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8 Settembre 1943 - Le reazioni in Italia

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É la voce del comandante, medaglia d'oro, Fecia di Cossato, sommergibilista, comandante del Tazzoli. Sbarcato dal Tazzoli, si trovò l'8 settembre al Sud, e rimase al Sud. E il 27 agosto del '44 si uccise, ma prima di morire, scrisse una lettera a sua madre. [...] Fecia di Cossato scrisse: 'Mamma carissima, quando riceverai questa mia lettera saranno successi dei fatti gravissimi che ti addoloreranno molto e di cui sarò il diretto responsabile. Non pensare che io abbia commesso quello che ho commesso in un momento di pazzia, senza pensare al dolore che ti procuravo. Da nove mesi ho pensato molto alla tristissima posizione morale in cui mi trovo in seguito alla resa ignominiosa della Marina, a cui mi sono rassegnato solo perché é stata presentata come un ordine del re, che ci chiedeva di fare l'enorme sacrificio del nostro onore militare per potere rimanere il baluardo della monarchia al momento della pace. Tu conosci che cosa succede ora in Italia e capisci come siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato. Da questa constatazione me n'è venuta una profonda amarezza, un disgusto per chi ci circonda e, quello che più conta, un profondo disprezzo per me stesso. Da mesi, mamma, rimugino su questi fatti e non riesco a trovare una via d'uscita, uno scopo alla mia vita. Da mesi penso ai miei marinai del Tazzoli, che sono onorevolmente in fondo al mare, e penso che il posto migliore é con loro. Spero, mamma, che mi capirai e che anche nell'immenso dolore che ti darà la notizia della mia fine ingloriosa, saprai capire la nobiltà dei motivi che mi hanno guidato. Tu credi in Dio, ma se c'è un Dio, non é possibile che non apprezzi i miei sentimenti, che sono sempre stati puri e la mia rivolta contro la bassezza dell'ora. Per questo, mamma, credo che un giorno ci rivedremo'. Questo scrisse, prima di togliersi la vita il comandante Fecia di Cossato. (da 'La generazione che non si é arresa', pag.331-332)
Vi fu un generale che, recatosi dopo l'8 settembre in Algeria, per prudenza in abito civile, a far propaganda in quei campi di prigionieri, perché i componenti di essi si decidessero per la 'cooperazione', non si peritò di affermare che 'fin da quando essi si battevano disperatamente ad El-Alamein, a Roma si pensava a preparare ... la loro salvezza col tradimento e col sabotaggio!''. Dalla grande massa di quei soldati che avevano sofferto tutti gli orrori della interminabile ritirata, e poi quelli ancor più inenarrabili della marcia verso la prigionia da Tunisi ad Algeri, quel generale che ora li insultava nel loro dolore esasperato dalla confessione del tradimento, come se egli di esso si gloriasse, venne inveito, insultato, fischiato e maledetto. Quest'episodio è confermabile da migliaia di uomini che ne furono testimoni. (da ''Una vita per l'Italia'', pag.105)
Ci sembra peraltro di sognare nel leggere quanto ha scritto l'americana Barbara Carter (la quale, si noti bene, è stata per molti anni l'interprete, la traduttrice e la collaboratrice di don Sturzo, che scrisse la prefazione al suo libro ''L'Italia parla''). A pag.98: ''Il giorno della liberazione i leader dei sei partiti si fecero avanti come nucleo del nuovo governo, la cui presidenza desideravano fosse affidata a Bonomi. Essi rifiutavano la collaborazione di Badoglio o di chiunque altro avesse avuto a che fare col passato, e non giurarono fedeltà al Re Vittorio Emanuele, la cui dichiarazione di guerra contro la Germania sembrava un atto di tradimento verso un antico alleato'' (sic). Cioè costoro, dopo aver sabotata la guerra, desiderata e favorita la sconfitta per distruggere il fascismo, spinto il Re al cambiamento di fronte con la ''resa a discrezione'' dell'8 settembre e relativo tradimento all'alleanza, si scandalizzano e lo sconfessano poi, per aver ''tradito'' l'alleato stesso, con la dichiarazione di guerra alla Germania. (da ''Una vita per l'Italia', pag.154)
