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| Dopo il conflitto - In Polonia |
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Con questo spirito e a fissare bene i loro proponimenti, il 5 febbraio 1945, diciotto giorni dopo il loro insediamento ufficiale come Governo Provvisorio a Varsavia e mentre l'Armata Rossa era ancora impegnata in dure battaglie con i tedeschi, Boleslaw Bierut si affrettò a far sapere, in una conferenza stampa, agli alleati occidentali appena sedutisi al tavolo della conferenza a Yalta, che il suo governo aveva assunto l'amministrazione civile dei territori ad est dell'Oder-Neisse. Era un atto arbitrario che non rispettava le intese alleate intercorse e gli americani, due mesi dopo, l'8 aprile, elevarono protesta a Mosca, senza risultato; ci riprovarono ancora l'8 maggio e, non ottenendo di nuovo soddisfazione, desistettero. Era del resto troppo tardi,
poiché il processo di polonizzazione di ciò che da oltre ottocento anni apparteneva al mondo germanico, intrapreso dagli uomini di Varsavia, era ormai in pieno sviluppo. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.176-177)
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Era il giugno del 1946 quando gli ultimi internati lasciarono il lager e Lamsdorf divenne un tranquillo villaggio popolato da polacchi. Il 28 febbraio 1945 il governo Provvisorio di Varsavia stabiliva, con decreto, l'estromissione dalla comunità popolare degli elementi nemici della Nazione polacca, dove per 'elementi nemici', come avrebbe precisato nel decreto del 13 settembre 1946, andavano intese le persone di nazionalità tedesca. Due giorni dopo, 2 marzo, con altro provvedimento, decretava che le proprietà dei fuggiaschi e del Reich e, per estensione le proprietà di tutti i cittadini tedeschi, erano da considerare 'beni abbandonati' e di conseguenza passavano in proprietà allo Stato polacco. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.183)
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L'attenzione dei governanti di Varsavia si era assai presto concentrata pure al vasto territorio che a settentrione di Varsavia costituiva, in seno alla Prussia Orientale, la Masuria. Abitavano la regione in maggioranza discendenti dei masuri, un popolo le cui origini si diluivano nell'ibrido mondo slavo-baltico-germanico caratterizzante quella estrema parte d'Europa, i quali di quel passato conservavano non altro che inflessioni dialettali essendo, per il resto, perfettamente germanizzati ed integrati nella nazione tedesca come, senza ombra di dubbio, dimostrava il loro patriottico comportamento dal passato fino ai giorni del travolgimento sovietico. Così non la vedevano i nazionalcomunisti di Varsavia che, partendo da quelle lontane origini e dal fatto
che molti degli abitanti avevano cognomi terminanti nella caratteristica desinenza della loro lingua - ski, witz, zik - stabilirono essere i masuri una 'tribù polacca superficialmente tedeschizzata' da dover ritrasformare in polacca. Conseguentemente decisero di staccarli dagli altri tedeschi e di considerarli degli autoctoni in attesa di farne dei polacchi. [...] A Erika Markewitz l'idea di essere una polacca solo perché era del circondario di Lyck appariva completamente assurda. [...] Gli si garantivano gli stessi diritti dei polacchi, la possibilità di scegliersi un pezzo di terra e avere un cavallo, una mucca e sovvenzioni, o perfino di riavere la loro proprietà e, se bisognosi, una pensione, ma loro non cedevano. Allora avevano cercato di intimorirli sfruttando
il loro desiderio di andarsene dal paese, e compilato liste di coloro che, al momento arrivato, sarebbero partiti e di coloro che, per via della desinenza del cognome, sarebbero dovuti restare. [...] La poca propensione dei masuri a polonizzarsi non si conciliava con la politica del tutto polacca di Varsavia, ragione per cui i governanti, stanchi di attendere, abbandonarono le poco efficaci blandizie e ricorsero a metodi più convincenti. Partì, attorno al 1949, un'ondata propagandistico-vessatoria di retta ai masuri residenti nel cerchio Osterode, Allenstein, Sensburg, Rössel, Lötzen, Lyck, Ortelsburg, per fare alfine di loro, con una opzione coatta, dei polacchi. [...] Malgrado questo procedere, al paese di Erna Beber tutti, di nuovo, avevano rifiutato di optare.
