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Guerra civile in Italia - Le Forze Armate della RSI

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In forza di questa autorità e dei suoi riconosciuti diritti, Borghese fece immediatamente il giro dei vari improvvisati campi di concentramento in cui i tedeschi, per deportarli in Germania, avevano raccolto reparti dell'ex Esercito italiano o della Marina che si erano arresi, o militari sbandati o civili che erano stati rastrellati. Borghese riuscì a sottrarre alla deportazione centinaia di uomini prendendoli in forza alla X Mas. Appena giunti in sede, chi di essi non voleva realmente arruolarsi (ed erano i più) veniva fornito dal nostro comando di regolare congedo e lasciapassare, in modo che potesse tornare indisturbato alla propria famiglia. In quei giorni, alla sede del Muggiano accorsero molte donne per segnalare in quali zone i propri congiunti, arrestati dai tedeschi, erano stati raccolti, e il Comandante interveniva immediatamente. Proprio per questa assidua, rapida e instancabile azione di salvataggio di centinaia di uomini, a La Spezia la Decima Flottiglia Mas era considerata un'ancora di salvezza ed era portata in palmo di mano dalla popolazione. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.42-43)
Alla nostra sede affluirono anche numerosi elementi specializzati tra cui ufficiali e sottufficiali istruttori provenienti da Tarquinia, e nuotatori da Livorno. A questi si unirono reduci della Folgore e della Nembo. Altri provennero dal 10 reggimento Arditi. Alcuni piloti della X Mas, tagliati fuori dallo sbarco di Salerno, riuscirono ad attraversare a piedi le linee nemiche e a tornare alla base di la Spezia. Qual era la forza che li spingeva? Come avvenne il fenomeno di migliaia di uomini di tutte le età, di tutte le classi sociali, di varie ideologie politiche, che corsero ad arruolarsi nella X, anelanti di combattere? Costoro oggi son definiti, da un postulato imposto come un credo, avventurieri, soldati di ventura, rinnegati al soldo del nemico ecc. ecc. Ma in realtà che cosa poteva portare volontariamente alle armi mutilati di tutti i fronti, se non l'amor di Patria e la volontà di poterle essere ancora utili? E furono centinaia i mutilati che chiesero di arruolarsi nella Decima! E quale sentimento mosse veterani delle campagne d'Africa, di Grecia e di Russia, se non l'amor di Patria? E i giovanissimi delle classi non ancora chiamate alle armi che avevano una sola aspirazione: essere mandati in linea? E ancora: generali e ammiragli ed ex ministri e ufficiali superiori di tutte le armi che si presentarono alla Decima chiedendo di servire la Patria da semplici soldati? Chi li spingeva? Forse il lucro, l'ambizione? La libidine di tradimento? O non piuttosto una volontà decisa, quasi furente, quella di salvare l'Onore del combattente italiano, non subire la resa incondizionata, infamante per i morti, fatale per i vivi? E tutti hanno pagato, chi con la galera, chi con le persecuzioni, chi con le calunnie, chi col sacrificio della vita. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.47)
Una particolare iniziativa che la X intraprese fu quella del recupero di ufficiali e marinai internati in Spagna. Si trattava degli equipaggi delle navi da guerra che il 9 settembre 1943 si erano fermate a raccogliere i naufraghi della corazzata Roma. La piccola squadra navale, capeggiata dall'incrociatore Attilio regolo [...] s'era diretta a Minorca. Qui [...] gli equipaggi erano passati in internamento [...] Borghese concepì allora l'idea dell'operazione 'Recupero internati dalla Spagna' e la direzione dell'iniziativa fu assunta a Bordeaux dal comandante Grossi [...] Egli avrebbe fornito abiti civili, passaporti e guide per il passaggio in Francia. Qui giunti, essi dovevano dichiarare di volersi arruolare nella X e in questo modo egli li poteva spedire a La Spezia, con l'intesa, poi, che chi non intendeva effettivamente arruolarsi era libero di andare dove voleva. Ma furono in molti ad arruolarsi volontari nella X Flottiglia Mas. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.49)
L'opera assistenziale della X già si estendeva a molte centinaia di persone appartenenti alla Marina ivi comprese le famiglie dei nostri ufficiali e marinai che le vicende della guerra avevano relegato nell'Italia del Sud. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.58)
Ritengo che dai fatti narrati emerga una realtà indiscutibile: la Decima era un'unità di volontari uniti da un solo ideale, quello dell'amor di Patria. Non mi stancherò mai di ripeterlo. Quegli ufficiali, quei ragazzi, spesso quei ragazzini, volevano combattere per l'Onore, non credevano nella vittoria, non si facevano illusioni sul domani. Volevano solo cancellare il disonore che pesava sull'Italia. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.59)
