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| Guerra civile in Italia - Il movimento partigiano |
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Gli italiani sono stati ubriacati con le menzogne per centocinquant'anni, affermò al suo rientro in patria, nel 1945, Francesco Saverio Nitti, dopo gli anni trascorsi in esilio per la sua opposizione al fascismo [...] Anche il movimento partigiano, che agiva in nome della liberazione, era fondato su una menzogna. I partigiani italiani vorrebbero farci credere che la loro fu una lunga, nobile lotta contro i mali del fascismo, dell'occupazione e della repressione durante la tremenda campagna invernale del 1944-45. [...] Alcuni gruppi della resistenza agirono con coraggio, e molti dei loro componenti pagarono a caro prezzo, ma la stragrande maggioranza dei 'partigiani',
circa duecentomila elementi, entrò nei ranghi solo dopo il termine delle ostilità. Alcune fonti affermano addirittura che nel giugno 1945, due mesi dopo la fine della guerra, erano stati distribuiti circa settecentomila certificati di militanza partigiana contro il pagamento di una modesta somma. Anche i gruppi di partigiani in azione durante gli ultimi sei mesi di guerra, divisi fra loro da contrasti politici, avevano dato scarso contributo allo sforzo bellico. (da 'La guerra inutile', pag.14)
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Quando la retroguardia della Wehrmacht incominciò a evacuare la città vi fu addirittura una specie di sollevazione, anche se non proprio all'altezza della leggenda popolare. Vi furono alcune scaramucce che si protrassero per quattro giorni e costarono la vita a cinquanta italiani e a meno di una dozzina di tedeschi. Nonostante ciò, la città si convinse di aver espiato con quel gesto il suo passato e di aver diritto al rispetto degli Alleati; ma non lo ottenne, soprattutto da parte dei britannici che continuarono a trattare gli italiani con disprezzo. (da 'La guerra inutile', pag.231)
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Non esistono dati precisi, ma, secondo le stime delle attività militari italiane, nel dicembre 1944 vi erano all'incirca 100.000 partigiani dietro le linee nemiche; di questi, però, non più di 10.000 combattevano come veri guerriglieri. Per il resto, si trattava di profughi, oppure di uomini rifugiatisi in montagna per non essere rastrellati dai tedeschi e mandati a lavorare in Germania. (da 'La guerra inutile', pag.466)
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Quando fummo a circa seicento metri da Grosio, sentimmo alle nostre spalle alcuni colpi di fucile e delle raffiche di mitra. I partigiani, accortisi che in paese non c'era più un fascista, si erano decisi a liberarlo. (da 'La generazione che non si é arresa', pag.51)
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Ponte Valtellina era si in mano ai partigiani. Ma appena ci videro scapparono via. Non ci fu nemmeno bisogno di sparare. Quei pochi che furono raggiunti dai nostri ragazzi gettarono le armi a terra e alzarono le braccia. Vennero liquidati a calci nel sedere. Erano le 10,30 del 28 aprile del 1945. (da 'La generazione che non si é arresa', pag.71)
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Basti ricordare le parole del maresciallo Alexander, comandante delle forze alleate in Italia e nel Mediterraneo: 'Di tutti i fronti terrestri della seconda guerra mondiale, quello che maggiormente ci impegnò per la tenacia e per l'eroismo del nemico [...] fu il fronte italiano'. Ma non ebbe parole di eccessiva ammirazione per quegli italiani che erano andati dalla sua parte, cioè erano saltati sul carro del vincitore,
e per i partigiani che pur erano foraggiati e armati dagli Alleati: 'La loro collaborazione fu trascurabile e di poco conto'. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.178)
