzzini. Come punizione si usa ficcare la testa del malcapitato nel secchio delle feci. Si tortura e sì uccide senza pietà. Una signora italiana è costretta a pulire i pavimenti con un tricolore, la professoressa Elena Pezzoli, collaboratrice del CLN, è lungamente torturata e quindi gettata in una foiba. L'orrore suscitato in città dagli uomini della 'Guardia del popolo' è tale che le autorità jugoslave sono costrette ad intervenire. I torturatori vengono tutti arrestati e alcuni fucilati. Sono tutti italiani. Frattanto, hanno avuto inizio anche a Trieste gli infoibamenti collettivi. In quelle ampie voragini che sprofondano per centinaia di metri nel sottosuolo carsico gli italiani vengono precipitati a centinaia. Con loro anche soldati della Wehrmacht, ustascia e domobranci. Da una foiba furono ricuperati anche i cadaveri di dodici militari neozelandesi. La tecnica dell'infoibamento è quella già sperimentata in Istria. I prigionieri vengono prima spogliati e quindi legati a catena col solito filo di ferro. Incolonnati sull'orlo del baratro, basta sparare una raffica sui primi che trascineranno anche gli altri. La catena di infelici, sbattendo nelle tenebre da uno spuntone all'altro, si schianta nel fondo dove i vivi agonizzano accanto ai morti. Spesso gli aguzzini si divertono con i morituri. 'Chi riesce a saltare dall'altra parte sarà risparmiato' promettono. Qualcuno ci prova e precipita nel baratro, ma anche quelli che ci riescono vengono abbattuti. Non devono sopravvivere testimoni. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.124-126)
Per quaranta giorni, il massacro sistematico degli italiani continua in tutta la regione sollevando indignazione e sgomento anche fra la popolazione civile slovena. […] Anche Monfalcone è presa di mira dai miliziani addetti alla 'pulizia etnica'. Sono parecchie decine le persone prelevate e scomparse. Lo stesso accade a Gorizia che già ha vissuto una breve quanto tragica occupazione slava dopo l'8 settembre e ne ha evitato una seconda ad opera dei cetnici serbi. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.127-128)
Ma di libertà non si vede neppure l'ombra. Soppressa la stampa italiana, vengono messi fuori legge tutti i partiti, tranne il Pci che ha fatto propria la pregiudiziale dell'appartenenza della Venezia Giulia alla Jugoslavia. Oltre duecento fra carabinieri e guardie di Ps sono catturati e deportati. Ne torneranno soltanto 6 fra i quali l'eroico tenente Tonnarelli che aveva salvato la città dall'invasione cetnica. Scompaiono anche noti personaggi della maggioranza italiana compresi molti dirigenti del CLN. Come osserva Antonio Pitamitz, questi uomini avevano rifiutato la 'unilaterale annessione' di quelle terre alla Jugoslavia, ma erano anche impotenti e incapaci di far fronte all'arroganza slava. In definitiva, come gli altri abitanti della regione giuliana, pagano anch'essi le illusioni nutrite dal CLN Alta Italia che aveva creduto all'internazionalismo antifascista jugoslavo di cui il Pci si era fatto garante. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.128)
Nella Gorizia abbandonata agli occupanti, il terrore non si fa attendere. Come a Trieste, imperversano le 'Guardie del popolo' le quali prelevano centinaia di persone di cui non si conoscerà la sorte. Il 18 maggio penetrano persino nell'ospedale e portano via una cinquantina di degenti dicendo che devono essere trasferiti a Trieste. Di loro non si saprà più nulla, neanche i nomi perché i titini hanno bruciato tutte le cartelle cllniche. La consuetudine di bruciare documenti, schedari e, soprattutto, gli archivi comunali e i registri dell'anagrafe è troppo frequente per non essere sospetta. Probabilmente è una misura programmata per cancellare la presenza degli italiani in vista di un eventuale plebiscito o comunque di controlli ordinati dagli Alleati. Il potere jugoslavo impone il suo segno anche nella vita cittadina. I riti e i funerali religiosi vengono ostacolati. Nei cimiteri, al posto della croce viene eretta una stella rossa, mentre i sacerdoti che non si piegano vengono perseguitati. L'arcivescovo di Gorizia, monsignor Carlo Margotti, che condanna le atrocità da qualsiasi parte provengano, sarà espulso dalla città perché contrario 'al movimento di libera/ione nazionale'. […] Siamo cioè di fronte ad un salto di qualità della 'pulizia etnica'. Adesso si procede sistematicamente anche alla eliminazione di quegli esponenti politici italiani i quali, pur avendo combattuto contro il fascismo, rappresentano un ostacolo alle mire annessionistiche di Belgrado. L'ondata di violenza si abbatte anche su Pola durante i quaranta giorni della 'prima' occupazione slava. Nella relazione redatta dal governo italiano per essere presentata alla Conferenza della pace di Parigi, si leggono testimonianze raccapriccianti: trecento italiani, in gran parte partigiani, uccisi a colpi d'ascia in un forte della marina; carnefici che si spartiscono i valori delle vittime; conti bancari prosciugati; torture e ancora torture 'Nel carcere di Buccali' testimonia Ambrogio Mannoni 'gli uomini vengono obbligati a stare fermi sull'attenti a piedi nudi su legni appuntiti. Fra le dita gli vengono infilati dei pezzi di ferro. In questa posizione rimangono anche tre giorni, urlando, senza mangiare, mentre i piedi si gonfiano. Quando stremati cadono per terra vengono raddrizzati a colpi di calcio di moschetto'. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.129-130)