'La maggior parte degli storici, scrive Bonvicini, ha prestato scarsa o addirittura nessuna attenzione al fenomeno del volontariato nell'esercito della Repubblica Sociale Italiana. Quanti furono questi volontari? Escludendo i reparti di partito (come le Brigate Nere e quelli della polizia, come la PAI o la Muti), tale volontariato può calcolarsi nella cifra prudenziale di 200.000. Ma è più attendibile che arrivò a toccare le 250.000 unità, tra uomini e donne'. Quel che è certo è che nessun momento della storia d'Italia, dal Risorgimento a oggi, ha mai avuto un tale afflusso di volontari: non le guerre sabaude o i moti mazziniani o le imprese garibaldine, non la prima guerra mondiale, non la seconda dal 1940 al 1943, e tantomeno la Resistenza. Ciò, invece, si verificò dal 1943 al 1945, nel momento in cui l'Italia era tagliata in due da un fronte di combattimento, quando già molte migliaia di soldati italiani erano morti, feriti o prigionieri, in un Paese diviso e occupato da opposti eserciti stranieri, distrutto, avvilito, disprezzato e sul punto di perdere la propria identità nazionale. E, in più, questi volontari di guerra davano per scontata la loro sconfitta. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.98)
Eppure, ci ricorda Alessandro Cova, strano ma documentabile, il bando del 9 novembre 1943 si rivelò un successo [...] Alla cartolina precetto risposero in 87.000 chiamati alle armi. L'Emilia brillava col 98 per cento dei presenti all'appello. Erano le classi 1924 e 1925 (diciottenni e diciannovenni). Con gli ufficiali il successo assunse proporzioni straripanti: 300 generali e 40.000 ufficiali di grado inferiore, quanto occorreva per 100 divisioni. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.105)
Tutti furono aiutati senza alcuna discriminazione, nei limiti del possibile. Anche i familiari degli appartenenti alla Marina che si erano schierati con Badoglio, ricevettero, quando fu necessario, aiuti e solidarietà. Il capitano di vascello Ernesto Forza, comandante della X dal 1941 al 1943, così dichiarò al processo contro Borghese: 'Dopo l'8 settembre il Borghese aiutò la mia famiglia che era rimasta isolata a Roma, devolvendole la somma di lire 20.000 prelevata da un fondo di beneficenza organizzato dal Borghese per aiutare le famiglie degli ufficiali che si erano diretti al Sud'. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.106)
La situazione dei militari della nostra Marina, fatti prigionieri nel settembre-ottobre 1943 e deportati in Germania, era particolarmente preoccupante. Mancavano d'indumenti adatti, pativano la fame, non ricevevano notizie da casa. Malgrado qualche spedizione più che altro a scopo di propaganda politica organizzata dal governo repubblicano, o dal clero, gli italiani trattenuti in Germania mancavano di tutto. Nessuno aveva mai portato loro una parola di conforto e di solidarietà. Dopo lunghi colloqui con Wolff e Rahn, Borghese ottenne il permesso di inviare nei campi di concentramento tedeschi una missione guidata da sua moglie Daria. In breve tempo fu approntato un camion che volontarie dell'ufficio assistenza riempirono di 500 pacchi contenenti vestiario e generi di conforto. La missione toccò ben 32 campi di concentramento, distribuì pacchi ai militari internati, raccolse la loro corrispondenza per le famiglie, portò espressioni di fraternità a quanti, lontani dalla loro terra, scontavano una colpa non commessa. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.106-107)
Numerose testimonianze di uomini appartenenti all'una e all'altra parte, rese anche in sede giudiziaria, confermano il contributo essenziale dato da Borghese alla salvezza del porto di Genova. Tra queste, la deposizione giurata, fatta in tribunale il 17 dicembre 1948, da Vito Pavano, ufficiale del SIM del Regno del Sud presso il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. 'So che Borghese si interessava per la salvezza del porto di Genova, dichiarò Pavano, e per questo scopo egli si adoperava presso il servizio segreto tedesco [...] E a me sembro l'unico che ottenne risultati positivi'. Infatti, come sostenne Carlo Silvestri: 'Non è niente vero che i tedeschi avessero rinunciato alla distruzione degli impianti industriali dell'Alta Italia in seguito alle trattative col CLNAI'. E furono soprattutto 'le leali trattative da combattente a combattente intercorse il 14 aprile 1945 tra il generale Wolff e il Comandante Borghese [...] che indussero i tedeschi alla rinuncia al sabotaggio dei porti di Genova, Savona, Marghera e dell'arsenale di Venezia, e al piano di totale distruzione già ordinato personalmente da Hitler che, senza dubbio, avrebbe determinato scontri sanguinosi tra le forze tedesche e quelle italiane, scontri che avrebbero potuto disturbare gravemente la ritirata'. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.194)
Quale meraviglia se la loro carenza produrrà poi quelle reazioni che portarono centinaia di migliaia di uomini, sparsi su tutti i fronti, a rimanere a fianco del vecchio alleato, per seguirne fino all'ultimo le sorti, senza affatto calcolare se si puntasse sul vincente o sul perdente, ma solo per essere fedeli al simbolo dell'onore?. (da 'Una vita per l'Italia', pag.154)
Dopo la resa dell'aprile 1945, la Corte Internazionale Permanente riconobbe alle truppe della Repubblica Sociale la qualità di combattenti regolari ed il trattamento di prigionieri di guerra. Successivamente un decreto del governo italiano stabiliva che il fatto di aver appartenuto ad esse, e di aver prestato giuramento al governo repubblicano, non era considerato reato. In seguito a ciò, i suddetti venticinquemila ufficiali, ed i settecentottantamila circa armati repubblicani non sono stati perseguiti per legge. (da 'Una vita per l'Italia', pag.215)
