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Le pagine dei reduci: Camicia Nera Aguzzi Walter

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Tutti i dati qui riportati del reduce Aguzzi Walter, ormai scomparso, mi sono stati forniti dal figlio Claudio che, oltre a ricordare con intensità e profondo affetto il padre, vorrebbe raccogliere ulteriori notizie sul padre e magari contattare qualche vecchio commilitone. Potete eventualmente contattarlo a questo indirizzo E-mail.

NOTA INTRODUTTIVA.

Premetto di aver perso da oltre 20 anni mio padre e poiché nell’ultimo periodo mi disse di voler scrivere un libro sulla sua vita, ho provato a farlo io, ora che ho più tempo a disposizione. Nei suoi racconti di guerra mi ha sempre parlato di avvenimenti vissuti personalmente, che ho riportato fedelmente, ma non mi ha però mai raccontato di scontri col nemico e credo lo abbia fatto di proposito.

Per conoscere esattamente la sua vita militare compresa la prigionia, mi sono rifatto alle informazioni che ho reperito dal suo foglio matricolare fattomi inviare dal distretto militare di Forlì assieme a quello di mio nonno e le ho confrontate con le informazioni ricavate da Internet, scoprendo anche il sito 'Controstoria' che ho inserito tra i preferiti, da cui ho scaricato diversi capitoli.

La mia aspirazione è conoscere giorno per giorno tutto il periodo di guerra e di prigionia trascorso da mio padre ed invio anche quelle poche foto che ho, con la speranza, anche se molto flebile, che qualche suo vecchio commilitone possa riconoscerlo e magari poterci anche incontrare. Mi auguro che tramite il sito Controstoria possa riuscire nel mio intento. Sarebbe per me un immenso piacere.

Preciso che era figlio unico, decise di partire volontario in seguito all’arrivo, nel 1941, di una lettera del padre che lo informava di essere stato fatto prigioniero. Mi disse un giorno che per lui, andare volontario, era l’unico modo per sentire di contribuire alla liberazione del padre.

NOTIZIE DAL FOGLIO MATRICOLARE DI AGUZZI WALTER.

Nato a Ravenna il 18 Novembre 1923, incorporato a domanda in anticipo per compiere la ferma di leva nel 93 Reggimento Fanteria il giorno 8 Aprile 1942. Trasferito alla 108 Legione CC.NN. in Ancona. Partito per l’Africa Settentrionale ed imbarcatosi a Sciacca (via aerea) e sbarcato a Tunisi il 2 Febbraio 1943. Tale nel Battaglione M mobilitato il 14 Febbraio 1943.

Caduto prigioniero il 13 Maggio 1943 ad Enfidaville. Prigioniero nel campo P.O.W. 211. Dopo l’8 Settembre non aderì alla collaborazione con gli inglesi. In seguito si ammalò, probabilmente di pleurite. Successivamente ha prestato la sua opera da infermiere all’ospedale da campo. Il giorno 11 Ottobre 1944 fu imbarcato ad Algeri su di una nave ospedale e sbarcò a Napoli il 13 Ottobre. Successivamente fu trasferito a Pozzuoli. In congedo il 18 Aprile 1946.

NOTIZIE RECUPERATE DAI SITI STORICI PRESENTI IN INTERNET.

Ad Ancona era di stanza il 10 Battaglione M delle CC.NN. (ex Voghera), ed è questo il battaglione nel quale era incorporato mio padre. Le CC.NN. ritornano al combattimento in Africa Settentrionale e partecipano alle ultime gloriose battaglie: nel Febbraio 1943 arriva appunto in Tunisia il 10 Battaglione M, ricostituito dopo la campagna di Grecia con giovanissimi volontari della classe 1923.

Inquadrato nella divisione 'Giovani Fascisti', assieme ai bersaglieri e a quanto rimaneva dei ragazzi di Bir el Gobi, venne schierato sulla linea del Mareth ed il 21 Marzo effettuò un contrattacco per riconquistare il caposaldo 'Biancospino' perduto la sera precedente dalle truppe tedesche. L'impetuoso assalto, che costò al battaglione gravi perdite, impose al nemico un forte tempo d'arresto.

Dal 13 Aprile il 10 Battaglione M passò alle dipendenze della Divisione 'Trieste'. Nello stesso mese la nostra 1 Armata dispone la fusione del 6 Battaglione CC.NN. con quanto resta del 10 Battaglione CC.NN. M della divisione 'Trieste'. A Maggio combatteva ancora valorosamente sulle estreme posizioni della 1 Armata.

