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| Guerra civile in Italia - La politica dei partigiani comunisti |
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Nei giorni 12 e 13 settembre 1943, i delegati del Partito Comunista Croato e quelli del Partito Comunista Italiano, riuniti a Pisono, avevano convenuto che l'Istria doveva far parte della Croazia [...] La prima conseguenza di questa decisione fu che tutto il movimento partigiano dell'Istria passò sotto il controllo del Partito Comunista Croato e del Movimento Popolare di Liberazione Croato, che consideravano i comunisti italiani dell'Istria come i rappresentanti d'una minoranza nazionale all'interno della futura Jugoslavia comunista.
[...] A metà ottobre del 1944, nell'incontro con Edvard Kardelj, esponente dei partiti comunisti jugoslavi, Palmiro Togliatti, segretario del PCI, fece notare che sarebbe stato utile per la causa comunista che l'esercito jugoslavo di Tito occupasse tutta la Venezia Giulia [...] Per raggiungere questo obiettivo, in tutti i luoghi dove vivevano gli italiani, soprattutto a Trieste, il Partito Comunista Italiano avrebbe dovuto cooperare con i comunisti jugoslavi. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.138-139)
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Il 7 gennaio 1945, sulle montagne del Friuli, avvenne l'eccidio di Porzus. Quello di Porzus fu soltanto l'episodio meglio conosciuto della lotta che vedeva i partigiani comunisti considerare nemici da annientare quanti, sia pur partigiani, erano anticomunisti e antislavi (o semplicemente non-comunisti) come i partigiani della brigata Osoppo. [...] Nelle malghe di Grondaz, ove i superstiti della Osoppo s'erano rifugiati, un centinaio di elementi scelti sia in una brigata GAP sia nella brigata Garibaldi-Natisone, eseguendo gli ordini del Partito Comunista,
con un proditorio, inaspettato e improvviso attacco, circondarono e massacrarono, parte sul posto e parte più tardi, centinaia di partigiani della brigata 'nazionalistica'; fu ucciso, fra gli altri, anche il fratello dello scrittore Pier Paolo Pasolini. Fu una strage feroce, bestiale e rivoltante di italiani commessa da altri italiani che avevano adottato le stesse modalità efferate in uso nei Balcani. Per il PCI si trattò esclusivamente di un'azione con finalità politiche allo scopo di affermare il proprio potere assoluto e incontrastato nel Friuli-Venezia-Giulia,
ai confini con l'Austria e la Jugoslavia, per favorire la penetrazione delle forze comuniste di Tito nell'intera regione. Il tricolore che sventolava sul tetto d'un rifugio venne strappato e distrutto. Il capitano De Gregori e i suoi vennero torturati, evirati, sfigurati, ad altri furono cavati gli occhi, e i superstiti, che sopravvissero al primo fulmineo attacco, uccisi nei modi più turpi e spaventosi, a colpi di bastone e di martello per risparmiare munizioni. Capo operativo dell'attacco e del massacro di Porzus fu il partigiano 'Giacca' che agì in obbedienza alle
direttive del PCI impartite dal commissario delle Formazioni garibaldine del Friuli, detto 'Andrea' (al secolo Mario Lazzero che, nel dopoguerra, fu segretario della Federazione Comunista di Udine e, nel 1981, deputato al Parlamento italiano. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.159-160)
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Insomma quei 'fascisti' e quegli 'antifascisti' si incontrano, discutono, si promettono aiuti reciproci, ai primi si forniscono addirittura indirizzi di persone ricercate che vivono in clandestinità. E chiaro che, da parte di chi si è ritratto in attesa, si vuole superare quel momento senza rotture drammatiche con chi invece ha scelto per il rifiuto dell'armistizio e intende ancora battersi contro il nemico di ieri. Si vuole vedere come evolvono le cose non essendo gli esiti del conflitto, dal quel punto di prospettiva e con le informazioni a disposizione, ancora completamente scontati,
e comunque essendo convinti che tanto la liberazione quando avverrà non potrà essere che a opera delle armate alleate, all'arrivo delle quali i partiti che si vanno riformando potranno venire allo scoperto e riorganizzare la vita politica del paese, senza grossi traumi. Questo stato di cose è chiaramente evidenziato anche da parte antifascista da chi testimonia direttamente per esperienza personale. Ecco come Giovanni Pesce, responsabile dei GAP torinesi descrive una delle riunioni con gli esponenti dei partiti che stanno dando vita ai CLN, nella quale i moderati sono la quasi totalità e
