ControStoria.it  
Dopo il conflitto - In Germania
[...] nel 1950 gli americani dovettero amaramente concludere nei loro rapporti che le condizioni in cui si svolsero le espulsioni di tre milioni e mezzo di tedeschi furono tali che 'nessuna operazione poteva essere definita umana e giusta'. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.226)
Esodo ed espulsione coinvolsero 16.500.000 di tedeschi, un numero corrispondente all'incirca agli abitanti di Norvegia, Svezia e Finlandia messi assieme. Di essi 2.409.000 soccombettero per stenti, maltrattamenti, deportazione, esecuzioni capitali. Dei vivi, 10.326.000 trovarono rifugio nella Repubblica Federale, 3.324.000 nella Repubblica Democratica, il resto in Austria. [...] Miseria e fame, ricoveri di fortuna, estraneità dell'ambiente, diffidenza, spesso ostilità - emergente dall'onda di solidarietà delle popolazioni che li accolsero - sofferenza per i vecchi legami affettivi perduti e nostalgia per la propria terra natia, segnarono le tappe del loro inserimento. [...] Nel ricevere il Premio Nobel per la pace, il 4 novembre 1954, Albert Schweitzer ammonì: 'Si trasgredisce nel modo peggiore la legge del dato di fatto storico e, in genere, ogni legge umana, se alle genti si toglie il diritto al paese che abitano, costringendole a trasferirsi altrove. Il fatto che le Potenze vincitrici, alla fine della seconda guerra mondiale, si decisero ad infliggere questa sorte a diverse centinaia di migliaia di persone e, per giunta, nel modo più duro, ci dà la misura di quanto poco fossero consapevoli del compito che a loro si pose di una nuova sistemazione, giovevole e il più possibile giusta, delle cose'. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.231)
Ma così replicò Morgenthau: 'Signor presidente, non credo che ciò, benché interessante, sia sufficiente'. E aggiunse che voleva lasciare disoccupati diciotto o venti milioni di tedeschi e che voleva inviare molti tedeschi nell'Africa centrale come lavoratori schiavi alle dipendenze della Tennessee Valley Authority che gestiva un progetto idroelettrico nell'ambito del rooseveltiano New Deal e che aveva creato posti di lavoro in metà del continente. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.30)
Roosevelt invitò Morgenthau ad esporre il suo piano. Ma inaspettatamente la reazione di Churchill fu ostile. Quando Morgenthau parlò dello smantellamento fisico degli impianti industriali della Ruhr, Churchill Io interruppe. Disse dì essere decisamente contrario a quell'idea, e che ciò che era necessario era soltanto eliminare la produzione tedesca di armi. E sibilò a Morgenthau che la sua proposta era 'innaturale, non cristiana e non necessaria'. Poi aggiunse: 'Considero il Piano Morgenthau con la stessa gioia con la quale legherei i miei polsi a quelli di un tedesco morto'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.44)
[…] che la stampa venne a conoscenza dell'esistenza di quel piano del quale, addirittura, il 23 settembre il Wall Street Journal pubblicò alcuni dettagli. Un torrente di critiche si abbattè subito sul presidente e su Morgenthau. I cinque principali sindacati industriali americani diffusero un comunicato nel quale il Piano Morgenthau era considerato inopportuno e giudicato 'potenziale seme di una nuova guerra'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.50)
Ormai tristemente conscio del declino dell'autorità britannica nell'ambito dell'alleanza, Churchill sperava di potere, con la visita a Stalin, scavalcare gli americani. Quell'incontro, al quale fu dato il nome in codice 'Tolstoy', aveva lo scopo di disegnare l'Europa postbellica, cioè esattamente la stessa cosa che il 'criminale' Ribbentrop e Molotov avevano fatto nei confronti dell'Europa orientale e delle nazioni baltiche quando nell'agosto 1939 le avevano divise, in circostanze meno fortunate, fra la Germania e l'Unione Sovietica. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.50-51)
'Ma è necessario', disse Churchill secondo i verbali inglesi, 'uccidere sul campo il maggior numero possibile di tedeschi'. Stalin non fece alcun commento. Pochi minuti dopo Churchill suggerì che le popolazioni della Slesia e della Prussia Orientale fossero 'trasferite' verso altre regioni nella Germania occidentale, commentando la proposta con le seguenti ciniche parole: 'Se sette milioni di tedeschi fossero uccisi in guerra, per quella gente ci sarebbe molto spazio'. […] Il 16 ottobre il ministro degli Esteri britannico, Anthony Eden, aveva già segretamente promesso a Stalin il rimpatrio di undicimila prigionieri di guerra sovietici, e ciò 'senza alcuna eccezione', cioè anche se non volevano tornare in patria. (Quegli undicimila furono poi, infatti, fucilati non appena giunti sul suolo sovietico). (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.51-52)
La mattina successiva, alle 10, Bernays arrivò e mise sotto gli occhi del giudice un documento timbrato 'top secret'. Era un progetto che, preparato dalla Reparation Commission, conteneva istruzioni per il governo militare alleato che sarebbe presto stato istituito in Germania: un testo che poteva definirsi esplosivo, e Jackson se ne accorse subito. Fra l'altro stabiliva quanto segue: 'A Yalta è stato convenuto che la Germania dovrà versare risarcimenti in natura, anche mediante la consegna di manodopera tedesca'. […] Jackson rimase allibito. La cosa era in aperto contrasto con i presupposti sui quali egli aveva cominciato il proprio lavoro. 'È chiaro', annotò nel proprio diario, 'che la sola nazione che possa effettivamente servirsi di lavoro coatto in grande quantità è l'Unione Sovietica'. Quale logica poteva esserci nel programmare la condanna di singoli criminali di guerra, se al tempo stesso migliaia o milioni di altri sarebbero stati condannati ai lavori forzati senza processo? Da quel punto di vista, venivano a cadere i motivi morali per i quali gli Alleati avevano combattuto quella guerra. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.72-73)
