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Come perdemmo la guerra: Pearl Harbour, un attacco provocato

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PREFAZIONE.

Non costa un grande sforzo creativo scrivere questo capitolo, si tratta infatti della traduzione condensata di un rapporto dal sito americano ‘The New American’, il cui indirizzo è riportato in bibliografia e risulta essere l’unica fonte di quanto scritto in seguito.

La traduzione integrale occuperebbe uno spazio molto maggiore di quello dedicato agli altri capitoli, quindi ho dovuto scegliere i passi più significativi: tutto quanto è scritto viene comunque da questo sito, le mie eventuali informazioni sono esposte nelle note a fine capitolo.

Nel rapporto viene citato un libro storico non in possesso del sottoscritto, il cui titolo è riportato sempre nella sezione bibliografica.

LA TESI COLPEVOLISTA.

La tesi dice che il presidente Roosevelt ha deliberatamente provocato l’attacco giapponese, ed essendo a conoscenza della data e dei dettagli, li ha coscientemente taciuti ai comandanti della base navale in modo che l’attacco riuscisse: in questo modo ha ottenuto lo scopo voluto, cioè riuscire a fare entrare gli Stati Uniti nella guerra mondiale contro il volere della grande maggioranza degli americani.

‘Il Giappone è stato provocato a attaccare gli Stati Uniti a Pearl Harbour, è una contraffazione della storia dire che gli Stati Uniti sono stati obbligati ad entrare in guerra’, Oliver Lyttleton, Ministro Inglese, 1944.

‘Il Giappone ha reagito ad un tentativo di strangolamento economico-militare: la guerra è stata una necessità di autodifesa’, Generale Douglas McArthur [3].

Roosevelt sapeva che i sondaggi davano l’88% degli americani contro la guerra, e perciò ingannava il suo popolo, come con il famoso messaggio alla radio già citato nel corso della campagna elettorale per le elezioni del 1941: ‘Lo ho già detto ma ve lo voglio ripetere ancora ed ancora, i vostri figli non saranno mandati in nessuna guerra straniera...’.

Ma lontano dai microfoni, ed alle spalle dei suoi ingenui elettori, diceva cose del tutto differenti: ‘Il Presidente è deciso sul fatto che noi dobbiamo vincere la guerra insieme… capitemi bene… mi ha mandato qui per dirvi che a tutti i costi e con tutti i mezzi vi porterà fino alla vittoria, qualunque cosa succeda… non c’è nulla che non farà fino a quando ne ha i poteri’, Harry Hopkins a Winston Churchill, Gennaio 1941.

‘Nello stesso mese i colloqui tra le delegazioni militari dei due paesi iniziarono nel più stretto segreto, e questo significava evitare che trapelassero informazioni al pubblico negli Stati Uniti’, William Stevenson, nel libro ‘A man called intrepid’.

‘Se gli isolazionisti avessero conosciuto lo scopo dell’alleanza segreta tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra, la loro richiesta di destituzione del Presidente sarebbe rimbombata come un tuono attraverso tutta la Nazione’, Robert Sherwood, biografo di Roosevelt.

Tyler Kent, un impiegato dell’ambasciata americana a Londra tentò di far conoscere negli Stati Uniti alcuni messaggi che rivelavano le intenzioni di Roosevelt per portare gli Stati Uniti in guerra. Colto sul fatto fu imprigionato in Inghilterra e tenuto in isolamento fino alla fine della guerra.

Insomma, nel comportamento dei presidenti degli Stati Uniti una costante rimane attraverso gli anni: Roosevelt ha ingannato il suo popolo nel 1940 per portarlo in guerra esattamente come ha fatto Bush per andare ad invadere l’Irak.

UNA PROVOCAZIONE INTENZIONALE.

Dopo aver tentato in tutti i modi e senza risultati di provocare i tedeschi, Roosevelt passò a provocare i giapponesi e si fece preparare una lista di azioni adatte allo scopo dal Comandante McCollum, responsabile per l’Ufficio Lontano Oriente dello spionaggio navale… e le fece tutte:
 sequestro di tutti i valori e dei contanti giapponesi negli Stati Uniti,
 divieto alle navi giapponesi di usare il canale di Panama,
 embargo totale sul commercio estero giapponese, comprese le forniture di petrolio,
 minacce militari se il Giappone non avesse cambiato la sua politica estera nel Pacifico,
 ultimatum con richiesta di ritiro delle truppe giapponesi dalla Cina e denuncia del Patto Tripartito.

‘La questione era come trattare i giapponesi fino al momento in cui si decidevano a sparare il primo colpo’, Henry Stimson, Ministro alla Guerra, diario in data 25 Novembre.

E’ interessante notare come la minaccia e la messa in opera di sanzioni economiche e commerciali siano state negli anni una costante dei governi al servizio della grande finanza anglo-americana.

Il boicottaggio economico annunciato dal Congresso Mondiale Ebraico alla Germania (1934), le Sanzioni all’Italia fascista (1936), le azioni sopra menzionate contro il Giappone del 1941 derivano esattamente dalla stessa mentalità che ha portato oggi all’embargo contro l’Irak di Saddam Hussein.