Ma ecco finalmente a fare il punto la sentenza della Corte d'Assise, Sezione Speciale, di Roma nella causa contro il generale Berti e gli altri componenti il Tribunale di Guerra del C.A.R.S. (Corpo Addestramento Reparti Speciali) e del C.O.G.U. (Corpo Controguerriglia), responsabili di aver pronunciato molte sentenze di condanna a morte, poscia eseguite, di partigiani. Tutti gli imputati - presidente, giudici e pubblico accusatore - sono stati assolti perché il fatto non costituisce reato. La Procura Generale non ha ricorso avverso la sentenza, che è pertanto divenuta irrevocabile. La sentenza ha affermato che il principio della Repubblica Sociale Italiana fu uno Stato, nel senso politico e giuridico della parola, e come tale essa fu rivestita dei poteri e delle funzioni sovrane, che allo Stato competono. (da 'Una vita per l'Italia', pag.275)
Nello studio di un amico pittore incontrai un giovane professore comunista, insegnante di storia e filosofia nelle scuole superiori, persona colta e garbata. Una volta saputo del mio passato repubblichino, mi accennò alla sua conoscenza con un ex ufficiale della Xa Mas di Bologna, di cui mi disse il nome, che mi lasciò ovviamente del tutto indifferente. Sorpreso e quasi incredulo per quella mia ignoranza, il giovane professore mi manifestò con candore la sua meraviglia: 'Ma, come! Eravate così pochi che credevo proprio vi conosceste tutti!'. E' evidente che quel professore di liceo, che andava insegnando, non so se con sussiego o, così, alla buona, la recente storia nazionale alle nuove generazioni di italiani, era stato formato dai luoghi comuni diffusi e ribaditi dalla sterminata letteratura di parte sull'argomento, la quale faceva appunto degli uomini di Salò un'insignificante minoranza, formata da un pugno di vecchi incalliti manigoldi e da una manciata di sciagurati ragazzi traviati, estranei al paese reale, tutto schierato dall'altra parte. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.24)
Giampaolo Pansa, di parte contraria, nel suo libro 'L'esercito di Salò', opera che si fonda su dati parziali e fonti particolari, non avanza cifre globali, limitandosi a mettere in luce soprattutto il fenomeno della renitenza alla leva che afflisse fin dall'inizio la chiamata alle armi delle classi '23, '24, '25, '26, la fluidità di molti reparti, che sembrano dilatarsi e sgonfiarsi a seconda delle circostanze, le diserzioni, i passaggi da un campo all'altro. Quasi che di questi mali non ebbero a soffrire, specularmente, per ovvie e contrapposte ragioni, anche le forze partigiane, per non parlare della quasi totale renitenza alla leva che si verificò nell'Esercito Regio nelle regioni del sud dove, ormai giunti i liberatori anglo-americani e la tanto agognata 'pace', nessuno aveva più voglia di ricominciare una naja, riprendere le armi, gettate l'8 settembre, per un governo definitivamente squalificato. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.25)
Insomma, in quel periodo di grande disorientamento delle coscienze, così incerto negli esiti, e soprattutto al di là di ogni considerazione di opportunismo e di calcolo personale, le quali suggerivano invece una scelta diversa, alcune centinaia di migliaia di giovani italiani sentirono l'imperativo di mettere a repentaglio le loro vite, condizionare il loro futuro, abbandonare studi, case e famiglie per schierarsi dalla parte 'fascista', che 'ha ancora una sua capacità di appello presso i giovanissimi', come Bocca riconosce. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.26)
Di non diversa natura è la scelta dei capitano di vascello Junio Valerio Borghese, comandante della Xa Mas, e degli uomini alle sue dipendenze. [...] Si barricò con quelli dei suoi subalterni che vollero restare nella base della Xa Mas, in quella striscia di terra tra La Spezia e Lerici, pronto a difendersi contro chiunque avesse preteso la sua resa, cioè in sostanza contro i tedeschi, gli unici che in quella situazione gli avrebbero potuto portare offesa, tanto che, come dichiarò più tardi: 'Se un tedesco avesse tentato, dopo l'8 settembre, di disarmarmi o di fare violenza alla 'Decima' avrei dovuto difendermi: se fossi stato ucciso, cosa probabile, oggi sarei stato considerato un eroe della Resistenza'. Altri reparti sparsi per la penisola o nei territori occupati dal nostro esercito, spesso ridotti a un pugno di uomini, in un paesaggio di disfatta e di fughe, compirono la stessa scelta, per gli stessi elementari motivi di 'dignità di soldati' e di 'onore' che, nonostante tutto, in quel momento di dissoluzione di ogni punto di riferimento sono sopravvissuti. Va sottolineato che queste scelte - che poi condussero a Salò -, questa decisione di non arrendersi, questo soprassalto del sentimento di rivolta contro la vergogna e le conseguenze di quella resa, si determinarono nei giorni immediatamente successivi all'8 settembre, cioè prima della liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi, indipendentemente da essa, prima della formazione di qualsiasi embrione di governo 'fascista', prima ancora che se ne potesse ipotizzare la costituzione; avvennero per moto spontaneo, in circostanze particolari, per decisioni individuali prese sul campo. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.34)