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La liberazione dell'Alta Italia diede nuovo impulso e autorità al CLN. Il numero dei partigiani 'della ventiquattresima ora' (cioè scesi in piazza dopo il 26 aprile), aumentò di quattro o cinque volte quello dei partigiani che già operavano prima della cosiddetta insurrezione. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.211)
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Persona di spicco fra i giustiziati, accusato di aver organizzato e finanziato i primi nuclei di partigiani comunisti della Valsesia, era Giuseppe Osella, industriale della lana, il quale, come Elio Vittorini, era stato squadrista, aveva partecipato alla Marcia su Roma, era stato poi una delle personalità più in vista del fascismo vercellese e, fino al 25 luglio del '43, podestà di Varallo Sesia. È ovvio che
nella storiografia ufficiale e nell'albo d'oro della Resistenza, Giuseppe Osella, il cui nome è inciso sulle targhe di vie e piazze e al quale fu intitolata allora una formazione garibaldina, figuri come 'martire della libertà'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.15)
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Seguendo il filo della vicenda esemplare dei pochissimi autentici e coerenti antifascisti che languivano nelle carceri e al confino politico, o si trovavano in esilio all'estero, si è accreditata la favola di un lungo processo di netta opposizione al fascismo, che ha le sue radici nel passato prefascista, vive una ininterrotta continuità nelle prigioni politiche e nell'esilio, e da un certo punto in poi cresce e si
sviluppa per esplodere fra il 23 luglio e l'8 settembre del '43 nella contrapposizione aperta, dove da una parte sono schierati i 'fascisti' (una minoranza), responsabili esclusivi dello sfacelo del paese, e dall'altra quella che sta rapidamente diventando la maggioranza degli italiani, sicuramente orientati in senso 'antifascista', mondi da peccati, e che, ribellatisi alla tirannide subita per ventun anni, si batteranno
nei venti mesi dal settembre '43 all'aprile '45, con le armi in pugno, per la libertà e per la democrazia. Visione oleografica, la quale, con un sapiente gioco di luci tutte concentrate sul passato esemplare e coerente di quei pochi e di fitte ombre, nelle quali si mimetizzano e si confondono le responsabilità, i coinvolgimenti, i consensi dei molti, riesce a realizzare un'operazione di trasformismo retroattivo per mezzo
del quale i più assumono come propria la storia dei pochissimi, retrodatano le loro recentissime e molto spesso opportunistiche abiure alla costante opposizione di quelli, si depurano delle loro responsabilità, fino al punto di autoconvincersi della limpidezza del loro impegno antifascista. A testimoniare una di queste metamorfosi, con la conseguente cancellazione e trasformazione del proprio passato, mi accadde di leggere
su una rivista letteraria che Davide Lajolo, discorrendo di Curzio Malaparte e dei messaggi in chiave che questi avrebbe inviato nei suoi reportage dai fronti di guerra dichiarava: 'Noi militanti del PCI dal fondo di una cella abbiamo capito dalle corrispondenze che lui mandava dal fronte che i tedeschi non ce l'avrebbero fatta ...'. Sembra incredibile, perché è sempre stato noto a tutti che Lajolo non solo non
era mai stato 'nel fondo di una cella' fascista, ma anzi al tempo in cui venivano scritti quei reportage di Malaparte era un baldo e valoroso ufficiale delle Camicie Nere, reduce da tutte le guerre mussoliniane, alle quali aveva partecipato da volontario, mistico esaltatore di Mussolini e del fascismo fino al 25 luglio '43, che lo colse vice-federale fascista di Ancona. Apparteneva cioè proprio alla schiera di chi aveva
rinchiuso nelle celle i pochi superstiti militanti comunisti e vi montava ben armato la guardia. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.27-28)