E, a proposito dell'idea di deportare milioni di tedeschi nell'Unione Sovietica, così aggiunse: 'Ritengo che questo piano di costringere un elevato numero di persone a lavorare all'estero, cosa che significa scaraventarli in campi di concentramento, distruggerebbe la rispettabilità morale degli Stati Uniti in questa guerra'. La posizione di Jackson era chiara. 'La cosa di cui il mondo ha bisogno', riassunse alla fine, 'non è che si tirino fuori alcune persone dai campi di concentramento e che se ne spingano altre in altri campi di concentramento, ma che l'idea stessa dei campi di concentramento sia cancellata'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.76)
Ancor più opportunamente aggiunse che la convenzione di Ginevra non consentiva di trattenere i prigionieri di guerra, a titolo di risarcimento, dopo il raggiungimento della pace. […] I sovietici, gli disse Bard, avevano seriamente parlato di deportare nei loro territori milioni di cittadini tedeschi qualsiasi, gente che non aveva fatto parte di alcuna organizzazione nazista, di sterilizzare gli uomini e di fare accoppiare le donne con maschi russi. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.83)
Inoltre i sovietici, aggiunse Bedell Smith, al contrario di quanto era stato convenuto non collaboravano nella creazione della Commissione alleata di controllo. Stavano depredando l'Europa orientale dopo avere rastrellato e fucilato 'tutti coloro che (capi, intellettuali, avvocati, pubblici ufficiali e insegnanti) sarebbero potuti un giorno diventare degli oppositori'. Fucilazioni collettive... Professionisti fucilati... Jackson prendeva attentamente nota di quanto Bedell Smith andava dicendogli. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.91)
Esiste la prova testimoniale che in una foresta appena fuori di Norimberga gli inquirenti fecero un enorme falò con tutte le carte che avrebbero potuto aiutare i difensori nella ricerca di circostanze attenuanti. Interi volumi di carte private (come la corrispondenza fra Hitler ed Eva Braun, i diari di quest'ultima e i diari di Hans Lammers, Heinrich Himmler e Hermann Goring) scomparvero nelle mani dei saccheggiatori americani e francesi giunti a Berchtesgaden e nelle valli vicine. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.154)
In settembre il New Yorker aggiunse il proprio prestigio a quella tesi con un richiamo alla sincerità: 'Sarebbe di grande aiuto se i giuristi incaricati di questi processi chiarissero la situazione con onestà e affiggessero sulla porta del tribunale un cartello con la scritta ex posi facto [leggi retroattive]. Sarebbe utile per esempio che la gente capisse che i processi nei confronti di [Vidkun] Quisling e di [Henri] Pétain sono ben diversi da quelli nei confronti di Goring e di Keitel. Quisling è stato processato in Norvegia, in base a leggi norvegesi, accusato di tradimento nei confronti della sua patria. Era una questione perfettamente legale. Goring sarà invece processato in terra di nessuno, in base a nessuna legge, accusato di avere offeso in mondo'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.164-165)
Gli Alleati non si limitavano a processare i loro nemici in base a leggi che non esistevano al tempo dei presunti crimini. Avevano anche la pretesa, in base all'accordo e alla Carta firmati a Londra, di respingere numerosi argomenti di difesa che potevano essere sollevati. Inutile infatti che gli imputati tedeschi eccepissero che come soldati essi erano obbligati, nel regime del Fuhrer, a ubbidire agli ordini ricevuti. E agli imputati tedeschi non era neppure consentito obiettare che le nazioni che li accusavano avevano in più occasioni commesso esattamente gli stessi crimini per i quali si teneva quel processo (tu quoque, 'anche tu'). Il tribunale ribatteva che la Carta di Londra era un valido atto da parte della potenza che deteneva l'unica autorità legislativa e sovrana in Germania; lord Geoffrey Lawrence, presidente britannico del tribunale, ricordò infatti che nel celebre caso 'Campbell contro Hall' lord Mansfìeld aveva decretato che il concetto di 'conquista' attribuisce allo stato vincitore il diritto di 'dettare legge nel modo che ritiene opportuno'. Un criterio, insomma, che sarebbe tornato comodo anche ad Adolf Hitler se egli fosse stato incline a farsi guidare dalla dottrina e dalla giurisprudenza. I difensori tedeschi eccepivano, ma senza risultato, che quella era una giustizia ex post facto, ovvero una giustizia retroattiva. 'Per quanto concerne i crimini contro la pace', dicevano infatti, 'secondo il diritto internazionale questo processo è privo di fondamento legale in quanto è basato su una legge nuova, una legge scritta in un tempo successivo a quello in cui furono commessi gli atti contestati'. Altro argomento della difesa era che il principio del nullum crimen sine lege, nulla poena sine lege (se non c'è legge non possono esserci reato e castigo) era un ferrea regola generale che non consentiva di punire azioni che quando erano state commesse non erano contrarie alla legge. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.165-166)
La natura retroattiva della legislazione di Norimberga continuò comunque a infastidire parecchi giuristi, non ultimo dei quali il giudice della Corte suprema americana William O. Douglas. 'Secondo la nostra visione della legge', egli scrisse, 'nessuno può essere giudicato perché accusato di avere violato una legge ex post facto [...]. Ritengo che i processi di Norimberga abbiano applicato nei confronti degli accusati una legge di tale tipo. Hitler e i suoi commisero infiniti delitti e in base alla legge ordinaria meritavano la pena di morte. Ma non sono stati processati secondo una legge nazionale. Prima dei processi di Norimberga, infatti, i crimini dei quali i nazisti sono accusati non erano considerati tali dalle leggi penali, né la comunità internazionale aveva stabilito che essi meritassero la pena di morte'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.166)
