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Dopo il conflitto - In Italia
Il governo si limitò a promulgare una legge in favore dei partigiani, in contrasto con le leggi di guerra secondo cui essi non possono essere considerati belligeranti non ricorrendo nei loro confronti le condizioni che le norme di Diritto Internazionale cumulativamente richiedono; una legge che, appunto, garantiva a tutti i partigiani il titolo di 'combattenti' a tutti gli effetti, e ciò mentre a centinaia di migliaia di veri combattenti che militarono nell'Esercito, Marina e Aviazione della RSI, non fu mai riconosciuto questo titolo. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.213)
Un paio d'anni fa ricevetti la lettera di uno di quei ragazzi, anzi di un 'ragazzino di Salò', perché, classe 1929, il giovane in questione aveva nel 1943 quattordici anni! Mi scriveva, criticando il mio atteggiamento a suo giudizio troppo conciliante nei confronti della Resistenza e mi riferiva che: 'Da noi qui al nord dopo quell'aprile, non cessò affatto la 'lotta'. Anzi ne iniziò una nuova, più cattiva, più crudele. Sconosciuta al resto d'Italia, sulla quale soltanto ora, dopo decenni, si apre qualche squarcio. Da noi continuò per anni quel clima di terrore descritto nelle sue giornate di Milano. Dovemmo nasconderci, perseguitati, proscritti. Anche dopo mesi, a volte per anni, per strada, nelle sale da ballo, nei locali pubblici, quasi ogni giorno, eravamo provocati, tampinati, molestati. Quando finiva bene c'era sempre qualche 'testa rotta'. E questo atteggiamento di chiusura totale, di rigetto cieco e manicheo delle ragioni dei vinti durerà nella sinistra fino a ieri. Sarà respirato dalle nuove generazioni, tramite la onnipresente agiografia resistenziale e antifascista di ispirazione marxista. E si tradurrà sulle piazze e nelle turbolente assemblee studentesche dal '68 in poi nello slogan: 'I fascisti non devono parlare'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.72-73)
Emblematica, in questo quadro, è la vicenda del generale Mario Roatta, che deve rispondere dell'attività del Sim, il servizio segreto militare fascista da lui diretto dal 1934 al 1939, ma anche dei suoi trascorsi nella partecipazione alla guerra di Spagna e nella repressione antipartigiana in Jugoslavia. Sui particolari della vicenda non è mai stata fatta chiarezza e non si sa se sia fondata l'ipotesi che Roatta, per ottenere una via di scampo, 'abbia portato l'inchiesta a toccare anche le responsabilità di personalità più note, implicate nella vicenda dell'8 settembre', dal maresciallo Badoglio allo stesso Vittorio Emanuele III. Quali che siano stati gli interventi e le responsabilità specifiche, il problema di un processo, che si presenta politicamente pericoloso, viene risolto in forma clamorosa nel marzo 1945: ricoverato nel liceo Virgilio di Roma (trasformato in ospedale militare) e piantonato dalle forze dell'ordine, Roatta riesce a sottrarsi in modo sin troppo facile alla vigilanza e a far perdere le proprie tracce, dando inizio ad una lunga latitanza in attesa di momenti più favorevoli. La volontà di non procedere in modo conseguente nell'accertamento delle responsabilità e nella defascistizzazione risulta evidente dalla forma quantomeno sospetta della fuga. Perseguire guidiziariamente Roatta e altri responsabili delle disfatta nazionale significa giudicare un'intera classe dirigente ed è politicamente scomodo per quanti vogliono ristabilire in fretta la normalità e preservare invariati gli equilibri sociali del paese: di fatto, il rallentamento del processo di epurazione gioca a favore del ristabilimento della continuità dello stato e del ritorno all'ordine, corrispondendo agli interessi delle forze di occupazione angloamericane. Per raggiungere questi obiettivi è anche possibile sfidare l'opinione pubblica 'coprendo' un'evasione clamorosa. (da 'La resa dei conti', pag.84-85)
