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Dopo il conflitto - In Jugoslavia
Al momento dell'emissione del comunicato le sparute unità del generale Löhr, che avevano dovuto risalire tutta la penisola balcanica, puntavano, ostacolate dalle forze comuniste di Tito, alla Drava, poco oltre il confine austriaco, assieme all'esercito croato, a parte di quello ungherese e a formazioni nazionaliste slovene, realiste jugoslave, montenegrine, albanesi e cosacche, quello e queste, seguiti da un'enorme numero di loro connazionali di ogni sesso ed età. Non sarebbero arrivati oltre il fiume poiché, armati e disarmati, uomini e donne, vecchi e bambini, furono respinti dagli inglesi verso i titini e da costoro trucidati nella maniera più barbara. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.150-151)
Il 19 gennaio 1946 il governo di Belgrado inviò un promemoria all'ambasciata americana in cui, richiamandosi alle decisioni di Potsdam, proponeva un accordo per l'espulsione delle minoranze tedesche dal proprio territorio. La richiesta fu respinta. Ciononostante la Yugoslavia scacciò 290.000 tedeschi dei 500.000 che vivevano nel paese. Di questi ultimi, 130.000 morirono o furono uccisi o deportati nell'URSS, 80.000 furono trattenuti come riferisce Zayas, Alfred M. De. op. cit. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.221)
Ben peggiore fu la sorte degli ustascia croati e dei domobranci sloveni. La falce della 'pulizia politica' li mieté come un campo di grano. I morti non si contarono a decine, ma a centinaia di migliaia. […] croati e sloveni collaborazionisti si erano rifugiati in massa nelle valli austriache fra Bleiburg e Loibach per arrendersi alle truppe britanniche. Questa volta però gli inglesi si mostrarono irremovibili. Secondo gli accordi di Yalta, gli eserciti vinti dovevano trattare direttamente con i rispettivi vincitori e, di conseguenza, ustascia e domobranci dovevano essere consegnati alle autorità della Repubblica federale jugoslava. Quando questa notizia si diffuse, nel campo dei profughi si verificarono scene strazianti. I suicidi si contarono a migliaia, ma per i superstiti non ci fu scampo. Caricati a forza su vagoni piombati, 300.000 ustascia furono consegnati alle truppe di Tito e avviati verso la Jugoslavia. Il massacro ebbe inizio subito dopo che fu varcata la frontiera e le cifre dei morti raggiunsero livelli inimmaginabili. Secondo testimonianze raccolte dallo storico Pier Arrigo Carnier, 75.000 croati furono uccisi nei dintorni di Maribor e sepolti in enormi fosse comuni. Gli abitanti del luogo udirono per giorni interi il sinistro crepitio delle mitraglie. Altri 30.000 ustascia furono fucilati nella foresta di Kocevlje. Altre migliaia di croati, ma anche di serbi, montenegrini e sloveni, morirono di stenti durante la cosiddetta 'marcia della morte' verso i campi di lavoro situati ai confini della Grecia e della Romania. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.120)
Non diverso da quello degli ustascia fu il destino dei domobranci sloveni. Con fredda determinazione, gli inglesi li restituirono agli jugoslavi che li massacrarono nelle foreste della Slovenia. Secondo stime, le vittime furono più di 12.000. Con loro furono trucidati anche alcune migliaia di collaborazionisti serbi, bosniaci e montenegrini. Una analoga sorte si abbattè sui cosiddetti Volksdeutsche, i presunti oriundi tedeschi che i ricercatori della 'razza germanica' avevano rastrellato nel groviglio etnico jugoslavo per farne dei soldati del Reich. Furono tutti liquidati. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.121)
Mentre centinaia di migliala di italiani abbandonavano le loro case per sfuggire al comunismo e alla slavizzazione, altri italiani, sia pure in numero assai più esiguo, affrontavano liberamente il percorso inverso spinti dall'utopia e dalla fede nella causa socialista. Di questo singolare controesodo, che ebbe una conclusione ben più tragica di quello pur amaro e drammatico dei profughi istriani in quanto, oltre al danno, ci fu anche la beffa, non si era mai parlato in questi ultimi decenni. Era infatti un capitolo doloroso della storia giuliana destinato a rimanere blindato negli archivi del Pci. Solo dopo la caduta del Muro di Berlino