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Prima fra tutte la scelta del governo della RSI di ricostituire un esercito di leva, che spingerà, in varie riprese, migliaia di giovani a sottrarsi agli obblighi della coscrizione, nascondersi, cercare rifugio alla macchia e quindi per molti di essi, non fosse altro che per necessità di sopravvivenza fisica, entrare nell'orbita della Resistenza organizzata ed essere col tempo assorbiti nel partigianato. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.129)
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Scorrendo il libro di Longo, al di là della non gradevole sensazione che produce un'opera avente il preciso scopo di accreditare una versione dei fatti tutta di parte, tutta strumentale, smaccatamente agiografica e celebrativa di chi ha fatto la scelta antifascista, e di contro denigratoria e infamante per chi sta dall'altra parte, chi scrive è inciampato più volte in madornali alterazioni della verità difatti di cui ha
conoscenza diretta per avervi personalmente partecipato dalla parte opposta. Ne cito qualcuno. 'Diecimila fascisti, che dall'11 marzo erano stati trattenuti in valle dalle forze di Moscatelli, abbandonarono l'11 giugno la Valsesia' (p. 272). Ora quei 'diecimila' fascisti cui Longo fa riferimento che lasciano la Valsesia nel giugno del '44, erano la Legione Tagliamento nella quale chi scrive militava. Questo reparto iniziò
le operazioni in quella valle nel dicembre del '43 con effettivi che superavano di poco le trecento unità e le terminò, dopo la fusione con un altro reparto (battaglione Camilluccia) e l'ulteriore arruolamento di volontari con un effettivo che non raggiungeva i mille uomini. Inoltre essa non 'abbandonava' la Valsesia, ma, dopo aver, con sistemi durissimi e azione continua, occupata con presidi stabili tutta la valle e
'ristabilito l'ordine' in quella zona, partiva per andare al fronte sulla linea Gotica, come ho già accennato. Nello stesso libro si legge: 'A Camasco (Val Sesia) il 63o Battaglione 'M' per due giorni di seguito è attaccato dai nostri distaccamenti e obbligato alla fuga, dopo aver lasciato sul terreno il vicecomandante, trenta morti e la bandiera' (p. 161). Chi scrive c'era. Si trattò di tre brevissimi scontri a fuoco in cui
un distaccamento partigiano, con la tecnica del 'mordi e fuggi', sparando da posizione elevata sul mucchio di militi ammassati su autocarri e sorprendendo di notte una pattuglia isolata, causò sei morti tra i quali un sottotenente. Non ci fu nessuna 'fuga' del reparto che rientrò alla base a Vercelli secondo l'originario ordine di operazione, né fu lasciata alcuna bandiera non foss'altro perché le bandiere si portano in giro
nelle parate e non davvero in operazioni di controguerriglia sulle montagne. Questo stesso episodio è raccontato anche nel libro Il Monterosa è sceso a Milano di Pietro Secchia e Gino Moscatelli, nel capitolo 'La battaglia di Gamasco', alla quale sono dedicate tre pagine di testo, seguite da una lunga dissertazione di strategia guerrigliera, nelle quali quelle fugaci sparatorie (quella nella quale fui coinvolto personalmente
non durò più di pochi secondi!) si trasformano in una serie di operazioni militari cui prendono parte varie unità con coordinamento tattico di mosse, spostamenti, che danno a tutto l'insieme l'incredibile apparenza di una vera e propria battaglia. Sempre in questo libro, altro testo di prima grandezza della mitografia partigiana, si descrive un rastrellamento, iniziato il 5 aprile '44, come una vasta operazione militare alla
quale partecipano 'colonne' di fascisti e tedeschi di 'mille' e 'millecinquecento' uomini, dotati di armamento pesante, risalenti la valle da varie direzioni, punteggiata da scontri, resistenze fisse e mobili, attacchi, ripiegamenti, contrattacchi che danno l'idea di una vasta battaglia dove sono impegnate ingenti forze anche da parte garibaldina, e articolata in mosse tattiche, spostamenti, azioni a vasto raggio e via discorrendo.