I polacchi non avevano insistito, avevano prelevato ventotto persone - un campionario degli abitanti - dagli uomini e dalle donne di età diverse alle madri con numerosa prole e caricatele sulle macchine le avevano portate a Sensburg: gli uomini alla UB e le donne, fra cui Erna Beber, alla Milizia. Le tenne la Milizia a digiuno sino alla sera del giorno seguente, quando un funzionario le invitò ad essere ragionevoli e a firmare, tanto più che a gennaio, a Varsavia, c'era stato un convegno tra i rappresentanti dei governi sovietico, polacco, americano ed inglese, nel quale i quattro si erano intesi di non far passare più un tedesco ad ovest dell'Oder e, dato che là la fame e la mancanza di alloggi era enorme, di mandar via dal Reich tutti coloro che erano di quelle parti,
il che avrebbe finalmente permesso alle famiglie di riunirsi. Pensare di poter andarsene dal paese era quindi un'illusione. 'E poiché', aveva aggiunto, 'ci troviamo in Polonia, perché qui é ormai Polonia, per cui non potere vivere qui come tedesche, é d'uopo che optiate. Avrete gli stessi diritti dei polacchi ed in più in quattro giorni, massimo quattro settimane, gli uomini sarebbero ritornati dal Reich per congiungersi con le famiglie'. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.190-193)
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La Bespieka non faceva discorsi, interrogava solamente, eccome, poteva dirlo Georg Slanski. Avevano cominciato dalla testa, poi, denudatolo a metà, erano passati al torace e infine alle piante dei piedi, a batterlo, tappandogli la bocca con un fazzoletto, finché non era svenuto. Ripresosi, aveva detto di ucciderlo, piuttosto che torturarlo in quel modo, ed i poliziotti gli avevano stretto il collo con una corda, dicendogli di impiccarsi, e dato che lui non l'aveva fatto, era stato spinto con pugni al muro e con colpi di karatè colpito al collo e alla nuca finché non aveva perso di nuovo i sensi. [...] Erna Beber capitò in una cella occupata pure da una donna e dalla figlia sedicenne del paese vicino al suo. A loro era andata peggio. [...] Lei fu interrogata una
settimana dopo. Spiegò che non era di quelle parti e che neppure i suoi genitori ed i suoi nonni lo erano; le dissero che doveva comunque firmare per poi, se voleva, andarsene pure e, al suo rifiuto, la minacciarono di spedirla al lavoro coatto e la rimandarono in cella. La volta successiva le cose non andarono così lisce: fu schiaffeggiata quando disse che la sua coscienza le vietava di firmare poiché era tedesca quando le cose andavano bene e tedesca voleva restare anche ora, nei tempi duri; fu picchiata per aver respinto l'ordine di firmare come polacca, dato che lì era Polonia, e distesa su una sedia fu bastonata duramente sulla schiena nuda, perché non sapeva leggere in polacco, al ritornello: 'Qui é Polonia, questa é Polonia!'. In cella si ritrovò con altre venti
donne alle quali era andata come a lei. Nel corso della notte, ogni quarto d'ora, ne venne chiamata una e al mattino erano rimaste in otto. Tutte le altre si erano piegate alla violenza. Tre ore dopo l'ultima chiamata, anche loro pallide e barcollanti come delle condannate a morte, avevano firmato. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.193-194)
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Nei giorni in cui a Potsdam si gettavano le basi per l'espulsione, la popolazione di Danzica era già sotto la pressione dell'autorità polacca affinché se ne andasse di sua iniziativa. Da giugno, con pubbliche affissioni, i tedeschi erano stati incitati a lasciare la città e molti di loro che, oppressi dalla dominazione sovietica e polacca, avevano accolto l'invito, erano stati muniti di documenti di viaggio ed avviati, per ferrovia, oltre l'Oder, nel Mecklemburgo e nel Brandeburgo occidentale. [...] Le zone sulla riva sinistra dell'Oder vedevano allo stesso tempo giungere altri tedeschi in vagoni piombati e nelle condizioni più pietose. Erano coloro che non volevano partire e che venivano fatti partire con l'azione di forza che, contestualmente alla precedente, era stata
avviata nella storica città anseatica e in Pomerania, così come pure avveniva in Slesia. [...] A Stolp era diventato uno spettacolo normale vedere passare per le vie cittadine donne ancora col grembiule e in pantofole e vecchi appoggiati ai bastoni che con fruste e sfollagente venivano spinti verso la stazione. [...] Solo qualcuno portava con sé un pacchetto che prudentemente aveva tenuto pronto per ogni evenienza e che quasi sempre gli sarebbe stato tolto per strada o in viaggio da polacchi o da soldati sovietici che nelle soste assalivano e depredavano i viaggiatori. Frettolosamente radunati, lentamente partivano, ché pure a loro occorreva un documento d'espatrio. Lo ottenevano dopo aver firmato un 'atto di garanzia' nel quale era specificato che lasciavano la loro residenza