In quel momento di sbandamento generale, parallelamente alle scelte di quei reparti militari, si produssero nell'animo di una minoranza di giovani confusi moti di rivolta e di rifiuto che non sono nei più ancora chiaramente differenziati. Scatta in alcuni un istintivo soprassalto di ribellione contro lo sfacelo che si scorge attorno, un sentimento di non accettazione della miseria morale in cui è sprofondato il paese, il bisogno di dissociarsi dalle viltà, le fughe, l'abbandono, che si manifestarono nel cercarsi fra coetanei, nell'impulso a unirsi, a fare gruppo. Quando, nei primissimi giorni dell'occupazione tedesca, con un gruppetto di coetanei mi presentai a un comando germanico a Roma con la richiesta di essere 'inviato al fronte a fermare il nemico', c'era tra noi un ragazzetto di sedici anni, un piccolo siciliano, Franco Grita, studente di scuola media superiore, che in quegli incontri in cui decidemmo di compiere quel passo, mi stringeva il braccio e continuava a ripetere: 'Stiamo insieme, stiamo insieme', quasi che in quel gruppetto egli ritrovasse il sentimento della patria che era andata in pezzi. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.35)
Sono ragazzi, poco più che adolescenti, che manifestano rabbie e delusioni, barlumi di speranza e di rifiuto. Alla fine di quella giornata, quando ci contammo nell'anticamera di quell'ufficiale tedesco, al quale ci eravamo rivolti per 'andare a combattere' e che non sapeva come esaudire quella nostra richiesta, ma, congedandoci, ci chiese da soldato l'onore di stringerci la mano, eravamo in venti. Andando là in gruppetti di due o tre, studenti liceali, matricole universitarie, giovani artigiani, indipendentemente gli uni dagli altri, avevamo sentito lo stesso impulso di 'presentarci' e chiedere che ci venissero 'date le armi' che gli altri avevano buttato. Altri compirono lo stesso passo in altre città. Giovanissimi, ancor prima della costituzione della RSI si presentarono ai comandi tedeschi o diedero vita a spontanee embrionali formazioni, che furono poi assorbite dalle prime unità regolarmente costituite dal governo di Salò. A Firenze - come mi raccontò l'animatore dell'iniziativa, un giovane della mia stessa età, Alessandro Guarnieri - un gruppo, che raggiunse la consistenza di 56 ragazzi, in quegli stessi giorni si presentò al comando germanico della città con la nostra stessa richiesta. [...] Questo plotone, insieme alla divisione della quale faceva parte, venne inviato sul fronte russo meridionale e si segnalò in vari scontri sulla testa di ponte di Nikopol, sul Dnieper e in altre località dove combatté fino al novembre 1944. Si trattava di giovani dai sedici ai vent'anni (ce n'erano anche di quindici e quattordici, che giunti clandestini al fronte, nascosti sotto e dentro i mezzi blindati sui carri ferroviari, furono rimpatriati). (da 'I balilla andarono a Salò', pag.35-36)
Riflettendo sulle cause che spinsero i giovani usciti dai ventennio fascista su questa o quell'altra strada, Italo Calvino ha scritto che in quei giorni di generale disorientamento bastò un niente a decidere un'esistenza: l'essersi trovati in un posto piuttosto che in un altro, aver fatto questa o quella esperienza personale, ovvero un'amicizia, l'incontro con una persona, la lettura di un libro. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.38)
Un altro luogo comune, costruito dalla storiografia antifascista della Resistenza è quello che fa della RSI una continuazione del ventennio fascista, anzi la sua logica conclusione, nella quale il fascismo, tolta la maschera di rispettabilità assunta negli anni del suo apogeo, mostrerebbe il suo volto più vero e odioso. [...] In realtà non c'è nulla di più inesatto. Nella sua nascita, nelle sue componenti umane, nelle intenzioni che mossero la maggior parte di coloro che aderirono alla RSI, nei loro comportamenti e anche nelle loro illusioni, c'è ben poco di quanto era stato per ventun anni il regime fascista. Nonostante che a capo di quell'effimero stato ci sia stato Mussolini, che il solo partito ufficialmente riconosciuto sia il Partito fascista repubblicano (tranne il tardivo esperimento di E. Cione che, tra il febbraio e il marzo del 1945, diede vita a un Raggruppamento Nazionale Repubblicano Socialista),in quella repubblica i fascisti non furono che una minoranza, lo spirito che la dominò, perfino nell'ambito dello stesso PFR, fu di rifiuto e di condanna del ventennio trascorso, e la maggioranza di coloro che vi aderirono aveva a che vedere con il regime che aveva governato l'Italia per un ventennio non più della generalità degli italiani, compresi non pochi di quelli che scelsero la Resistenza. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.75-76)