L’esca offerta ai giapponesi era la Flotta del Pacifico, trasferita a Pearl Harbour spostandola dalle sue basi solite sulla costa americana, di cui San Diego era la principale.

L’ammiraglio in comando Richardson si recò immediatamente a Washington per protestare contro una decisione che gli sembrava totalmente illogica, e con ottimi motivi:
 Pearl Harbour poteva essere attaccata da ogni direzione, quindi era un porto molto vulnerabile,
 il porto non permetteva la posa di reti anti-siluro,
 la base era difficile da rifornire,
 non esistevano bacini di carenaggio, impossibile basarvi una flotta oceanica,
 non esistevano adeguati depositi di carburante.

Proprio così… avete indovinato, l’ammiraglio fu sollevato dal comando e sostituito dall’ammiraglio Kimmel. Il suo commento a posteriori: ‘Il Presidente era deciso a portare gli Stati Uniti in guerra, se l’Inghilterra avesse resistito fino al giorno della sua ri-elezione’.

LO SAPEVANO PRIMA.

Gli americani avevano decrittato sia il Codice Diplomatico che il Codice Navale dei giapponesi, e la lettura dei messaggi da loro decifrati è assolutamente istruttiva, per chi si deve convincere della malafede americana.

9 Ottobre 1941: il console giapponese ad Honolulu riceve la richiesta di segnalare la posizione degli approdi per le singole navi americane su di un reticolo numerato; è l’informazione che serve ai caccia-bombardieri e agli aero-siluranti per decidere la direzione di avvicinamento ai loro obiettivi.

29 Novembre 1941: agli ambasciatori giapponesi viene comunicato che, dopo il ricevimento dell’ultimatum americano la rottura delle trattative è inevitabile, sebbene il Governo non desidera che la decisione venga lasciata trasparire.

1 Dicembre 1941: le ambasciate nei paesi non facenti parte dell’Asse vengono avvisate di distruggere i documenti segreti e tutte le copie del codice di cifratura tranne una; una decisione classica che precede immediatamente la dichiarazione di guerra.

4 Dicembre 1941: il messaggio ‘Higashi no kaze ame’ (‘vento da Est, pioggia’) che Tokio aveva pre-annunciato a tutti i consolati giapponesi e alle agenzie commerciali in data 18 Novembre come segnale di guerra imminente, viene trasmesso tre volte nel bollettino meteorologico. Tutte le stazioni radio del Servizio Informazioni Navali americano avevano il messaggio stampato su cartoncini appiccicati alle radio.

Inoltre...

26 Novembre 1941: l’ammiraglio Yamamoto invia i seguenti ordini alla Prima Flotta Aerea: ‘La forza di attacco tiene tutti i suoi movimenti segreti ed evitando attacchi da aerei e sommergibili, avanza nel mare delle Hawai ed attacca la flotta degli Stati Uniti nel preciso momento della apertura delle ostilità, vibrando un colpo mortale. Il primo attacco aereo sarà effettuato all’alba del giorno X, la data esatta sarà comunicata in seguito’. [1]

E’ tale la segretezza sui messaggi navali giapponesi decifrati all’epoca che ancora oggi non si può sapere da quale ufficio americano questo messaggio provenga, e nemmeno il nome dell’ufficiale che lo ha tradotto. Certo è che sul significato del messaggio non ci possono essere molti dubbi.

29 Novembre 1941: il Segretario di Stato (Ministro degli Esteri) Cordell Hull passa sottobanco al giornalista amico Joseph Leib la traduzione di molti messaggi giapponesi dicendogli di pubblicare sui giornali, senza fare il suo nome per nessun motivo, che i giapponesi stavano per attaccare e che Roosevelt voleva lasciarli fare.

Nessun giornale tranne uno li pubblicò, ed anche quello solo in parte. Leib ha raccontato l’episodio in un recente documentario su History Channel.

In ogni caso, mentre a Washington tutti ne parlavano, nessuna informazione precisa raggiunse mai l’ignaro ammiraglio Kimmel ed il comandante Short, responsabile della difesa contraerea.

Quel gentiluomo di McCollum, quello che aveva preparato per Roosevelt la lista della azioni per provocare i giapponesi, scriveva a Kimmel queste parole: ‘Il Servizio Informazioni Navali non dà nessun credito a queste voci. In aggiunta le informazioni sulla posizione e lo schieramento delle forze navali e terrestri giapponesi non lasciano pensare ad alcuna mossa contro Pearl Harbour nel futuro prevedibile’.

IL TRADIMENTO.

25 Novembre 1941: un’ora dopo che la flotta giapponese aveva lasciato i porti, (una sola ora dopo, quando si dice una coincidenza !), la Marina degli Stati Uniti emanò un ordine che proibiva qualunque traffico navale nel Pacifico del Nord, obbligando tutto il traffico mercantile ad effettuare la traversata nel Pacifico del Sud, comprese le navi russe nei porti americani in partenza per Vladivostok, che avrebbero dovuto così allungare la loro rotta di migliaia di miglia.