rifuggono da qualsiasi presa di posizione radicale che possa portare a conseguenze irreversibili. 'L'atmosfera è curiosa, quasi di cospirazione ottocentesca [...] l'orientamento generale sembra essere quello di prepararsi per il momento in cui gli alleati arriveranno. Mantenere i contatti reciproci, organizzare i rispettivi movimenti politici per ogni eventualità. Anche le intenzioni più concrete di qualcuno naufragano in questa atmosfera: tutto sta per approdare a un nulla di fatto. Tra poco ci congederemo con un 'buon appetito' e a presto [...]. Chiedo la parola [...]. Senza circonlocuzioni
faccio capire chiaramente che l'ora dei discorsi è passata. È il momento di passare all'azione [...] le mie parole vennero accolte con evidente fastidio. Con cortesia mi fecero capire che avrebbero gradito come rappresentante del Partito Comunista un individuo più tranquillo. Lasciai quella sala convinto che bisognava cominciare ad agire perché gli antifascisti ci seguissero'. La diffidenza verso i comunisti e il rifiuto alle loro pressanti sollecitazioni ad 'agire', in quegli ambienti moderati, che per tutte le loro reticenze e riserve vengono bollati del marchio di 'attendisti', ha a fondamento
la consapevolezza che i comunisti, sostenuti in quella scelta dalla pattuglia degli azionisti, si battono per un disegno, che va al di là della vittoria sulla Germania e che è per i primi il capovolgimento degli attuali assetti sociali, per l'attuazione della rivoluzione proletaria, e per gli altri una rigenerazione radicale e altrettanto sanguinosa della società in senso giacobino. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.113-114)
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Insomma a poco più di due mesi dall'armistizio, la situazione sembra si stia avviando verso uno stato di non belligeranza tra i due schieramenti, di una fragile trepidante tregua nella quale dalla parte 'antifascista' c'è una maggioranza moderata che per varie motivazioni non ha alcuna intenzione di venire a una rottura cruenta, e da parte 'fascista', oltre a un'autentica aspirazione alla riconciliazione nazionale diffusa in vasti ambienti, ovviamente, tutto l'interesse, anche per la minoranza più radicale e revanchista, che la situazione si stabilizzi in modo da poter attuare il programma
della ricostituzione di una forza armata da portare sulla linea del fronte a riscattare con le armi l'onta dell'8 settembre. [...] Per i comunisti infatti, che la situazione si 'normalizzi' su posizioni di tregua è un pericolo da scongiurare a tutti i costi. Essi non potrebbero mai accettare che la 'liberazione', come in sostanza si attendono i moderati e come e avvenuta nel sud d'Italia, si realizzi a opera degli eserciti alleati, affiancati dalle poche unità regolari del regio esercito salvatesi dal disastro, con l'ausilio tutt'al più (come prevedono i comandi anglo-americani) di una rete
d'informazione e nuclei di sabotatori dietro le linee tedesche alle dipendenze dell'Intelligence alleata (sono queste in sostanza le originarie finalità della organizzazione 'Franchi' di Edgardo Sogno). Compito specifico del PC è realizzare il progetto rivoluzionario mondiale mentre una soluzione del genere condurrebbe nient'altro che a una sorta di restaurazione, poiché alle spalle di quegli eserciti, avanza e riprende gradualmente autorità il governo, che in via formale è il solo legittimo, nel quale, ovviamente, prevalgono i partiti 'borghesi', che rappresentano quei ceti che sono
stati il reale sostegno del fascismo, i quali altro scopo non hanno che quello di conservare l'attuale assetto sociale con la sola variante di restituire al paese un sistema politico di democrazia parlamentare. Acconsentire a ciò sarebbe per il partito comunista buttar via un occasione unica: quella cioè di una nazione disgregata, dalle strutture statali in pezzi, con tutto il sistema dei valori borghesi in crisi profonda, in preda a sgomento e percorsa da fremiti di rivolta; una situazione da manuale (cui altro non poteva condurre la guerra capitalista e imperialista!), campo ideale in cui
inserirsi prepotentemente, e gettare le basi strategiche, le posizioni di forza da cui operare a conflitto concluso in vista del traguardo della rivoluzione. Che è la sola reale meta dei comunisti, sia dei quadri intermedi e dei militanti, posseduti da una fede cieca nel prossimo avvento del comunismo, sia di una classe dirigente che si è formata e consolidata dentro le strutture organizzative del Comintern, ha partecipato alla elaborazione e alla esecuzione dei suoi progetti rivoluzionari planetari, è sopravvissuta alle purghe staliniane degli anni trenta ed è divenuta, senza esagerazioni,
