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Le foibe - Anno 1943
Tragici furono i giorni che seguirono l'8 settembre 1943, specialmente per le regioni dell'Italia nord-orientale. Approfittando del caos, le bande slave di Tito (e le forze di Ante Pavelic) avevano sopraffatto i presidi italiani (privi di ordini dei capi militari del governo Badoglio) compiendo orribili stragi di italiani soltanto perché erano italiani. Singoli cittadini e intere famiglie di ogni ceto e condizione, militari e civili, fascisti o antifascisti che fossero, donne, bambini in tenera età, rastrellati nelle città e nelle campagne, legati a due a due con filo spinato, spesso i vivi ai morti, spinti a calci e a bastonate, furono gettati nelle foibe. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.137-138)
Le riprese fotografiche, che documentano il recupero dei cadaveri infoibati, aggiungono la forza agghiacciante delle immagini alla durezza delle testimonianze: cadaveri in avanzato stato di decomposizione, avvinghiati l'uno all'altro, con lacci e corde che immobilizzano le gambe e le braccia; salme completamente nude, gonfie e tumefatte per i pestaggi; corpi ripiegati su se stessi, irrigiditi dallo spasimo estremo della morte. (da 'La resa dei conti', pag.136-137)
La prima ondata persecutoria risale al settembre-ottobre 1943, subito dopo l'armistizio e il crollo traumatico dell'amministrazione italiana: centinaia di cittadini italiani dell'Istria vengono catturati, rinchiusi in improvvisati campi di concentramento, sottoposti a sevizie, poi uccisi e precipitati nelle foibe; in alcuni casi, le vittime vengono gettate nelle fenditure del terreno ancora vive e vanno incontro ad un'agonia interminabile e impietosa. (da 'La resa dei conti', pag.138)
Il rituale è macabro: 'Caricati su autocorriere o su autocarri requisiti, i prigionieri venivano portati, preferibilmente di notte, nelle vicinanze di una foiba. Ad essi venivano legati, con filo di ferro stretto da pinze, i polsi sul davanti e poi si ordinava loro di alzare le braccia e di sollevare sul capo la giacca in modo da coprirsi il volto. Le donne dovevano nascondersi il volto con la sottana. Avvicinati i prigionieri sull'orlo della foiba a gruppi, si procedeva all'esecuzione sparando un colpo di arma da fuoco alla nuca, alla faccia o al petto delle vittime: i corpi venivano poi fatti precipitare nel baratro. A volte i condannati vennero posti l'uno di fianco all'altro, spalla contro spalla, e legati all'altezza delle braccia con il filo di ferro, a due a due o a gruppi più consistenti. Ammassati tutti sul ciglio, si sparava ai più vicini al precipizio in modo che, cadendo nel vuoto, trascinassero con sè tutti gli altri ancora vivi. Per impedire ogni possibile futura opera di ricerca e di identificazione delle vittime, talvolta i prigionieri venivano condotti sul luogo dell'esecuzione del tutto nudi; altre volte, invece, dopo l'infoibamento, si facevano brillare delle mine in prossimità dell'apertura della voragine ottenendo in tal modo il franamento e l'ostruzione della cavità'. [...] In ogni caso, le violenze alle quali i prigionieri vengono spesso sottoposti prima dell'eliminazione sono efferate: torture, sevizie, stupri. Un esempio fra tutti, quello delle tre sorelle Radecchi, arrestate dai partigiani jugoslavi nella zona di Fasana: 'Esse sono costrette per alcuni giorni alle mansioni di cuoche e di sguattere in un'improvvisata cucina da campo, e ripetutamente violentate dai loro sequestratori. Improvvisamente, le tre sorelle (Albina, 21 anni, in stato di gravidanza; Caterina, 19 anni, e Fosca, di soli 17 anni) scompaiono, forse anche per il biasimo espresso da un commissario politico sul comportamento del gruppo che le tiene prigioniere. Verranno trovate nella foiba di Terli, e il medico constaterà le violenze subite'. (da 'La resa dei conti', pag.145-146)