Fu dunque un sentimento di umiliazione spiegato molti anni dopo dallo stesso Comandante Borghese nell'intervista concessa a un giornalista di opposta tendenza politica. Queste le parole del Comandante: 'Io, l'8 settembre, al comunicato Badoglio, piansi. Piansi e poi non ho più pianto [...] Perché quello che c'era da soffrire, lo soffrii allora. Quel giorno io vidi il dramma che si andava ad aprire per questa disgraziata Nazione che non aveva più amici, che non aveva più alleati, non aveva più nessuno, non aveva più l'Onore, era additata al disprezzo di tutto il mondo per essere incapace di battersi anche nella situazione avversa: non ci si batte solo quando tutto va bene'. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.27)
Moltissimi furono gli ufficiali e gli equipaggi che compirono il loro dovere in base alla loro coscienza. Molti, che furono ingannati come lo fui io, alla notizia dell'armistizio di trovarono a lottare tra la disciplina militare, che impone di eseguire un ordine, e la propria coscienza di comandanti ligi alla secolare tradizione secondo cui la propria unità non deve mai cadere non solo in mano nemica ma neanche in mano straniera. Per non recarsi a Malta, ad esempio, i comandanti di alcune unità italiane si diressero alle isole Baleari. La Spagna procedette al regolare internamento a Minorca delle navi che però rimasero italiane e con bandiera italiana. Il capitano di corvetta Mario Arillo, Medaglia d'Oro, già validissimo ufficiale della X, fu sorpreso dall'armistizio nel Baltico, al gruppo sommergibili di Danzica, composto da U-Boot armati con equipaggi italiani. In mancanza di ordini del suo comandante, decise di non piegarsi ad alcuna imposizione germanica, non ammainò il tricolore e non premise che i suoi ufficiali fossero disarmati. Coloro che vollero l'armistizio, ben sapevano che la posta in gioco era proprio la nostra flotta, la quale, fra tutte le Forze Armate della Nazione, era rimasta l'unica che ancora potesse efficacemente fronteggiare il nemico. Non osarono darne esplicita notizia alla Marina perché, se essa fosse stata tempestivamente informata, tutti i suoi componenti avrebbero preferito l'autoaffondamento. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.28-29)
Ero ansioso di ricevere da lui, finalmente, notizie esatte sulla realtà della situazione che stavamo vivendo. Molti erano ancora i punti oscuri. Continuavo a ripetermi: che cosa significa armistizio se non cessazione provvisoria delle ostilità, concordata tra i belligeranti, con l'obbligo che ognuno resti al suo posto di combattimento con le armi al piede? Perché, allora, gli anglo-americani continuano a combattere contro di noi e a bombardare le nostre città in modo sempre più massiccio? Armistizio non significa rovesciamento del fronte! Qual era il peso reale di quell'ambiguo patto stipulato segretamente da pochi capi che erano poi fuggiti lasciando la popolazione in balia di se stessa e delle rappresaglie dell'alleato tradito? Perché le nostre navi avevano ricevuto l'ordine di muovere per consegnarsi al nemico e non piuttosto quello di restare alla fonda in attesa degli eventi? Nonostante l'evidenza dei fatti, disperatamente, ancora mi rifiutavo di credere che ciò che era stato chiamato 'armistizio' fosse soltanto un termine di copertura di un atto scellerato a totale danno morale dell'Italia, tanto vergognoso da non poter essere neppure adombrato nell'annuncio che era stato fatto per radio. Esternando questi miei dubbi, chiesi lumi al maresciallo. Dal suo silenzio compresi che non dovevo più illudermi. Alla fine fu esplicito e, con le lacrime agli occhi, disse: 'Purtroppo si tratta d'una resa totale! Ed ecco le prove. Le forze alleate invadono in armi il nostro territorio, bombardano le nostre città, come, ultimamente, Frascati. Le loro bombe continuano ad uccidere a centinaia i nostri bambini. E, da parte nostra, nessuna reazione. E questo proprio grazie all'accettazione d'una resa senza condizioni'. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.36)