nient'altro che una delle più fedeli cinghie di trasmissione della strategia mondiale dell'URSS, alla quale è riconosciuto senza riserve il ruolo di paese guida del movimento mondiale. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.115-116)
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Per i comunisti allora non c'è che un imperativo: vanificare quel progetto di ricomposizione, spingere alle estreme conseguenze quella situazione di latente guerra civile, 'far esplodere le contraddizioni' che si nascondono dietro quei tentativi di compromesso e di mediazione, perché la rivoluzione ovviamente non ha bisogno della composizione ma dello scontro, del taglio netto. [...] 'E ovvio poi che siano gli antifascisti a muoversi prima dei fascisti e che si muovano per primi i comunisti: tocca ad essi provare con le armi che ci sono degli italiani pronti a battersi, pronti a pagare il
biglietto di ritorno alla democrazia; al neofascismo, si sa converrebbe la quiete interna a prova del consenso o della rassegnazione popolare'. [...] Gli antifascisti che partecipano agli incontri di Venezia, di Modena, di Firenze per fare opera di pacificazione, l'antifascismo, potremmo dire 'nostrano', quello che si è manifestato, anche nella sua ala sinistra nei Gianquinto e nei Concetto Marchesi (quando ancora si muove liberamente e non ha ricevuto alcun 'ordine' dalla direzione del suo partito), quelli che a Ferrara si incontrano con il federale Igino Ghisellini, gli esponenti del partito
socialista dell'Emilia che prendono contatti con il federale di Bologna Eugenio Facchini, e tutti coloro che a vari livelli si muovono sulle stesse linee, tutti questi rifiutano la strada che una volta imboccata non può portare che a un'insanabile spaccatura del paese. Chi determina la svolta della guerra civile, la scelta delle armi e dello scontro senza esclusione di colpi, è la direzione del partito comunista che decide di dare immediatamente inizio a una campagna di attentati terroristici, di agguati a uomo, allo scopo di esasperare le reazioni dell'avversario, far esplodere la violenza latente,
zittire ed emarginare i moderati, i conciliatori, far fallire, quindi, il progetto di normalizzazione. [...] La scelta del terrorismo urbano non è di quelle che si possano lasciare alle iniziative locali e infatti Paolo Spriano ci dice che fu presa dalla direzione del partito comunista 'prima di quella della costituzione dei distaccamenti Garibaldi'. Più chiaro di così. Non formazioni armate sui monti o nelle campagne per operazioni militari, sabotaggi a installazioni tedesche, colpi di mano a colonne, ponti, ferrovie, ma il terrorismo urbano, l'agguato contro i 'fascisti', soprattutto là dove si ventilano
possibilità di intese, di convivenza tra le due parti. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.117-118)
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Le uccisioni di Ferrara, di Milano, di Bologna, di Torino, che videro cadere uomini moderati e conciliatori, quali Igino Ghisellini, Aldo Resega, Eugenio Facchini, Ather Capelli, per citare solo i più noti di una foltissima schiera, sono tipiche azioni di provocazione terroristica. Compiute quasi senza alcun rischio da due o tre uomini, esse ebbero la capacità di suscitare puntualmente enormi risonanze e scatenare reazioni sproporzionate sia nella misura che nella violenza, come era nelle previsioni. A questo proposito, Carlo Silvestri, il socialista che aveva capeggiato la campagna di stampa contro Mussolini
all'epoca del delitto Matteotti, il quale fu nel periodo delle RSI uno degli uomini più attivi nel tentativo di gettare un ponte tra le due parti, e al quale si deve il salvataggio di tanti antifascisti arrestati dalle SS o denunciati alle varie polizie fasciste, tra i quali Ferruccio Parri, Riccardo Lombardi, dichiarò: 'Affinché non vi siano ombre sulla mia chiarezza, testimonio ancora una volta, che tutte queste uccisioni furono volute col criterio di esasperare la situazione e rendere inevitabile la guerra civile secondo il desiderio di Londra e di Mosca'. [...] Alberto Franceschini, uno dei capi storici
