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Le foibe - Gli antefatti
Come tutti sanno, infatti, la loro italianità ha origini molto antiche. Prima Roma e poi Venezia vi hanno portato la civiltà e questo fatto resta indiscutibile. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.12)
Gli irredentisti giuliani, istriani e dalmati appartenevano ovviamente alla seconda categoria, essi vedevano infatti nel conflitto l'unica via da percorrere per riunirsi finalmente alla madrepatria. Il loro contributo alla vittoria delle armi italiane fu significativo: oltre duemila furono i giuliani che, sfidando il capestro, disertarono l'esercito austriaco per indossare il nostro grigioverde. Si guadagnarono 11 Medaglie d'oro, 183 d'argento e 145 di bronzo. I morti furono 302 e quasi 500 i feriti. Quattro di loro, catturati in uniforme italiana e processati come traditori, finirono sulla forca. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.15)
Francia e Inghilterra, per esempio, malgrado il considerevole apporto italiano alla vittoria comune, non vedevano di buon occhio la nostra espansione nelle ex province asburgiche e, di conseguenza, prestavano orecchio alle rivendicazioni jugoslave secondo le quali il nuovo confine avrebbe dovuto toccare il Tagliamento ed inglobare nella Federazione persino la città di Udine. A complicare le cose era intervenuto successivamente il presidente americano Wilson il quale, forse perché abituato a tracciare confini su terre deserte e senza storia come quelle degli Stati Uniti, pretendeva ingenuamente che la nuova frontiera venisse fissata 'lungo linee di nazionalità chiaramente riconoscibili'. […] Nei mesi che seguirono, i contrasti fra le Potenze vincitrici si erano ulteriormente acuiti. La 'linea Wilson', che assegnava alla Jugoslavia l'Istria orientale e la Dalmazia, era stata violentemente contestata dall'opinione pubblica italiana. Il capo del governo, Vittorio Emanuele Orlando, in segno di protesta, aveva addirittura abbandonato piangendo la Conferenza della pace di Parigi. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.16)
II governo di Mussolini si presentò nella Venezia Giulia con due volti ben distinti. Sul piano economico diede il via a importanti bonifiche, che resero fiorenti le campagne un tempo flagellate dalla malaria, e a grandi opere pubbliche che trasformarono l'economia cittadina eliminando la disoccupazione e favorirono l'afflusso di mano d'opera meridionale. Fabbriche operose, acquedotti monumentali, sfruttamento delle miniere di carbone e di bauxite, centrali idroelettriche, potenziamento dei cantieri navali di Trieste, Fola, Fiume e Zara, nuove strade e nuove ferrovie migliorarono notevolmente il tenore di vita della popolazione senza discriminazioni di sorta. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.20)
I rapporti diplomatici fra Italia e Jugoslavia, negli anni che intercorrono fra le due guerre, sono caratterizzati da una continua e vivace conflittualità che alterna periodi di bonaccia a momenti di autentica guerra fredda. La causa principale degli attriti era naturalmente rappresentata dal problema delle reciproche minoranze: quella slava in Italia e quella italiana in Dalmazia. Il governo di Belgrado infatti non era certo più tenero nei confronti dei suoi cittadini di lingua italiana di quanto non Io fosse quello italiano con la minoranza slava. Anzi, in taluni casi, le misure antislave applicate nella Venezia Giulia possono essere considerate delle semplici risposte a misure uguali e contrarie messe in atto in Dalmazia. La soppressione dell'insegnamento dello slavo nelle scuole giuliane fu, per esempio, la conseguenza di un analogo provvedimento disposto nelle scuole dalmate dalle autorità jugoslave. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.22-23)
L'unica a resistere alle lusinghe di Roma era la nuova Jugoslavia. Stato giovanissimo, formato a tavolino da Francia e Inghilterra dopo la fine della prima guerra mondiale, il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (come era ufficialmente definito per non urtare la suscettibilità delle sue maggiori etnie) doveva d'altronde la sua nascita a un disegno franco-inglese teso appunto a contenere la volontà espansionistica italiana. La sua creazione era il frutto di complesse trattative e di compromessi non sempre logici dai quali era sortito uno Stato-mosaico che riuniva, sotto la corona del re di Serbia Alessandro I Karagjeorgjevic, varie regioni dì cultura e di lingua diverse provenienti dalle rovine dell'impero asburgico e di quello ottomano. In tutto 12 milioni di sudditi appartenenti a ceppi ostili fra loro (serbi, croati, sloveni, bosniaci, macedoni, montene-grini, dalmati, morlacchi, kosovari, oltre alle minoranze italiane, austriache e magiare) che non erano uniti neppure dalla fede religiosa essendo in parte cattolici, in parte ortodossi e in parte musulmani. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.23-24)
[…] mentre il reggente Paolo trattava segretamente con gli emissari tedeschi e con gli emissari britannici senza riuscire a trovare una soluzione. I primi minacciavano brutalmente di mettere la Jugoslavia a ferro e fuoco se non avesse aderito al Patto Tripartito, i secondi lo incoraggiavano a resistere al diktat nazista largheggiando in promesse (fra le quali, come si scoprirà in seguito, figurava anche la Venezia Giulia... che Tito poi rivendicherà mettendo in imbarazzo il governo di Londra). (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.29)