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L'Italia in guerra - Le ambiguità delle Forze Armate
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Ma c'era dell'altro che contribuiva a farci pesare ancora di più la prigionia: la lettura dei giornali, l'eco delle accuse, degli insulti, delle infamie che ogni giorno, con ritmo incalzante, venivano scagliate contro di noi. Se l'Italia era in rovina, se eserciti stranieri si accampavano in casa nostra, tutta la responsabilità ricadeva su Mussolini e su noi fascisti repubblicani. Ma il bello é che, in netto contrasto con questa tesi balorda, le cronache quotidiane erano piene delle rivelazioni di generali, ammiragli, industriali, uomini politici e di cultura che si vantavano di avere fatto di tutto per favorire il nemico e per farci perdere la guerra. E allora, maledetti bastardi, chi l'aveva voluta tanta rovina?. Chi aveva trasformato l'Italia in campo di battaglia per eserciti stranieri? Noi, forse, che ci eravamo battuti fino in fondo perché ciò non avvenisse?. (da 'La generazione che non si é arresa', pag.256)
L'11 giugno segna il destino di Pantelleria. Fra le 11 e le 11,40 una potente formazione navale alleata bombarda i principali obiettivi dal mare, mentre dal cielo un centinaio di Fortezze volanti sganciano il loro carico micidiale. L'isola era ormai coperta da alte cortine di fumo nero. Un vero inferno. Ma il generale Eisenhower, comandante delle forze alleate in Mediterraneo, che aveva compiuto su una nave il periplo dell'isola, era ugualmente preoccupato per la scarsità di punti adatti allo sbarco delle truppe che, al largo, attendevano di entrare in azione. Inopinatamente, nel primo pomeriggio, l'ammiraglio Gino Pavesi, comandante militare dell'isola, chiedeva la resa. Aveva ottenuto l'autorizzazione dallo stesso Mussolini facendogli credere che la totale mancanza di acqua non consentiva più ai nostri reparti alcuna concreta possibilità di resistenza. Gli anglo-americani sbarcati a Pantelleria si limitarono a fare prigionieri i nostri 11.000 militari, e a catturare le vaste provviste di cui erano dotati. (da 'I disperati', pag.271)
Nessuno di noi alla Decima era preparato a un colpo così duro, anche se da mesi la situazione della Marina non era chiara: qualcosa nell'ingranaggio della guerra non funzionava. Ne avevo parlato varie volte con alcuni colleghi e insieme avevamo tentato di capire il perché dello scarso rendimento delle operazioni navali. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.27)
Da quel momento tutte le risorse italiane dovrebbero convergere verso l'unico fronte rimasto all'Italia. Tutte le armi prodotte dall'industria italiana dovrebbero essere avviate in Libia, scortate dalle migliori e più potenti navi. Tutta l'aviazione dovrebbe essere riservata per i bisogni dell'Africa Settentrionale, il massimo numero di aerei dovrebbe dirigersi verso gli aeroporti della Tripolitania e della Cirenaica. [...] Ma per la Libia non si vogliono sciupare mezzi. Il generale Pricolo ritiene che la guerra in Africa Settentrionale non richieda che una piccola parte delle forze aeree. Le richieste di Porro sono giudicate 'alquanto esagerate'. Da luglio fino a ottobre arrivano dall'Italia settantacinque apparecchi da caccia, quarantuno da bombardamento, trentotto Breda 88 d'assalto e quindici da ricognizione, appena sufficienti per rimpiazzare le perdite e il logoramento. I Breda, però, si rivelano inutilizzabili: non riescono neppure a staccarsi dal suolo. Ne partono due per prova da Bengasi con carico di bombe ridotto a metà, ma a sud di Tobruk debbono atterrare. Non riescono a virare per rientrare alla base. Visti i risultati, sono privati dei pezzi utilizzabili e disseminati sul terreno come bersagli civetta. II generale Pricolo, responsabile di aver fornito ai combattenti in Africa Settentrionale aerei che non volano, non è tradotto davanti a una Corte Marziale. Questo dimostra la fondamentale ingenuità di Mussolini, che indulge di fronte a un così grave atto di sabotaggio e sembra non comprendere come lo stato di guerra, situazione eccezionale, richieda provvedimenti eccezionali. [...] Anche nell'assegnazione di rinforzi terrestri si segue un criterio restrittivo. Su mille autocarri richiesti a suo tempo da Balbo, in cinque mesi ne arrivano appena quattrocento, mentre venticinquemila su quarantaduemila requisiti sono accantonati per una progettata spedizione contro la Jugoslavia. In realtà le forze di cui l'Italia dispone, utilizzate da altri cervelli, potrebbero dare diverso corso alla guerra in Africa Settentrionale. Nella valle del Po si trovano due divisioni motorizzate, la Trieste e la Trento, tra le migliori del mondo quanto ad armamento e addestramento. Ci sono poi due divisioni corazzate, l'Ariete e la Littorio. Queste quattro unità, già raggruppate in Corpo d'Armata corazzato, troverebbero nel deserto africano il terreno più adatto al loro impiego. Sono invece trattenute in patria. (da 'Gli amici dei nemici', pag.22-25)
È vero che i carri leggeri inglesi sono più efficienti e in numero doppio di quelli italiani, ma gli italiani hanno il doppio di carri medi. Infatti la divisione corazzata inglese non ha che sessanta Cruiser, contro centoquaranta carri M italiani. Il Comando italiano avrebbe, dunque, le forze per tentare almeno di togliere l'iniziativa al nemico e volgere la situazione in suo favore. Invece, il 29 gennaio ordina lo sgombero di Derna. Il 31 ha inizio una ritirata generale dì cinquecento chilometri, da Derna ad Agedabia. (da 'Gli amici dei nemici', pag.72)
Rommel ha rilevato la doppiezza del Comando Superiore italiano, in cui l'uno disfa quello che l'altro fa, e avrebbe buon gioco per mettere i generali italiani di fronte alle loro incongruenze. Ma preferisce non polemizzare: ricorda soltanto ad Aimone di aver mandato anche a Bastico copia della lettera del 12 settembre. E che Bastico ha risposto di condividerne la sostanza. Il 4 novembre Aimone è costretto a lasciare il comando dell'Aviazione libica. Cinque giorni dopo, nella notte dal 9 al 10 novembre, i preparativi per l'offensiva contro Tobruk subiscono un altro grave colpo. Un convoglio di sette piroscafi, carichi di materiali e viveri per la Libia, è attaccato al largo di Siracusa. Gli incrociatori di scorta, al comando dell'ammiraglio Brivonesi, abbandonano il convoglio. Nell'allontanarsi sparano proiettili illuminanti, rischiarando i piroscafi, che sono più facilmente affondati da quattro piccole navi inglesi. (da 'Gli amici dei nemici', pag.103-104)
Il battaglione italiano si è tanto rafforzato nella posizione da mettere in fuga i carri armati inglesi che hanno tentato di avvicinarsi. La posizione è importante, è una posizione chiave: permetterebbe alle forze britanniche, dentro e fuori Tobruk, di ricongiungersi. Si potrebbe rafforzarla o almeno tenerla un giorno ancora, e permettere a Rommel di spazzare con le sue divisioni corazzate l'esigua forza rimasta ad Auchinléck in Egitto. Ma qui avviene qualcosa di illogico. 'Dopo il tramonto', continua il racconto di Odorici, 'a mezzo di un autocarro che sono riuscito ad avviare alle retrovie per rifornirmi di acqua e viveri, mi giunge l'ordine di sganciarmi dal nemico e di ripiegare dietro il Comando di Divisione'. [...] Le perdite subite dal battaglione sono veramente esigue: dieci morti, ventisette feriti, due cannoni e una mitragliatrice fuori uso. [...] Così, nella notte sul 28 novembre, senza motivo e senza combattimento, per ordine del comando, gli italiani sgombrano volontariamente El Duda, baricentro della battaglia della Marmarica, che gl'inglesi per dieci giorni avevano cercato di conquistare senza riuscirvi. Il battaglione che la presiedeva aveva subito perdite lievissime, non era accerchiato, lo spirito dei suoi uomini era alto. E invece dell'ordine di resistere ad oltranza, il camion della spesa viveri gli ha portato quello di ritirarsi. (da 'Gli amici dei nemici', pag.136-137)
Dentro il corridoio, ormai chiuso a nord, è rimasta l'ultima brigata della divisione neozelandese, sostenuta da un centinaio di carri inglesi. Rommel vuole imbottigliarli, chiudendo l'ultimo sbocco col Corpo d'Armata di Gambara: l'Ariete è già sul posto, la Trieste dovrà accorrere da Bu Cremisa. Per l'Ottava Armata inglese sarebbe la catastrofe. All'alba del primo dicembre, il generale Piazzoni riceve ordine da Rommel di approntare subito la sua divisione. Dovrà essere in marcia per le sette e trenta. Inoltre Rommel desidera incontrare Piazzoni alle sette, all'osservatorio di Bu Cremisa. Ma Piazzoni non fa compiere alcun preparativo di partenza. Si presenta tuttavia all'appuntamento con Rommel, dove trova anche il generale Franceschini, comandante della Pavia. [...] Neppure allora Piazzoni comunica ordini alla Trieste. Né Gambara, che sa del convegno, gli chiede che cosa sia stato deciso. Solo qualche ora dopo domanda indirettamente notizie della Trieste al capo di stato maggiore di un'altra unità: risulta che la Trieste debba muoversi? La risposta, necessariamente vaga, è: 'Pare di sì'. Sembra privo di ogni logica che Gambara cerchi da altri le informazioni che potrebbe avere direttamente, e che Piazzoni, a sua volta, non comunichi notizie al proprio superiore. È strano, insomma, che i due generali si ignorino. Ma il gioco è sottile: l'uno frappone indugi e impedimenti all'esecuzione degli ordini di Rommel, l'altro mostra di conoscerli vagamente, quasi per sentito dire. Intanto la Trieste prepara tranquillamente il primo rancio della giornata. Non vedendo comparire la divisione, che dovrebbe essere in marcia da circa tre ore, Rommel piomba a Bu Cremisa verso le undici. Lo vede il colonnello Ricciardi, comandante dell'artiglieria della Trieste, mentre 'dall'alto del suo automezzo inveisce contro Piazzoni per il ritardo nell'inizio del movimento della divisione'. Anche Odorici, reduce da El Duda, assiste al cicchetto: 'L'Eccellenza Rommel si è messo a urlare arrabbiatissimo, ritto sulla sua auto'. Piazzoni, a questo punto, non può più tergiversare. Tuttavia non convoca i comandanti dipendenti, non li informa ancora circa i compiti che la divisione dovrebbe assolvere. Si affida al telefono. Appena Rommel si è allontanato fa chiamare dal suo capo di stato maggiore il Sessantaseiesimo fanteria. La ricezione è disturbata e prende il microfono personalmente il comandante, il colonnello Fabozzi. Il Sessantaseiesimo parta e segua il Trigh Capuzzo. Obiettivo Abiar en-Nbeidàt. Il Nono bersaglieri si terrà arretrato sulla destra. È tutto. Con quattro ore e mezzo di ritardo, la Trieste si mette finalmente in marcia. [...] Ma ormai la brigata neozelandese e i cento carri armati britannici sono usciti dal corridoio. Uno sbocco provvidenziale è rimasto aperto, a causa del ritardo con cui Piazzoni ha fatto partire la Trieste. (da 'Gli amici dei nemici', pag.143-147)