delle BR, il quale da ex partigiani comunisti, con la consegna delle vecchie armi di quelli, riceve l'investitura della continuità della Resistenza ('il filo rosso della rivoluzione'), ha dichiarato: 'La storia non si può negare. La mitologia del nucleo storico delle BR è fatta proprio di quegli episodi e di quei racconti [di ex gappisti]... Noi avevamo il mito dei GAP. A Milano alcuni entrarono nelle BR sull'onda dei racconti della Volante Rossa' ('La Stampa', 3 settembre 1990). (da 'I balilla andarono a Salò', pag.119-121)
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Malgrado ciò, gli uomini più avvisati, Mussolini per primo, si sforzano di placare gli animi, ben consci degli scopi che la strategia dell'assassinio politico si propone: 'Mussolini è ben consapevole del rischio che la provocazione terroristica provoca. E invita a non rispondere a non lasciarsi trascinare nel gorgo della vendetta', scrive Giovanni Dolfin, suo segretario, che ne registra le parole: 'Gli avversari che hanno da tempo inaugurato l'assassinio politico come sistema di lotta, fanno evidentemente il possibile per portarci sullo stesso terreno. Sarebbe da parte nostra un grave errore il seguirli, facendo il loro giuoco'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.122)
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E allora i moderati e i conciliatori, anche se si sforzeranno di continuare la loro opera per tutti i venti mesi della RSI, vengono attaccati dalla parte più dura e intransigente del fascismo repubblicano, dai violenti che altro non attendono che quella provocazione per scatenare sanguinose rappresaglie e smisurate vendette. Vengono screditati, smentiti dai 'fatti' stessi, emarginati, zittiti. L'offensiva terroristica ha sortito i suoi effetti. Il rischio dell'apaisement è scongiurato a colpi di rivoltella, seguiti dalle atroci ritorsioni, le esecuzioni sommarie. Gli estremisti del fascismo repubblicano sono caduti nella trappola della
provocazione terroristica. [...] Il partito comunista ha vinto la sua prima importante battaglia. Ha inchiodato la RSI nell'atto feroce della rappresaglia 'stupida e bestiale', come l'ha giudicata lo stesso Mussolini, la quale suscita nella massa della popolazione immediate reazioni emotive di rifiuto, e negli ambienti ancora incerti prese di distanza sempre più nette e generalizzate. E ha tracciato la linea divisoria. [...] Di qua i 'combattenti della libertà', formula che santifica tutti, indipendentemente dal passato, le personali responsabilità in quello che è stato il fascismo reale, le adesioni, i coinvolgimenti e gli scopi reali della loro azione attuale:
primi fra tutti naturalmente i comunisti che si sono conquistati sul campo per attivismo, determinazione e con la 'propaganda delle armi' il ruolo di guida dell'antifascismo combattente, che ancora timido e incerto nelle altre componenti, comincia a muovere i primi passi nella resistenza armata. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.123-124)
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'Eravamo giovani ed idealisti, per noi l'obbiettivo era soltanto la 'sovietizzazione' dell'Italia' confessava ricordando quei tempi l'ex capo partigiano Mendel a 'Il Giornale' l'8 settembre 1990. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.125)
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Per i comunisti la guerra non era affatto finita, ed è questo il punto essenziale. Il conflitto, nello scacchiere europeo, si era concluso solo per le democrazie occidentali, per chi aveva lottato per sconfiggere la Germania nazista e ricreare le condizioni per il ripristino di sistemi parlamentari di democrazia borghese, non certo per chi doveva attuare la rivoluzione. Per tutto il corso della lotta partigiana, la preoccupazione centrale di comunisti e azionisti - come risulta chiaramente dagli scritti del più puro e nobile di loro, Dante Livio Bianco - è per il 'dopo': mantenere l'organizzazione costituitasi in montagna, coltivare lo spirito delle formazioni,
e soprattutto raccogliere e occultare il maggior numero di armi per il 'dopo'. Con il crollo apocalittico della Germania per i comunisti si è toccata solo una tappa; la meta ultima è un'altra, è la presa del potere in nome del proletariato, l'abbattimento del sistema capitalista e l'instaurazione di un nuovo ordine collettivistico, quello che a macchia d'olio, nel giro di pochi anni, venne realizzato nei paesi dell'Est. Allora sarebbe un errore inaudito non cogliere quel momento così favorevole per togliere di mezzo coloro che, se lasciati in vita, domani, allo scoccare dell''ora x', di certo si sarebbero nuovamente parati contro a ostacolare proprio il balzo conclusivo.