e la bancarotta del comunismo, alcuni superstiti, sentendosi ormai svincolati dalla disciplina di partito, hanno cominciato a parlare... […] L'operazione controesodo', sviluppata nel massimo segreto, fu il frutto di un accordo di vertice fra i comunisti iugoslavi e i comunisti italiani. Da parte nostra, se ne occupò personalmente il vicesegretario del Pci Pietro Secchia. L'operazione prevedeva il trasferimento clandestino di volontari italiani, reclutati nei cantieri di Monfalcone, ma anche nelle altre fabbriche di Gorizia, di Trieste e del Friuli, ai quali sarebbe stato affidato il compito di contribuire, come allora si usava dire con slancio retorico, all'edificazione del socialismo' in Jugoslavia. In parole più povere: a insegnare agli jugoslavi come far funzionare i nostri cantieri di cui si erano impadroniti. Oltre l'aspetto economico, questo singolare esodo alla rovescia si prefiggeva anche un significato politico. La presenza di operai italiani nelle industrie di Pola e di Fiume avrebbe infatti consentito alla stampa comunista di sostenere che non tutti gli italiani, ma soltanto i 'fascisti', avevano scelto la via dell'esilio. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.171-172)
I volontari furono circa duemila i quali, divisi in scaglioni, si trasferirono in Jugoslavia con le rispettive famiglie. Erano tutti specialisti e tutti fortemente ideologizzati. Molti di loro avevano combattuto la guerra partigiana nelle formazioni jugoslave. […] Per qualche mese tutto filò liscio. Salvo qualche episodio di sciovinismo da parte jugoslava e le defezioni di alcuni italiani che preferirono tornarsene a casa dopo avere constatato di trovarsi in una realtà diversa da quella che si aspettavano, non si registrarono incidenti degni di nota. […] I veri problemi cominciarono nel 1948 dopo la rottura fra Tito e Stalin seguita al rifiuto jugoslavo di aderire al Cominform, l'organizzazione creata da Stalin per imporre a tutti i partiti comunisti l'obbedienza sovietica. Per i 'monfalconesi', stalinisti convinti e iscritti al Partito comunista italiano (il cui capo indiscusso, Palmiro Togliatti, figurava fra i primi firmatari della risoluzione che 'scomunicava' Tito), fu un trauma. Animati da una fede cieca ed assoluta nell'URSS e nel suo partito-guida, ribellarsi alla volontà di Stalin era, per loro, peggio di un sacrilegio. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.173-174)
I primi a muoversi furono gli operai italiani che lavoravano nei cantieri di Fiume e di Pola. Alimentati attraverso canali segreti dal Pc del TLT, guidato da Vittorio Vidali, e dal Pci di Palmiro Togliatti, i 'monfalconesi' costituirono per qualche tempo una 'quinta colonna' cominformista cui era affidato il compito di riportare la Jugoslavia nell'orbita sovietica e liberarla dalla 'cricca' di Tito diventato nel frattempo, sulla stampa comunista, il 'lacchè dell'imperialismo'. Per qualche tempo non furono disturbati. […] Verso la fine del 1948 entrò infatti in azione l'OZNA, la famigerata polizia politica, che organizzò vaste retate di 'monfalconesi' che furono poi deportati nei lager dell'interno e nelle isole. Solo Ferdinando Marega riuscì a non farsi prendere e, dopo avere operato per qualche tempo nella clandestinità, riuscì a rientrare in Italia. Qui giunto, informò immediatamente il partito di quanto stava accadendo in Jugoslavia. Raccontò delle persecuzioni, delle torture, delle deportazioni e dei 'gulag' dentro i quali erano stati rinchiusi tanti compagni che non avevano voluto abiurare la fede. Ma non fu ascoltato. Anzi fu invitato, come lo saranno tanti altri 'monfalconesi' sopravvissuti all'inferno jugoslavo, a mantenere il silenzio per 'non danneggiare il partito'. D'altra parte, in quel momento, se alla stampa comunista era consentito di diffamare Tito con ogni calunnia possibile, era invece proibito menzionare i 'gulag' jugoslavi per non richiamare l'attenzione su quelli ben più numerosi che esistevano da tempo in Unione Sovietica. Di conseguenza, il Pci abbandonò i 'monfalconesi' al loro tragico destino. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.175-176)