Neppure nell'imminenza di una grande battaglia, Gambara si reca presso le divisioni del Corpo d'Armata che pure porta il suo nome. Nel suo diario dice che, appena ricevuta la comunicazione di Rommel, alle quindici e quarantacinque, ha inviato loro un messo con quest'ordine: 'Questa notte l'Ariete si schieri nella zona di Sidi Rezegh-Bu Cremisa, e la Trieste a sinistra dell'Ariete fino a Sidi Muftàh, con fronte a sud'. L'ordine non è mai stato trasmesso. Esiste solo nel diario. L'Ariete, infatti, rimane ferma a Gars el Arid, né Gambara la sollecita a muoversi. Quanto alla Trieste, lungi dal marciare verso il nemico, ripiega. Il generale Piazzoni, che il 27 novembre ha ordinato lo sgombero di El Duda, che il primo dicembre ha impedito alla sua divisione di congiungersi con l'Ariete, nella notte dal 4 al 5 la guida lungo il Trigh verso Sidi Re-zegh, allontanandola ancor più dalla divisione corazzata. I calcoli del generale Auchinleck, basati sulla certezza che i comandi avversari avrebbero evitato la lotta, cominciano a dimostrarsi esatti, sia pure in ritardo. Nella notte sul 5 dicembre, mentre divisioni corazzate tedesche puntano su Bir el Gobi, le divisioni del Corpo d'Armata Gambara restano ferme, quando non si allontanano addirittura dal campo di battaglia. L'accerchiamento progettato da Rommel non potrà realizzarsi. (da 'Gli amici dei nemici', pag.154-155)
La mattina del 5 dicembre, alle undici, Gambara telegrafa a Piazzoni, che durante la notte ha raggiunto l'aeroporto di Sidi Rezegh: 'Spostati massima urgenza a contatto con Pavia zona Bu Cremisa. Avverti appena giunto'. Questa nuova tappa verso ovest aumenterà la distanza della Trieste dall'Ariete, sempre ferma a Gars el Arid. Una collaborazione tra le due divisioni è diventata impossibile. [...] Dal momento in cui ha ricevuto il telegramma di Rommel a quello in cui spedisce l'ordine per Piazzoni, sembra che non sia trascorso nemmeno un secondo. Ma la Trieste non si muove: neanche questo telegramma è stato spedito. Anzi il generale Piazzoni ha ricevuto un ordine da Gambara, alle quattordici e trenta del 5 dicembre, molto diverso: rompere il contatto col nemico e ripiegare verso la zona di Bu Cremisa. Niente appuntamento con le divisioni corazzate tedesche, nessun accenno alla battaglia ingaggiata già da mezz'ora, silenzio sui Giovani Fascisti. Solo un ordine di ripiegare evitando la lotta. L'Ariete è sempre ferma a Gars el Arid. II Corpo d'Armata Gambara ha disertato il campo di battaglia senza saperlo, ad opera del suo comandante. [...] Ma la Trieste e l'Ariete dovranno pur arrivare. Giovani Fascisti e Divisioni corazzate tedesche continuano a combattere e ad attendere fino all'imbrunire, inutilmente. [...] 'La sera stessa', dice Gambara, 'alle diciotto e trenta ordino alla Trieste di raggiungere la pista El Adem-Bir el Gobi e di portarsi entro la notte a Bir el Gobi, dove già si trovano le divisioni corazzate tedesche'. Non parla dell'Ariete: ha già escluso dalla battaglia proprio quella divisione che dovrebbe formare la parte più consistente dell'ala sinistra. Non basta: cerca il modo di non fare intervenire nemmeno la Trieste. All'una e trenta dopo mezzanotte Calvi di Bergolo è incaricato di fare una comunicazione a Rommel da parte di Gambara: la Trieste è in tali deplorevoli condizioni da non poter partecipare alla battaglia. È appena giunta in vicinanza di El Adem e non è assolutamente in grado di proseguire. I soldati sono esausti, non hanno acqua da due giorni, hanno dovuto aprirsi la strada a viva forza. Viveri, munizioni, carburanti scarseggiano. Il generale Piazzoni, secondo Gambara, si è recato al Comando del Corpo d'Armata di Manovra, a El Adem, e ha illustrato lo stato miserando della sua divisione. La Trieste ha bisogno di riposare e riordinarsi. Nulla di vero. La pietosa storia dei soldati arsi dalla sete è inventata. L'acqua, i viveri, le munizioni, il carburante non mancano. La Trieste, partita solo all'imbrunire dalle vicinanze dell'aeroporto di Sidi Rezegh, sta ancora marciando, non è stata disturbata, non ha combattuto, non si è aperta la strada 'a viva forza'. (da 'Gli amici dei nemici', pag.157-161)
All'alba del 6 dicembre, mentre Azzi impartisce queste disposizioni, giunge a Gambara, tramite Calvi, la risposta di Rommel. Quindicesima e Ventunesima sono entrate di nuovo in combattimento. Senza il concorso dell'Ariete e della Trieste non sarà possibile accerchiare gl'inglesi. Giovani Fascisti e divisioni tedesche correranno gravi rischi. Ma al comando italiano non hanno fretta: nemmeno di aiutare i connazionali. Gambara, tranquillo, risponde a Rommel: farò partire la Trieste, 'dopo che si sarà riordinata'. Dell'Ariete non parla più. E il riordinamento è solo un pretesto per prender tempo. La Trieste, nello spostarsi da Sidi Rezegh a Bu Cremisa, non ha combattuto, non ha avuto morti né feriti, si è rifornita appena arrivata, i soldati riposano sugli automezzi o nelle vicinanze. Basterebbe suonare la sveglia. Ma, alle sollecitazioni di Rommel, Gambara ribadisce infastidito: 'È inutile dare ordini che non possono essere eseguiti'. Basterebbero a Gambara meno di cinque minuti per recarsi da El Adem a Quota Centosettantasette di Bu Cremisa, dov'è Piazzoni. Oppure potrebbe chiamare a El Adem il comandante di divisione. Ma ancora una volta i due generali, come sei giorni avanti, il primo dicembre, si evitano. [...] Dopo un'altra ora e mezzo, alle nove, Piazzoni comunica al corpo d'armata: in questo momento parte il Sessantaseiesimo fanteria, meno un battaglione, con un'avanguardia di motociclisti. Il resto della divisione seguirà immediatamente. Ma nello stesso istante in cui ha fatto questa comunicazione, il generale ha radiotelegrafato al Sessantaseiesimo: 'Novità N.N.', ossia, in gergo militare, 'rimanete ai vostri posti'. [...] Il tempo passa e, nonostante i telegrammi, non arriva nessuno. 'Dov'è Gambara?' è l'insistente ritornello del generale Cruwell, mentre le sue divisioni e i Giovani Fascisti continuano a combattere. Partita alle nove o alle otto e mezzo che fosse, un'ora doveva bastare alla divisione italiana per coprire i venti chilometri che la separavano dalle divisioni tedesche. Ne sono passate tre e non si è ancora visto neanche uno dei settemila uomini della Trieste. In cambio continuano le assicurazioni di Gambara: alle undici e trenta un altro dispaccio annuncia che la divisione 'sta marciando su due colonne, una al comando del generale Azzi, l'altra di Piazzoni'. Nello stesso momento, Piazzoni sta ripetendo alla divisione, sempre accampata a Bu Cremisa: 'Novità N.N.'. Ogni mezz'ora, puntualmente e invariabilmente, anche nel pomeriggio, la radio della Trieste continua a ricevere lo stesso segnale. L'ultimo 'Novità N.N.' è delle quindici e trenta. [...] 'II generale Gambara sta piangendo come un bambino', riferisce meravigliato Taddei ai compagni. Nessuno sa spiegarsi il perché di un fatto così insolito. La giornata è stata tranquilla: da quali preoccupazioni è sconvolto il comandante del corpo d'armata? [...] Ma Gambara è disperato perché si rende conto di ciò che ha fatto, né può scusarsi col dire, come il primo dicembre, che non era a conoscenza del piano tedesco: stavolta Rommel glielo ha comunicato direttamente. Non può invocare il pretesto di aver voluto salvaguardare la 'priorità' del comando italiano su quello alleato. Quando il piano tedesco gli era stato comunicato, prima della battaglia, poteva respingerlo, se gli sembrava inattuabile: non fingere di accettarlo per poi sabotarne l'esecuzione. [...] Almeno per umanità, se non per dovere, avrebbe dovuto aiutare i connazionali in pericolo a Bir el Gobi. Insensibile a entrambi i sentimenti, Gambara si è reso strumento di rovina per l'esercito italiano e per il suo alleato in Africa Settentrionale. [...] Ventiquattromila italiani e quattordicimila tedeschi morirono, furono feriti o dispersi nella battaglia della Marmarica. (da 'Gli amici dei nemici', pag.163-167)
