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Borrini R., 'Il tricolore insanguinato'
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Ma.Ro. Pavia - 400 pagine - 23,00 Euro
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In questo libro è affrontata e raccontata per la prima volta la storia del fascismo di una città, La Spezia e della sua provincia, attraverso cui è possibile ripercorrere le vicende che segnarono per più di vent'anni la storia d'Italia che ancora oggi si stenta a spiegare in modo onesto ed obiettivo.
La Spezia, città della costa ligure orientale, posta in un golfo naturale, circondato dalle colline e confinante con la Toscana, fu, insieme a Taranto, la prima città d'Italia che il fascismo elevò a capoluogo di Provincia nel settembre del 1923. Sino ad allora la città ligure era stata una Sottoprefettura del Circondario di Genova. Ma la storia si intreccia con quella del fascismo in altre occasioni. Sorta verso la fine dell'Ottocento attorno all'Arsenale militare, La Spezia vide nel giro di pochi decenni decuplicare i suoi abitanti, richiamati dalle opportunità di lavoro offerte dalla nuova industria navale e militare e provenienti dall'entroterra, dalle regioni limitrofe e dal Meridione.
Nonostante la costruzione di diversi quartieri operai, posti razionalmente attorno all'Arsenale e le condizioni di vita generalmente migliori dei ceti popolari rispetto ad altre zone d'Italia, la propaganda socialista ed anarchica fu molto attiva e produsse numerosi consensi. Si pensi che il più importante settimanale anarchico a livello nazionale, Il Libertario, si stampava proprio alla Spezia. Inoltre molti operai, durante il primo conflitto mondiale, non furono richiamati alle armi perchè trattenuti nell'industria bellica, sottoposta ad un notevole impegno produttivo. Ciò li estraniò dall'esperienza della trincea e del fronte e da quel sentimento di giusto orgoglio per la vittoria che caratterizzò tutti gli ex combattenti.
Così già nel giugno del 1919 fu La Spezia la prima città a dare il via ai tumulti contro il caro vita, che si trasformarono in una vera e propria rivolta contro l'Autorità. Le agitazioni socialiste ed anarchiche proseguirono nel luglio del 1919 con lo sciopero di protesta per l'intervento delle Potenze Alleate in Russia contro la rivoluzione bolscevica. Alla Spezia per la gravità della situazione fu inviato dal Governo uno dei militari più autorevoli dell'epoca, l'ammiraglio Umberto Cagni, che assunse i pieni poteri della Piazza militare, esautorando di fatto le Autorità cittadine.
Nel primo dopoguerra, la situazione italiana era precaria, oltre che per i motivi sin qui esposti anche per la questione adriatica. L'occupazione di Fiume da parte dei legionari di D'Annunzio fu un episodio estremamente importante e spesso sottovalutato per le vicende che maturarono in seguito in Italia. La Spezia, indirettamente, figura anche in questo contesto in quanto la vittima più famosa del Natale di sangue del dicembre 1920 fu il sottotenente Mario Asso, spezzino. La formazione dei primi Fasci di combattimento nella città ligure fu piuttosto travagliata e per nulla legata alle cause che molta storiografia ha sempre attribuito al nascente fascismo. Il Fascio spezzino non nacque su impulso degli agrari, non esistendo il latifondo nel suo territorio;
neppure nacque per l'intervento degli industriali, in quanto la grande industria era legata ad altri interessi che in parte divergevano col nuovo movimento. Il fascismo spezzino, come quello di quasi tutta l'Italia, fu costituito essenzialmente da ex combattenti, che provenivano da tutti i ceti sociali, anche se quello medio e piccolo borghese fu prevalente. Il movimento si autofinanziò e solo in seguito, quando una sua affermazione era prevedibile, fu 'aiutato' dai ceti tradizionalmente antisocialisti.