Dei 29 membri del Gran Consiglio del fascismo, che era la suprema assise del regime, il cui voto determinò la liquidazione del fascismo, solo due aderirono alla RSI: Buffarini Guidi e Farinacci. [...] Degli ex segretari del PNF nessuno sarà a Salò. Lo stesso dicasi degli ex comandanti generali della Milizia. E solo mosche bianche o nere della pletora dei federali fascisti, dei presidenti, direttori generali, funzionari delle varie istituzioni e organizzazioni fasciste, Opera Nazionale Combattenti, Dopolavoro, GIL, ecc., dei membri della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, del Senato, daranno la loro adesione alla RSI. Carmine Senise nominato capo della polizia il 25 luglio registra la corsa di gerarchi, federali, prefetti a testimoniare il loro 'antifascismo', la loro segreta opposizione al regime, i loro distinguo, ad assicurare la loro adesione al nuovo regime. 'I prefetti fascisti rimasero tutti al loro posto, pronti a servire il nuovo governo: non uno di essi, non uno, mostrò il più lontano desiderio di essere collocato a riposo. Moltissimi anzi fecero premura in senso opposto [...]. Altrettanto avvenne nelle file della Milizia [...]'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.77-78)
Quella che sarà la RSI, abbiamo visto, nasce prima della sua costituzione ufficiale, prima che essa assuma una struttura istituzionale e una fisionomia politica, amministrativa, militare, e indipendentemente da essa. Nasce con quel soprassalto di indignazione contro la vergogna dell'8 settembre che muoverà una non esigua minoranza di italiani a schierarsi contro l'armistizio. Nasce con quei nuclei che si raccolgono intorno a un ufficiale che ha deciso di non accettare la resa, in quei gruppi di giovani che prima della ricomparsa di Mussolini vanno a riaprire le federazioni, in quei manipoli di ragazzi che si presentano a un comando tedesco a chiedere di essere inviati a combattere, i quali tutti anche in seguito conserveranno una notevole indipendenza e autonomia dal governo centrale, che non sarà mai in grado, per le interferenze dei comandi tedeschi, la precarietà delle comunicazioni, l'assenza di una vera autorità, anche morale, per uno spirito ribaldo e anarcoide che anima tutti, di dare un indirizzo politico unitario, esercitare un reale imperio. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.79-80)
In una serie di interviste rilasciate nel 1964, ai collaboratori di Ruggero Zangrandi, Junio Valerio Borghese, comandante della Xa Mas, che fu il più agguerrito ed efficiente corpo militare della RSI, dichiarava: 'Io non dò troppo peso alle definizioni. Poniamo, ad esempio, il quesito: 'Fu fascista la RSI'. Per me, la RSI rispose a una esigenza morale e nazionale: avrebbe potuto formarsi anche senza Mussolini. Non va confusa con il fascismo tradizionale. Alla RSI aderirono uomini che non erano mai stati fascisti e si trovarono a fianco con fascisti del ventennio per un ideale più alto di quello di un partito'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.80-81)
È la Patria senza aggettivi che indica il maresciallo Rodolfo Graziani, ministro della guerra, con quel suo intestardimento a dar vita a un esercito apolitico al quale consegnerà come distintivo da appuntare sulle mostrine delle uniformi, al posto delle stellette dell'esercito regio, il gladio romano circondato da un serto d'alloro e su impressa la scritta ITALIA. E nel processo che gli sarà intentato dopo la guerra, la sua difesa sarà tutta sulla linea che dà il titolo al suo libro 'Ho difeso la Patria'. Quella di aver appiattito tutta la RSI, tutte le sue diverse componenti, la sua vera anima, sull'etichetta 'fascista' è stata una delle più riuscite operazioni di falsificazione storica attuate dall'antifascismo, sia quello autentico, che aveva patito prigione ed esilio, sia quello nuovo e nuovissimo, in irresistibile odore di opportunismo ed eterno italico trasformismo. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.83)
Ma allora perché quegli uomini sono lì, perché hanno scelto quella via? Perché hanno messo a repentaglio le loro vite, il loro avvenire in un'avventura che molti sanno o intuiscono non può concludersi che nella sconfitta? Perché sono lì, da quella parte, 62.000 ufficiali dell'ex Regio esercito, tra cui non pochi di quelli che si sono battuti contro i tedeschi nella mancata difesa di Roma, i quali hanno risposto all'appello lanciato da Graziani nel raduno dell'Adriano del 10 ottobre '43, che si concluse con l'accorata invocazione: 'Io vi dico, camerati: superate voi stessi, superate voi stessi! Guardate solo in faccia alla vostra coscienza. La Patria, la Patria, la Patria è quello che vale'. [...] La lista non è finita qui. Perché su quella barricata, eroica e feroce insieme, contraddittoria e grottesca, ad aumentare la confusione e ad aggiungere una nota di sconcerto ci sono, come ha ricordato G.B. Guerri, uomini come Nicola Bombacci, il vecchio rivoluzionario, fautore della scissione di Livorno del PSI e fondatore, con Amedeo Bordiga, Antonio Gramsci, Umberto Terracini, del Partito Comunista d'Italia! (da 'I balilla andarono a Salò', pag.85)