Rimane così in armi questo battaglione al comando del Primo Seniore Oreste Ariano, mentre viene finalmente disposto che gli uomini con 36 mesi di permanenza in Africa Settentrionale vengano messi in congedo.

Sciolto, come abbiamo visto il 6 Battaglione, ormai non rimanevano a lottare che il 5 Battaglione CC.NN. ed il 10 Battaglione CC.NN. M che restarono battaglioni indipendenti e seguirono le dolorose sorti dell'eroica 1 Armata, ultima a deporre le armi su terra africana.

NOTIZIE DAL FOGLIO MATRICOLARE DI AGUZZI GUGLIELMO, PADRE DI WALTER.

Nato a Ravenna il 20 Maggio 1899, partecipò alla Prima Guerra Mondiale; chiamato alle armi il 15 Giugno 1917 nel 4 Reggimento bersaglieri, poi passato al Reggimento Cavalleggeri Lodi e mandato in congedo il 20 Marzo 1921. Ritornato alle armi il 25 Febbraio 1936, imbarcatosi a Napoli per l’Africa Orientale e rientrato in Italia il 14 Ottobre 1936. Ritornato alle armi il 1 Febbraio 1937 e sbarcato a Cadice il 22 Febbraio, dal 6 Marzo 1938 fa parte del 5 Reggimento Fanteria Fiamme Nere, Btg. Ardente, Divisione 23 Marzo.

Il 15 Ottobre si imbarca a Cadice sulla nave Liguria e sbarca a Napoli il 20 Ottobre, mandato in congedo il 24 Giugno 1939. Mobilitato il 26 Agosto 1939 nell’81 Battaglione CC.NN. Imbarcato a Napoli il 1 Ottobre 1939 e sbarcato a Derna il 5 Ottobre, catturato l’11 Dicembre 1940, trasferito in un campo di prigionia in India e rimpatriato, in pessime condizioni, il 15 Agosto 1946, congedato il 14 ottobre 1946.

Oltre a due medaglie commemorative della Prima Guerra Mondiale, brevetto numero 96273 e numero 97569, ha ricevuto una Croce al Merito di Guerra con diploma numero 34127.

LA STORIA DI AGUZZI WALTER.

Mio nonno Guglielmo che aveva partecipato anche alla Prima Guerra Mondiale ed a tutte le campagne, era partito volontario e si trovava in Africa Settentrionale e giunse a casa una sua prima lettera con una sua foto scattata al fronte ed alle sue spalle si nota il muretto di pietre costruito per una prima difesa all’accampamento.
Aguzzi Guglielmo al fronte
Venne poi il fatidico giorno del recapito della lettera con la notizia della sua cattura e con una sua foto con la dedica sul retro: 'Il tuo babbo dal deserto Libico nel 1940 come ricordo prima di rimanere prigioniero'.
Aguzzi Guglielmo al fronte
Successivamente fu trasferito in un campo di prigionia in India, dove rimase rinchiuso fino al 15 Agosto 1946, rientrando debilitato in Patria.

Walter era molto legato al padre, forse per aver dovuto subire la sua mancanza tutte quelle volte che era partito per il fronte: partito da Napoli il 25 Febbraio 1936 per l’Africa Orientale e rientrato il 14 Ottobre dello stesso anno; partito il 4 Febbraio 1937 destinazione Cadice, rientrato a Napoli il 20 Ottobre 1938; richiamato alle armi il 26 Agosto 1939 e imbarcato a Napoli destinazione Africa Settentrionale il 1 Ottobre 1939.

La notizia della sua cattura lo raggiunse come un fulmine a ciel sereno turbandolo profondamente, tanto che decise di dover partire volontario per il fronte, destinazione proprio l’Africa Settentrionale, come per andare simbolicamente a liberarlo. Certamente all’inizio la madre non era d’accordo; come si può pensare altrimenti di una donna che aveva il marito prigioniero in guerra ed un solo figlio. Sono state sicuramente le sue tante insistenze a convincerla a firmargli la domanda di volontario, anche se io non giustifico la debolezza di mia nonna. Avrei preferito che fosse stata più risoluta ed il babbo non fosse mai partito per il fronte, accettando anche il fatto che non avrebbe mai incontrato mia madre ed io non sarei mai nato. Aveva tutti i requisiti per poter tranquillamente rimanere a casa, essendo ancora minorenne, figlio unico, con il padre in guerra e per giunta pure prigioniero.