Situata nel Quarnero, formata di sole rocce di un bianco accecante, l'Isola Calva fu il peggiore dei tanti lager jugoslavi in cui finirono, insieme a moltissimi altri prigionieri i politici, centinaia di 'monfalconesi'. Completamente disabitata, era stata trasformata in una sorta di Isola del diavolo dal famigerato ministro degli Interni jugoslavo Aleksandar Rankovic. Della sua esistenza si è saputo soltanto pochi anni fa, grazie alle testimonianze del giornalista Giacomo Scotti, a un libro autobiografico di Livio Zanini, ai racconti di pochi altri sopravvissuti. Goli Otok non aveva nulla da invidiare ai lager nazisti e ai gulag sovietici. Isolamento, fame, bastonate, testa nel buco del cesso, esposizione al gelo, lavoro forzato, torture di ogni genere costituivano la pratica quotidiana. Il tutto cadenzato in maniera ossessionante da un grido inneggiante a Tito e al partito: 'Tito-Partija! Tito-Partija!' che i prigionieri dovevano ripetere durante il lavoro. La tortura più perversa era quella del ravvedimento. Il ravveduto, per dimostrare di essere tale, doveva massacrare di botte i compagni che stentavano a ravvedersi. Chi si rifiutava finiva in boikot, ossia in totale isolamento ed esposto alle violenze di chiunque. Virgilio Giacomini, un italiano che rimase a Goli Otok fino al 1953 e che fece la dura esperienza del boikot racconta: 'Quando si veniva boicottati si portava anche un altro segno di distinzione oltre la camicia nera [tale indumento veniva imposto a chi era deportato a Goli per la seconda volta, N.d.A.]: i pantaloni con la striscia rossa come i carabinieri. Noi, in camicia nera e pantaloni strisciati di rosso eravamo gli ultraboicottati. Ciò significava che chiunque poteva picchiarci in qualsiasi momento, senza alcun motivo e senza dovere rispondere a nessuno. Molti, infatti, ci picchiavano, specie i montenegrini, per far vedere di essere ligi al dovere e del tutto rieducati. Con la camicia nera rimasi più di cento giorni fino a quando giunse a Goli il ministro Rankovic. Lo vidi anch'io, passò vicino al nostro gruppo. Dopo la sua visita ci tolsero la camicia nera e cominciò a farsi strada un sistema più morbido. Non si picchiava più eccetto casi estremi. Potevano solo maltrattarci a parole, sputarci in faccia e farci altre angherie'. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.178-179)
Neanche la pacificazione fra Jugoslavia e URSS, suggellata da una visita a Belgrado del premier sovietico, subito seguito da Palmiro Togliatti, modificò la situazione. Annotava nel suo diario Adriano Dal Pont, un comunista udinese detenuto dal 1949: 'Kruscev è a Belgrado, lo segue a ruota Togliatti, la normalizzazione dei rapporti è evidente, ma noi continuiamo a restare dentro'. […] Soltanto tre anni dopo, quando una seconda missione del Pci, guidata da Luigi Longo, giunse a Belgrado, fu finalmente affrontato il problema dei 'monfalconesi' ancora detenuti. […] Qualche tempo dopo, Tito dispose che Adriano Dal Pont e gli ultimi 'monfalconesi' detenuti fossero lasciati liberi di rientrare in Italia. Era il 19 ottobre del 1956. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.180)
Alla fine di maggio del 1945 l'Ottava armata britannica consegnò a Tito tre reggimenti serbi che avevano combattuto contro lo stesso Tito e lo stesso accadde per 11 mila ausiliari sloveni. Tutti furono uccisi nella foresta di Gottschee, e analoga sorte toccò a 80 mila soldati croati e a 30 mila civili croati, gran parte dei quali donne e bambini, che nella seconda metà di maggio 1945 si erano arresi agli inglesi nei pressi di Maribor e che da questi furono consegnati ai partigiani di Tito. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.69-70)
Pochi giorni dopo, essendo rientrato a Washington, Jackson ascoltò con pari interesse l'ambasciatore americano a Belgrado, Richard Patterson, che gli parlava di esecuzioni in massa di intellettuali e uomini d'affari ordinate dal maresciallo Tito o, piuttosto, dai suoi burattinai sovietici: 'Membri del governo iugoslavo', annotò in seguito, 'hanno parlato all'ambasciatore della fucilazione del fratello di una giovane interprete impiegata presso l'ambasciata americana. Non era stato processato, nessuna accusa gli era stata contestata, la sua unica colpa era di appartenere a una famiglia di banchieri'. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.91-92)