In particolare alla Spezia la fondazione del fascio fu opera di una cerchia di intellettuali, molti dei quali giornalisti, tutti ex combattenti e da un gruppo di ex legionari fiumani che andò a costituire il nocciolo duro delle future squadre d'azione. Il primo fascimo spezzino fu repubblicano e solo in seguito si andò collocando su posizioni più vicine alla monarchia. Così come nel resto d'Italia il fascio spezzino fu impegnato a riaffermare i valori della Patria e della Vittoria che le forze della sinistra sovversiva tentavano di sminuire e rimuovere dalle coscienze della popolazione. Questa lotta non fu priva di duri scontri e di fatti sanguinosi che culminarono nel famoso eccidio di Sarzana del luglio 1921, quando una quindicina di giovani fascisti fu trucidata durante gli scontri con i carabinieri e con gli arditi del popolo.
Questo episodio, salito all'attenzione della cronaca nazionale per il suo tragico bilancio, fu determinante per la firma del patto di pacificazione tra fascisti e socialisti. Ma gli episodi di violenza alla Spezia continuarono e furono i fascisti, contrariamente alla 'vulgata' diffusasi nel secondo dopoguerra, a contare le vittime maggiori. Ancora nel 1925 con il fascismo al potere da tre anni, fu ucciso al Limone, frazione spezzina, dai sovversivi un capomanipolo della Milizia.
Gli anni in cui il fascismo governò l'Italia furono anche per La Spezia e la sua Provincia anni di grandi opere pubbliche e di un diffuso benessere sociale e culturale. Scuole, asili, colonie, mense, stadi, istituti per la previdenza sociale ed il dopolavoro, strade, canali d'irrigazione, bonifiche furono attuati dal Regime. Ancora oggi molte di queste opere, per la distratta memoria dei più, testimoniano il grande interesse che il fascismo ebbe per la collettività. Ma come nel resto d'Italia anche alla Spezia il fascismo, sotto l'apparente immagine monolitica della propaganda, fu diviso da lotte intestine ed il cosiddetto 'dissidentismo' fu piuttosto forte, tanto da richiamare l'attenzione di Roma che ad un certo momento decise di porre fine alle beghe interne, espellendo dal PNF il console della Milizia spezzina, Guido Bosero,
e l'unico deputato eletto da Spezia alla Camera, l'on. Elvidio Zancani, mentre la Federazione veniva commissariata. Solo negli anni Trenta la Federazione del PNF di La Spezia si potè dire pacificata.
Con il sopraggiungere dei primi venti di guerra i fascisti spezzini ebbero altro a cui pensare e seppero dare un non trascurabile apporto di volontari alla guerra di Spagna e d'Africa, lo testimoniano le numerose medaglie al valore militare concesse alla memoria. La 35^ Legione della MVSN 'Indomita' onorò il suo motto, coniato dallo stesso Duce, 'Fermi nella fede'. Allo scoppio delle ostilità del secondo conflitto mondiale la Piazzaforte della Spezia era una sfida per il nemico ed un punto d'orgoglio per tutta la Nazione. Purtroppo la guerra fu il campo di prova per un'intera Nazione ed il sogno di rivedere le insegne di Roma vincitrici nel Mediterraneo, ben presto svanì. Ben altro sarebbe occorso per forgiare un popolo di combattenti che i discorsi dal balcone di Mussolini. La vera natura della stragrande
maggioranza degli italiani venne a galla nel luglio del 1943 ed anche nella città ligure la fine delle ostilità fu salutata con manifestazioni di giubilo. Con la data dell'otto settembre si consumò il voltafaccia ed il cambio di alleanze premeditato e portato a termine dalla Monarchia. La voglia di opporsi ai pochi reparti tedeschi e di combatterli fu pressochè nulla, nonostante la Piazzaforte spezzina fosse presidiata da ben due divisioni di fanteria (Alpi Graie e Rovigo); bastarono poche centinaia di soldati germanici per fare volatilizzare circa 30.000 soldati italiani. Depositi, caserme ed attrezzature militari furono abbandonati e saccheggiati dalla popolazione.