Ci sono tutti questi uomini di diversa provenienza e discordanti esperienze, accomunati da qualcosa che è scattato nei giorni dell'8 settembre e li ha spinti a compiere quel passo, sperando molti di essi di dare a quel gesto un valore che, al di là di ogni considerazione di ordine 'realistico', si situi in un ambito ideale nel quale possa restare e assumere il significato di simbolo. [...] Anch'essi, molti, pagheranno con il sangue, quali 'collaboratori col tedesco invasore', 'spie', 'traditori', il silenzioso, schivo, pudico rifiuto di 'voltar gabbana'. E anche gli atroci squadristi, che forniranno rancori inaciditi e ferocie imputridite alle Brigate Nere, non sono quelli che hanno avuto posti e prebende durante il ventennio, quelli che hanno imperversato nelle organizzazioni e negli istituti del fascismo, ma sono quelli che usati nel '21, furono messi da parte ed emarginati dal regime. Essi si riaffacciano carichi di rimproveri e di volontà di vendetta verso gli uomini del regime, e si richiamano al 'fascismo primigenio' di San Sepolcro (quello nel cui programma si riconosceva nel '36 la classe dirigente del Partito Comunista), repubblicano e rivoluzionario, che ancora sa delle sue origini anarco-sindacaliste, socialiste, ardite, fiumane, futuriste. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.86-87)
Importante, mi sembra, quest'ultima constatazione, nella quale, già allora, negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra c'era qualcuno di noi che sapeva chiaramente come quei soldati, quei giovani, che volontari o di leva si erano arruolati nelle forze armate di Salò, erano andati, consapevoli o meno, 'a pagare' per il fascismo, perché qualcuno doveva pur esserci che avesse il coraggio e la dignità di andare a saldare il conto che il paese aveva aperto con la storia, ad assumersi per tutti la responsabilità di quella che era stata una generale ubriacatura nazionale. In quel contesto Bolzoni racconta episodi che hanno del paradossale: quello di un marò della divisione San Marco che per aver fatto esplodere un carro armato americano era stato decorato della croce di ferro tedesca, e che avrebbe potuto benissimo, secondo l'autore, essere fregiato anche della bronze star americana per aver sabotato nei pressi di San Savino due camion carichi di SS, provocando la morte di numerosi di essi. Quel soldato era figlio di ebrei: la madre era stata inviata in campo di concentramento, mentre il padre era stato ucciso dalla mitraglia di un Mitchell americano. E ancora il caso di un alpino del gruppo 'Bergamo', 'feroce antifascista' reduce di Russia da dove aveva riportato in patria un lembo della bandiera del reggimento, e dove il suo capitano, nelle gelide notti passate davanti alla stufa in un caposaldo sul Don, lo aveva iniziato al comunismo, che egli a sua volta andava spiegando ai suoi commilitoni dell'esercito di Graziani, il quale però continuava a combattere nel suo gruppo alpino dalla parte di Salò, perché quel suo capitano, morendo, gli aveva detto: 'la bandiera soprattutto'. Casi estremi e singolari, ma che danno la misura di quanto variegata e contraddittoria fu la partecipazione a quella esperienza anche a livello di semplici soldati, di giovani, di ragazzi idealisti, che pagarono largamente, molti con la vita, e furono bollati dall'etichetta, che pretendeva di infamarli, di 'fascisti', mentre proprio la loro partecipazione, la loro ingenua dedizione, i loro inutili eroismi quella etichetta nobilitarono. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.96-97)
'Io vivo per la Patria e per la Patria ho giurato la morte' scriveva alla madre, prima di essere fucilata, agli inizi di maggio 1943, nei pressi di Torino, Margherita Audisio giovane ausiliaria di vent'anni: 'Tutti i pensieri, le passioni di adolescente, di giovane ventenne non mi hanno fatto volgere gli occhi, non mi hanno vinto. Io sento le pupille sbarrate all'orizzonte lontano e nebuloso: là è la Patria'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.97)
Anche se in momenti di esaltazione c'era chi si aggrappava alla chimera delle armi segrete che avrebbero capovolto le sorti dello scontro, oscuramente sapevamo che gli esiti di quella guerra erano segnati e che comunque noi, come nazione, ne eravamo fuori. 'Io non voglio tornare al fronte per vincere la guerra' scrive in un romanzo autobiografico, un altro ragazzo di Salò, Mario Gandini, giovane sottotenente d'artiglieria, che, reduce dal fronte russo, dopo mesi di incertezze e interrogativi, decide di riprendere le armi, e si presenta a un centro di arruolamento. 'Voglio tornare al fronte per perderla. Soltanto che la voglio perdere a modo mio'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.101)
Si è per decenni speculato sulla ferocia della repressione, l'accanimento nei rastrellamenti, la durezza dell'azione antipartigiana di queste formazioni, facendo di ciò la sola reale ispirazione della RSI. Durezza, atrocità, violenze ci furono, eppure esse non furono che l'omologo della stessa durezza, ferocia, violenza delle forze partigiane, come avviene, senza resti e senza sconti, in ogni scontro che ha carattere di guerra civile come ci hanno poi confermato le guerre d'Algeria, del Vietnam, d'Afganistan eccetera. Al di là di quei giudizi denigratori espressi dagli storiografi della Resistenza sull'esercito repubblicano, presentato come una sorta di accozzaglia di compagnie di ventura, che solo hanno sete di sangue e di violenza, in una visione grottescamente manichea, quali erano in realtà i sentimenti di quei soldati che, arruolatisi per andare a combattere il nemico esterno che ha invaso l'Italia, si trovarono di fronte all'amaro compito di affrontare altri italiani in una guerra fratricida che si farà col tempo, per il concatenarsi delle reciproche ritorsioni sempre più feroce e spietata?. [...] Ho