Si può immaginare quanto grande sia stata la sua gioia e la sua emozione quando gli fu recapitata la cartolina precetto per presentarsi al distretto militare per la visita medica il giorno 11 Marzo 1942, durante la quale fece di tutto per nascondere le dita della mano ferita da ragazzo, dallo scoppio del petardo, per paura di essere scartato e non poter andare in Africa anche lui, dove suo padre si trovava prigioniero.
La cartolina precetto
Riuscì nel suo intento, perché i medici militari non se ne accorsero e per sua somma gioia risultò abile ed arruolato e fu chiamato alle armi, in fanteria, il giorno 8 Aprile 1942, anche se lui avrebbe preferito far parte dei bersaglieri, così come suo padre. Sul suo foglio matricolare è segnato: incorporato a domanda in anticipo per compiere la ferma di leva nel reparto del 93 Reggimento Fanteria a norma della Circ. a stampa M.G. Uff. Reclutamento n. 4080/C.N. del 5 Marzo 1942. Trasferito effettivo alla 108 Legione C.C. N.N. X battaglione M (ex Voghera) in Ancona il giorno 8 Luglio 1942. Partito da Sciacca, Sicilia, in aereo, destinazione Tunisi il 2 Febbraio 1943. Aveva da pochi mesi compiuto 19 anni!

Non ho mai saputo se per sua richiesta fu inviato in Africa, o fu soltanto una fatalità. In questa prima foto scattata durante il servizio militare ed inviata a sua madre, c’è segnata la data 11 Aprile 1942, appena tre giorni di vita militare. Il babbo è quello in piedi al centro.
Aguzzi Walter volontario
In questa fotorafia molto sbiadita, è quello a terra a sinistra in primo piano. Dall’abbigliamento di tutti i componenti si può dedurre che faceva molto caldo e probabilmente è stata scattata quando già si trovavano in Africa. Sul retro sono presenti alcune firme illeggibili.
Aguzzi Walter volontario
Qui sotto è sicuramente in caserma durante il periodo di addestramento. La dedica sul retro dice: 'Invio questo ricordo da fanteria, tuo figlio Walter'.
Aguzzi Walter volontario
Qui è raffigurato con un commilitone (Walter Aguzzi è quello a destra).
Aguzzi Walter volontario
Nei primi giorni di leva durante l’addestramento partecipò, offrendosi volontario, ad un corso di 'uomo anticarro', il cui compito, in caso di sfondamento delle linee da parte del nemico, consisteva nel sistemare una mina anticarro sotto un carro armato nemico ed allontanarsi precipitosamente cercando di non farsi scoprire. L’azione era di estrema pericolosità, perché oltre a tentare di avvicinarsi senza esser visto e sistemare la carica, occorreva poi fuggire immediatamente per allontanarsi dall’esplosione cercando sempre di non farsi scoprire dal nemico. Mi sembra di ricordare che per essere pronti in qualsiasi momento, la mina anticarro durante probabili attacchi del nemico doveva essere tenuta con sé. Fortunatamente durante i tre mesi in cui il giovane Walter partecipò ad azioni di guerra, non fu necessario ricorrere a questa azione.

Un giorno durante l’addestramento in caserma, mentre il babbo marciava con il suo battaglione, un commilitone si lasciò andare ad un’espressione alquanto colorita, profferita ad alta voce tanto che l’ufficiale sentì distintamente. Questi dette immediatamente l’ordine di fermarsi e chiese con indignazione chi era stato, ma nessuno si fece avanti. A questo punto l’ufficiale precisò che se non fosse uscito il colpevole, avrebbe ritenuto responsabile l’intero reparto per cui tutto il battaglione sarebbe stato punito ed avrebbe dovuto compiere di corsa non ricordo quanti giri intorno alla caserma e la sera nessuno sarebbe andato in libera uscita. Nell’udire queste parole il babbo, per salvare tutti gli altri, non ci pensò un solo istante a sacrificarsi e facendo un passo in avanti si auto accusò. La punizione fu inflitta solo a lui e mentre cominciò a correre per scontare la pena, i commilitoni che conoscevano il vero colpevole, lo costrinsero a confessare. Il comandante, venuto a conoscenza della verità, punì ancora più duramente il vero colpevole ed ebbe parole di elogio verso quel giovane soldato dal viso di bambino che non aveva esitato a sacrificarsi per evitare la punizione a tutti gli altri.