Come lasciarsi sfuggire quella opportunità di mani libere per compiere sbrigativamente e alla chetichella quell'operazione di pulizia che si era spasmodicamente attesa per mesi e che in quei giorni tumultuosi sarebbe stata coperta dal frastuono delle celebrazioni, giustificata dalle universali esecrazioni, e colpevolmente ignorata dalle paure dei moderati?. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.171)
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Non si trattò di 'episodi', di 'frange estremiste', di 'schegge impazzite', come si è cercato di contrabbandare ogni volta che dagli armadi della Resistenza mucchi di scheletri che chiedevano una parola di pietà e di giustizia, sono rovinati fuori dai battenti socchiusi. C'era una precisa volontà politica, una chiara necessità rivoluzionaria che spingeva a quel massacro, alla quale faceva da sostrato un 'animus' diffuso, suscitato e coltivato da scritti, discorsi, messaggi più o meno palesi, e radicato in ben chiare premesse teoriche. 'Non basterà colpire l'idea: bisognerà colpire chi si è macchiato sentendo l'idea fascista e chi si macchierà di fascismo. Occorre epurare:
colpire gli individui renitenti, distruggerli, eliminarli integralmente: disinfettare l'aria infetta [...]. L'eliminazione dovrà colpire migliaia di fascisti e i colpiti saranno sempre pochi [...]. Non arrestiamoci per sentimentalismi o per stanchezza [...]. Intere classi e categorie sociali vengono coinvolte nella condanna del fascismo: colpire il fascismo significa colpire queste classi, significa distruggerle. Borghesia reazionaria e feudale, parassiti sfruttatori, cialtroni e farabutti, plebe senza coscienza e senza dignità [...], tutta questa genia va colpita'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.174)
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La combinazione tra lotta di liberazione e lotta di classe, che anima i combattenti comunisti, determina infatti la naturale accentuazione dell'aspetto epurativo, interpretato come movimento iniziale di un processo rivoluzionario che deve portare all'instaurazione di una società socialista. (da 'La resa dei conti', pag.123)
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Per alcuni elementi di fede comunista, la lotta di liberazione deve proseguire nella lotta sociale contro 'padroni e sfruttatori' e gli strumenti sono quelli radicali matuati dall'esperienza bolscevica: di qui la violenza contro certi possidenti e sacerdoti. (da 'La resa dei conti', pag.132)
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Nel corso di una riunione clandestina, il rappresentante del Pci triestino aveva chiesto che venisse accolto nel comitato anche un rappresentante del Partito comunista sloveno e che si proclamasse ufficialmente che la popolazione giuliana, italiani compresi, desiderava unirsi alla 'nuova Jugoslavia dì Tito'. La risposta del CLN non poteva che essere negativa e, di conseguenza, i comunisti triestini abbandonarono questo organismo per confluire nel Comitato di liberazione iugoslavo. L'episodio ebbe forti ripercussioni all'interno del CLN Alta Italia che dirigeva la lotta clandestina nel nostro paese, ma il Pci, che vi era rappresentato da Luigi Longo, non sconfessò i compagni triestini.