Lo scontro si fa sempre più aspro. Rommel perde il controllo di sé nel rievocare quello che è accaduto. Tre settimane di combattimenti e di continui successi avrebbero potuto concludersi in una decisiva vittoria: invece italiani e tedeschi sono costretti a ripiegare. E gli inglesi, battuti continuamente, fuggiti due volte oltre frontiera, per colpa di Gambara, che nei momenti culminanti della battaglia ha fatto puntualmente mancare il concorso italiano, si accingono ancora una volta a marciare sulla Cirenaica. 'Abbandonerò le truppe italiane, condurrò le mie divisioni in Tunisia e mi farò internare dai francesi', grida Rommel. Westphal e Cause, il capo di stato maggiore del Panzergruppe Afrika, annuiscono. Bastico va ad appartarsi con gli ufficiali del suo seguito in un angolo del torpedone, aspettando che il tedesco si calmi, ma Rommel urla di nuovo: 'Vi abbandonerò al vostro destino! Andrò con le mie truppe in Tunisia a farmi internare!'. E mentre Bastico gli fa cenno con le mani di calmarsi, il generale tedesco, fuori di sé, urla per la terza volta, ancora più forte, la stessa minaccia. Si vede bene che è pronto a tradurla in atto. Bastico si avvicina di nuovo. Finalmente non muove più obiezioni: le disposizioni per il ripiegamento, quelle almeno, saranno osservate. Sono le due del pomeriggio quando gli ufficiali italiani scendono dal torpedone di Rommel per rientrare alle loro sedi, dopo aver firmato il verbale di questo eccezionale incontro. Bastico ritiene più opportuno nascondere il documento da cui risulta la disobbedienza agli ordini superiori e la defezione di Gambara di fronte al nemico: non manda perciò al Comando Supremo il verbale del suo incontro con Rommel. Mussolini non dovrà sapere ciò che è avvenuto, né per colpa di chi la battaglia della Marmarica è stata perduta. (da 'Gli amici dei nemici', pag.174-175)
Galeazzo Ciano, uscito dal Consiglio dei ministri, il 29 aprile 1939, si precipitò ad annotare sul suo Diario: 'Mussolini è decisamente scontento... E stata fatta un'inflazione di uomini ed il numero delle divisioni viene moltiplicato, ma in realtà queste sono cosi ridotte, da essere appena più forti di un reggimento. I depositi sono sguarniti, l'artiglieria è vecchia, le armi antiaeree e anticarro mancano del tutto. Il bluff è stato grande nel settore militare e il Duce stesso ne è rimasto ingannato. Ma si tratta dì un bluff tragico. Non parliamo dell'aviazione: Giuseppe Valle [capo di Stato Maggiore dell'Arma e sottosegretario di Stato per l'aria fino all'ottobre del 1929] dichiara di avere 3.006 apparecchi disponibili, mentre i servizi di informazione dicono che ne abbia soltanto 982. Una grossa differenza...'. (da 'In nome della resa', pag.53)
Se a tutto ciò si aggiunge la forte anglofilia degli alti comandi navali a Roma, non ci si può più stupire che la maestosa flotta italiana abbia miseramente fallito ed il sogno del mare nostrum diventò presto un incubo. (da 'In nome della resa', pag.60)
La 3a squadra navale (amm. Duplat), formata da quattro incrociatori, scortati da undici cacciatorpediniere, bombardò Genova e la costa tra la città e Recco, difese dagli italiani con la vecchia torpediniera Calatafimi (ten. di vascello Giuseppe Brignole) e con una squadriglia di siluranti agli ordini del tenente Parodi. A meno di duecento chilometri, nell'importante base navale della Spezia si trovava alla fonda mezza flotta italiana! (da 'In nome della resa', pag.68)
L'occasione buona si presentò il 30 agosto, quando la flotta britannica diede inizio all'operazione Hats (Cappelli), il cui scopo era quello di rifornire Malta con le due squadre di Gibilterra e d'Alessandria d'Egitto che, data la posizione geografica, la flotta italiana avrebbe potuto affrontare e battere separatamente. Cosi il 31, 'con lo scopo di intercettare il nemico', uscirono da Tarante cinque corazzate (Littorio, Vittorio Veneto, Giulio Cesare, Conte di Cavour e Caio Duilio), scortate da sei incrociatori e ventisette cacciatorpediniere. Il risultato di questa operazione fu nullo, se si esclude il carburante sprecato. Infatti la 'caccia all'inglese' si svolse mantenendosi a distanza di sicurezza dalla preda, la quale ebbe anche modo di bombardare le isole italiane dell'Egeo e di concludere brillantemente il 6 settembre l'operazione Hats, lamentando solo lievi danni sull'incrociatore Cornwall, a causa di una bomba d'aereo. Ormai il mare nostrum si trasformava sempre di più in un lago britannico, con tutte le conseguenze immaginabili per le operazioni terrestri nell'Africa settentrionale. Se si pensa che Cunningham aveva ricevuto in quei giorni la corazzata Valiant e la nuova portaerei Illustrious non si può non affermare che la strategia di Supermarina sembrò fatta su commissione dei britannici perché loro si rafforzassero e divenissero invincibili. (da 'In nome della resa', pag.94)
Il bombardamento fu condotto alle 8 del mattino dall'ammiraglio Sir James Fownes Somerville con 2 corazzate, 1 portaerei, 1 incrociatore e 10 cacciatorpediniere che scaraventarono sulla città 1.055 proietti che causarono la morte di 144 cittadini e ne ferirono altri 272. La flotta italiana, forte di 3 corazzate, 3 incrociatori pesanti e 10 cacciatorpediniere, restò, come sempre, chiusa alla Spezia. (da 'In nome della resa', pag.128)
Indubbiamente però, la presenza di un Franco Maugeri, capo di Stato Maggiore della marina dal dicembre del 1946 al novembre del 1948, alla carica di capo del servizio segreto navale durante il conflitto e che stranamente ottenne una decorazione americana nel 1946 'per importanti servizi resi mentre rivestiva il suddetto incarico', induce a pensare che la teoria del tradimento non sia stata sempre campata in aria. (da 'In nome della resa', pag.141)
Dal 4 gennaio le truppe dell'Asse, sotto un furioso temporale, si erano sistemate sulla nuova linea di resistenza, ma per Rommel la migliore difesa era l'attacco. Così, il 13, egli decise di ripassare all'offensiva, onde evitare una nuova avanzata britannica, che avrebbe voluto dire sconfitta sicura. Tuttavia non fece parola della sua idea né al suo superiore, Ettore Bastico, né ai vertici della Wehrmacht di Berlino. Temeva infatti che Bastico e l'OKW avrebbero comunicato la cosa al Comando Supremo di Roma e, ciò era risaputo, sarebbe stato come comunicarlo a Londra, visto che nella capitale italiana i segreti trapelavano molto facilmente e puntualmente giungevano alle orecchie britanniche. (da 'In nome della resa', pag.208)
Pantelleria era stata trasformata nel 1938 dall'architetto Pier Luigi Nervi in una fortezza dotata perfino di aviorimesse sotterranee e, per questo motivo, era stata definita, con enfasi, la 'Antimalta' italiana. […] Comandante dell'isola era l'ammiraglio Gino Pavesi, da cui dipendeva il generale Mattei, ai cui ordini era la guarnigione, forte di circa 11.000 uomini. La situazione della difesa non era molto buona: sulle 54 (o 44) batterie costiere solo 21 erano funzionanti e sui 150 aerei previsti ve ne erano al massimo una dozzina; […] Pavesi, infatti, aveva indotto quel mattino Mussolini a dare il suo assenso alla resa. 'Solo Stalin ed il Mikado possono ordinare di combattere fino all'ultimo uomo', disse il Duce per giustificare il suo assenso e comunicò a Pavesi: 'Chiamate Malta e dite che, per penuria d'acqua, cessate ogni resistenza!'. Si trattava di un abuso di fiducia (e Mussolini se ne rese poi conto): infatti i micidiali bombardamenti avevano distrutto soltanto due batterie e causato la morte di 35 militari e di 3 civili. Inoltre proprio lo stesso giorno della resa la 2a flotta aerea tedesca aveva inviato uno JU-52 che, atterrando all'aeroporto di Margana, aveva portato sull'isola - con grande rischio - dei rifornimenti d'acqua e se ne era andato promettendo di tornare con dell'altra. Una resistenza, anche se limitata nel tempo, era dunque possibile. (da 'In nome della resa', pag.267-268)
Per bloccare l'avanzata britannica non restava perciò che il gruppo Schmalz, che da Catania si diresse contro il nemico, anche nella convinzione che sarebbe stato appoggiato dalla divisione Napoli, ma questa, senza aver sparato un colpo, si arrese il 13 sulla strada tra Palazzolo Acreide e Sortino alla 4a brigata corazzata britannica (generale Cavet) ed il comandante, Giulio Cesare Gotti-Porcinari, attese anzi i britannici tranquillamente seduto alla sua mensa! Respinto dunque il contrattacco tedesco tra il 12 ed il 13, l'8a armata britannica raggiunse nelle prime ore del 13 luglio la base navale di Augusta che, pur essendo munita di pezzi da 381 mm, di 17 batterie contraeree e di un treno blindato, era stata sabotata ed abbandonata senza combattere la sera del 10 dal contrammiraglio Priamo Leonardi e dai suoi uomini a due incrociatori britannici presentatisi davanti alla rada. Il contrammiraglio e quattro dei suoi ufficiali furono per questo tradotti davanti ad una corte marziale e condannati a morte, ma il re concesse loro la grazia. Del resto ormai non si trattava più di un episodio isolato. Lo stesso giorno le truppe della 213a divisione costiera (generale Carlo Gotti), presso Catania (la piazza era comandata dal generale di brigata Azzo Passalacqua), abbandonarono le batterie costiere - prima ancora che giungessero i britannici - ed incominciarono a ritirarsi su Messina. (da 'In nome della resa', pag.274)
Ad ogni modo il 22, dopo una marcia di quattro giorni, il generale Geoffrey Keyes poté entrare da liberatore a Palermo, dove il generale di brigata Giuseppe Molinero firmò al Palazzo Reale la capitolazione della piazza, che si arrese senza resistenza. In pratica tutta la marcia sul capoluogo era costata agli americani 57 morti, 45 dispersi e 170 feriti. (da 'In nome della resa', pag.277)
