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| Le foibe |
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Da 'Gli antefatti': Francia e Inghilterra, per esempio, malgrado il considerevole apporto italiano alla vittoria comune, non vedevano di buon occhio la nostra espansione nelle ex province asburgiche e, di conseguenza, prestavano orecchio alle rivendicazioni jugoslave secondo le quali il nuovo confine avrebbe dovuto toccare il Tagliamento ed inglobare nella Federazione persino la città di Udine. A complicare le cose era intervenuto successivamente il presidente americano Wilson il quale, forse perché abituato a tracciare confini su terre deserte e senza storia come quelle degli Stati Uniti, pretendeva ingenuamente che la nuova frontiera venisse fissata 'lungo linee di nazionalità chiaramente riconoscibili'. […]
Nei mesi che seguirono, i contrasti fra le Potenze vincitrici si erano ulteriormente acuiti. La 'linea Wilson', che assegnava alla Jugoslavia l'Istria orientale e la Dalmazia, era stata violentemente contestata dall'opinione pubblica italiana. Il capo del governo, Vittorio Emanuele Orlando, in segno di protesta, aveva addirittura abbandonato piangendo la Conferenza della pace di Parigi. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.16)
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Da 'Anno 1943': 'Finalmente arrivano loro!' Non ci fu italiano in terra d'Istria che non tirò un sospiro di sollievo e non levò al cielo un commosso ringraziamento vedendoli apparire. Certo, in nessun'altra parte d'Europa era mai accaduto a dei soldati tedeschi di essere accolti come liberatori. Ma in Istria è accaduto anche questo. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.64)
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Da 'Anno 1945': La favola delle foibe come 'tombe di fascisti', alla quale per anni hanno finto di credere anche molti storici italiani, è stata peraltro smentita da autorevoli fonti jugoslave. Per esempio, da Milovan Gilas, l'intellettuale serbo che durante la guerra partigiana fu il braccio destro di Tito e che in seguito diventò il più acerrimo avversario del Maresciallo. In un'intervista rilasciata a 'Panorama' nel 1991, Gilas raccontò che nel 1946 egli si recò personalmente in Istria con Edward Kardelj, allora ministro degli Esteri jugoslavo, per organizzare la propaganda anti-italiana: allo scopo di dimostrare l'appartenenza alla Jugoslavia di quella regione. 'Era nostro compito' spiegò Gilas al giornalista 'indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo.
E così fu fatto'. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.142)
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Da 'L'esodo': Tutto questo accadeva a Pola nel febbraio del 1947 sotto gli occhi del generale inglese Robert W. De Winton, governatore uscente della città, dopo che la firma del Trattato di pace l'aveva assegnata agli jugoslavi. 'Ciò che più indigna' scriveva Indro Montanelli, testimone oculare dell'esodo degli italiani dall'lstria 'non è tanto l'abbandono di Pola quanto il modo in cui viene eseguito; in uno stillicidio di morti, nella continua insicurezza delle persone, in una ragnatela di difficoltà per i nostri e di condiscendenza per gli altri: tutto per 'sdrammatizzare', tutto per negare che esista un problema palesano'. […] Nella sua indignata corrispondenza, Montanelli non esita a polemizzare anche con coloro che in quei giorni, in Italia, tentavano di mascherare la 'pulizia etnica' attuata spregiudicatamente
dai titini con la teoria diffusa ad arte secondo la quale l'esodo era espressione dei ricchi borghesi e dei fascisti che fuggivano dal comunismo. Confessa il giornalista: […] 'Mi ingannavo. Per il 90 per cento questi esuli sono dei poveri diavoli e le loro masserizie ne denunciano la miseria. […] L'unico italiano di Pola (persino due pazzi: un maschio e una femmina, hanno voluto fuggire) che aveva mostrato intenzione di rimamere, è un professore comunista che, subito dopo la liberazione, fondò un circolo di cultura italo-slavo puntando sulla carta della fraternizzazione. Ieri ha chiesto anche lui di imbarcarsi. Lo aveva chiesto anche il sindaco italiano e comunista di un paesetto vicino, di nome Facchinetti, ma non ha fatto in tempo: una pallottola lo ha freddato mentre preparava i bagagli'. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.155-156)
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Da 'Una pagina di storia da dimenticare': Alcuni anni più tardi le autorità governative dichiararono la risiera 'monumento nazionale', equiparandola alle Fosse Ardeatine, con la precisazione che si trattava dell''unico campo di sterminio nazista funzionante in Italia'. Inascoltate furono invece le proposte avanzate dalle associazioni giuliane affinchè fossero dichiarate monumento nazionale anche le foibe di Basovizza e Monrupino, le uniche rimaste in territorio nazionale dopo la delimitazione dei nuovi confini. La polemica fra le due parti tornò ad infuriare anche in seguito. Da un lato si insisteva che le foibe, 'luogo di dolore e di desolazione', dovevano essere equiparate alla risiera e alle Fosse Ardeatine 'perché un crimine commesso da chi ha perso o da chi ha vinto rimane sempre tale'.
Dall'altro si sosteneva l'incompatibilità di confronto fra gli eccidi della risiera e quelli delle foibe perché dettati i primi da un disegno genocida e i secondi dallo scatenarsi di 'una spirale di secolari reciproche prevaricazioni fra le nazionalità contrapposte'. Si giunse così al 25 aprile del 1975 quando, in occasione dei trentesimo anniversario della Liberazione, giunse a Trieste il presidente della Repubblica Giovanni Leone. Anche in tale occasione, le foibe furono ignorale. La cerimonia si svolse infatti nel cortile della risiera dove, alla presenza del capo deilo Stato italiano, la commemorazione ufficiale fu tenuta da uno sloveno in lìngua slovena e quindi incomprensibile per la maggioranza dei presenti. L'episodio, di gusto se non altro discutibile,
non mancò di sollevare mormoni di protesta. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.92)
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