L'azione dei partigiani non dava requie, i sabotaggi e gli agguati erano all'ordine del giorno. Il 27 novembre di quell'insanguinato 1942, nel Montenegro, una nostra colonna fu sopraffatta dopo una giornata di combattimenti. I superstiti furono fucilati e gli ufficiali, dopo essere stati squartati a colpi di scure, gettati in una foiba. […] Nel marzo del 1942 un centinaio di superstiti di un battaglione annientato in Dalmazia fu spinto nelle rive melmose del lago di Popovo Polje e affogato a viva forza nel fango. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.46-47)
Cadono nella rete della ghepeù slava, come ora la chiamano, centinaia di cittadini del gruppo etnico italiano: gerarchetti locali, podestà, segretari, ma anche messi comunali, guardie civiche, levatrici, ufficiali di posta, insegnanti, proprietari terrieri, impiegati, sorveglianti, carabinieri e guardie forestali. Nella maggioranza dei casi, se a costoro possono essere mosse delle accuse queste derivano dall'appartenenza a una classe sociale che definiremmo borghese o di avere nutrito idee politiche diverse da quelle degli occupanti. Su tutti comunque pesa la grave colpa di essere italiani. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.57-58)
Verso la fine del settembre 1943, quando i tedeschi cominciarono a muoversi per riconquistare l'intera Istria, i processi-burletta cessarono e si infittirono invece le uccisioni multiple e sommarie. Legati ai polsi con filo di ferro stretto con le pinze i prigionieri venivano spinti in colonna nel fondo delle cave di bauxite e falciati con raffiche di mitra. Altri venivano allineati sull'orlo delle foibe, profonde da cento a trecento metri, e scaraventati nell'abisso dopo l'uccisione. Spesso però gli aguzzini si limitavano ad uccidere il primo della fila il quale, cadendo nel baratro, si trascinava dietro i compagni di sventura. Molti venivano evirati e torturati prima dell'esecuzione, altri obbligati a spogliarsi di ogni indumento fino a trovarsi completamente nudi davanti ai carnefici. Nelle località costiere si procedeva invece agli annegamenti collettivi. Legati l'uno all'altro col filo dì ferro e opportunamente zavorrati con grosse pietre venivano portati al largo su grosse barche e gettati in mare. Ma il metodo più diffuso per sbarazzarsi dei cadaveri fu quello dell'infoibamento, considerato più pratico e più facilmente occultabile. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.58-59)
Fra il 1943 e il 1947 in questi inghiottitoi furono gettati dai partigiani titini migliaia di esseri umani vittime dell'odio e delle passioni del momento. In grande maggioranza si tratta di italiani, ma ci sono anche tedeschi, ustascia, cetnici e persino soldati neozelandesi dell'esercito britannico. Quanti? Gli storici delle parti avverse si sono spesso accapigliati sui risultati della macabra conta (10.000? 20.000? 30.000?) come se qualche cadavere in più o in meno potesse modificare l'intensità dell'orrore. […] Gli jugoslavi hanno sempre rifiutato ogni forma di collaborazione e comunque avevano già provveduto a suo tempo a distruggere gli archivi comunali e gli schedari dell'anagrafe. Bisognava impedire di contare quanti italiani abitavano nei paesi 'liberati' per non rivelare quanti ne mancavano all'appello. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.59-60)
La morte di Norma Cossetto, istriana di Santa Domenica di Visinada, un paesino vicino a Visignano, è uno dei tanti episodi drammatici che simboleggiano la bestiale ondata di violenza che si abbattè sugli italiani della Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia dopo l'8 settembre del 1943. Ma è forse l'unico che si può raccontare dall'inizio alla fine. Norma, come racconta lo storico istriano Antonio Pitamitz, aveva 23 anni ed apparteneva ad una famiglia di possidenti. […] Il 26 settembre venne infatti prelevata da una volante rossa, composta di comunisti italiani e croati, e rinchiusa nell'ex caserma dei carabinieri di Visignano. Qui, i suoi carcerieri cercarono con blandizie e minacce di convincerla a collaborare e di aderire al loro movimento, ma Norma rifiutò recisamente. Fu allora trasferita insieme