rintracciato negli Archivi dello Stato una lettera, della quale avevo completamente perduto memoria, inviata a Mussolini nell'ottobre del '44 dai legionari della mia stessa compagnia, appartenente a un reparto, che in quell'opera di repressione era stato durissimo, come durissima era stata l'azione partigiana contro di esso nelle operazioni di polizia in cui era stato impegnato prima in Valsesia, poi sull'Appennino umbro-marchigiano e infine in alta Valcamonica. In questa lettera, redatta in un linguaggio che mostra chiaramente la semplicità d'animo, l'ingenuità e il modestissimo livello culturale di chi scriveva, quei giovani soldati chiedevano al Duce che il reparto venisse liberato dai compiti di controguerriglia cui era stato assegnato, manifestando chiaramente un sentimento di repulsa per questo genere di impiego. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.137-138)
Ci eravamo arruolati per andare al fronte ad affrontare quello che continuavamo a considerare il nemico straniero che aveva invaso il nostro paese, in uno scontro leale, faccia a faccia, sulla linea del fuoco, e fummo invece costretti, amareggiati e riluttanti, a combattere contro altri italiani che ci sparavano alle spalle e ci tendevano insidie e imboscate. E ben noto che quando nell'estate '44 la Xa Mas fu spostata dalla sua sede originaria di La Spezia a Ivrea, in una zona già infestata da bande partigiane, il comando del reparto fece affiggere dappertutto manifesti in cui si professava che la Xa aveva come scopo quello di fare la guerra agli alleati e non aveva alcuna intenzione di entrare in conflitto con altri italiani. Fu solo dopo l'agguato, avvenuto nel luglio '44, in cui una formazione partigiana mancando fede alla tregua d'armi stipulata per parlamentare massacrò vilmente dieci marò e ufficiali, fra i quali il capitano di corvetta Umberto Bardelli, che aveva comandato il battaglione Barbarigo sul fronte di Nettuno, e in seguito ad altre uccisioni ugualmente proditorie, che il reparto fu costretto a prendere misure antipartigiane per tutelare l'incolumità dei propri soldati. Prima di dare inizio a operazioni di polizia il comandante Borghese radunò i suoi ufficiali e concesse a chi non se la sentiva di affrontare quel compito la smobiitazione dal reparto, cosa che fu attuata per quindici di essi. Nessuno di quei giovani che hanno lasciato le loro case e le loro famiglie, gli studi, le normali attività di vita per arruolarsi nelle formazioni volontarie della RSI, ha immaginato allora che l'Italia sarebbe stata trascinata in quel gorgo di sangue e che essi sarebbero stati chiamati a combattere, e in quel modo così spietato, contro altri italiani. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.139)
Personalmente, quando mi resi conto, pur nella mia cosmica ingenuità di diciottenne di allora, che quei 'compiti di polizia' cui eravamo stati adibiti ci avrebbero inchiodati chissà per quanto sotto quelle montagne, distogliendoci da quella che era la nostra sola e unica aspirazione, chiesi di essere smobilitato dal reparto. Molti dei miei commilitoni in infinite occasioni disertarono per unirsi a unità che si diceva sarebbero partite per il fronte. Ci furono reparti che giunsero fino all'ammutinamento e uomini pronti a mettere in giuoco la loro vita pur di non essere coinvolti in quella guerra fratricida, quasi che con quel rifiuto avessero potuto esorcizzarla. Emblematico è il caso del battaglione NP (nuotatori paracadutisti) di Valdobbiadene che nel gennaio del '45 si rifiutò di essere adoperato per una azione antipartigiana. [...] Nonostante i nostri rifiuti e la nostra repulsione, quella guerra di guerriglia si è imposta, e quei giovani, volenti o nolenti, sono stati costretti a combatterla. Ed essa, con le sue imboscate, i suoi prelevamenti notturni di 'fascisti', i suoi agguati all'angolo di una strada, in cui d'un tratto vedi cadere il compagno che hai accanto, quello con cui hai diviso una sigaretta o una pagnotta, senza neppur aver scorto la faccia di chi ha sparato, senza aver avuto alcuna vera opportunità di combattimento, susciterà un sentimento di offesa, un rabbioso senso di rivolta da cui scaturisce una implacabile volontà di vendetta a ogni costo. L'odio, all'inizio inspiegabile, arcano, devastante, di cui ti senti fatto oggetto produrrà altrettanto odio per quel nemico invisibile e insidioso che ti colpisce da dietro una roccia o al riparo di un albero e si dilegua, come hanno sperimentato tutti i soldati che sotto ogni latitudine hanno combattuto guerre siffatte. Ed esso dilaga come un fiume, avvelena le passioni. Alla violenza si risponde con la violenza, al sangue col sangue, alla ferocia con la ferocia in una interminabile spirale di vendette e controvendette. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.140-141)
Allo sfruttamento tedesco nei confronti della Repubblica Sociale Italiana, risultato del vassallaggio a cui quest'ultima era sottoposta, fa contrasto il fatto che dalle tragiche giornate dopo l'8 settembre in poi, non meno di 300 generali e di oltre 62.000 ufficiali aderirono ad essa: di certo molti solo per lo stipendio e la carriera, ma molti anche nella sincera convinzione di salvare così il proprio onore di soldati e di italiani. (da 'In nome della resa', pag.414)