L'articolo 47 del Militarstrafgesetzbuch tedesco stabiliva: 'Se una legge penale è violata in esecuzione di un ordine superiore responsabile è chi ha emesso l'ordine. Ma il subordinato che ha eseguito l'ordine è passibile di punizione, come complice, in primo luogo se ha ecceduto nell'eseguire quanto ordinatogli e in secondo luogo se egli sapeva che l'ordine ricevuto comportava l'effettuazione di un crimine o una violazione della legge ordinaria o di quella militare'. I governi alleati avevano tuttavia preso in considerazione quei problemi, quasi per strana precauzione, sin dal 1944. Le autorità britanniche erano state messe in guardia contro il rischio che durante i processi a carico dei tedeschi qualcuno potesse citare l'articolo 443 del loro Manual of Military Law (manuale britannico di legge militare) basato sulla convenzione di Ginevra e relativo a eventuali processi nei confronti di prigionieri di guerra. In quella norma, risalente al 1914, si stabiliva con precisione: 'È importante tenere presente che i membri delle forze armate responsabili di violazioni delle vigenti regole di guerra in seguito a un ordine del loro governo o dei loro comandanti non sono criminali di guerra e non possono pertanto essere puniti dal nemico'. Negli Stati Uniti, l'articolo 347 dei Rules of Land Warfare (regole della guerra terrestre) era analogo: 'I membri delle forze armate non sono punibili per detti crimini, se essi sono stati commessi in esecuzione di ordini o col consenso del loro governo o dei loro comandanti'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.167)
A Norimberga non si consentì ai difensori neppure di fare accenno agli atti illegali commessi dai vincitori durante le guerra. Lord Lawrence interruppe un avvocato difensore con le seguenti parole: 'Qui non stiamo giudicando se altre potenze hanno violato leggi internazionali o commesso crimini contro l'umanità o crimini di guerra. Stiamo giudicando se queste cose sono state commesse da questi imputati'. Così i difensori non ottennero il permesso di esibire un documento ufficiale intitolato Handbook of instruction on how to conduct irregular warfare (manuale di addestramento sulla conduzione della guerra irregolare) nel quale si impartivano istruzioni ai commandos britannici sul trattamento da riservare ai prigionieri tedeschi: 'Adottate alcuni dei metodi in uso presso i gangster', si leggeva. E poi: 'Ricordate che non siete dei lottatori che tentano di sottomettere l'avversario. Dovete uccidere'. Ancora: 'Colpitelo all'inguine con un calcio o col ginocchio più forte che potete. E quando lui si piega per il dolore gettatelo per terra e fracassategli la testa'. In linea con le direttive di quel manuale, i prigionieri tedeschi presi durante il raid britannico di Dieppe (agosto 1942) furono legati in modo tale che qualsiasi loro movimento avrebbe avuto come conseguenza lo strangolamento (era la cosiddetta 'imbracatura della morte'). Nei riguardi dei sabotatori alleati, invece, l'Alto comando germanico sapeva che quegli uomini paracadutati nei tenitori europei occupati avevano delle rivoltelle fissate sotto le ascelle in modo da sparare non appena le braccia venivano alzate nell'apparente gesto di resa. I tedeschi ne avevano avuto prova nei casi in cui il paracadute non si era aperto e quando per altri motivi era stato possibile effettuare attente ispezioni. Qualsiasi tribunale britannico o americano, se opportunamente operante, avrebbe dato a quei dettagli il giusto peso nel valutare i retroscena dell'ordine di Hitler di procedere all'esecuzione immediata di commandos o sabotatori catturati. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.167-168)
Come è stato osservato dal dottor Alfred-Maurice de Zayas, studioso di diritto internazionale, benché il tribunale si autodefinisse una espressione del diritto internazionale, in realtà esso era un tribunale interalleato di occupazione: ciò perché la Germania non aveva mai concordato l'istituzione di quella autorità extranazionale. La conformazione di quel tribunale faceva a pugni col concetto di separazione dei poteri che le democrazie avevano predicato sin dai tempi della rivoluzione francese come unica garanzia per gli individui contro gli eccessi statali. 'Se il legislatore, il giudice e l'accusatore sono la stessa persona', disse in seguito il giurista Otto Kranzbuhler, difensore di Donitz, 'è lecito nutrire forti preoccupazioni sulle conclusioni del loro lavoro'. Ebbene, Jackson, Maxwell Fyfe, Falco e Nikitchenko avevano tutti preso parte ai negoziati per la stesura dell'accordo e della Carta di Londra: assieme, avevano stilato le norme retroattive che sarebbero poi state applicate e avevano persino compilato la lista degli imputati. Jackson e Maxwell Fyfe riaffioravano adesso a Norimberga come procuratori capi. Nikitchenko come procuratore capo e, successivamente, come giudice. Falco come giudice sostituto. In aggiunta a tutto ciò va detto che Francis Biddle, nominato giudice, ai tempi della conferenza di Yalta aveva stilato un documento nel quale aveva fissato le norme fondamentali sulle quali in seguito si sarebbe basata la Carta di Londra e aveva formalizzato una dichiarazione nella quale alcune organizzazioni naziste venivano definite criminali. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.175-176)
Cosa vergognosa, nel corso dell'ultima riunione degli inquirenti il generale sovietico Rudenko insistette perché fra le accuse mosse ai tedeschi fosse incluso l'assassinio di undicimila ufficiali polacchi nella foresta di Katyn. Così infatti si leggeva al punto 3, paragrafo C, dell'atto d'accusa: 'Nel settembre 1941 undicimila prigionieri di guerra polacchi furono uccisi nella foresta di Katyn, nei pressi di Smolensk'. […] E Rudenko imponeva non solo che non si facesse alcun accenno al patto Stalin-Hitler, ma anche che l'eccidio di Katyn fosse imputato ai tedeschi. Così gli altri inquirenti lasciarono che l'accusa riguardante Katyn fosse trattata esclusivamente dai sovietici. Il tribunale, nel suo giudizio finale, rimase eloquentemente zitto a quel proposito. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.185-186)
Su quelle basi gli inglesi e gli americani consegnarono alla Francia centinaia di migliaia di prigionieri tedeschi. Ma i francesi li trattarono in modo così abominevole [...] da costringere Londra e Washington a protestare formalmente. E nel febbraio 1946, proprio mentre il processo di Norimberga era in corso, la Commissione alleata di controllo promulgò una nuova legge in base alla quale tutti i maschi tedeschi fra i quattordici e i sessantacinque anni d'età e tutte le donne tedesche fra i quindici e i cinquanta anni d'età potevano essere assegnati al lavoro forzato. Il rifiuto avrebbe comportato la confisca delle carte annonarie per le razioni alimentari: un provvedimento che, quando applicato dai tedeschi durante la guerra, il tribunale di Norimberga definì 'disumano'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.188)