ad altri parenti ed amici, arrestati come lei, in un carcere di Antignana dove ebbe inizio per la giovane una straziante via crucis. Nei giorni che seguirono, la prigioniera dovette subire ogni sorta di tormenti. Fu anche legata sopra un tavolo e violentata ripetutamente dai suoi aguzzini. Una donna che abitava nei pressi della scuola-prigione, udendo i suoi lamenti, ebbe il coraggio, verso sera, di avvicinarsi alle imposte: Norma, ancora legata al tavolo, invocava i genitori, chiedeva aiuto, chiedeva acqua, chiedeva pietà. Dopo giorni di sofferenza, la povera ragazza fu condotta nel paese di Santa Domenica dove il solito 'Tribunale del popolo' la condannò sbrigativamente a morte insieme ad altri ventisei compagni di sventura. Per tutti, la tomba doveva essere una foiba di Villa Surani. I morituri furono legati insieme e scortati fino al luogo dell'esecuzione da sedici partigiani titini. Norma non si reggeva in piedi, ma prima di precipitarla nella voragine, i giustizieri vollero ancora approfittare di lei. E dopo avere infierito su quel povero corpo ormai inanimato, le recisero i seni e le conficcarono un legno nei genitali. […] Alla memoria di Norma, la cui famiglia lamentava altri sette infoibati, nel dopoguerra venne un riconoscimento autorevole. L'Università di Padova, su proposta di Concetto Marchesi e con l'unanimità del Consiglio della facoltà di lettere e filosofia, le conferì la laurea honoris causa. In quell'occasione, qualcuno obiettò che Norma non meritava tale riconoscimento perché 'non era caduta per la libertà', ma Concetto Marchesi, benché militante comunista, affermò che Norma Cossetto era caduta per l'italianità dell'Istria e che meritava più di chiunque altro quel riconoscimento. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.60-62)
Le atrocità di cui fu vittima Norma Cossetto non furono purtroppo un'eccezione, ma la regola. Tutte le donne venivano violentate prima di essere infoibate e tutti gli uomini subivano sevizie indescrivibili. […] Ma i miliziani rossi non guardavano tanto per il sottile, l'essere italiano era già per loro una colpa, il resto non contava. Antonio De Bianco era un partigiano, ma finì infoibato a Tegli solo perché difendeva le sue origini italiane. Anche Nicola Carmignani era comunista, ma subì la stessa sorte per le stesse ragioni. La fantasia dei massacratori non aveva limiti: don Antonio Tarticchio, parroco di Villa di Rovigno, fu ritrovato nudo in una foiba con una corona di filo spinato in testa e i genitali in bocca. Giuseppe Cernecca, di Santi Vincenti, dopo essere stato bastonato a sangue fu condotto sul luogo dell'esecuzione carico di un sacco di pietre. Prima di infoibarlo lo lapidarono. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.62-63)
Un altro macabro rituale caratterizzava questi orrendi massacri: dopo l'infoibamento delle vittime veniva lanciato sul mucchio dei cadaveri un cane nero vivo. Secondo un'antica leggenda balcanica, l'animale 'latrando in eterno toglieva per sempre agli uccisi la pace dell'aldilà'. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.64)
'Finalmente arrivano loro!' Non ci fu italiano in terra d'Istria che non tirò un sospiro di sollievo e non levò al cielo un commosso ringraziamento vedendoli apparire. Certo, in nessun'altra parte d'Europa era mai accaduto a dei soldati tedeschi di essere accolti come liberatori. Ma in Istria è accaduto anche questo. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.64)
Quelle esecuzioni di massa, che purtroppo proseguiranno anche dopo la fine della guerra, non potevano essere interpretate (come qualcuno, anche in Italia, si sforzerà di fare negli anni successivi) come una risposta, o una vendetta, del gruppo etnico slavo ai soprusi o alle vessazioni subite. La sproporzione era evidente a tutti. Doveva trattarsi di qualcosa di più: di un progetto preciso di 'pulizia etnica' per estirpare gli italiani dall'Istria uccidendoli o costringendoli a fuggire. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.66)