Anche in questo caso chi scrive era là e può testimoniare per esperienza diretta. La colonna di 'mille uomini' di cui facevo parte era composta in realtà dalla II compagnia del mio battaglione, che avendo lasciato ovviamente alla base scritturali, furieri, piantoni eccetera, forse arrivava alla consistenza di 90 uomini. La sua marcia sulla neve fu contrastata all'altezza del passo Baranca da due raffiche di mitragliatrice (che ferirono
a una gamba un ufficiale), sparate da un partigiano appostato dietro una roccia e che colpito dal fuoco di risposta degli uomini in testa alla colonna fu abbandonato agonizzante nella neve dai suoi compagni che si dileguarono. Unico caduto di tutta l'operazione. Potrei andare avanti così per innumerevoli episodi, 'scontri', 'battaglie', 'cicli di operazioni' eccetera, gonfiati e romanzati a tal punto, da risultare identificabili da parte
di chi c'era solo per una data, il nome di una località, ai quali presi personalmente parte o che mi furono riferiti a caldo direttamente da compagni d'arme che vi avevano partecipato. [...] Come ad esempio, cogliendo nel mazzo, la 'relazione sui fatti d'arme del 12-13 gennaio del 1944' cui partecipò la banda 'Italia libera' del PDA in Valle Grana nel Cuneese, e che ritengo emblematica di questa propensione alla gigantografia che sembra
dominare la letteratura e la memorialistica resistenziale. In quell'occasione, in cui un reparto tedesco forte di cinquecento uomini, appoggiati da quattro autoblinde e quattro cannoni semoventi si scontrò con un centinaio di partigiani malamente armati, equipaggiati e diretti, secondo la relazione suddetta, dove si descrivono le varie complesse fasi della 'battaglia', alla fine degli scontri 'le nostre perdite ammontano a un morto, cinque
feriti e due dispersi (gruppo Damiani). Le perdite nemiche a cento uomini'. Queste macroscopiche gonfiature dei fatti, dove mille diventa diecimila, sei si trasforma in trenta, novanta cresce fino a mille, dove un battaglione di uno dei più agguerriti e ben armati eserciti del mondo lascia sul terreno un quinto dei suoi effettivi contro un solo morto di una banda di un centinaio di uomini sommariamente armati, furono tranquillamente ammannite
all'opinione pubblica, stampate in ponderosi volumi dai maggiori editori italiani e imposte come verità storiche. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.131-134)
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'Di quell'afflusso nelle bande di renitenti alla leva fascista cioè di elementi giovanili che, almeno in parte, intendevano sottrarsi all'obbligo di combattere per i tedeschi, ma non avevano ricevuto nessun addestramento né avevano alcuna precisa volontà di battersi contro l'occupante e il governo di Salò', Edgardo Sogno, medaglia d'oro della Resistenza, il quale esaminava direttamente il fenomeno, ma senza le lenti deformanti di una ideologia
che voleva accreditare a tutti i costi una ben precisa versione dei fatti, concludeva così: 'La posizione di costoro è descritta nel commento che colsi sulla bocca di un cittadino qualunque: 'Questa gente non aveva nessuna voglia di fare la guerra. Adesso gli hanno detto che è patriottico non farla. E naturale che vada in montagna'. Nel gennaio del '44, chi scrive fu presente alla resa, nel paese di Goggiola, in provincia di Biella, di una formazione
partigiana, la Giacomo Matteotti. Questa banda era formata da non più di una ventina di giovani, miei coetanei o di poco più anziani che stremati dalle fatiche, il freddo, i disagi dell'inverno, incalzati dalla nostra azione, avevano deciso di deporre le armi e 'presentarsi alle autorità'. Con essi ebbi modo di conversare a lungo e dai loro racconti vennero fuori, in un quadro di continue marce e fughe estenuanti, carichi di materiali da spostare da un rifugio
all'altro, di notti insonni, di scarso cibo, le motivazioni che li avevano spinti a rifugiarsi in montagna che erano appunto quelle pure e semplici di sottrarsi al servizio militare, perché ritenevano che la guerra dopo l'armistizio fosse ormai finita e soprattutto nel timore di essere 'mandati in Germania', nei campi di addestramento che si andavano approntando per le divisioni italiane dell'esercito di Graziani. D'altronde come poteva essere diversamente