Poiché quel tribunale era stato istituito per mantenere e applicare delle norme internazionali, è opportuno qui ricordare che la convenzione di Ginevra, sottoscritta fra le altre dalle nazioni alleate e dalla Germania, stabiliva espressamente che i suoi effetti non potevano essere sospesi per un anno dopo la cessazione delle ostilità, e ciò per evitare certi eccessi. In aggiunta a ciò va detto che Hitler, lungi dal ripudiare la convenzione di Ginevra, su raccomandazione di Donitz e Ribbentrop (ambedue imputati a Norimberga) e contro il parere di Goebbels, non aveva reagito al bombardamento di Dresda ricorrendo ai suoi immensi arsenali di armi chimiche in quanto queste non erano ammesse dalle convenzioni internazionali. In breve, lo status di prigionieri di guerra, con tutti i diritti ad esso collegati, non poteva essere legalmente cancellato da Eisenhower o dai suoi superiori, e tanto meno da suoi subordinati come il colonnello Andrus. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.192)
Nei mesi di ottobre e novembre 1945 l'Oss collaborò con gli inquirenti dell'esercito per completare i fascicoli a carico degli imputati. Ma spesso i metodi adottati furono tutt'altro che corretti. Le carte private del giudice Jackson mostrano imbarazzanti prove di distorsioni e falsificazioni della verità. Quando, il 14 novembre, il film The nazi plan (preparato dall'Osa per documentare l'accusa di cospirazione contenuta nel primo capo d'imputazione) venne mostrato ai collaboratori di Jackson, questi si affrettarono ad avvertire il loro capo che quelle scene contenevano poco che gli imputati volessero negare e che invece contenevano molte cose di cui la difesa avrebbe approfittato: era pertanto necessario procedere a dei tagli. 'Io eliminerei', scrisse a Jackson uno degli esperti, 'tutte le scene relative all'ingresso delle truppe [tedesche] in Austria, nei Sudeti e nella zona del Reno, con tutto quello sventolio di bandiere, quei volti sorridenti e quei lanci di fiori, cose che contrastano con la nostra opinione che si trattava di aggressioni contro nazioni vicine'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.194)
Analogamente, il tribunale accettò senza battere ciglio la leggenda propagandistica (inventata dall'abile propagandista sovietico Ilya Ehrenburg) secondo la quale i nazisti avevano fabbricato sapone servendosi dei resti delle loro vittime, e avevano persine stampigliato quelle saponette con la sigla 'Rjf' che, si affermava, significava 'puro grasso ebraico'. Per convalidare quella menzogna i sovietici presentarono al tribunale i documenti Ussr-196 ('formula per la produzione di sapone da corpi umani'), Ussr-197 ('dichiarazioni di Zyg e Mazur') e Ussr-393 ('campioni di sapone fabbricato da corpi umani') e in seguito, per molti anni, quelle saponette costituirono oggetto di scambio e commercio fra collezionisti. In Israele per alcune di quelle saponette furono tenuti funerali e cerimonie di sepoltura con accompagnamento di canti sacri. Perché mai i nazisti avrebbero deciso di lavarsi il viso con i resti bolliti dei loro nemici è cosa che rimane un mistero impenetrabile. Benché quella menzogna sia stata inclusa nella sentenza finale emessa a Norimberga (e benché in Francia sia reato penale negare l'esistenza di quel sapone umano), gli studiosi ufficiali dello stato d'Israele hanno pubblicamente dichiarato più volte, sino ai 1990, che la 'storiella del sapone' è sempre stata una trovata propagandistica. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.195-196)
Tracce dei ripugnanti metodi dell'Oss possono ancora essere trovate fra i primi documenti di Norimberga: per esempio, durante gli interrogatori che precedettero il processo gli imputati non erano assistiti da avvocati ed erano spesso costretti, mediante inganni o minacce, a firmare dichiarazioni che incriminavano altri accusati ma che oggi sappiamo contenere molte falsità. I fascicoli sono pieni di stranezze: per esempio estratti dattiloscritti e non autenticati attribuiti a documenti di cui non esistono gli originali, e dichiarazioni giurate di testimoni come Hoss, comandante di Auschwitz, nelle quali però appaiono firme di 'testimoni della firma' ma non la firma di Hoss. Gli americani inoltre presentarono come documento 1553-PS un fascicolo di fatture relative a cospicue forniture mensili di Zyklon (acido cianidrico in tavolette) fornite al reparto che ad Auschwitz era adibito al controllo delle epidemie. Ma nascosero il fatto che lo stesso fascicolo conteneva analoghe fatture relative al campo di Oranien-burg, alle porte di Berlino, dove nessuno ha mai sostenuto l'esistenza di camere a gas. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.220-221)
Ma c'erano segnali che altri problemi fossero alle porte. Quando un difensore chiese l'ammissione di un testimone in grado di dimostrare che i sovietici avevano deportato lavoratori schiavi dalla Lettonia (avevano cioè fatto la stessa cosa di cui erano accusati i nazisti) il sovietico giudice sostituto tenente colonnello Volchkov fece una terribile scenata e lo accusò di essere un diffamatore. 'La decisione è rimandata', annotò Biddle, 'sino alla prossima riunione'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.230)
Gli archivi di Norimberga sono una fonte storica da consultare con grande cautela: i documenti pubblicati sono infatti solo quelli provenienti dall'accusa e nessuno di quelli della difesa. Nel corso del processo l'avvocato Hans Laternser, difensore dello stato maggiore e dell'Okw, presentò al tribunale non meno di 3.186 dichiarazioni giurate da feldmarescialli, generali e altri testimoni chiave. Ma nemmeno uno di quei documenti figura nei volumi degli atti del Tribunale militare internazionale. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.241-242)