Sembra, infatti, che Domenico Cavagnari sia stato in contatto, direttamente o indirettamente, con un intermediario svedese, per far arrendere la flotta italiana con due anni e mezzo d'anticipo, ai primi del 1941. La flotta, o parte di essa, avrebbe dovuto raggiungere la 'Colonia italiana antifascista della Cirenaica', al tempo sotto occupazione britannica (che, come si è detto, non era affatto mite). Le trattative, iniziate nel novembre del 1940, incoraggiarono talmente Londra da far nascere, per la prima volta, l'idea di uno sbarco in Sicilia (27 dicembre 1940), che ricevette il nome di operazione Influx. La ripresa dell'Asse, nella primavera del 1941, riportò però tutto in alto mare. Ciò che spicca in quella vicenda sono essenzialmente tre punti. Innanzitutto, secondo Londra, gli equipaggi delle navi che si sarebbero consegnate prigioniere non sarebbero stati costretti a combattere contro l'Italia, ma se l'avessero voluto fare di propria spontanea volontà, avrebbero ricevuto la stessa paga concessa ai marinai della Royal Navy. In secondo luogo il fatto che Londra, nel febbraio del 1942, offrisse del denaro per corrompere degli ufficiali della marina italiana ed indurli a disertare con le proprie unità, dimostra che i britannici non consideravano i loro interlocutori mossi da motivi patriottici e ciò impedisce ogni parallelo con gli ufficiali, per esempio, della 'Germania Libera'. In terzo luogo la paura di perdere la propria vita dovette essere in questi individui più forte del desiderio di guadagnare soldi ed il risultato fu che nessuna nave italiana fu consegnata volontariamente ai britannici prima dell'armistizio del 1943. Di tutto questo pissi pissi bau bau rimane perciò una cosa: l'attività (per non usare termini peggiori) degli ufficiali 'filobritannici' della marina italiana si svolse nel campo dello spionaggio a favore del nemico e nel campo delle azioni tendenti a sabotare la guerra. Il primo fu la causa della morte di innumerevoli marinai italiani, volgarmente pugnalati alla schiena; le seconde si manifestarono nell'inerzia di Supermarina al tempo dell'ammiraglio Domenico Cavagnari e, in minor misura, anche dopo il suo siluramento. (da 'In nome della resa', pag.285)
A fine novembre 1942, il duca Aimone di Spoleto, re di Croazia e fratello dell'ultimo viceré d'Etiopia, incaricò il console italiano a Ginevra, Luigi Cortese, di informare il colonnello inglese Victor Farrel del Secret Service che era disposto a rovesciare (assieme al principe ereditario) Mussolini e a sganciare l'Italia dalla Germania. Il tutto a condizione che gli fosse assicurata (oltre che il mantenimento della monarchia italiana) la collaborazione delle armi alleate, tra cui la RAF per fronteggiare l'aviazione tedesca e quella... italiana! Una proposta che, poiché effettuata da un re (anche se nominale) di una potenza alleata, e che doveva il suo titolo proprio a Mussolini, era, a dir poco, indegna. (da 'In nome della resa', pag.289-290)
La 'febbre cospirativa' che aveva investito un poco tutti, sfaccendati, blasonati, generali sconfitti in battaglia, finanzieri ed industriali terrorizzati dal domani, perfino ministri, riuscì però anche ad ingenerare in Churchill le speranze da lui formulate. Tuttavia il coraggio dei cospiratori era scarso, il pericolo abbondante e a questi mancava la 'stoffa', la credibilità e, soprattutto, la forza, mentre talvolta agivano persino con ingenuità, sotto l'occhio vigile del SIM che, coadiuvato anche dalla Gestapo, era pronto a vanificare le iniziative, punendo i 'piccoli' e neutralizzando i 'grandi'. E tutti questi cospiratori da fine settimana furono ancora fortunati, visto che Mussolini, malgrado le sue manie romane, non usava dare i suoi amici in pasto ai leoni! (da 'In nome della resa', pag.291)
Come inquietante postilla all'operato dei servizi segreti in Corsica vale la pena di trascrivere - dalle considerazioni del capo Ufficio storico dello stato maggiore dell'Esercito - il brano dedicato al generale Giacomo Carboni, comandante del VII corpo d'armata stanziato nell'isola: 'Secondo le accuse del dottor Petru Giovacchini, capo degli irredentisti corsi filoitaliani, il generale Carboni mantenne in questo periodo intelligenza col nemico, specie tramite un suo fido, il console della MVSN Umberto Cagnoni, che si legava col rappresentante di Giraud in Corsica, comandante di squadrone della gendarmeria Paul Colonna d'Istria, detto 'Cesari''. A inizio 1943 l'antitedesco Carboni - capo del SIM nel 1939-40 e di nuovo nell'estate 1943 - prevede la caduta del regime e persegue un preciso progetto politico, che punta a utilizzare la Corsica come moneta di scambio per collegarsi col generale De Gaulle e sostituire all'Asse Roma-Berlino l'alleanza Roma-Parigi. Colonna d'Istria, sbarcato il 4 aprile 1943 da un sommergibile inglese sulla costa orientale, in breve tempo aggrega i gruppi indipendentisti nel Fronte nazionale e costituisce il comando unico della resistenza corsa. Il colonnello Umberto Cagnoni, comandante del reggimento di Bastia, nella primavera 1943 s'incontra segretamente con dirigenti irredentisti, cui offre collaborazione impegnandosi tra l'altro a controllare il porto di Bastia per favorire un eventuale sbarco alleato; successivamente egli trasmette una serie di notizie di rilievo militare sulla disgregazione delle difese italiane. (da 'Guerra di spie - I servizi segreti fascisti, nazisti e alleati 1939-1945', pag.24)
I comandanti delle diverse armi non hanno avuto il coraggio di raccontargli che l'aviazione e la fanteria sono inadeguate per armamento e addestramento, che la marina è sì imponente, ma tarpata dalla mancanza di portaerei e per di più animata da fieri sentimenti antigermanici, con ammiragli scarsamente vogliosi di battersi. […] Vent'anni fa a Londra spuntarono documenti in cui veniva asserito che nell'estate del '40 le navi italiane erano state 'offerte' per alcuni milioni di sterline. Anziché appurare se si trattava di volgari menzogne o di clamorose rivelazioni, si preferì far finta di niente. Eppure negli appunti di Churchill di fine '41 si parla del denaro necessario ad allettare alcuni ammiragli che da Roma avevano allacciato contatti tramite diplomatici svedesi. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.54)
Praticamente a riposo da un paio d'anni, Gustavo Pesenti, genovese, deve la carriera a Badoglio, che dopo la campagna d'Eritrea l'aveva spedito quale proprio fiduciario a comandare nel '39 il fronte somalo. Allo scoppio delle ostilità, tutto preso dal suo sogno di mettere in musica la Divina Commedia, Pesenti non s'era accorto che i britannici gli avevano soffiato una brigata coloniale. Il quartier generale l'aveva appreso dal compiaciuto bollettino di radio Nairobi. Amedeo d'Aosta era volato a Mogadiscio, dove il generale, anziché giustificare la figuraccia, gli aveva detto che così quelli di Roma imparavano a dichiarare guerra all'Inghilterra. Se siamo ancora in tempo, aveva concluso Pesenti, vediamo di concludere una pace separata. I fatti si sarebbero incaricati di dargli ragione, ma lì al fronte, con un nemico da combattere e con un morale che era già sotto le scarpe, al viceré d'Etiopia non era rimasto altro che caricarlo sul primo aereo e rispedirlo in Italia. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.83)
Aimone d'Aosta, duca di Spoleto, impiega un suo collaboratore, Alessandro Marieni, appena nominato console a Ginevra, per sondare gli inglesi. […] Aimone ha infatti trovato una sponda importante nella marina. Il 7 novembre ha avuto un franco colloquio con l'ammiraglio Franco Maugeri, responsabile del servizio segreto navale. Entrambi hanno convenuto che bisogna fare piazza pulita del fascismo. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.85-86)
[…] '… tra le varie cose però che nutrirono le speranze di Eisenhower vi fu un incontro riservato che egli ebbe con un misterioso personaggio, il quale lo avvertì che il popolo italiano era pronto a far la pace a ogni costo. Eminenti personalità del governo italiano si erano infatti persuase di non poter vincere nemmeno se la parte con la quale si trovavano avesse vinto. Erano così desiderose di non inimicarsi gli Stati Uniti che i sommergibili erano stati ritirati dall'Atlantico'. Il misterioso personaggio si riferisce all'inspiegabile ordine diramato quasi un anno prima, il 10 Dicembre 1941, da Supermarina e del quale abbiamo già dato conto. L'identità dell'informatore di Eisenhower è rimasta inaccessibile, doveva però trattarsi di un militare o di un civile bene addentro ai pensieri, ai desideri, ai progetti ormai coltivati da larga parte del sistema. L'accenno ai sommergibili è illuminante e aumenta gli interrogativi sul comportamento della marina, sulle drammatiche partite che si disputarono in seno all'ammiragliato. Il riferimento alle eminenti personalità convinte 'di non poter vincere nemmeno se la parte con la quale si trovavano avesse vinto' assomiglia molto a un'affermazione presente nelle memorie scritte dall'ammiraglio Maugeri per il pubblico di lingua inglese nel 1948 e alquanto differenti da quelle che sarebbero poi apparse in Italia nel 1980: 'L'inverno del '42-'43 trovò molti di noi, che speravano in un'Italia libera, di fronte a questa dura, amara, dolorosa verità: non ci saremmo mai potuti liberare delle nostre catene, se l'Asse fosse stato vittorioso'. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.93-94)