Alcuni reparti militari, sia pur decimati dalle fughe e le diserzioni, non accettarono il 'tutti a casa' generale, scelsero di rimanere uniti, presero, indipendentemente dall'abbandono da parte dei comandi e dalla mancanza di ordini, una posizione autonoma. Questo si verificò in Piemonte, in Sardegna, in Calabria e in altre regioni, dove un ufficiale più risoluto decise di 'non arrendersi' e convinse i suoi uomini a seguirlo. Queste unità, a seconda delle circostanze in cui quella decisione maturò e dei generici orientamenti 'politici' degli ufficiali che le comandavano - in questo primo momento quasi indifferenziati, riducendosi in sostanza alla repugnanza di 'gettare le armi' e al sentimento di 'dignità di soldati' - approdarono, con il volgere del tempo e il decantarsi della situazione, alcune nella Resistenza, altre nella RSI. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.32)
'Bisognava comunicare all'ambasciatore tedesco che non eravamo in grado di continuare la guerra e che avremmo chiesto l'armistizio dando alle truppe tedesche il tempo di ritirarsi, nostro dovere elementare' dichiarerà Vittorio Emanuele Orlando, il presidente della Vittoria. 'Se la Germania non accettava saremmo entrati in guerra contro di lei, senza la vergogna dell'armistizio e con perfetta lealtà'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.106)
Le premesse della guerra civile in cui precipitò il paese, stanno dunque in quel giorno che impresse una svolta radicale all'evoluzione del postfascismo e creò i presupposti psicologici e materiali della spaccatura che divise l'Italia. La mancanza della più elementare lealtà nei confronti della Germania (che colpì, checché se ne sia poi detto, nel profondo moltissimi italiani, 'si sentono traditi e insieme traditori' dice Mario Soldati), la fuga del re e del governo dalla capitale, l'abbandono senza ordini dell'esercito, determinarono nell'animo della maggioranza degli italiani la decadenza non solo della monarchia ma, essendo stata questa l'estremo presidio in cui essi come nazione si erano rifugiati, del senso stesso dello stato, del sentimento di appartenenza e di fedeltà a una comunità unita in un organismo politico, lasciandoli nel più profondo disorientamento, al quale solo i migliori e più responsabili reagirono cercando una via personale di riscatto e di dignità che condusse su sponde avverse. Inoltre, provocando la divisione del territorio nazionale in due tronconi, occupati da due eserciti stranieri, diede a questi l'opportunità di suscitare e sostenere tutte quelle iniziative (organizzazione e armamento della guerriglia da una parte, sostegno alla RSI dall'altra) che potessero giovare alla loro guerra e che contribuirono a mettere gli italiani gli uni contro gli altri. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.107-108)
Altrettanto tragico il caso del colonnello Rabbi della divisione Ariete, che dichiarò di non sentirsela di combattere i tedeschi e si uccise. Il medesimo disagio di riconoscere nell'italiano un nemico lo provarono anche molti tedeschi: non dimentichiamo, infatti, che diversi soldati germanici, la sera dell'8 settembre, si unirono agli italiani in festa per esultare con loro sulla 'fine della guerra'. II generale Westphal, nel 1964, confermò al generale Castellano, a Bad Godesberg, quanto fu difficile per coloro che avevano combattuto per più di tre anni fianco a fianco del soldato italiano, l'affrontarlo. (da 'In nome della resa', pag.378)
Sul giornale 'La Rassegna' di Bari, l'avvocato liberale Antonio Amendola scrisse (col permesso della censura alleata) che 'il riprendere la guerra a fianco degli anglo-americani era una buffonata che ci avrebbe ulteriormente screditato nel mondo'. (da 'In nome della resa', pag.395)