L'incubo dei documenti imbarazzanti che facevano capolino dagli archivi tedeschi catturati continuò a turbare gli accusatori alleati per tutta la durata del processo. Per fortuna i documenti più imbarazzanti (quelli della marina e del ministero degli Esteri) erano stati scoperti dagli inglesi che in un baleno li avevano fatti sparire. Solo alcune di quelle carte, con riluttanza, furono dagli inglesi esibite a Norimberga. Ma in una riunione segreta dei collegi d'accusa gli inglesi insistettero, su ordini provenienti da Londra, perché quei documenti della marina e del ministero tedesco degli Esteri fossero rispediti al più presto a Londra per lì tornare in cassaforte: se fossero caduti in mani sbagliate avrebbero causato situazioni 'imbarazzanti' per il governo britannico. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.248-249)
E a Norimberga purtroppo era come se la bilancia avesse solo un piatto, quello favorevole alle potenze vincitrici. 'Quando arrivarono a Norimberga', osservò Kranzbuhler, 'gli avvocati della difesa non avevano alcun documento a disposizione. L'accusa invece aveva già sequestrato tutti gli archivi e con l'aiuto di un esercito di esperti stava setacciandoli in cerca di prove a carico'. Solo i documenti che accusavano gli imputati furono messi a disposizione dei difensori, ai quali non fu mai consentito l'accesso agli archivi catturati per reperirvi circostanze a discolpa o attenuanti. E pure gli archivi non tedeschi furono negati ai difensori. In un tribunale tedesco sarebbe stato inconcepibile (e illegale) che una delle parti negasse all'altra l'accesso a un documento che potesse costituire elemento utile. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.249-250)
Così a Norimberga venne utilizzato contro Rosenberg un documento che riferiva dettagliatamente alcune atrocità perpetrate nei territori orientali occupati; ebbene, la difesa accertò (con grande difficoltà) che l'accusa aveva eliminato la parte iniziale del documento, laddove si dimostrava che Rosenberg aveva protestato formalmente contro quelle atrocità. Ancora. I sovietici presentarono come prova un testo stenografato durante una conferenza dell'agosto 1942 sulle forniture alimentari; nel documento era stata cancellata una pagina fondamentale, nella quale si riferiva come Goring avesse chiesto chiarimenti sulla situazione alimentare negli Stati Baltici e, in particolare, sulla quantità di cibo che veniva data agli ebrei. Era tuttavia stata lasciata la pagina successiva, nella quale appariva la risposta che a Goring era stata data dal Gauleiter Hinrich Lohse: 'Posso rispondere anche su questo punto. Lì solo una piccola parte degli ebrei è ancora in vita: decine di migliaia sono andati. Permettetemi tuttavia di dire ciò che riceve la popolazione locale: secondo le vostre istruzioni riceve il cinquanta percento di quanto riceve la popolazione tedesca'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.250)
Quando l'avvocato di Goring invitò il generale polacco Wladyslaw Anders, che era in esilio, a riferire che i sovietici erano i soli responsabili dell'assassinio di migliaia di polacchi a Katyn, gli alti comandi alleati vietarono ad Anders di presentarsi a testimoniare. Alcuni documenti che sir David Maxwell Fyfe aveva stampato in trecento copie per i giornalisti furono vietati agli avvocati tedeschi. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.251)
Esisteva anche una significativa differenza nel trattamento dei testimoni della difesa e di quelli dell'accusa. I testimoni della difesa erano alloggiati nell'edificio del carcere in condizioni non migliori di quelle degli imputati, a meno che dovessero esser tenuti alla larga dai più curiosi, nel qual caso venivano assegnati a una 'casa di detenzione' dove il trattamento era migliore. […] I testimoni chiave chiesti dalla difesa venivano spesso dichiarati 'non rintracciabili'. Gli americani accusarono Keitel dell'assassinio di un generale francese, e in proposito sostenevano che il Gruppenfuhrer SS Hans Juttner aveva agito dietro ordini dello stesso Keitel. L'avvocato Nelte chiese allora che Juttner fosse chiamato a testimoniare, ma gli americani risposero che non sapevano dove trovarlo. 'Nelte rispose che sarebbe immediatamente andato lui stesso a cercare Juttner', riferì Keitel, mesi dopo, a suo figlio, 'e solo allora gli americani ammisero che Juttner era stato da loro interrogato mesi prima'. Juttner confermò di non avere mai ricevuto da Keitel, a quel proposito, alcun ordine. La stessa cosa accadde nei confronti di uno dei testimoni chiave del generale Jodl. Poiché aveva bisogno del parere di un esperto a proposito dei piani britannici d'invasione della Norvegia, la difesa prese contatto col colonnello Soltmann del servizio di spionaggio dell'Okw 'Fremde Heere West'. Ma quando telegrafò di essere disposto a testimoniare, Soltman fu senza indugio arrestato dagli americani. (I precedenti erano i seguenti. L'Alto comando tedesco della marina aveva decifrato alcuni messaggi della flotta britannica, e i piani britannici di sbarco in Norvegia erano stati catturati dai tedeschi durante l'Operazione Weserubung, invasione tedesca della Norvegia. In seguito le intenzioni aggressive della Gran Bretagna erano state confermate dal contenuto dei verbali del 1940 del Supreme War Council, trovati dai tedeschi in un vagone abbandonato nella stazione ferroviaria di La Charité, a Parigi). (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.252-253)
Nel febbraio 1946 i difensori di Goring chiesero la testimonianza del generale Karl Koller, ultimo capo di stato maggiore dell'aeronautica. Gli americani risposero che lo stesso non era rintracciabile, ma risultò poi che il loro inquirente Ernst Englander aveva appena interrogato Roller presso la sede del Csdic (Combined Services Detailed Interrogation Centre) in Inghilterra. I testimoni della difesa che riuscivano a raggiungere Norimberga venivano innanzi tutto 'ammorbiditi' in interrogatori condotti dagli inquirenti e solo successivamente messi in contatto con i difensori. Alcuni però finivano in isolamento in un braccio della prigione. L'Obergruppenfuhrer SS Karl Wolff, che si era volontariamente presentato per testimoniare a favore di Kaltenbrunner e del corpo SS, fu silenziosamente relegato dagli americani in un manicomio. Solo un anno dopo, chiamato a testimoniare in un altro processo (il processo Milch), fu in grado di dimostrare la propria buona salute mentale. E allora venne trasferito, su ordine del giudice, a una prigione ordinaria. Ulteriore causa d'imbarazzo fu l'affermazione, fatta da Wolff, che nell'aprile 1945 Allen Dulles gli aveva promesso l'impunità se avesse negoziato la resa delle forze germaniche presenti nell'Italia settentrionale. II feldmaresciallo Milch, che non tenne conto dei tentativi di ricatto fatti dall'inquirente americano Englander e testimoniò a favore di Speer e di Goring, fu immediatamente spedito nel famigerato bunker di punizione creato nel campo di concentramento di Dachau. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.253-254)