Il famoso filo segreto che univa la monarchia e la massoneria italiane alle potenze nemiche s'irrobustiva ogni giorno di più e consentiva ai vertici militari e politici di Stati Uniti e Gran Bretagna di conoscere ciò che in teoria sarebbe dovuto rimanere sconosciuto. E una matassa ormai inestricabile di episodi e voci, di coincidenze e fatalità. In due libri (Soldi truccati e L'esercito della lupara) è scritto che tra l'aprile e il maggio '43 una missione di ufficiali sabaudi fu paracadutata su Algeri per definire con l'alto comando di Eisenhower i dettagli dell'imminente invasione. La missione era guidata dal generale Giuseppe Castellano e comprendeva anche il capitano Vito Guarrasi, oscuro responsabile di un autoparco, e il tenente Galvano Lanza di Trabia. Se la vicenda fosse vera, e non risultano smentite ai due libri, andrebbe interamente riscritta la storia dell'armistizio. Sarebbe la prova inequivocabile e definitiva che pezzi dello Stato, e che pezzi, trattarono con gli Alleati molto in anticipo sulla storiografia ufficiale e lo fecero nel territorio controllato da essi, non in una sede neutra come accadrà tra la Spagna e il Portogallo. E se questa missione fu compiuta, mentre i soldati italiani ancora combattevano e morivano contro gli anglo-americani in Tunisia, significa che talune scelte erano già state definite. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.114-115)
A Washington venne altresì confermata la 'cattura della flotta fascista'. Qualche accenno in proposito lo si trova pure nelle discussioni fra gli accompagnatori di Roosevelt e di Churchill a Casablanca, ma nella capitale statunitense avvenne l'annuncio ufficiale che la quarta flotta del mondo non sarebbe stata distrutta in battaglia o con bombardamenti preventivi nei porti, in cui aveva trascorso gran parte dei tre anni guerra, bensì sarebbe stata 'catturata'. Dinanzi a tanta sicurezza echeggia il ritornello di sempre: stupefacente preveggenza dei vertici alleati o possesso di informazioni incontrovertibili? (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.117)
L'ambiguo comportamento di alcuni ammiragli si è giovato nei decenni del lungo oblio con cui è stata avvolta in Italia la seconda guerra mondiale. Era una guerra persa ed era una guerra alla quale hanno appioppato la falsa etichetta di 'guerra fascista', quindi dimenticare, meglio non occuparsene più. Ma è proprio così? Che a proclamarla sia stato l'aspirante borghesuccio di Predappio è indubbio, ma è altrettanto indubbio che a combatterla fu la generazione sfortunata dei ragazzi italiani, la quale non potè o non volle sottrarsi alla cartolina precetto. E a incidere sulla morte e sulla vita della generazione sfortunata in Africa, dentro i sommergibili, nelle navi da guerra e nei mercantili furono spesso le decisioni prese da Supermarina, la pomposa definizione dello stato maggiore navale. Il giorno della dichiarazione di guerra, il 10 giugno 1940, l'Italia possedeva la quinta flotta del mondo dopo USA, Gran Bretagna, Giappone e Francia. La resa di quest'ultima trasformò la nostra flotta nella principale potenza del Mediterraneo. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.123)
Un minuto dopo aver dichiarato la guerra, l'immediata priorità avrebbe dovuto essere Malta. Il protettorato britannico, fastidioso intruso nel mare nostrum fra la Sicilia e l'Africa italiana, rappresentava la classica banale influenza che se non fosse stata subito debellata si sarebbe trasformata in una micidiale polmonite. Tuttavia per due anni non furono approntati i piani d'invasione e per due anni ci si guardò bene dal chiudere la strettoia naturale esistente fra Pantelleria e le coste algerine. Sarebbe bastato piazzare un'adeguata copertura di mine, una manciata di sottomarini e un po' di navi da battaglia per impedire all'Inghilterra di approvvigionare l'isola e di tenervi quel minimo di incrociatori, di aerei e di sottomarini (la Forza K) che costituirono una molesta spina nel fianco. Occorse, a metà del '42, un deciso intervento di Doenitz e di Kesselring per collocare qualche mina in quel tratto di mare. I geni di Supermarina non ci avevano pensato. Neppure Badoglio e Cavallero si preoccuparono di approntare un'azione combinata. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.124-125)
Nonostante a Malta continuasse a sventolare l'Union Jack, la supremazia nel Mediterraneo non era in discussione. Per lo meno non lo sarebbe stata se fin dall'11 giugno 1940 la conduzione degli ammiragli seduti nelle comode poltrone dello stato maggiore non fosse stata improntata alla rinuncia, all'infingardaggine, all'assoluto disinteresse per la sorte di migliaia di marinai, vittime leali di giochi inconfessabili. Dalle navi colpite nella rada di Taranto al bombardamento di Genova, dall'assurda sconfitta di capo Matapan all'incredibile dietrofront di Punta Stilo e al patetico annaspare nel golfo della Sirte - due episodi in cui alla flotta inglese vennero risparmiate severe batoste - Supermarina fece di tutto per non fare la guerra agli inglesi. Churchill era seriamente preoccupato della sorte delle sue poche navi divise fra Gibilterra e Alessandria d'Egitto. Già il 17 luglio 1940 a Londra meditavano di abbandonare il Mediterraneo e di concentrarsi a Gibilterra. Ma il giorno dopo Cunningham, il comandante di Alessandria, invitava il governo a soprassedere: gli risultava che la flotta italiana non avesse alcuna voglia di combattere; inoltre pensava di sapere dove fossero posizionati i nostri cinquantacinque sommergibili che avevano preso il mare. Cunningham non possedeva doti divinatorie: qualcuno da Roma aveva preso a spifferare rotte latitudini e longitudini. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.125-126)
Mentre Churchill con i suoi azzeccati interventi contribuiva alla stoica resistenza del Regno Unito, Mussolini si rivelò un presuntuoso dilettante: non si accorse che la marina gli giocava contro, che il suo atteggiamento rinunciatario gli stava facendo perdere la guerra molto prima dell'intervento americano. È una vicenda complessa e intricata che prende il via con Domenico Cavagnari, capo di stato maggiore dal '34 al dicembre del '40. Era un genovese forte con i deboli, debole con i forti, del tutto prono dinanzi a Mussolini. Ancora nel '36 aveva bocciato il progetto per la costruzione di tre portaerei e difeso a spada tratta l'imbecille scelta del duce. Era contrario alla guerra per motivi che avrebbero dovuto portare alla sua immediata destituzione: lamentava l'impreparazione dei suoi uomini tuttavia aveva giudicato inutile l'addestramento per il combattimento notturno e si era opposto agli studi e agli esperimenti di un rudimentale radar. Dopo il 10 giugno fu il primo teorico della salvaguardia a ogni costo della flotta senza che qualcuno, e principalmente Mussolini, gli chiedesse a quale scopo fosse stata allora allestita con un esborso enorme per l'erario: oltre quattordici miliardi di lire (circa sette milioni di euro). A Cavagnari si deve anche il rifiuto, per le solite gelosie di bottega, di una vera collaborazione con l'aeronautica, resa indispensabile dalla mancanza di portaerei. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.126-127)
A Roma, fra una confidenza e una maldicenza, più di un ufficiale superiore sapeva che i mercantili partiti all'improvviso o che avevano cambiato la rotta prescritta erano giunti nel porto di destinazione e l'identica benevola sorte capitava ai sommergibili che per un qualsiasi motivo non seguivano le indicazioni di Supermarina. Il più grande successo italiano, l'incursione dei 'maiali' di De La Penne nel porto di Alessandria il 18 dicembre '41, ebbe come premessa l'assoluta segretezza con la quale il principe Junio Valerio Borghese, capitano di fregata e comandante del sommergibile Scirè, che trasportava i tre 'siluri a lenta corsa' e gli eroici sommozzatori, circondò la missione. Carlo De Risio e Roberto Fabiani nel loro splendido pamphlet (La flotta tradita) hanno esibito le prove documentali sui sospetti che erano quasi certezze aleggianti nelle stanze del SIM. Tali documenti però aprono un altro interrogativo: come mai Amè non intervenne direttamente? Come mai gli ammiragli sospettati d'intesa con il nemico rimasero tranquillamente nei loro incarichi? In quanti volevano perdere la guerra? E se perdere la guerra veniva ritenuta la via più breve per perdere il fascismo, era proprio necessario che tale via fosse costellata dei cadaveri di tantissimi marinai mandati a fondo nel Mediterraneo? (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.127)
Nel 1952 uno straordinario saggio di Antonio Trizzino (Navi e poltrone) squarciò il velo del silenzio. Trizzino era stato un ufficiale di aviazione e aveva provato sulla propria pelle la rabbia e il dispetto di tante missioni andate a male. Fu il primo a fare nomi e cognomi: l'ammiraglio Franco Maugeri, responsabile dell'Ufficio informazioni; l'ammiraglio Priamo Leonardi, comandante della piazzaforte di Siracusa e Augusta; l'ammiraglio Gino Pavesi, comandante di Pantelleria; l'ammiraglio Bruno Brivonesi, comandante dell'imponente scorta di sette piroscafi affondati il 10 novembre 1941 da due incrociatori leggeri. Il libro conobbe un successo straripante, la casa editrice Longanesi ne stampò venti edizioni, Trizzino si concesse l'enorme soddisfazione di essere assolto in appello dall'accusa di aver vilipeso il ministero della Difesa e di aver diffamato gli ammiragli Leonardi, Pavesi e Brivonesi. E dire che Trizzino non disponeva delle prove prodotte cinquant'anni dopo da De Risio e Fabiani, aveva soltanto annusato l'aria e capito bene quale vento spirasse. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.128-129)