Anzi, più tardi, con una lettera del suo Comitato Centrale (che doveva essere riservatissima, ma che gli iugoslavi si affrettarono a rendere pubblica) si impegnerà a riconoscere la necessità di porre tutte le formazioni partigiane italiane operanti nella regione giuliana sotto il comando slavo, e ad accettare 'l'annessione di Trieste e del Litorale alla Slovenia come un inevitabile fatto storico'. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.54-55)
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Da parte sua, il Pci si schierò apertamente per la linea jugoslava. In una direttiva redatta da Mauro Scoccimarro, allora membro del governo del Sud, si legge: 'La Venezia Giulia deve essere conquistata dai partigiani jugoslavi, e dai partigiani italiani che combattono con loro, prima dell'arrivo degli Alleati... I partigiani italiani che combattono con le formazioni jugoslave devono essere considerati a tutti gli effetti partigiani iugoslavi... Nella Venezia Giulia i soli patrioti sono quelli che combattono con gli jugoslavi'. Il Pci, grazie al suo ruolo egemone nella Resistenza italiana, ottenne anche che il CLN Alta Italia, benché consapevole che i comunisti avevano abbandonato il CLN triestino,
rivolgesse alla popolazione giuliana il seguente invito: 'Date vita ai comitati antifascisti italo-sloveni e italo-croati i quali, oltre a organizzare la lotta contro i comuni oppressori, avranno Io scopo di armonizzare gli interessi dei due popoli. Il vostro dovere è quello di arruolarvi nei reparti italiani che combattono nella vostra regione, al comando del Maresciallo Tito, la comune guerra di liberazione. Le armate del Maresciallo Tito sono una parte dei grandi eserciti vittoriosi delle Nazioni Unite: voi lotterete al loro fianco come al fianco dei fratelli liberatori'. In uno slancio di 'solidarietà', il CLNAI concesse alle forze partigiane del Maresciallo Tito anche un prestito di tre milioni di lire
(la metà del capitale di cui disponeva) che non sarà mai più rimborsato e che resterà privo di qualsiasi contropartita politica. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.96-97)
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Nel contempo imperversava una violenta campagna filotitina che negava l'esistenza delle foibe e considerava provocatori fascisti tutti coloro che sollevavano la questione giuliana o che cercavano di sensibilizzare gli esponenti della Resistenza per la difesa dell'italianità di Trieste e dell'Istria. A questo proposito è significativa una minacciosa lettera del ministro Palmiro Togliatti al capo del governo Ivanoe Bonomi rintracciata negli archivi dallo storico istriano Antonio Pitamitz. E' datata 7 febbraio 1945 e vi si legge: 'Mi è stato detto che da parte del collega Gasparotto sarebbe stata inviata al CLN Alta Italia una comunicazione in cui si invita il CLNAI a far sì che le nostre unità partigiane
prendano sotto il loro controllo la Venezia Giulia, per impedire che in essa penetrino unità dell'esercito partigiarto jugoslavo. Voglio sperare che la cosa non sia vera perché, prima di tutto, una direttiva di questo genere non potrebbe essere data senza consultazione del Consiglio dei Ministri. Quanto alla situazione interna, si tratta di una direttiva di guerra civile, perché è assurdo pensare che il nostro partito accetti di impegnarsi in una lotta contro le forze anti-fasciste e democratiche di Tito. In questo senso, del resto, la nostra organizzazione di Trieste ha avuto personalmente da me istruzioni precise e la maggioranza del popolo di Trieste segue oggi il nostro partito. Non solo noi non vogliamo
nessun conflitto con le forze di Tito e con le popolazioni jugoslave, ma riteniamo che la sola direttiva da darsi è che le nostre unità partigiane e gli italiani di Trieste e della Venezia Giulia collaborino nel modo più stretto con le unità di Tito nella lotta contro i tedeschi e contro i fascisti'. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.103)
