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| Pillole di storia: La Marcia su Roma |
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PREAMBOLO.
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Gli anni che precedettero la Marcia su Roma e la designazione di Mussolini a capo del governo furono per il nostro Paese anni difficili in cui la politica non riuscì a dare concrete e apprezzate risposte alle esigenze della popolazione (quante analogie con questi ultimi cinquant'anni!). A tutto ciò si aggiunse lo spirito rivoluzionario proveniente dall'Unione Sovietica che in Italia si tradusse nel cosiddetto 'Biennio Rosso', ancor oggi poco indagato e certamente una delle cause maggiori di quel periodo davvero difficile.
In risposta alla situazione sempre più degenerata in cui versava il paese, Mussolini, che nel frattempo aveva costituito il movimento fascista poi partito, radunò le sue camicie nere a Napoli per intraprendere una prova di forza con l'inetto governo Facta. Il 24 ottobre 1922 si tenne quindi una grandissima adunata, manifestazione che doveva servire da prova generale per quella che poi passerà alla storia come 'Marcia su Roma'. In quell'occasione, Mussolini proclamò pubblicamente: 'O ci daranno il governo o lo prenderemo calando a Roma'.
Nel capoluogo partenopeo confluirono 20.000 fascisti che sfilarono per ore nella città. Mussolini tenne due discorsi, uno al teatro San Carlo, diretto al ceto borghese, ed uno in piazza San Carlo ai suoi uomini. Mussolini si espresse abilmente, evitando di far trasparire segnali di allarme, ma nel contempo aumentando i crescenti consensi sia della popolazione che dei simpatizzanti. La stessa sera, all'Hotel Vesuvio, si riunì il Consiglio nazionale del partito che stabilì le direttive di dettaglio per la Marcia su Roma.
A condurre la marcia sarebbe stato un quadrumvirato composto da Italo Balbo (uno dei ras più famosi), Emilio De Bono (comandante della Milizia), Cesare Maria De Vecchi (un generale non sgradito al Quirinale) e Michele Bianchi (segretario del partito, fedelissimo di Mussolini); il quadrumvirato avrebbe dichiarato l'assunzione di pieni poteri a Perugia ed avrebbe assunto i poteri nella notte tra il 26 e il 27 ottobre. Dino Grandi, di rientro da una missione a Ginevra, era stato nominato capo di stato maggiore del quadrumvirato. Truppe fasciste avrebbero poi dovuto occupare uffici pubblici, stazioni, centrali telegrafiche e telefoniche.
Le squadre sarebbero confluite a Foligno, Tivoli, Monterotondo e Santa Marinella per poi entrare nella capitale. Si raccolsero circa 25-30.000 fascisti, a fronte dei 28.400 soldati a difesa della capitale. Facta era rassicurato dagli avvenimenti e dai discorsi tenuti a Napoli, nonché dal fatto che il raduno si era chiuso senza scontri, violenze ed altre degenerazioni. Il 26 però, Antonio Salandra (che si era incontrato con Mussolini quando questi andava a Napoli il 23, e che manteneva i contatti con De Vecchi, Ciano e Grandi) gli riferì che la Marcia su Roma stava per partire e che se ne volevano le dimissioni.
Facta in realtà non gli credette; la contrapposizione politica fra Facta e Salandra non rendeva l'ambasciata del secondo così influente sul primo, che si limitò ad indire un Consiglio dei Ministri nel quale cercò di riprendersi le deleghe affidate ai ministri, onde poter disporre di 'valori' negoziabili, con Mussolini. Del resto, in seno al governo, bruciava la questione della posizione di Riccio, fedelissimo di Salandra, che si trovava in condizione di provocare la crisi di governo. Assenti Giovanni Amendola e Paolino Taddei, gli altri ministri accettarono di presentare a Facta le dimissioni e di accettare il loro eventuale avvicendamento con nuovi ministri fascisti.
A Cremona, a Pisa e a Firenze erano già in azione gli squadristi, che prendevano possesso non pacifico di alcuni edifici pubblici. Alle prime notizie Facta telegrafò al Re Vittorio Emanuele III a San Rossore invitandolo a rientrare, cosa che il sovrano fece nella serata; andandolo a ricevere alla stazione, Facta gli suggerì di applicare lo stato d'assedio, ma il Re non accettò. La notte tra il 27 e il 28 il Presidente del Consiglio fu svegliato per essere informato che le colonne fasciste erano partite verso Roma sui treni che avevano assaltato.
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INIZIA LA MARCIA SU ROMA.
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La mattina del 28 alle 6 del mattino, si riunì al Viminale, allora sede della Presidenza del Consiglio, il Consiglio dei Ministri che decise di proclamare lo stato di assedio. Il ministro dell'interno Taddei stilò un proclama e lo diede immediatamente alle stampe, diffondendolo alle prefetture.