per giovani appartenenti a modestissime famiglie, la cui educazione si era svolta fra la frequentazione della parrocchia, della scuola (fascista) e il lavoro? Dove trovare motivazioni 'alte', per una scelta 'resistenziale' consapevole e responsabile, che avesse un qualche contenuto 'politico', la quale poteva scaturire solo da una informazione di gran lunga superiore alla media o da esperienze personali particolarmente importanti direttamente vissute?. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.134-135)
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Giorgio Albertazzi, che fu mio compagno d'armi, in un passaggio di un suo libro autobiografico, racconta la pietosa riesumazione dei corpi di alcuni suoi militi uccisi in una imboscata tesa loro dai GAP. A quei giovani soldati erano stati cavati gli occhi con l'uncino della 'M' mussoliniana che il nostro reparto portava sulle mostrine. Al Ponte della Pietà, alle porte di Borgosesia, in una notte di massacro, vi furono da parte dei partigiani di Moscatelli
atti di una ferocia inaudita come raccontato da uno di loro stessi, li presente: 'Il tenente è ucciso dal Pesgu [comandante partigiano] che gli prende il mitra. Mario è feroce, ogni suo atto è impregnato di odio: ne ammazza altri cinque a colpi di pistola, a un milite gli dà sette pugnalate [...] c'era qualcuno che bruciava vivo dalla paura sul camion e uno aveva le mani alzate, gli bruciavano gli abiti addosso, era una torcia umana: 'Non ammazzatemi. Tiengo mamma in Sicilia',
[...] ma ormai era ridotto malissimo, oltre che ferito tutto bruciacchiato. L'ho buttato giù dal camion [...] e il Pesgu l'ha ammazzato'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.142-143)
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Erano questi i sentimenti che animavano quei giovani cresciuti all'ombra del suo mito, espressi in modo così appassionato, ancora nel giugno '42, da uno di essi, Davide Lajolo, ufficiale delle Camicie Nere, volontario nelle guerre d'Etiopia, di Spagna e nell'ultima, decorato al valore, autore di romanzi di appassionata fede fascista. [...] Lo stesso Davide Lajolo, non più tardi di tre mesi dal 25 luglio, che lo sorprese vice federale di Ancona, riapparirà con il nome di battaglia
di 'comandante Ulisse' sui monti del Piemonte con la budionka, il famoso berretto a punta con la stella rossa della cavalleria sovietica, sul capo, il pellicciotto stile GPU, in veste di comandante della VIII e IX divisioni garibaldine, le armi spianate contro quei fratelli minori che di quel mito sembra ancora non siano riusciti a liberarsi, o che comunque, consapevoli o no, se ne sono andati a caricare sulle fragili spalle il peso. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.152-153)
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Anche l'esposizione e lo strazio dei cadaveri di piazzale Loreto non fu un accidente: fu, per un verso la diretta, inevitabile, necessaria conseguenza e conclusione di quella macelleria, dell'odio e della ferocia che la sovraintese, e per l'altro la calcolata, deliberata e attuata conclusione 'popolare' di quel bagno di sangue, nel quale si volle coinvolgere nell'infamia e nello scempio tutto il popolo. Come tutti i congiurati delle idi di marzo sono spinti a immergere i loro pugnali
nel sangue dell'abbattuto Cesare per condividerne l'assassinio, così quei cadaveri furono portati a Milano ed esposti affinché la macelleria della fazione fosse legittimata dallo scempio della folla, consacrata dalla partecipazione della massa. Quanti degli uomini e delle donne che scalpiccianti, in una città dove ancora non sono stati ripristinati i servizi pubblici, accorrono lì a formare quella folla bisbigliante, come ci mostrano i filmgiornale, erano scesi in piazza negli anni
precedenti a osannare eccitati ed esaltati lo stesso uomo le cui membra vengono ora mostrate come quelle dell'animale totemico abbattuto e dilaniato in un rito sanguinano e primitivo. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.167)