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Oltre al IX Korpus sloveno, forte di uomini e di mezzi, operavano nella regione due divisioni italiane. La 'Garibaldi-Natisone' di chiara tendenza comunista e la 'Osoppo', composta in gran parte da alpini che portavano al collo un fazzoletto tricolore come palese testimonianza della loro scelta patriottica. Il contrasto fra le due formazioni non tardò a degenerare: i comunisti consideravano i 'bianchi' della 'Osoppo' alla stregua dei cetnici e dei domobranci. Li ostacolavano in tutti i modi. […] Era il 22 novembre del 1944. Pochi giorni prima, Palmiro Togliatti aveva scritto a Vincenzo Bianco ('colonnello Krieger'), rappresentante del Pci nel IX Korpus, una lettera in cui spiegava le motivazioni che avevano
suggerito alla direzione del Pci l'emanazione di quell'ordine piuttosto scon certante. 'Noi consideriamo come un fatto positivo' scriveva il segretario del Pci 'di cui dobbiamo rallegrarci e che in tutti i modi dobbiamo favorire, l'occupazione della regione giuliana da parte delle truppe del Maresciallo Tito. Questo significa infatti che in questa regione non vi sarà né un'occupazione inglese né una restaurazione dell'amministrazione reazionaria italiana, cioè si creerà una situazione profondamente diversa da quella che esiste nella parte libera dell'Italia. Si creerà insomma una situazione democratica.' L'ordine di integrarsi nell'esercito del Maresciallo Tìto non era stato accolto con particolare
favore dai partigiani della 'Garibaldi-Natisone' ma in seguito, grazie all'intervento dello stesso 'colonnello Krieger' e dei dirigenti del Pci friulano, i tremilacinquecento uomini della divisione avevano deciso 'entusiasticamente' di passare agli ordini del IX Korpus sloveno. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.104-105)
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La mattina del 7 febbraio 1945, le sentinelle scorgono sul costone del monte Carnizza un gruppo di uomini armati che salgono alla spicciolata. Sono partigiani garibaldini con la stella rossa sul berretto e il fazzoletto rosso al collo. Li comanda il padovano Mario Toffanin, nome di battaglia 'Giacca'. Costui spiega alle sentinelle di essere scampato ad un rastrellamento e manifesta l'intenzione di passare coi suoi uomini, circa un centinaio, agli ordini di 'Bolla'. Quando lo avvertono dell'accaduto, 'Bolla' manda Valente a vedere cosa sta accadendo e più tardi, non vedendolo tornare, scende anche lui verso le postazioni delle sentinelle. È a questo punto che ha inizio una tragedia di cui non si conoscono i dettagli.
'Giacca', che ha già disarmato Valente, cattura anche 'Bolla' con facilità, poi ordina ai suoi uomini di fucilarli. I loro cadaveri saranno ritrovati sfigurati dalle percosse e dalle pugnalate. Subito dopo, 'Giacca' ordina ai suoi di dare la caccia agli altri partigiani 'bianchi' che nel frattempo stanno cercando scampo fra i castagni del Bosco Romagno. Uno dopo l'altro, cadono nella trappola tutti gli uomini di 'Bolla' tranne uno, l'ufficiale degli alpini Aldo Bricco il quale, benché ferito, riesce a salvarsi correndo a perdifiato giù dalla montagna. Per i prigionieri non c'è scampo: dopo essere stati percossi e sputacchiati, finiscono falciati dalle raffiche dei mitra. Fra gli uccisi ci sono anche Elda Turchetti
e il fratello di Pier Paolo Pasolini. In tutto, i morti sono ventidue. […] Nel dopoguerra, 37 degli autori della carneficina furono identificati, arrestati e processati a Lucca. Condannati complessivamente a 800 anni di carcere, furono ben presto rimessi in libertà grazie all'amnistia voluta da Palmiro Togliatti. 'Vanni' e 'Giacca', condannati a trent'anni in contumacia, si erano nel frattempo rifugiati in Jugoslavia, poi si trasferirono in Cecoslovacchia. 'Vanni' è stato graziato nel 1959, 'Giacca' lo è stato nel 1978 per decisione del presidente Pertini. A quest'ultimo è stata anche riconosciuta, con relativi arretrati, una pensione militare di 670.000 lire mensili che l'INPS continua a versargli. Infatti,
mentre scriviamo questo libro, Toffanin-'Giacca' vive ancora in Slovenia, a Scoffie, 500 metri dal confine italiano. Non ha mai ripudiato i suoi delitti e reclama dall'INPS anche la pensione della moglie defunta. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.106-107)
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