A differenza dell'aeronautica, la marina era stata sempre permeata di sentimenti antigermanici. […] E di massoni era composto quasi l'intero vertice della nostra flotta. Di conseguenza sussisteva una generale propensione verso la gloriosa marina britannica. Su un simile comune sentimento pesavano poi altri fattori: sessantasette alti ufficiali erano sposati con donne straniere, quindi facilmente avvicinabili; due importanti ammiragli - Mario Farangola, alla guida dei sommergibili, e Vittorio Tur, titolare d'incarichi molto delicati - avevano mogli inglesi, mentre due capitani di vascello destinati a una folgorante carriera, Brivonesi e Alberto Lais, erano coniugati con un'inglese e un'americana. Le accurate ricerche di De Risio e di Fabiani ci dicono che pure tre capitani di fregata e cinque tenenti di vascello dividevano il letto con signore anglosassoni. Ma c'è di più: Vittorio Tur, nel '40 comandante in Albania, nel '41 comandante della Forza Navale Speciale che avrebbe dovuto espugnare Malta, nel '43 comandante prima in Provenza poi nel basso Tirreno, aveva un fratello, Enrico Paolo, tenente di vascello ed antifascista convinto, emigrato nel '22 in Francia. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.129)
Anche gli americani, attraverso il Naval Intelligence, trovarono presto un canale preferenziale: si trattava di un giovane innamorato del cinema, Marcello Girosi, che dopo la guerra avrebbe fatto il produttore a Cinecittà. A quell'epoca Girosi esibirà una delle più importanti decorazioni militari statunitensi, la Silver Star. Sarà uno dei pochissimi civili al mondo a gloriarsene e la motivazione della medaglia ne spiega bene i motivi: 'Per aver contribuito a distaccare il comando della flotta italiana dal regime fascista nell'estate 1943 e per aver assicurato alla marina degli Stati Uniti importanti segreti di fabbricazione'. […] Il ministro della marina americana, William Knox, definì il materiale consegnato da Girosi di valore inestimabile. La fortuna degli yankee fu che Girosi aveva un fratello, Massimo, contrammiraglio della regia marina. Nel farne un ritratto ai suoi amici dell'OSS Marcello spiegò che si trattava di un antifascista dichiarato e di un acceso sostenitore della causa alleata. Massimo Girosi lavorò in due delicatissimi uffici: le Operazioni - cioè la cabina di regia di tutte le missioni, lì dove si stabilivano le rotte delle navi, dei sommergibili e si conoscevano le rotte dei mercantili e dei piroscafi in viaggio per l'Africa - e il SIS, che in teoria avrebbe dovuto dare la caccia alle spie interne e agli agenti nemici. Molto in teoria. Nel maggio del 1941 era stato nominato responsabile del SIS - paradossalmente lo stesso acronimo del servizio segreto britannico - l'ammiraglio Franco Maugeri, siciliano di Gela. La sua prima battaglia - racconta egli stesso nelle memorie - fu burocratica: imporre la propria persona nell'organigramma autorizzato a partecipare alle riunioni giornaliere di vertice. Quelle in cui si varavano le missioni più segrete. Il vicecomandante del Naval Intelligence, il capitano Ellis M. Zacharias, nella sua autobiografia, Secret Missions, sostiene che sia le imboscate dei primi mesi di guerra contro i sommergibili italiani nel Mediterraneo e nel mar Rosso, sia gli altri interventi a colpo sicuro contro incrociatori e mercantili erano dovuti alle informazioni che filtravano dal ministero di Roma e dall'Ufficio informativo. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.130-131)
Sandro Attanasio in due vecchi libri (Sicilia senza Italia e Gli anni della rabbia) ha scritto senza ricevere smentita: '... sede importantissima del Supersim [la cellula dei servizi segreti in combutta, secondo Attanasio, con gli anglo-americani; N.d.A.] fu la villa di capo Soprano, nei pressi di Gela, appartenente al principe Ferdinando Pignatelli d'Aragona-Cortez. La villa, già proprietà dell'ammiraglio Maugeri, era stata comprata all'inizio della guerra dal principe con rogito notarile stipulato a Roma. […] Fra l'altro aveva fatto costruire in muratura una specie di ponte di nave sormontato da un altissimo pennone, che, si sussurrava a Gela, somigliava a un'antenna RT. […] Nel pomeriggio del 10 luglio 1943 un gruppo di compiti ufficiali alleati di stato maggiore fece lunghe visite di cortesia alle due ville... Da capo Soprano, dove c'era una stazione radio in collegamento con Malta (il cui operatore era un ufficiale in servizio all'aeroporto di Ponte Olivo), partirono gli atti a facilitare in Sicilia l'esecuzione degli accordi presi con gli Alleati. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.131)
Al termine del conflitto, poco prima di essere promosso capo di stato maggiore con Girosi capo della squadra, l'ammiraglio Maugeri ricevette la Legion of Merit 'per la condotta eccezionalmente meritoria nell'esecuzione di altissimi servizi resi al Governo degli Stati Uniti come capo dello spionaggio navale italiano'. Per gli stessi 'altissimi servizi' l'ammiraglio sarebbe potuto finire sotto inchiesta in Italia. E infatti un magistrato ordinario vide in quella motivazione la prova del tradimento, ma un magistrato militare archiviò riconducendo la prestazione degli 'altissimi servizi' all'epoca della cobelligeranza. Maugeri affermò di essersi comportato secondo coscienza. Vergò un libro di memorie in lingua inglese (From the Ashes of Disgrace, Dagli abissi della disgrazia), destinato al pubblico delle due potenze vincitrici. Probabilmente non si aspettava che ampi stralci venissero immediatamente tradotti in italiano. Ne derivò una polemica violentissima. Maugeri infatti scriveva: 'L'Italia era piena d'inglesi e di italiani amici e simpatizzanti della Gran Bretagna, soprattutto tra l'aristocrazia. Io dubito che esistessero molte spie inglesi in Italia: essi non ne avevano davvero bisogno. L'Ammiragliato britannico aveva abbondanti amici tra i nostri ammiragli anziani e nello stesso ministero della Marina. Sospetto che gli inglesi fossero in grado di ottenere informazioni direttamente alla fonte. In questo caso non c'era bisogno di spendere denari e sforzi per avere un esercito di agenti scorrazzanti per i fronti a mare di Napoli, Genova, Taranto, La Spezia'. Sono considerazioni che starebbero bene in bocca a uno studioso, ma che stonano in bocca all'uomo che avrebbe dovuto dare la caccia agli informatori del nemico. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.132)
Scrive Maugeri nel suo From the Ashes of Disgrace: 'L'inverno del '42-'43 trovò molti di noi, che speravano in un'Italia libera, di fronte a questa dura, amara, dolorosa verità: non ci saremmo mai potuti liberare delle nostre catene, se l'Asse fosse stato vittorioso'. E poco più avanti esplicita in maniera definitiva tale concetto: 'Più uno amava il suo Paese, più doveva pregare per la sua sconfitta nel campo di battaglia... Finire la guerra, non importa come, a qualsiasi costo'. Tutto giusto, tutto condivisibile, tranne un dettaglio non irrilevante: i ragazzi italiani che andavano a morire sulle navi, affondate affinchè l'Asse non vincesse e perché la guerra andava conclusa 'a qualsiasi costo'. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.133)
Il 15 marzo 1943 l'ammiraglio Karl Doenitz, nuovo capo di stato maggiore della marina tedesca, si presentò a Palazzo Venezia. II duce lo rassicurò sulla ferrea volontà di mandare navi da battaglia - stava per aggiungersi la più grande di tutti, la Roma -, incrociatori pesanti e leggeri, cacciatorpediniere, siluranti e sommergibili a contrastare il prevedibile attacco al sacro suolo metropolitano. Dimostrando al solito di brancolare nel buio, Mussolini spiegò a Doenitz che l'obiettivo dell'invasione sarebbe stata la Sardegna e lì le nostre imbarcazioni avrebbero dimostrato di che acciaio erano forgiate. A condizione, tuttavia, che il Terzo Reich fornisse la nafta necessaria a prendere il mare. Il povero duce aveva una volta di più abboccato all'amo degli ammiragli e di Ambrosio: la nafta c'era e in abbondanza. Si trattava semplicemente dell'ennesima scusa, buona per prepararsi il terreno. Riccardi, comunque, incontrando Doenitz fu a parole molto rassicurante: le coste della patria sarebbero state difese fino all'ultima granata, dell'ultimo cannone, dell'ultimo guscio di legno galleggiante. Era l'esatto contrario di ciò che meditavano gli ammiragli nel segreto delle loro stanze. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.134-135)