Verso le 8 e 30 Facta si recò al Quirinale per la ratifica del proclama, ma con sorpresa del primo ministro, il Re si rifiutò: 'Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d'assedio non c'è che la guerra civile. Ora bisogna che uno di noi due si sacrifichi'. Facta rispose: 'Vostra Maestà non ha bisogno di dire a chi tocca'. Dopo di che si dimise.
Le ragioni del diniego regale alla proposta dello stato d'assedio, con la quale avrebbe di fatto messo fuori legge i fascisti, non sono state mai dichiarate dal sovrano e sono tuttora oggetto di varie interpretazioni. Si è parlato di accordi segreti tra Mussolini e la Corona, addirittura si sospetta che la presenza del filofascista Emanuele Filiberto Duca d'Aosta a Perugia l'avesse portato a temere una crisi dinastica, oppure molto più semplicemente il Re, vista la situazione in cui versava la nazione, optò per una soluzione che potesse portare il paese fuori dal marasma in cui versava, cosa che poi si verificò appieno.
Il Re passò la notte sveglio consultandosi con varie personalità, ma non con Badoglio né con Pugliese, il comandante del presidio di Roma, perché li sapeva entrambi decisi a usare la forza. Al contrario, Armando Diaz, l'ammiraglio Thaon di Revel ed altri influenti ufficiali, avevano avanzato dubbi sulla 'tenuta' morale dell'esercito, sconsigliando di sperimentarla in questa occasione, poiché le truppe avrebbero potuto far causa comune con i fascisti.
Alle 9 e trenta un pallido Facta tornò al Viminale per annullare lo stato d'assedio. Alle 11 e trenta Facta formalizzò le sue dimissioni ed il Re procedette come d'ordinario con le consultazioni. Mussolini intanto attendeva a Milano, dove veniva costantemente informato sulla situazione romana; i dettagli dal Viminale gli venivano da Vincenzo Riccio, che tramite Salandra li faceva arrivare ai notabili fascisti.
La mattina del 28 a Milano, Mussolini riceveva nella sede del Popolo d'Italia una delegazione di industriali, fra i quali Camillo Olivetti, che lo urgevano a trovare un accordo con Salandra. Nello stesso momento a Roma, Salandra proponeva al Re di dare l'incarico di formare il governo a Orlando, ma De Vecchi informò il Re che l'unica persona con cui Mussolini avrebbe potuto raggiungere un'intesa sarebbe stato appunto lo stesso Salandra. A Mussolini fu quindi proposto di governare a fianco di Salandra, ma egli rifiutò.
La mattina seguente, dopo che le bozze dell'articolo scritto da Mussolini durante la notte erano state diffuse, Salandra vi poté leggere che non c'era niente da fare per lui e, dopo un giro di telefonate di ultima conferma, decise di rimettere l'incarico. De Vecchi fu incaricato da Vittorio Emanuele di informare Mussolini che gli avrebbe conferito l'incarico. Mussolini rispose: 'Va bene, va bene, ma lo voglio nero su bianco. Appena riceverò il telegramma di Cittadini partirò in aeroplano'. Poche ore dopo gli giunse un telegramma del generale Cittadini: 'Sua Maestà il Re mi incarica di pregarla di recarsi a Roma desiderando conferire con Lei'.
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L'ESITO DELLA MARCIA SU ROMA.
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Mussolini partì alle 8 di sera del 29 ottobre in treno alla volta di Roma, dove sarebbe giunto alle 11 e trenta del 30 ottobre; il convoglio patì un incredibile ritardo dovendo rallentare, e in qualche caso proprio fermarsi, in molte stazioni prese d'assalto da fascisti festanti che accorrevano a salutare il loro Duce. Parlò per circa un'ora col re promettendogli di formare entro sera un nuovo governo con personalità non fasciste e con esponenti di aree politiche 'popolari'. Alle 18 presentò il nuovo governo, comprendente soltanto tre fascisti di orientamento moderato.
Le camicie nere erano ancora accampate intorno alla capitale e comprensibilmente non attendevano che di entrarvi. Furono autorizzati a fare ciò solo il giorno 30, e la raggiunsero alla meglio, su mezzi di fortuna. Ma erano più che raddoppiati: dai circa 30.000 della marcia, erano ora più di 70.000, cui si aggiunsero i simpatizzanti romani che erano già sul posto.
Ci furono scontri e incidenti; nel quartiere di San Lorenzo diversi operai accolsero con colpi d'arma da fuoco la colonna guidata da Bottai, proveniente da Tivoli, che attraversava l'area in modo relativamente pacifico. La reazione fu ovvia: all'alba del giorno dopo, oltre 500 fascisti guidati da Italo Balbo attaccarono di sorpresa il quartiere. I morti fra gli abitanti furono tredici, compresi i responsabili dell'agguato, i feriti oltre duecento. Informato dell'accaduto, Mussolini diede alle forze dell'ordine immediate disposizioni per la più severa repressione di qualsiasi ulteriore incidente.
Il 31 ottobre le camicie nere sfilarono per più di 6 ore dinanzi al Re, poi Mussolini ordinò che si iniziassero le operazioni di sgombero.
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