Una nave avrebbe potuto vedere le navi giapponesi e segnalarle, rovinando tutto il piano. ‘Abbiamo spedito il traffico al Sud attraverso gli Stretti di Torres così da tenere sgombra da traffico la rotta della flotta giapponese’, Contrammiraglio RK Turner, responsabile della Sezione Piani di Guerra nel 1941.

Novembre 1941: Kimmel manda fuori 49 navi nel Pacifico del Nord, una misura precauzionale per ogni ammiraglio che teme di essere attaccato in porto; non appena la cosa si viene a sapere a Washington, viene emesso un contrordine e le navi sono rispedite in porto, perché secondo Washington la manovra avrebbe potuto irritare i giapponesi!

Per reazione Kimmel chiede al comandante delle portaerei di preparare una operazione con una forza di 25 navi per proteggere la base da attacchi aerei e sottomarini nemici.

La cosa non si può fare, perché in data 26 Novembre arriva l’ordine da Washington di usare le portaerei per trasportare aerei da caccia sulle isole di Wake e Midway. [2]

E’ solo il caso di notare che la difesa della Flotta Oceanica era enormemente più importante che rafforzare la difesa aerea di due isole lontane e che non correvano pericoli immediati.

27 Novembre 1941: ed infine il vergognoso messaggio di avvertimento che Washington mandò a Kimmel immediatamente prima dell’attacco, per poter accusare lo sfortunato ammiraglio di negligenza a cose fatte.

Sentite come comincia: ‘Questo messaggio deve essere considerato un avviso di guerra imminente’.

E sentite come continua: ‘Il numero e l’equipaggiamento delle forze giapponesi, e l’organizzazione della loro forza navale sono indicazione di un’operazione anfibia contro le Filippine, la Thailandia oppure il Borneo…”.

Ed il giorno dopo: ‘Prendete tutte le misure necessarie alla protezione delle vostre installazioni e materiali contro atti di sabotaggio, del vostro personale contro la propaganda sovversiva, e di tutte le attività contro atti di spionaggio’.

Tutto questo, quando l’ordine di attacco di Yamamoto, che indicava in chiaro l’obiettivo da colpire nella flotta a Pearl Harbour era già stato decifrato a Washington.

7 Dicembre 1941: la mattina della data dell’attacco, il messaggio di Tokio con la dichiarazione di guerra che l’ambasciatore giapponese doveva consegnare, gli americani lo avevano già decifrato e tradotto.

La riga più importante era quella che richiedeva la consegna del messaggio alle ore 13 in punto, perché quando a Washington sono le 13 alle Hawai è giusto l’alba, e gli ordini di Yamamoto ai suoi piloti parlavano chiaro.

L’ammiraglio Stark, Capo delle Operazioni Navali a Washington, arriva in ufficio alle 9:25 e, sollecitato dai suoi ufficiali a avvisare Pearl Harbour, non lo fa.

Anni dopo dichiara che non ha niente da rimproverarsi in quanto tutta la sua condotta circa Pearl Harbour era stata dettata da ordini superiori: il suo unico superiore era Roosevelt.

Il generale Marshall, ricercato per mare e per terra dal responsabile dell’Esercito per l’Oriente, arriva con comodo in Ufficio al Ministero della Guerra alle 11:25.

Potrebbe alzare il telefono e parlare direttamente con Kimmel; gli darebbe un preavviso di una ora e mezza, ma gli scrive un messaggio, lo fa cifrare e lo manda via telegrafo: il messaggio arriva a Pearl Harbour sei ore dopo l’attacco.

Insomma il governo americano ha lasciato deliberatamente morire migliaia di soldati e marinai americani per poter entrare in guerra, interpretando il ruolo della vittima innocente ed inconsapevole.

Questo gli serviva per superare l’opposizione del popolo americano ad entrare in una guerra non voluta.
NOTE.
[1] Vedere il capitolo su Enigma per la decifrazione del Codice Navale giapponese. Il generale Yamamoto sarà ucciso in occasione di una sua visita ad una base giapponese, che era stata preannunciata con un messaggio Enigma. Una squadra dell’aviazione americana lo attendeva nel luogo e nell’ora indicati nel messaggio.

[2] Non solo questa decisione indeboliva ancora le difese di Pearl Harbour, ma soprattutto lasciava alla mercé dei giapponesi le vecchie corazzate della Prima Guerra Mondiale che erano inutili in una guerra moderna, mentre metteva in salvo proprio quelle portaerei moderne che saranno indispensabili per vincere la guerra sul mare.

[3] Citato da Yuko Tojo, nipote del generale Hideki Tojo che fu a capo del governo giapponese durante la guerra (Corriere della Sera, 30 Luglio 2007). Il generale Tojo, come da copione, è stato impiccato dopo la resa giapponese come criminale di guerra.
Bibliografia.
 The New American – vol. 17 no. 12 – site www.thenewamerican.com
 Day of deceit: The truth about FDR and Pearl Harbor - Robert Stinnet (2000)