Dal 21 giugno, giorno della caduta di Okinawa, il potere era stato assunto a Roma da Ferruccio Parri, il cui governo rappresentò una effimera 'svolta a sinistra', destinata a naufragare l'8 dicembre. Malgrado la novità del suo ministero, il socialista Parri dimostrò, almeno in politica estera, di essere sulla stessa linea che aveva caratterizzato la politica italiana, dal liberale Cavour al fascista Mussolini, per quanto concerne la mania di intervenire in guerre altrui, senza rispetto per la vita dei propri concittadini. In questo spirito di ricerca di avventure, il governo di Roma dichiarò, il 14 luglio, guerra al Giappone e con la vecchia formula chiese di poter inviare proprie truppe in Estremo Oriente, per partecipare attivamente alle operazioni militari là in corso. Fortunatamente gli Alleati ebbero l'avvertenza di rifiutare l'offerta, facendo cosi risparmiare all'Italia nuovi lutti. Dato poi che la cattura giapponese della guarnigione italiana di Tien-Tsin risaliva a quasi due anni prima, il fatto non poteva essere preso a pretesto per una dichiarazione di guerra, che rimaneva pertanto ingiustificata. Nel complesso, la decisione italiana del 14 luglio 1945, che tanto profuma di 'pugnalata alla schiena', venne giudicata dagli Alleati (specie dagli australiani) come un nuovo tentativo di 'correre in soccorso dei vincitori' e che loro si sentissero tali era comprensibile, anche se i giapponesi avrebbero potuto ancora tentare una resistenza disperata. (da 'In nome della resa', pag.562)
L'America, invece, è sempre più guardinga nei confronti degli indipendentisti. La realpolitik le suggerisce un'Italia unita e moderata: la DC ne sarà il perno, i carabinieri gli angeli custodi, la mafia l'esattore dei determinanti voti siciliani. I rapporti che da Palermo invia il console Alfred Tyron Nester sono illuminanti. Vi compare il generale Castellano, vi compare Guarrasi, vi compare un altro personaggio ben introdotto, l'avvocato Vito Fodera, vi compare soprattutto Cosa Nostra, trattata come una lobby rispettabile e dalla quale non si può prescindere. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.301-302)
Quarant'anni dopo, poco tempo prima di spegnersi, confesserà a Calogero Mannino, potente esponente DC tra il '70 e il '90: 'Giuliano era la pistola che gli Stati Uniti ci tenevano puntata alla tempia. Ogni qualvolta De Gasperi assumeva una posizione che essi non gradivano, Giuliano ammazzava tre carabinieri'. D'altronde a rifornire di armi la banda è un ex maggiore dell'OSS, Mike Stern, riciclatosi nel '46 da giornalista. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.306)
Nel trattato di pace stipulato dall'Italia a Parigi con le Nazioni vincitrici, febbraio '47, l'articolo 16 recita: 'L'Italia non perseguirà né disturberà i cittadini italiani, particolarmente i componenti delle Forze Armate, per il solo fatto di avere, nel corso del periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data dell'entrata in vigore del presente Trattato, espresso la loro simpatia per la causa delle Potenze Alleate ed Associate o di avere condotto un'azione a favore di detta causa'. L'articolo viene imposto dagli Stati Uniti. Esso rappresenta la salvaguardia degli ammiragli della marina e di alcuni alti ufficiali del SIM, che sin dall'inizio hanno trescato con gli anglo-americani e che nella nascente Repubblica stanno per occupare i posti di comando. Ma quell'accenno ai civili ha sempre causato perplessità, ha fatto immaginare che potesse celare qualcosa di ben più consistente. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.315)
La leggenda parla di una lunga lista d'intoccabili: mille nomi, diecimila nomi, duemila nomi. Rimane incontestabile che per diciotto anni Cosa Nostra ha goduto dell'indifferenza di investigatori e inquirenti. In questo lasso di tempo sono fioriti i Badalamenti, i Soniate, i Greco, i Messina Denaro, i Santapaola, i Leggio, Riina, Provenzano, i Bagarella. (da 'Arrivano i nostri - 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia', pag.316-317)