Ciò che comprometteva l'equilibrio della bilancia della giustizia era proprio la Carta di Londra dell'agosto 1945 che aveva fissato le procedure da seguire nei processi. Quasi tutti gli strumenti dì difesa normalmente adottati da qualsiasi capace avvocato erano stati infatti annullati dall'abile lavoro preparatorio fatto dagli inquirenti durante la preliminare preparazione della Carta di Londra. L'ordine di habeas corpus non esisteva. Molte eccezioni difensive che sarebbero tornate utili ai tedeschi non erano ammesse. Gli avvocati non avevano facoltà di chiamare in causa la giurisdizione del tribunale o l'imparzialità dei giudici. Così Streicher annotò nel suo diario: 'È normale che in un processo l'imputato metta in dubbio l'imparzialità di un magistrato. E questo si verifica se, per esempio, un magistrato è in qualche modo collegato all'altra parte in causa. Ma in questo processo-spettacolo i vincitori sono al tempo stesso accusatori e giudici contro gli sconfitti: è inevitabile che abbiano dei pregiudizi. E siccome si rendono conto di ciò, hanno imposto opportune regole processuali che impediscono agli imputati di opporsi a tale situazione'. E ancora: 'Il vero scopo di questa farsa non è applicare a carico degli imputati una giustizia imparziale. È piuttosto quello di dare a una ingiustizia una veste di legalità'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.255)
La più grande sorpresa per i difensori arrivò immediatamente dopo l'inizio del processo. In un capoverso intitolato 'Equo processo' la Carta di Londra prevedeva che l'accusa facesse un 'discorso d'apertura': in realtà fu cosa che si trascinò per settimane con la massima pubblicità da parte della radio e della stampa. Quando gli avvocati difensori chiesero l'autorizzazione per fare, alla loro volta, un analogo discorso d'apertura, la risposta fu semplice: la Carta di Londra non lo prevedeva. Alla fine del processo la scena si ripetè. Gli avvocati difensori furono autorizzati a fare un breve discorsetto, alla fine del quale i procuratori fecero un interminabile discorso di chiusura al quale i difensori non ebbero modo di replicare. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.257)
Il professor Hermann Jahrreiss, eminente esperto di diritto internazionale proveniente da Colonia, dedicò il proprio discorso di chiusura (era il primo discorso di chiusura da parte dei difensori e riscosse pertanto un certo interesse) a una dettagliata critica delle leggi sulle quali era fondato il processo. […] Sir Hartley Shawcross, procuratore generale britannico, non la pensava come gli americani e rimase tanto preoccupato da recarsi subito in volo a Norimberga per raccomandare a Jackson di non sottovalutare le parole di Jahrreiss: 'Capisco che secondo Jahrreiss nel diritto internazionale non esiste una guerra criminale di aggressione, che la Carta è una legge retroattiva imposta dai vincitori e che in ogni caso ciò che questi uomini hanno fatto era perfettamente legale secondo la legge tedesca'. E Shawcross non era neppure disposto ad accettare la proposta di Jackson secondo la quale, poiché il tribunale aveva il potere di ignorare qualsiasi critica alla Carta di Londra, il discorso di Jahrreiss poteva essere ignorato. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.257-258)
Nel marzo 1946 i difensori del feldmaresciallo Keitel sfidarono il governo britannico a produrre i documenti del Foreign Office e del governo relativi ai piani di Churchill identici a quelli tedeschi per l'invasione della neutrale Scandinavia. La richiesta causò una leggera ondata di panico a Whitehall. Il sottosegretario al governo sir Norman Brooke avvertì il Foreign Office che prevedibilmente Keitel avrebbe sostenuto che l'invasione tedesca della Norvegia era stata decisa per prevenire un analogo piano anglofrancese. La cosa più imbarazzante, precisò Brooke, era che quella obiezione tedesca rispondeva alla verità e che essa trovava conferma in alcuni documenti (fra i quali i verbali delle riunioni del Supreme War Council) catturati in Francia dai tedeschi. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.266)
Due tipi di informazioni acquisite non furono tuttavia ammessi nel processo: le conversazioni private dei prigionieri di guerra, registrate da ultrasensibili microfoni nascosti (costituendo violazioni della convenzione di Ginevra quelle intercettazioni erano classificate 'top secret'), e le decrittazioni 'Ultra' e 'Magie'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.268)
Mentre l'accusa aveva fonti d'informazione riservate come quelle provenienti dai servizi segreti, alla difesa era negato persine il diritto di chiamare i testimoni che riteneva utili. Benché fossero a rischio ventuno vite umane, il tribunale sosteneva che ascoltare troppi testimoni avrebbe richiesto troppo tempo. Così l'elenco dei possibili testi veniva energicamente sfoltito. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.270)