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Un'ultima variabile, infine, è data dall'affluenza affrettata di nuove reclute nelle file partigiane. A partire dal mese di marzo 1945, con l'avvicinarsi della bella stagione e la soluzione del conflitto ormai prossima, un gran numero di elementi entra nelle formazioni [...]. (da 'La resa dei conti', pag.123)
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Nonostante le cause che provocarono il suo sorgere e gli appoggi che esso ricevette, il movimento partigiano rimase tuttavia, in Italia, fino al tardo aprile del 1945, un fenomeno limitato: la lotta partigiana non acquistò, in altri termini, da noi quei caratteri di massa che contraddistinsero, fin dal suo inizio, l'analogo movimento iugoslavo e che permisero a quest'ultimo di svolgere un ruolo politico decisivo per il destino del proprio paese. (da 'In nome della resa', pag.433)
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Anche qui, tuttavia, non si può parlare di un vero e proprio movimento partigiano. Se vi fosse stato, però, sarebbe stato certamente combattuto senza mezzi termini da parte delle autorità militari alleate: non dimentichiamo infatti che Alexander stabili una lista di ben 23 reati punibili con la morte nelle zone occupate, tra cui i discorsi con parole ostili o dispregiative nei confronti delle Nazioni Unite. Non vi è dubbio che anche il governo di Brindisi (o di Salerno o di Roma) avrebbe risposto
con la forza delle armi (dei carabinieri e dei soldati regolari) per cercare di stroncare un movimento del genere che avrebbe minacciato la propria esistenza. Fu una fortuna, perciò, che una lotta neofascista (o comunque anti-alleata ed antiregia) non si sviluppò nelle retrovie alleate e nel Mezzogiorno, poiché ciò avrebbe provocato nuovi lutti alla Nazione e nel modo peggiore, poiché, è risaputo, nessuna forma di guerra convenzionale è più crudele di quella partigiana. (da 'In nome della resa', pag.434)
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Protagoniste di questa fase furono nuove formazioni che si suddivisero in gruppi armati che furono chiamati in prosieguo, molto pomposamente, 'divisioni' e 'brigate'. Essi operarono come reparti d'assalto alle spalle degli occupanti e dei loro alleati in gruppi di azione partigiana (GAP) e squadre di azione partigiana (SAP), con compiti di attentati e di sabotaggio nei centri abitati. Da un punto di vista bellico l'intera lotta partigiana fece 'sanguinare' i tedeschi, con la tipica tecnica delle 'punture di spillo',
ma non li sconfisse. La vittoria militare fu perciò opera della 5a armata americana e del'8a armata britannica. (da 'In nome della resa', pag.434)
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In questa situazione è lecito domandarci se la lotta partigiana, che non accelerò la fine della guerra (o quando lo fece, come a Firenze, lo fu in modo insignificante), fu necessaria oppure no. Se, infatti, i nazifascisti commisero stragi gratuite, quante se ne aggiunsero come reazione alla guerriglia? Eliminò (la lotta partigiana) la distruzione delle nostre ricchezze, le deportazioni : in Germania e la paura che si era impossessata delle nostre città o delle nostre campagne? O piuttosto l'aumentò?
Creando difficoltà al governo di Gargnano, impedì a quest'ultimo di arginare l'intromissione tedesca nei nostri affari interni? Si è sempre detto che un popolo non può attendere lo straniero per liberarsi, ma non combattevano forse truppe italiane al fronte, proprio per venire a liberare il territorio sotto occupazione tedesca? Si è sempre detto che la liberazione doveva essere anche politica e sociale. Giusto. Ma era logico combattere contro Hitler, o peggio, contro Mussolini in nome di Stalin? (da 'In nome della resa', pag.441)
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L'ingresso dei partigiani nelle città aumentò a dismisura i 'combattenti della libertà' dell'ultima ora, con la conseguenza che nessuno ha mai potuto stabilire, neppure approssimativamente, quanti furono i partigiani italiani. Alla fine le domande per ottenere la qualifica di 'partigiano' furono 1.600.000! Secondo i dati governativi, i partigiani caduti furono 44.720, a cui si aggiungono 21.168 mutilati ed invalidi. (da 'In nome della resa', pag.446)
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