Solo pochi reparti onorarono la bandiera ed il patto d'alleanza con la Germania: la Decima Flottiglia Mas del Comandante Junio Valerio Borghese fu la prima e più prestigiosa formazione che si rifiutò di accettare l'armistizio, ma anche altri piccoli reparti la seguirono nel coraggioso esempio: i reparti dell'Ar.Co. del capitano Amerio, che presidiavano alcune batterie poste sulle colline attorno a La Spezia, restarono a fianco dell'alleato germanico ed anche alcuni reparti della marina come i sommergibilisti e gli Antisom. Anche alla Spezia il fascismo si ricostituì già alla fine di settembre del 1943 ad opera di convinti fascisti, tra cui Augusto Bertozzi, squadrista della prima ora, ex legionario fiumano, che divenne il primo commissario federale e si prodigò per riorganizzare la Federazione Lunense del PFR.
Alla Spezia fu inviato dal Governo della RSI come Capo della provincia, carica che sostituiva quella del prefetto, Franz Turchi. Turchi agì in modo accorto ed equilibrato e fu grazie alla sua opera di mediazione se non si ebbero nella provincia spezzina episodi di feroci rappresaglie sia da parte delle truppe tedesche che da parte di quelle della RSI. Infatti ben presto iniziarono ad operare sui monti dell'entroterra spezzino e lunigianese, posti alle spalle di quella che diventerà poi la linea del fronte, gruppi di partigiani, formati da ex confinati politici liberati dopo il 25 luglio e da ex soldati del regio esercito, sbandatisi dopo l'otto settembre a cui si aggiunsero non pochi prigionieri di guerra inglesi e russi, fuggiti dai campi di prigionia. Costoro iniziarono a colpire in azioni terroristiche, che usavano l'agguato o il sabotaggio,
esponenti del PFR, militari della RSI e soldati tedeschi con l'intento di esasperarne gli animi e provocare delle rappresaglie, ben sapendo che avrebbero finito per coinvolgere la popolazione. Così il clima si andò sempre più invelenendo e vani furono gli sforzi compiuti dalle autorità della RSI per evitare lo scontro fratricida. Purtroppo col passare dei mesi ed il peggiorare della situazione bellica, la guerra civile divampò in tutta la sua violenza.
Dalla Spezia partirono i reparti della Decima Flottiglia Mas che si coprirono di gloria sul fronte di Anzio, di Nettuno e del Senio. Nei battaglioni 'Barbarigo' e 'Lupo' furono molti i giovani volontari spezzini. La Spezia fu abbandonata dai reparti della RSI solo quando il fronte della linea Gotica fu sfondato sul versante adriatico e le armate anglo-americane raggiunsero la pianura padana. Nell'entroterra spezzino e nella Lunigiana gli alpini della 'Monterosa' ed i bersaglieri della Divisione 'Italia' combatterono valorosamente di fronte alle truppe alleate ed alle spalle contro gli attacchi dei partigiani. Alla fine dell'aprile del 1945 tutti i reparti italiani e tedeschi presenti nella provincia iniziarono a ritirarsi lungo la statale della Cisa verso Parma. Infine i militi del 628° Comando provinciale della Guardia Nazionale Repubblicana,
i legionari della 33^ Brigata Nera 'Tullio Bertoni' ed i soldati dell'Italia e della Monterosa, dopo un ultimo combattimento a Medesano, si arresero alle truppe brasiliane a Fornovo, ricevendo l'onore delle armi. Era il 29 aprile 1945; il giorno prima Mussolini e diversi gerarchi della RSI erano stati uccisi sul lago di Como. Il fascismo era finito. Ma se la guerra si poteva dire conclusa, in quei giorni d'aprile iniziò una resa dei conti, altrettanto sanguinosa e drammatica: si apriva la caccia al fascista.
Nel libro si è cercato di dare finalmente dignità alla memoria di tanti uomini e donne scomparsi in quei giorni, uccisi in modo sbrigativo e crudele per il solo fatto di essere stati fascisti e poi caduti in un oblio durato sessant'anni. Non è stato facile rintracciare nomi e ricostruire episodi; molte sono ancora le lacune e le informazioni inesatte. Ma finalmente un primo passo è stato fatto. Questo lavoro è stato condotto utilizzando i documenti d'archivio e le fonti scritte del periodo con lo scopo di rendere la storia del fascismo spezzino oggettiva e comprensibile. Tanti episodi citati, di per sè poco significativi, assumono nel quadro d'insieme un valore che contribuisce a rendere finalmente giustizia a tante verità taciute o falsate.
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