Le minacce di Jackson non erano spacconate. Sia per punirlo della sua accanita difesa di Goring, sia per intimorire gli altri testimoni, gli americani scaraventarono Milch a Dachau, nel triste bunker di punizione del campo che nel frattempo era passato sotto la loro gestione. Lì egli trovò, in una cella destinata a ospitare una sola persona, una folla di altri illustri prigionieri fra cui altri feldmarescialli. Erano trattati come bestie da macello, o peggio. 'Ricevuti dal tenente H.L. Cook, del 6850° Reparto sicurezza del Tribunale militare internazionale, 4 (quattro) corpi viventi', si legge nella contabilità del campo Pwe 294, come era stato ribattezzato il campo di concentramento di Dachau. Laddove per 'corpi viventi' quella contabilità intendeva il medico Karl Brandt, il generale Alexander von Falkenhausen, il generale Nicholaus von Falkenhorst e il feldmaresciallo Hugo Sperrle. Tutti languirono in quelle celle per parecchi mesi, sino a quando la Croce Rossa internazionale non aprì un'inchiesta... o sino a quando i carnefici delle forze armate americane non trasformarono quei 'corpi viventi' in 'corpi deceduti'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.299)
L'avvocato Alfred Seidl, un bavarese appena trentacinquenne che difendeva Rudolf Hess e Hans Frank, gettò benzina sul fuoco chiedendo che il tribunale esaminasse il testo del protocollo segreto che era allegato al patto firmato a Mosca il 23 agosto 1939 da Ribbentrop e Molotov e che consentiva a Hitler di invadere la Polonia. In applicazione di quel documento Hitler e Stalin avevano diviso fra loro l'Europa orientale e gli Stati Baltici. Seidl dichiarò di avere ricevuto quel segretissimo documento da un ufficiale americano del quale, però, non intendeva rivelare il nome. Il governo sovietico aveva sempre negato l'esistenza di quel protocollo aggiuntivo, e sin dall'estate del 1945 aveva fatto di tutto per tenere quell'argomento fuori del processo. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.319-320)
Quello del campo di Dachau, appena fuori Monaco, fu un caso tipico. Interrogato a Norimberga, il dottor Franz Blaha testimoniò mediante dichiarazione giurata di avere collaborato nell'uccisione mediante gas letale, precisando fra l'altro: 'Delle otto o nove persone che erano nella camera a gas, tre erano ancora vive e le altre apparivano morte... Molti altri prigionieri furono in seguito uccisi in quel modo'. Ma storici degni di fiducia affermano concordemente che a Dachau non c'era, né c'era mai stata, una camera a gas omicida. È vero che un locale che sembrava essere una camera a gas era stato trovato dalle truppe liberatrici. Ed è vero che un soldato americano era stato fotografato davanti a una porta stagna sulla quale figuravano il simbolo della morte e le seguenti scritte: GASZEIT: ZU... AUF... (Orario gas: chiusura... apertura...) VORSICHT! GAS! LEBENSGEFAHR! NICHT OFFNEN! (Attenzione! Gas! Pericolo di morte! Non aprire!) In realtà, tuttavia, quella camera era stata usata solo per disinfestare mediante fumigazione gli indumenti dei prigionieri, al fine di uccidere i pidocchi apportatori del tifo petecchiale. Nonostante ciò a quella fotografìa venne data enorme pubblicità. Le autorità americane affidarono a un patologo e medico legale, il dottor Charles P. Larson, l'incarico di eseguire le autopsie dei corpi trovati a Dachau (purtroppo nessuna autopsia venne effettuata ad Auschwitz o in altri campi). Avendo un bulldozer aperto una fossa comune, Larson eseguì, secondo i suoi calcoli, circa venticinque autopsie al giorno. La conclusione fu che quasi tutti quei decessi erano dovuti a 'cause naturali' legate allo stato di guerra: soprattutto tifo, e pertanto sarebbe stato opportuno tenersi alla larga da quella fossa comune. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.329-330)
In considerazione del ruolo fondamentale che Auschwitz aveva avuto nel criminale piano di Himmler, gli Alleati avevano da tempo intrapreso una attenta ricerca dell'ex Obersturmbannfuhrer SS Rudolf Hoss che era stato il primo dei tre comandanti di quel campo. All'inizio del 1946 la polizia militare britannica localizzò nello Schleswig-Holstein sua moglie e i suoi bambini. Gli inglesi tennero la donna sotto stretta sorveglianza e l'11 marzo la costrinsero a rivelare che suo marito lavorava come contadino in una fattoria nei pressi di Flensburg sotto il falso nome di 'Franz Lang'. Quella stessa notte, alle ore 23, una squadra armata trovò Hoss addormentato in una mangiatoia del mattatoio della fattoria. Due giorni prima egli aveva casualmente rotto la fiala di cianuro che aveva con sé e non era quindi in grado di sfuggire al proprio destino. Per sicurezza, comunque, fu immediatamente ammanettato e le manette non gli furono tolte che tre settimane dopo. Trascinato fuori dal suo giaciglio, fu denudato completamente, gettato su un tavolaccio del mattatoio e torturato sino a quando un ufficiale medico appartenente al reparto non mormorò 'Fateli smettere se non volete trovarvi fra le mani un cadavere'. Un forte temporale esplose mentre il camion che lo trasportava entrava nella caserma britannica di Heide. Allora Hoss fu costretto a marciare, sempre nudo e attraverso il cortile, sino a una cella. Per i successivi tre giorni fu tenuto costantemente sveglio e interrogato in tedesco in quanto non conosceva l'inglese. Il soldato semplice Kenneth Jones, del Fifth Royal Horse Artillery, assieme ad altri due soldati, si alternarono nella cella muniti di manici di piccone con i quali lo colpivano ogni volta che si addormentava. 'Dopo tre giorni e tre notti senza dormire', riferì in seguito Jones, 'finalmente Hoss crollò e rese una piena confessione alle autorità'. Così lo stesso Hoss scrisse in seguito: 'Durante il mio primo interrogatorio, la mia testimonianza fu ottenuta con percosse. Benché io abbia firmato, non so cosa sia scritto nel verbale. L'alcol e la frusta [si trattava della frusta che lui stesso usava nella fattoria] erano troppo per me. Il 'verbale' consisteva in un testo di otto pagine scritto in tedesco che Hoss firmò nelle prime ore del 15 marzo, avendo nonostante tutto la presenza di spirito di aggiungere, dopo la data, l'orario: 'ore 2,30 antimeridiane'. Quella confessione, che in seguito fece parte degli atti del processo di Norimberga come 'documento No-1210', era stata ottenuta (come descritto dal sergente Bernard Clarke che aveva catturato Hottl) grazie a tre giorni di torture. Conteneva numerosi, e forse voluti, errori come per esempio l'indicazione fatta da Hoss di un campo di sterminio a 'Wolzek vicino Lublino' in aggiunta a quelli di 'Belzek' e 'Tublinka' così erroneamente scritti. Wolzek non era mai esistita e gli altri due campi, Belzec e Treblinka, non esistevano ancora nei giorni cui Hoss si riferiva. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.336-337)