di propria volontà, non sollevavano rivendicazioni verso lo Stato polacco, non sarebbero mai più ritornati. Quindi, caricati come merce sui vagoni, senza sostentamento e assistenza, affrontavano un viaggio che sarebbe durato giorni e giorni mentre dietro a loro l'autorità polacca distruggeva i documenti anagrafici per cancellare in modo definitivo il carattere tedesco di quella terra. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.219-220)
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Non ci furono eccezioni, neppure per Simon Goldmann e per i suoi correligionari e gli avversari del nazismo, che per interminabili mesi avevano atteso, clandestini o nei Lager, l'arrivo dei sovietici. Li avevano salutati come liberatori e come liberatori li avevano presentati alla popolazione e poi, delusi dai primi, avevano sperato nella venuta dei polacchi ed invece proprio questa seconda fase aveva posto una definitiva pietra sulle loro illusioni. 'Nazisti o antinazisti sono tutti una merda', avevano risposto i miliziani ad un collega di Simon Goldmann, come lui sindaco di quartiere, che li invitava un giorno a requisire, se proprio necessario, l'appartamento di un nazista e non quello di un noto antinazista, né si erano scomposti alla minaccia di un rapporto ai comandi
sovietico e polacco; avevano solo aggiunto: 'Sta' tranquillo che ti faremo fuori!'. Era l'atmosfera dell'ambiente. I pochi ebrei tedeschi che dai diversi campi di concentramento, da Auschwitz a Mauthausen, erano ritornati alle loro case si sentirono di nuovo 'ghettizzati' e a Breslavia si erano visti rifiutare dall'amministrazione polacca i viveri, esattamente come tutti gli altri tedeschi, e neppure possibilità di vita era stata loro data, poiché il commercio era esclusivamente in mano polacca o di ebrei polacchi che, talvolta, non nascondevano la loro animosità verso i correligionari tedeschi. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.224)
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Nei mesi e negli anni successivi, in colonne, per ferrovia, a piedi o per nave, i milioni di espulsi dall'Est dell'Oder-Neisse percorsero gli itinerari che avevano visto il tragico passaggio dei loro connazionali in fuga davanti all'Armata Rossa, per raggiungere non più, come quelli, la 'Germania', ma le zone d'occupazione britannica e sovietica. Giungevano alle porte della terra che doveva accoglierli e lì si fermavano: i polacchi li radunavano in campi di raccolta dove restavano in attesa che le autorità d'occupazione dessero via libera al loro ingresso. Potevano restarci giorni o vi restavano settimane, un tempo comunque sufficiente per perdere quanto ancora avevano da perdere, non escluso la vita. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.225)
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Un anno e mezzo dopo le decisioni di Potsdam, il 1 aprile 1947, un modesto trasporto con circa 50 persone lasciò Könisberg e, strettamente sorvegliato all'interno e all'esterno dei vagoni, prese la direzione di Preubisch-Eylau-Stettin. Lo seguirono altri convogli ed in tutto, a fine giugno, 2.300 tedeschi avevano lasciato per sempre la Prussia Orientale. Poi tutto si fermò. Senza fretta, con burocratica pignoleria, i sovietici si organizzarono, lasciarono passare quattro mesi e, a fine ottobre, con azione in grande stile, sgomberarono integralmente il territorio dei suoi vecchi abitanti. Così la più grande azione di trasferimento di popolo che l'Europa avesse mai visto prese il suo pieno sviluppo. Scomparvero i tedeschi dalle città e dalle campagne, dal Baltico al Danubio,
e poi scomparvero i Lager per la liberazione degli internati. L'ora di Potulice giunse nel 1949. I prigionieri furono chiamati uno ad uno e messi in lista di partenza dopo aver dichiarato che avevano i loro congiunti nella zona d'occupazione sovietica e che lì avrebbero risieduto e lavorato. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.227)
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Ma proprio mentre quelle parole risuonavano nei saloni del tribunale di Norimberga, i polacchi facevano, nei territori appena acquisiti, esattamente le stesse cose per le quali venivano criminalizzati i nazisti: deportavano infatti gli abitanti tedeschi della Prussia Orientale, della Pomerania e della Slesia approfittando delle decisioni prese in tal senso con l'articolo XII degli accordi di Potsdam del 2 agosto 1945. Oggi il governo tedesco ha accertato che quei caotici, brutali e folli 'trasferimenti di popolazioni' interessarono quattordici milioni di civili, di cui oltre due milioni morirono. (da 'Norimberga ultima battaglia', pag.186)
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