Gli occhi di tutti erano rivolti alla Sicilia, tuttavia gli Alleati per giungervi dovevano prima liberarsi di Pantelleria. Mussolini si vantava di averla trasformata in un paracarro, la propaganda fascista aveva persuaso l'opinione pubblica che fosse l'equivalente di Malta, una rocca inespugnabile. A differenza di Malta, era fin lì servita a poco, ma la colpa andava addebitata al comportamento degli ammiragli, e uno di essi, Gino Pavesi, la comandava. […] Poi avevano costruito un attrezzato aeroporto militare, un grande hangar a due piani dentro la roccia, diverse postazioni per l'artiglieria, molte delle quali collocate dentro caverne inaccessibili dal fuoco esterno. La guarnigione comprendeva 12.000 militari. Avevano in dotazione oltre novanta cannoni (settantacinque da 76, otto da 152, otto da 120), diciotto mitragliatrici da 20 millimetri e cinquecento mitragliatrici da 8. Scarseggiava l'acqua, ma abbondava la benzina per i caccia e i bombardieri, che nei piani del Comando Supremo avrebbero dovuto usare l'aeroporto quale trampolino di lancio per controllare l'intero Mediterraneo. A fine aprile, tuttavia, negli hangar immalinconivano soltanto quattro Macchi 202. […] Artiglieri e mitraglieri italiani compirono prodigi: decine e decine di apparecchi furono abbattuti, di converso soltanto sedici pezzi vennero colpiti. […] Tra la guarnigione alla fine si conteranno 36 morti e 116 feriti. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.136-137)
Proprio la sera dell'8 la cisterna Arno, salpata da Porto Empedocle, rifornì la guarnigione con trecento tonnellate d'acqua. Ventiquattr'ore dopo un capiente peschereccio condotto da marinai panteschi navigò al buio fino a un approdo conosciuto soltanto da loro: furono sbarcate 20 tonnellate di farina, 14 di fagioli, 17 di riso, 10 di pasta, 30 di benzina, munizioni, spolette, proiettili anticarro, 440 chili di tabacco. Secondo il Comando Supremo, Pantelleria poteva ben resistere e pure Supermarina si dichiarava d'accordo. I bombardamenti erano stati impressionanti, ma avevano centrato massi, campi incolti e qualche capra. La capacità di resistenza della truppa era intatta. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.138)
Al mattino salpò da Sfax il naviglio con destinazione Pantelleria già sottoposta a terapia d'urto: 1040 apparecchi stavano sganciando 1400 tonnellate di ordigni. La sera alle 19 Pavesi telegrafò al ministero disegnando un quadro difforme dal vero: '... la difesa non è in grado di fronteggiare eventuali azioni di sbarco... Mancano viveri, acqua e adeguati rifugi... Morale armati fiaccato da assoluta impotenza combattere e difendersi... Sento triste dovere dichiarare che tutte le possibilità materiali di resistenza sono esaurite'. Il messaggio venne decifrato soltanto alle cinque dell'11. Per non svegliarlo la comunicazione fu data a Mussolini alle otto. Il duce credette che la richiesta di resa fosse addebitabile alla penuria di acqua, nessuno l'aveva informato delle trecento tonnellate consegnate dall'Arno: fece dunque dire a Pavesi di avvisare pure Malta che Pantelleria si arrendeva a causa dell'acqua. Alle 8.30 tutti i mezzi da sbarco alleati erano dinanzi a Pantelleria. Sostavano immobili, non sparavano. Davano l'impressione di attendere. Forse la bandiera bianca issata sul semaforo intorno alle 9.30. Pavesi si arrese senza consultarsi con Supermarina e senza far distruggere i cannoni, le mitragliatrici, l'hangar, l'aeroporto, le installazioni. Regalò al nemico una base di considerevole valore strategico quasi integra e questi in tre giorni la riconvertì alle proprie necessità. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.139-140)
Fu Ambrosio a chiarire al feldmaresciallo che la squadra non si sarebbe mossa, e stavolta non difettava neppure la nafta. Le disponibilità ammontavano a 58.000 tonnellate, sufficienti per un mese di navigazione. A difettare era la voglia: come accadeva dall'11 giugno '40, i vertici della marina si rifiutavano di andare in battaglia. Eccesso di prudenza, eccesso di lungimiranza, o, molto più banalmente, rispetto d'intese con il nemico tanto ferree quanto inconfessabili? Il libro di Zacharias, il numero due del Naval Intelligence, è ricco di particolari da brividi. In vista dell'invasione i servizi segreti inglesi e statunitensi chiesero a Cunningham: 'Volete che la flotta italiana esca in battaglia o rimanga nei porti? Potete scegliere'. E l'ammiraglio inglese scelse di non correre rischi, pur dicendosi sicuro di poter disintegrare il naviglio italiano. Allora, racconta Zacharias, 'intavolammo trattative con alcuni elementi dissidenti delle più alte sfere della marina italiana con cui eravamo direttamente in contatto'. Incrociatori e corazzate rimasero così nei porti. In cambio l'aviazione alleata che tra il 1° giugno e il 9 luglio rase al suolo città e postazioni militari non sganciò neppure per sbaglio una bomba contro i porti di La Spezia, di Genova, di Taranto, dove le navi dondolavano in bella evidenza. Eppure la preparazione dello sbarco in Sicilia, con cui sarebbe stato aperto il secondo fronte europeo avrebbe dovuto suggerire di dedicare ogni attenzione e ogni sforzo alla neutralizzazione della flotta nemica... (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.183-184)
Il 9 luglio intorno alle 20 il capitano di fregata Gasparrini, capo di stato maggiore della piazza militare marittima di Augusta-Siracusa, telefonò al comando della difesa contraerea territoriale. Gli rispose il numero due, il seniore Calogero Sapio: a lui Gasparrini ordinò di comunicare ai reparti dipendenti di 'predisporre la disposizione per la distruzione delle batterie'. Sapio ne fu allibito, e non certo per l'uso contorto della lingua italiana. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.222)
La telefonata di Gasparrini fu seguita da un fonogramma firmato dal contrammiraglio: si riconfermava il precedente ordine e si ricordavano 'le responsabilità dei comandanti dipendenti circa l'esatto adempimento'. Il piano di distruzione, per altro, non aveva mai ricevuto l'approvazione del Comando Supremo, quindi giaceva in un cassetto dal quale fu prelevato e ricopiato con la carta carbone. Scrive la corte di appello di Milano nella famosa sentenza che mandò assolto Trizzino dall'accusa di aver diffamato Leonardi, Pavesi e Brivonesi: 'Quando quell'ordine fu trasmesso e ripetuto, tra le 20 e le 21, non era ancora avvenuto lo sbarco dei reparti nemici aviotrasportati, ma l'avvistamento di numerosi mezzi navali fra la Sicilia e Malta lasciava prevedere imminente un attacco all'isola. La piazza era dunque in allarme, sebbene non ancora direttamente minacciata. Più che del piano di distruzione, il quale era stato predisposto qualche mese prima e non aveva bisogno di essere rinverdito proprio in quel momento, è ammissibile il giudizio che l'ammiraglio avrebbe dovuto preoccuparsi della resistenza diramando un ordine del giorno, richiamando i reparti al senso del dovere, predisponendo insomma gli animi all'estrema difesa, com'è sempre avvenuto in simili circostanze presso gli eserciti di ogni paese'. […] L'invasione era in atto e quando raggiunse il culmine le batterie furono raggiunte dalle disposizioni per la distruzione. Avvenne il finimondo. Chi si toglieva la divisa e scappava verso casa, chi buttava il fucile - erano stati appena distribuiti, fino a giugno la dotazione aveva riguardato soltanto il servizio di guardia - e cercava di salire su un qualsiasi mezzo motorizzato diretto verso Catania. Esplodevano gl'imponenti cannoni di Augusta, venivano ridotti al silenzio dai commando del SAS i pezzi posizionati nella penisola della Maddalena. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.224)
Anche chi aveva responsabilità di comando si preoccupò di mettersi in salvo. Alle 10, dopo una puntata dei quadrimotori britannici, il capitano di fregata Turchi, fresco comandante della base, annunciò che era stato autorizzato da Leonardi a squagliarsela assieme al personale e ai reparti antisbarchi del maggiore Arena. Nel porto furono abbandonati pontoni, motovedette e cinque rimorchiatori. […] Nel pomeriggio il tenente di artiglieria Domenico Marturano e il sergente Giuseppe Manzella accesero le micce sotto i fusti. Così la marina rinunciava volontariamente ai cannoni più possenti del Mediterraneo. Li seguì il treno blindato arroccato fra gli alti costoni della stazione di Targia. Il comandante aveva comunicato a Gasparrini che il treno non poteva muoversi e il capo di stato maggiore, senza chiederne la causa, aveva subito trasmesso l'ennesimo ordine di distruzione. Nelle polemiche e nelle liti giudiziarie del dopoguerra fu detto che mancava l'acqua nella caldaia della locomotiva. I ferrovieri della stazione hanno sempre sostenuto il contrario. Alle 17.30 venne reso inutilizzabile il centro radio della Colombaia sulle colline poco a sud di Melilli. Gasparrini si giustificò con la presenza di militari nemici nei dintorni. Non era vero: gli scozzesi, i più vicini, si trovavano a 20 chilometri. Alle 18 furono bruciati i depositi di carburante di Punta Cugno: le lingue di fiamma causarono l'esplosione delle contigue riservette di munizioni. Alle 20 la base idrovolanti domandò a una batteria della DICAT di bombardare i velivoli alla fonda. Il capomanipolo Morana si fece ripetere tre volte l'ordine giacché non riusciva a capacitarsene: per non farli cadere nelle mani del nemico sarebbe bastato alzarsi in volo. Fu uno sconsolato De Pasquale a dare il via libera. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.225-226)