L'incontro fra Hoss e Draper fu probabilmente la fonte di una breve dichiarazione, scritta in grafia inglese (cioè non americana o tedesca), che è rimasta agli atti. Il suo contenuto è il seguente: 'Dichiarazione fatta Volontariamente nel carcere di [spazio in bianco] da Rudolf Hoess, ex comandante del campo di concentramento di Auschwitz il 16 maggio 1946: Io personalmente ho organizzato su ordine di Himmler del maggio 1941 la gassazione di due milioni di persone fra giugno e luglio 1941 e alla fine del 1943, tempo nel quale io ero comandante di Auschwitz. Firmato: Rudolf Hoss, SS-Ostubaf., fr. Kdt. v. Auschwitz-Birkenau'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.338)
(In effetti nel pesticida Zyklon il composto di cianuro è contenuto in pasticche a lento scioglimento della dimensione di cubetti di zucchero: di conseguenza non poteva essere 'soffiato dentro' attraverso 'piccoli fori' o attraverso i forellini di una doccia o mediante analoghi espedienti). Dopo tre-quindici minuti tutte le persone all'interno erano morte, disse ancora, aggiungendo che dalla distanza in cui si trovava poteva udire le grida che andavano affievolendosi. Quelli che all'esterno aspettavano il loro turno, invece, non potevano udire. Mezz'ora dopo i cadaveri di quanti erano stati gassati venivano prelevati e cremati in una fossa all'aperto che era lì dietro. Nessuno gli chiese, né lui spiegò, come dei corpi potessero essere bruciati in fosse piene d'acqua e in un terreno acquitrinoso. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.339)
'Forse erano diecimila'. Poi gli fu ricordata una sua ammissione a proposito dell'ordine di Himmler di distruggere tutte le statistiche non appena compilate (ma allora perché compilarle?) e di non tenere traccia delle uccisioni. Nel corso di successivi interrogatori Hoss parlò di tre o quattro aperture che erano state praticate nel tetto delle camere a gas e attraverso le quali il gas veniva versato. Parlò pure di colonne di rete metallica che scendevano da quei fori e raggiungevano in pavimento delle camere a gas. Appositi ventilatori elettrici consentivano di espellere i gas velenosi dalle camere a gas nel giro di mezz'ora. Evidentemente a nessuno, neppure gli inquirenti di Norimberga, passava per la mente il rischio corso dagli addetti alla rimozione dei cadaveri. […] 'Le intercettazioni dei messaggi provenienti da Auschwitz, il più grande campo che infatti conteneva 20 mila prigionieri, indicavano le malattie come principale causa della mortalità, ma facevano riferimento anche a fucilazioni e impiccagioni. Nessun accenno, nelle intercettazioni, a uccisioni mediante gas'. (da “Norimberga ultima battaglia”, pag.340)
Il 5 aprile gli americani misero davanti agli occhi di Hoss un affidavit, da loro stessi concepito e scritto a macchina, chiedendogli di firmarlo. Scritto totalmente in inglese, conteneva l'ammissione da parte di Hoss di avere 'gassato' ad Auschwitz due milioni e mezzo di persone in aggiunta al mezzo milione di decessi per malattia. […] 'Sì', si legge nel verbale, 'ho capito tutto ciò che ho letto'. Ma in realtà Hoss non conosceva l'inglese. Merita infatti riferire che la dichiarazione (affidavit) non fu mai firmata da Hoss, benché gli inquirenti di Norimberga e l'interprete avessero già firmato il foglio come testimoni alla sua 'firma'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.341)
[…] Hoss cambiò ancora una volta la storia, precisando che i '105 o 106 mila' corpi erano stati interrati, e non bruciati, nelle fosse; ma che poi, in seguito a un ordine di Himmler o di Eichmann ricevuto nell'inverno 1941-1942, aveva detto a Moll di disseppellirli e bruciarli. Secondo Hoss quelle operazioni erano state personalmente controllate, a causa del rischio di epidemie, dal responsabile medico della SS, dottor Ernst Robert Grawitz che poi, alla fine della guerra, sarebbe finito suicida. In realtà però Eichmann non poteva impartire ordini a Hoss in quanto i due appartenevano a diversi settori della SS. Va anche detto che il volume di centomila cadaveri può facilmente essere calcolato in circa 10 mila metri cubi: il che avrebbe richiesto, per le fosse comuni, una superficie di 5 mila metri quadrati. Ebbene, nelle fotografie aeree prese dagli Alleati non si trova traccia di quelle operazioni di incenerimento o delle fosse comuni. Forse per motivi di segretezza, gli Alleati non vollero servirsi di quelle sofisticate fotografie aeree né in quel processo né in altri. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.343)
Da Norimberga, durante la detenzione in carcere, Hoss aveva tentato di inviare una lettera alla moglie per scusarsi con lei e con la famiglia di avere 'confessato' le atrocità di Auschwitz e per riferire di essere stato torturato sino a dovere ammettere cose false. Sequestrata dai carcerieri e mai consegnata alla destinataria, quella lettera è adesso in mani private negli Stati Uniti. Il suo proprietario la offrì nel 1996 a Ben Swearingen, uno dei più noti grafologi americani, ma questi non volle neppure toccarla per paura che fosse 'dinamite politica'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.344)
I processi celebrati dall'esercito americano a Dachau erano una parodia della legge: imputati e testimoni venivano selvaggiamente percossi o minacciati sino a far loro firmare false confessioni, prigionieri incappucciati e bendati erano sottoposti a finti processi e a finte condanne a morte per essere poi 'perdonati' se accettavano di firmare documenti d'accusa nei confronti di altri prigionieri. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.387)
Nel 1953, nell'ambito delle procedure di denazificazione, un tribunale tedesco di Monaco liberò l'immagine del generale Jodl da tutte le accuse contro di lui formulate a Norimberga e lo riabilitò. E quella decisione fu basata, in parte, sul fatto che quattro anni prima l'eminente e universalmente rispettato ex membro del tribunale di Norimberga, professor Donnedieu de Vabres, aveva dichiarato che la condanna di Jodl era stata priva di fondamento e poteva essere definita un oltraggio alla giustizia. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.394-395)