Per obiettività, tuttavia, dovremo aggiungere che fra il mezzo milione di prigionieri italiani in mano anglo-franco-americana, ben 80.000 di essi aderirono alla RSI (sono cifre risultanti da appositi plebisciti indetti dalle autorità alleate) e ciò dimostra che Graziarli avrebbe avuto più successo se avesse avuto possibilità di disporre di quei prigionieri di guerra. (da 'In nome della resa', pag.416)
Quanti furono allora i militari della RSI? Secondo i dati ufficiali, se si esclude la GNR, le forze armate repubblicane comprendettero 248.000 uomini: 143.000 dell'esercito, 79.000 dell'aviazione e 26.000 della marina. Altri 382.000 uomini formarono le cosiddette truppe ausiliarie. Queste cifre non dicono naturalmente alcunché sul numero dei disertori, che furono tanti, tantissimi, ma non cosi tanti da impedire una partecipazione alla guerra non grande, ma brillante (e comunque non inferiore a quella delle forze armate regie), partecipazione di cui parleremo dettagliatamente in seguito. Coloro che, per partito preso, denigrano le forze armate repubblicane, perché credono che solo cosi si possa essere buoni antifascisti, dimenticano che l'indagine storica non può essere 'politica' e non si accorgono che, anche affermando la teoria della 'diserzione di massa' non si può negare che vi furono rispettabilissime resistenze a Mondragone, a Nettuno, a Barga, a Tossignano, a Tarnovo e allo Chaberton. La teoria poi, che solo il terrore tenesse assieme quelle forze armate, condanna ancor di più i partigiani che si macchiarono di violenze nei confronti di quei soldati dopo la loro resa nel 1945 e la repubblica attuale, che tuttora non concede a quei soldati nessun riconoscimento, neppure ai fini previdenziali. (da 'In nome della resa', pag.417-418)
Protagonisti dell'episodio furono i paracadutisti che, sul fronte calabrese, non accettarono la resa e decisero di continuare la guerra con i vecchi alleati. Belisario Naldini, nel suo libro Morire per qualcosa, descrive lo stato d'animo di quei soldati la sera dell'8 settembre: 'Penso possa significare qualcosa il pianto che eruppe dagli occhi di molti di quei ragazzi, lo smarrimento che li assalì, il silenzio dei primi minuti nei quali nessuno voleva o poteva credere [alla resa]. Non era il desiderio di proseguire una guerra che anche i più ottimisti comprendevano ormai senza speranza, né alcun risentimento di natura polìtica, ma la sensazione netta e precisa della fine ingloriosa di un conflitto combattuto fra mille difficoltà'. Avevano insomma la certezza che niente fosse salvo, la preoccupazione di ciò che potessero pensare o fare i tedeschi dopo quell'avvenimento. Spinti dalla molla profondamente patriottica di far di tutto per salvare l'Italia dall'accusa di tradimento, non solo da parte dei tedeschi, ma anche degli stessi anglo-americani, decisero di rifiutare la resa. Il loro comandante, capitano Edoardo Sala, lo disse ai suoi uomini: 'Dissi loro che personalmente non intendevo arrendermi, perché non potevo credere che il re avesse dato l'ordine di affiancare l'esercito italiano agli anglo-americani per combattere contro l'alleato germanico. Tale gesto non era degno del re-soldato!'. (da 'In nome della resa', pag.426)
Un incidente, avvenuto il 10 aprile al Ponte di San Pietro, a Gorizia, ne aveva fornito l'occasione. Un ufficiale cetnico, ubriaco, aveva cercato di superare in macchina, senza fermarsi, il posto di blocco n.3 (tenuto da elementi del 4° reggimento della MDT) ed era stato ucciso dopo che aveva tentato di colpire al volto il comandante italiano che si era avvicinato al finestrino della vettura. Il giorno dopo i tedeschi intimarono di cedere il posto di blocco ai serbi. Gli italiani dovettero piegare la testa ed il piccolo presidio (portato, dopo l'incidente, a 21 uomini) incominciò ad incamminarsi verso un vicino sottopassaggio. A questo punto i serbi, al cenno di un caporale tedesco, presero a sparare all'impazzata: il capitano Orlando Dilena fu colpito a morte e con lui 16 dei suoi uomini, fra cui Dajmo Draghicevic, un diciannovenne spalatino di sentimenti italiani. Quando, il 13, ci furono i funerali vi erano anche, mimetizzati tra la folla, i partigiani della Osoppo. Alcuni giorni dopo furono infatti trovati sulle tombe dei fiori ed un biglietto: 'I partigiani italiani ai difensori di Gorizia italiana'. Ormai non si trattava più di fedeltà a Roma o a Gargnano, di fascismo o di antifascismo: da una parte e dall'altra, in quell'angolo d'Europa, gli italiani non avevano più né amici, né alleati, ma solo nemici che li volevano liquidare in quanto tali... Ed in questa situazione, il 27 aprile, si ritenne giunto il momento di difendere Gorizia tutti assieme: soldati repubblicani e partigiani verdi. Ce n'era bisogno. Tito ed i suoi generali avevano impartito ordini molto espliciti, che Carlo Simiani ha cosi condensato: 'Sono da considerarsi terre slave quelle al di qua dell'Isonzo e gli abitanti delle stesse crudeli invasori e sfruttatori del popolo iugoslavo... è dovere dì ogni buon soldato comunista liberare città e villaggi, trucidandone le popolazioni senza pietà; sradicare usi e costumi, diffondere la nuova luce dell'Oriente accesa dal verbo marxista [sic!] di Mosca'. (da 'In nome della resa', pag.545)