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Guerra civile in Italia |
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Da 'La RSI e la popolazione': 'Il tentativo di pacificazione è generale' scrive Giorgio Bocca storico antifascista, resistente, partigiano di Giustizia e Libertà, 'a Padova il ministro della istruzione, Carlo Alberto Biggini, mantiene nella carica di rettore dell'università Concetto Marchesi, che accetta, nella linea di Gianquinto, e solo dopo l'inaugurazione dell'anno accademico [...] riceve la severa critica del suo partito [comunista] e l'ordine di troncare ogni rapporto col ministro'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.111)
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Da 'Le Forze Armate della RSI': Numerose testimonianze di uomini appartenenti all'una e all'altra parte, rese anche in sede giudiziaria, confermano il contributo essenziale dato da Borghese alla salvezza del porto di Genova. Tra queste, la deposizione giurata, fatta in tribunale il 17 dicembre 1948, da Vito Pavano, ufficiale del SIM del Regno del Sud presso il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. 'So che Borghese si interessava per la salvezza del porto di Genova, dichiarò Pavano, e per questo scopo egli si adoperava presso il servizio segreto tedesco [...] E a me sembro l'unico che ottenne risultati positivi'. Infatti, come sostenne Carlo Silvestri:
'Non è niente vero che i tedeschi avessero rinunciato alla distruzione degli impianti industriali dell'Alta Italia in seguito alle trattative col CLNAI'. E furono soprattutto 'le leali trattative da combattente a combattente intercorse il 14 aprile 1945 tra il generale Wolff e il Comandante Borghese [...] che indussero i tedeschi alla rinuncia al sabotaggio dei porti di Genova, Savona, Marghera e dell'arsenale di Venezia, e al piano di totale distruzione già ordinato personalmente da Hitler che, senza dubbio, avrebbe determinato scontri sanguinosi tra le forze tedesche e quelle italiane, scontri che avrebbero potuto disturbare gravemente la ritirata'. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.194)
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Da 'Il movimento partigiano': Erano questi i sentimenti che animavano quei giovani cresciuti all'ombra del suo mito, espressi in modo così appassionato, ancora nel giugno '42, da uno di essi, Davide Lajolo, ufficiale delle Camicie Nere, volontario nelle guerre d'Etiopia, di Spagna e nell'ultima, decorato al valore, autore di romanzi di appassionata fede fascista. [...] Lo stesso Davide Lajolo, non più tardi di tre mesi dal 25 luglio, che lo sorprese vice federale di Ancona, riapparirà con il nome di battaglia
di 'comandante Ulisse' sui monti del Piemonte con la budionka, il famoso berretto a punta con la stella rossa della cavalleria sovietica, sul capo, il pellicciotto stile GPU, in veste di comandante della VIII e IX divisioni garibaldine, le armi spianate contro quei fratelli minori che di quel mito sembra ancora non siano riusciti a liberarsi, o che comunque, consapevoli o no, se ne sono andati a caricare sulle fragili spalle il peso. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.152-153)
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Da 'La politica dei partigiani comunisti': Per i comunisti allora non c'è che un imperativo: vanificare quel progetto di ricomposizione, spingere alle estreme conseguenze quella situazione di latente guerra civile, 'far esplodere le contraddizioni' che si nascondono dietro quei tentativi di compromesso e di mediazione, perché la rivoluzione ovviamente non ha bisogno della composizione ma dello scontro, del taglio netto. [...] 'E ovvio poi che siano gli antifascisti a muoversi prima dei fascisti e che si muovano per primi i comunisti: tocca ad essi provare con le armi che ci sono degli italiani pronti a battersi, pronti a pagare il
biglietto di ritorno alla democrazia; al neofascismo, si sa converrebbe la quiete interna a prova del consenso o della rassegnazione popolare'. [...] Gli antifascisti che partecipano agli incontri di Venezia, di Modena, di Firenze per fare opera di pacificazione, l'antifascismo, potremmo dire 'nostrano', quello che si è manifestato, anche nella sua ala sinistra nei Gianquinto e nei Concetto Marchesi (quando ancora si muove liberamente e non ha ricevuto alcun 'ordine' dalla direzione del suo partito), quelli che a Ferrara si incontrano con il federale Igino Ghisellini, gli esponenti del partito
socialista dell'Emilia che prendono contatti con il federale di Bologna Eugenio Facchini, e tutti coloro che a vari livelli si muovono sulle stesse linee, tutti questi rifiutano la strada che una volta imboccata non può portare che a un'insanabile spaccatura del paese. Chi determina la svolta della guerra civile, la scelta delle armi e dello scontro senza esclusione di colpi, è la direzione del partito comunista che decide di dare immediatamente inizio a una campagna di attentati terroristici, di agguati a uomo, allo scopo di esasperare le reazioni dell'avversario, far esplodere la violenza latente,