Durante tutto il 1946 e gran parte del 1947, il fenomeno della 'pulizia etnica' nell'lstria occupata dagli slavi, oltre a intensificarsi, assunse anche un aspetto, per così dire, più 'ragionato'. Nel senso cioè che ora le stragi erano chiaramente mirate contro gli italiani di qualunque estrazione sociale e di qualunque fede politica. […] Si voleva eliminare o allontanare dall'Istria più italiani possibile per sconvolgere il tessuto etnico della regione nell'eventualità che la Conferenza della pace richiedesse un censimento o un plebiscito popolare. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.141)
La favola delle foibe come 'tombe di fascisti', alla quale per anni hanno finto di credere anche molti storici italiani, è stata peraltro smentita da autorevoli fonti jugoslave. Per esempio, da Milovan Gilas, l'intellettuale serbo che durante la guerra partigiana fu il braccio destro di Tito e che in seguito diventò il più acerrimo avversario del Maresciallo. In un'intervista rilasciata a 'Panorama' nel 1991, Gilas raccontò che nel 1946 egli si recò personalmente in Istria con Edward Kardelj, allora ministro degli Esteri jugoslavo, per organizzare la propaganda anti-italiana: allo scopo di dimostrare l'appartenenza alla Jugoslavia di quella regione. 'Era nostro compito' spiegò Gilas al giornalista 'indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto'. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.142)
A Pisino, durante una riunione, i delegati trovarono sul tavolo un misterioso biglietto. C'era scritto: 'Non potendo interrogare i vivi, interrogate i morti'. Qualcuno afferrò il senso dell'oscuro messaggio e la Commissione chiese di poter visitare il cimitero. Risultato: il 90 per cento delle lapidi portava scolpiti nomi italiani. Inutile dire che, nei giorni seguenti, tutti i cimiteri istriani furono devastati e le lapidi rimosse o sostituite da altre in lingua croata. […] Angherie e persecuzioni subirono molti esponenti del clero cattolico. Il vescovo di Trieste, monsignor Antonio Santin, fu più volte aggredito e oltraggiato quando, noncurante delle minacce, si recò in visita nelle parrocchie della sua diocesi situate nella zona 'B'. Il vescovo di Pola, monsignor Raffaele Radossi, fu arrestato, denudato, perquisito ed interrogato per alcuni giorni prima di essere rilasciato. Altri sacerdoti, non soltanto italiani, ma anche sloveni e dalmati, furono deportati senza che si avesse più notizia della loro sorte. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.142-143)
'I soldati iugoslavi non ebbero bisogno di raccomandazioni per comportarsi come era stato loro ordinato. Presero a massacrare indistintamente fascisti e no, borghesi e umili lavoratori: nessuna distinzione, si trattava di italiani e come tali meritevoli di disprezzo e di morte. Non era neanche il caso dì utilizzare i cimiteri. La natura aveva fornito ai luoghi delle comode fosse, migliala di caverne, foibe profondissime: ottimamente il colmarle con gli italiani!' ... E non solo con gli italiani, aggiungeremo noi, visto che a Basovizza furono rinvenute 23 salme di soldati neozelandesi. Continua il Simiani: 'II massacro si prolungava in modo impressionante, con metodi che facevano rabbrividire. Intere famiglie venivano trucidate e subito seppellite. Furti, rapine, soprusi, violenze di ogni genere e stupri erano il meno cui si dedicavano i proletari slavo-comunisti ai danni dei proletari italiani. Questi, a scanso di equivoci, venivano tutti dichiarati fascisti e criminali di guerra, pertanto meritevoli della pena di morte... Altro fenomeno non meno riprovevole era quello della acquiescenza dei comunisti italiani non solo triestini [per la cronaca, il capo dei comunisti triestini era al tempo Vittorio Vidalt] che, occupati a stalinizzare la Nazione, a combattere ogni forma di nazionalismo interno, anche il più umano e moderato, plaudivano all'opera del compagno Tito, pronti a cedergli tenitori italiani, non vedendo nelle pretese iugoslave quello stesso nazionalismo che essi ripudiavano e combattevano in casa loro'. Ad un certo momento, temendo che Trieste sarebbe potuta divenire una base navale sovietica, Alexander impose a Tito il ritiro dalla città, facendogli capire che, se non l'avesse fatto con le buone, l'avrebbe dovuto fare con le cattive. Ringhiando, gli iugoslavi (a cui ci guardiamo bene di affibbiare una 'colpa collettiva') se ne andarono il 12 giugno, ma rimasero a Pola, a Fiume e a Zara, terre dove, come in tutta la Jugoslavia, l'OZNA, la polizia politica titina, instaurò il suo sistema repressivo. Secondo i calcoli incompleti del Centro Studi Adriatici, le vittime di Tito nella Venezia Giulia del 1945 furono 10.000, senza contare quelle della Dalmazia. Soltanto nel 1980, dopo l'inizio del declino del partito comunista italiano (1976), il governo di Roma avrà il coraggio di proclamare le foibe monumento nazionale. (da 'In nome della resa', pag.548-549)