In simile marasma si erano perse le tracce di Leonardi. Sin dal mattino il suo comando a Grotte di Melilli non aveva risposto alle telefonate. Le staffette inviate da De Pasquale avevano trovato gli uffici deserti e incendiati. […] Dal primo pomeriggio il comandante della piazza diviene introvabile. Lo rintracciamo grazie alla testimonianza del generale Emilio Faldella al tribunale di Milano: 'Si trasferì la sera del 10 dal caposaldo Sud al caposaldo Nord di Melilli; la mattina dell'11 al ponte minato nei pressi di Villasmundo, la sera del 12 a Quaranta Migliara, il 13 a Masseria Arcile e il 14 nella zona di Cozzo Telegrafo... Tra il 10 e l'11 furono fatti numerosi tentativi a mezzo staffette e del telefono per mettersi in comunicazione col comando Piazza sia per riceverne ordini che per trasmettergli un messaggio urgente dell'armata... I collegamenti c'erano e i telefoni funzionavano, taceva solo quello del comando… La sera dell'11 si cercava ancora a Melilli Grotte il comandante della piazza e questi si era trasferito da ventiquattr'ore a Melilli paese senza che nessuno lo sapesse'. Ne era a conoscenza soltanto il colonnello Schmalz. […] Aveva immediatamente avvisato Hitler con un telegramma cifrato: colonne di fuggiaschi incontrate sulla strada per Catania; distrutte le batterie della Piazza Militare Marittima di Augusta e Siracusa; Augusta sgombrata e da me rioccupata... Il mattino dell'11 Schmalz, attendato nei pressi di Melilli, fu abbordato da Leonardo. Chissà come sarà stato l'incontro fra l'asciutto e accigliato colonnello germanico, erede della tradizione prussiana di fedeltà ai doveri e alla bandiera, e il rappresentante di una lobby che da tre anni faceva di tutto per non combattere la guerra. […] E tali erano ormai il caos e lo scoramento che la batteria nella penisola di Magnisi avvisò De Pasquale di aver avvistato mezzi pesanti dirigersi su Priolo: erano quelli germanici, ma furono catalogati come inglesi e anche i cannoni di Magnisi vennero inoffensivi. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.226-227)
Venne colpito il cacciatorpediniere Eskimo, Troubridge fu costretto a trasbordare sull'Exmoor, che nella mattinata del 12 attraccò nella rada di Augusta assieme al caccia greco Kanaris. In direzione delle due navi furono sparati dal monte Tauro un paio di granate a casaccio. Leonardi sostenne di esser stato lui a fare fuoco dopo aver recuperato gli otturatori dei cannoni. Nel suo Sicilia senza Italia Sandro Attanasio afferma, invece, che i pezzi fossero manovrati da alcuni giovanissimi ufficiali della 674a batteria e cita i nomi dei capimanipolo Caforio e Ghidetti. […] Cunningham non poteva immaginare che gliela avrebbero regalata intatta. E a questo proposito vale rifarsi per l'ultima volta alla sentenza della corte di appello di Milano: '... è estremamente grave che nella giornata del 10 sia stata distrutta ogni cosa, batterie antinave, postazioni della difesa contraerea, stazione radio, treno armato, depositi di munizioni e carburante e siano rimaste intatte soltanto le attrezzature portuali: quelle attrezzature che poi furono di valido aiuto alle forze nemiche nello sviluppo delle operazioni di sbarco per la conquista totale dell'isola'. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.228-229)
A Mussolini la notizia della caduta di Augusta fu comunicata poco prima che gli fosse consegnato un rapporto spedito da Hitler attraverso il generale von Rintelen. Era la copia del fonogramma dell'11 sera di Schmalz a Kesselring: 'Sino ad oggi nessun attacco nemico ha avuto luogo contro Augusta. Gli inglesi non ci sono mai stati. Ciò nonostante il presidio italiano ha fatto saltare in aria cannoni e munizioni e incendiato un grande deposito di carburante. L'artiglieria contraerea di Augusta e Priolo ha gettato in mare le munizioni, poi ha fatto saltare in aria i cannoni. Già il giorno 11 nel pomeriggio nessun ufficiale o soldato italiano si trovava nella zona della brigata Schmalz. Molti ufficiali avevano già, nel corso della mattinata, abbandonato le loro truppe e con autoveicoli si erano recati a Catania e oltre. Molti soldati isolati o pìccoli gruppi si aggirano per la campagna, taluni hanno gettato le uniformi e indossato abiti civili'. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.230)
Nelle stesse ore in cui Ambrosio difendeva il comportamento di ammiragli, generali, ufficiali, graduati, soldati, Leonardi si consegnava agli inglesi. Il generale Guzzoni ne propose un fulmineo processo per inettitudine, ma nell'Italia che andava a rotoli il procedimento non partì mai. Nel '44 fu la Repubblica sociale di Salò a condannare il contrammiraglio a morte in contumacia per tradimento. La neo Repubblica italiana, riaccolto nel proprio seno il prode combattente, gli conferì la promozione e la medaglia d'argento per il valore e il coraggio dimostrati nel difendere Augusta e Siracusa. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.232)
Ai primi di agosto gli inglesi attraverso l'agente del servizio informazioni della marina in Svizzera hanno fatto pervenire una domanda secca: fino a quando gli italiani rimarranno al fianco del Terzo Reich? Maugeri è andato difilato dal ministro degli Esteri, Guariglia. La cui risposta è così riportata dall'ammiraglio: 'L'Italia è ansiosa di abbandonare i tedeschi al più presto possibile. Essa non può farlo a meno che, e sin quando, gli Alleati non vengano in aiuto con un appoggio davvero sostanzioso. Infine, se gli Alleati invaderanno il nostro territorio continentale, la nostra resistenza sarebbe puramente simbolica'. Negli stessi giorni da Lisbona Cippico avverte Supermarina del desiderio degli Alleati che la flotta italiana rimanga integra. Nella capitale portoghese si precipita un fidato emissario di Maugeri, il capitano Mario Vespa, il quale consegna all'addetto navale statunitense la totale adesione dei nostri ammiragli. Ed è un si pesante, quello di Vespa: Maugeri ha coinvolto anche Sansonetti e De Courten, il nuovo Ministro della Marina, che assomma pure la carica di capo di stato maggiore. In quella prima settimana di agosto i giochi sono talmente scoperti da indurre il presidente del Portogallo Salazar a telegrafare al suo ambasciatore a Londra incaricandolo di prospettare che la flotta italiana venga internata nei porti lusitani. La vicenda è stata svelata da Antonio Trizzino in un altro suo straordinario libro, Settembre Nero, dove l'autore così conclude: 'Tutto ciò accade non soltanto prima della richiesta italiana di resa, ma anche prima della partenza dall'Italia del plenipotenziario del generale Castellano, che avviene il 12 agosto'. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.279)
Dalla capitale Lanza di Trabia aveva fatto rientro nell'isola. Zanussi e Lanza di Trabia appartenevano alla fazione dell'esercito avversa ad Ambrosio e ai suoi piani, dunque anche a Castellano. Era, curiosamente, la fazione legata a Roatta - il capo di stato maggiore dell'esercito, promotore del viaggio di Zanussi nel timore di esser tagliato fuori dalle nuove intese - e a Carboni. Intorno si agitavano i fantasmi del vecchio e del nuovo SIM, cioè di quello considerato vicino al nazifascismo e di quello considerato vicino agli Alleati. Era il valzer degli opportunisti e dei voltagabbana. In estate avevano liquidato Amè: il suo aver preso sul serio la guerra e cercato di vincerla l'aveva fatto bollare come fìlotedesco. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.294-295)
Il primo di tali patti fu la consegna della flotta, per di più con l'obbligo di attraversare il Mediterraneo per andarsi 'ad ancorare sotto i cannoni della fortezza di Malta' (telegramma di Cunningham a Churchill). E dire che nelle dichiarazioni d'intenti di quella prima settimana di settembre veniva ancora asserito che le navi avrebbero lasciato la base di La Spezia per l'ultima missione: contrastare fino all'ultimo uomo lo sbarco anglo-americano a Salerno. Così disse De Courten a Bergamini, il comandante della squadra, incontrandolo a Roma il 7 settembre. Il ras della marina - mai nessuno aveva accumulato un simile potere nelle proprie mani - nascose la verità all'uomo che avrebbe dovuto guidare la flotta al sacrificio estremo. L'ennesima, ributtante bugia. Gli iniziati alle segrete cose sapevano che corazzate, incrociatori, cacciatorpediniere sarebbero salpati soltanto per consegnarsi all'ex nemico. Un trasferimento assurdo e contro ogni regola, che costò la vita di 1253 uomini della Roma, l'ammiraglia, inabissatasi il 9 settembre nei pressi della Maddalena a causa di due bombe radiocomandate da 1400 chili sganciate da un Dornier 217K tedesco. E Bergamini, che era soltanto un militare ligio al dovere e al giuramento, perì assieme ai suoi marinai. Una strage che pesa sul capo degli ammiragli doppiogiochisti, ma della quale non furono mai chiamati a rispondere, come non risposero dell'onta inferta alla marina italiana: la consegna della flotta in un porto nemico. Un'onta che neppure i francesi avevano subito nel 1940: l'armistizio stipulato con la Germania contemplava infatti che le navi rimanessero nei porti di appartenenza, inaccessibili sia ai tedeschi sia agli inglesi. D'altronde Maugeri nelle sue memorie racconta l'emozione che provò nel veder sventolare dopo tre anni il tricolore accanto all'Union Jack. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.295-296)
Il 6 giugno 1944 nella Roma appena liberata Marsloe e Murray, i due agenti del Naval Intelligence che da quasi un anno operano sul territorio italiano, raggiungono l'appartamento dell'ammiraglio Maugeri. L'incontro è caloroso, Marsloe e Murray si complimentano per l'ottimo lavoro svolto da Maugeri alla testa del SIS clandestino. Nei nove mesi dell'occupazione nazista l'ammiraglio ha infatti operato con la sua struttura al servizio degli Alleati. Lo racconta egli stesso con dovizia di particolari, ma senza chiarire in che modo era avvenuto il contatto, come lui fosse già noto agli anglo-americani, da chi fosse partita l'iniziativa. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.299)