zittire ed emarginare i moderati, i conciliatori, far fallire, quindi, il progetto di normalizzazione. [...] La scelta del terrorismo urbano non è di quelle che si possano lasciare alle iniziative locali e infatti Paolo Spriano ci dice che fu presa dalla direzione del partito comunista 'prima di quella della costituzione dei distaccamenti Garibaldi'. Più chiaro di così. Non formazioni armate sui monti o nelle campagne per operazioni militari, sabotaggi a installazioni tedesche, colpi di mano a colonne, ponti, ferrovie, ma il terrorismo urbano, l'agguato contro i 'fascisti', soprattutto là dove si ventilano
possibilità di intese, di convivenza tra le due parti. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.117-118)
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Da 'Primavera di sangue': A Torino, teatro di massacri che non hanno forse nulla da invidiare a quelli della stessa Milano, decine di famiglie, compresi le donne e i bambini, furono gettate dalle finestre dei palazzi. E, tra l'altro, furono trucidate numerose ausiliarie. 'Il trattamento al quale furono sottoposte le donne fasciste, o presunte tali, dalla furia sanguinaria dei giustizieri rossi, rappresenta una delle pagine più vergognose della storia d'Italia [...] Le fototeche e la stampa a rotocalco degli anni immediatamente successivi sono piene di immagini di donne portate alla berlina e anche al supplizio, con i capelli rasati a zero, coperte di lividi
ed ecchimosi sanguinanti, tra armigeri ghignanti. [...] Migliaia di uccisioni, spesso precedute da stupri e da sevizie d'ogni genere [...] Mandrie inbufalite di bruti su poveri esseri indifesi, colpevoli soprattutto di essere donne [...] e quindi preda facile e vulnerabile per i violenti [...] Il Po fu per molti giorni rosso di sangue e gonfio di cadaveri [...] In un canalone presso la salita del Cansiglio, tra il territorio delle provincie di Treviso e Vicenza, furono buttati non meno di millecinquecento giustiziati. [...] Bologna, con i suoi duemila trucidati dei primi giorni, dette il 'la' alle efferate numerosissime uccisioni dell'Emilia
e della Romagna. Vercelli, Novara, Cuneo, Genova, Alessandria, Brescia, Varese, Savona, Como furono testimoni di scene selvagge; i morti si contavano a migliaia. Ogni villaggio, ogni borgo, dalla Toscana al Veneto, alla Lombardia, alla Liguria, al Piemonte, ebbe linciaggi e numerosi fatti di sangue [...] E nessuna offesa fu risparmiata né ai morti né ai vivi. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.212-213)
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Da 'Le rappresaglie tedesche': Ma vogliamo andare oltre. Per essere obiettivi occorre esaminare lo stato d'animo delle truppe tedesche in Italia. Come gli italiani hanno sempre visto i popoli di lingua tedesca come un pericolo incombente, cosi i tedeschi, come tutti i popoli nordici, hanno sempre giudicato i popoli mediterranei, di sangue caldo ed imprevedibili. Con simili premesse non fu difficile per loro vedere in ogni italiano un possibile nemico pronto ad accoltellarli o a coglierli con un colpo di lupara. Si sentirono soli, in una terra straniera e dalle usanze sconosciute e, benché non mancarono anche innumerevoli casi di ottimi rapporti con la popolazione locale, si sentirono circondati di un'ostilità che cresceva, più l'occupazione del territorio italiano (voluta dai loro capi e non da loro) durava nel tempo,
poiché, data la situazione militare, tedesco era divenuto sinonimo di 'guerra' e angloamericano di 'pace'. Occorrerebbe perciò farci un esame di coscienza e domandarci che cosa sarebbe accaduto se le nostre truppe si fossero trovate in una situazione analoga in Germania, dopo un'ipotetica caduta di Hitler ed un armistizio separato. Probabilmente anche i nostri soldati avrebbero visto dietro ogni casa un possibile agguato, in ogni volto una faccia infida e in ogni tedesco uno che, improvvisamente, ha fatto causa comune con il nemico, anche se, fino a non molto tempo prima, si era combattuto assieme. Una situazione psicologica che porta automaticamente ad avere il 'grilletto facile'. (da 'In nome della resa', pag.440)
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Da 'Alleati, partigiani e popolazione': L'importante compito svolto nella battaglia dalle truppe marocchine fu infangato dal loro bestiale comportamento nei confronti della popolazione di quelle contrade italiane. I goumiers erano infatti provetti guerrieri, ma anche rozzi montanari provenienti dalle catene montuose dell'Atlante, il cui aspetto primitivo e la cui mentalità retriva li avrebbero resi sgraditi anche ai marocchini di Casablanca o di Tangeri. Nei paesi italiani tolti ai tedeschi, i goumiers commisero tremende atrocità, seminando il terrore per due settimane. Essi saccheggiarono, violentarono ed uccisero senza pietà. Ad Ausonia e ad Esperia, i due villaggi più colpiti,
le vìttime furono oltre cinquecento. Per queste loro azioni, il generale Mark W. Clark, malgrado l'opposizione del comandante del CEF, maresciallo Alphonse Juin, ne impose l'allontanamento, che ebbe luogo nei giorni 21-23 luglio. L'esperienza italiana non bastò comunque ai comandanti alleati, che reimpiegarono la 2a divisione marocchina nella Foresta Nera, con il risultato che a Freudenstadt, nell'aprile del 1945, si verificarono episodi analoghi a quelli accaduti da noi. (da 'In nome della resa', pag.490-491)
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