Durante il periodo di addestramento trascorso in Italia, già si soffriva la fame essendo ovviamente in guerra, tanto che molto spesso, come gli altri, si cibava di quello che trovava; persino dei fili d’erba potevano servire a lenire i morsi della fame. Un giorno si trovava con il suo reparto nei pressi di Civitavecchia in marcia da molte ore, con lo zaino dal peso di diversi chili sulle spalle, stanco ed affamato ed all’improvviso si sentì mancare, ma si riprese quasi subito. Quando poco dopo si fermarono per accamparsi, consumato il frugale pasto del rancio, si mise in cerca di qualcosa altro da mettere sotto i denti e si reputò fortunato perché quella volta trovò delle bucce di patata che abbrustolì un po’ sulla fiamma e poi divorò. Raccontava che quando qualche amico andava in licenza, era abitudine farsi lasciare la gavetta per cui in quelle rare occasioni, facendo diverse file in mensa, una per ogni gavetta, si potevano riempire tutte quelle che si aveva a disposizione ed almeno per quel giorno era assicurato un lauto pranzo. Mi sembra di ricordare che una volta riuscì a riempire ben sette gavette di pasta asciutta che divorò quasi tutte subito, conservando solo un paio per la sera. Quando lo raccontava si passava la mano sullo stomaco, quasi a voler mimare la grossa soddisfazione provata in occasione di quella grossa abbuffata.

Finalmente giunse il giorno della partenza per l’Africa Settentrionale, il 2 Febbraio del 1943, raggiungendo Tunisi in aereo da Sciacca, come si evince dalle annotazioni sul suo foglio complementare. Essendo venuto a conoscenza solo in questi giorni del periodo che ha trascorso al fronte, effettuando una ricerca mirata ho scoperto che proprio ai primi di Febbraio raggiunse il fronte, in Tunisia, il 10 Battaglione Voghera, di stanza proprio ad Ancona, trasformato in battaglione M e si arrese quel 13 Maggio 1943. Inquadrato nella Divisione GG.FF. assieme ai bersaglieri ed a quanto rimaneva dei ragazzi di Bir el Gobi, venne schierato sulla linea del Mareth. Dal 13 Aprile il 10 Battaglione M passò alle dipendenze della Divisione Trieste. Successivamente fu disposta la fusione del 6 Battaglione con quanto restava del 10 Battaglione M della Divisione Trieste. Anche per Walter era iniziata la guerra vera, la dura vita di trincea ed in quei tre mesi, dal primo all’ultimo giorno ho scoperto che è stato sempre in prima linea, nel pieno delle battaglie, incalzato dal nemico.

Di fianco al camminamento della trincea erano state scavate delle buche che servivano come riparo in caso di incursioni aeree nemiche. Durante uno dei tanti attacchi aerei, il babbo si rifugiò, come di consueto, in una di esse e mentre era rannicchiato per poter meglio ripararsi, una grossa scheggia si conficcò nel terreno proprio sopra di lui, facendo staccare un grosso quantitativo di terriccio che gli si riversò addosso, seppellendolo completamente. Quella fu a suo dire, l’occasione in cui ebbe più paura. In quei pochi attimi di terrore pensò solo che per lui era finita, perché non riusciva né a respirare né a muovere le braccia per liberarsi dallo strato di terreno che lo aveva coperto. Quando finalmente riuscì a fatica a liberare la testa e sentì l’aria penetrare di nuovo nei suoi polmoni, si sentì rinascere e da quella volta giurò a se stesso che non avrebbe mai più trovato riparo in una di quelle maledette buche. Infatti durante tutte le successive incursioni aeree non si rifugiò più in una di esse, rimase sempre all’aperto, riparandosi dove capitava, non volendo più ripetere quella brutta esperienza. Ricordo che nei suoi racconti mi diceva che una mattina, nello svegliarsi, scoprì poco distante da lui, in due buche, i cadaveri di due commilitoni morti per le schegge di bombe. Chissà! Forse quegli attimi di terrore che aveva provato quella volta gli avevano ora salvato la vita, perché se anche lui avesse trovato rifugio in una di quelle buche, avrebbe forse trovato la morte.

Un’altra volta, mentre era disteso a terra per ripararsi dai colpi del nemico, avvertì un crepitio di mitraglia e vide una sventagliata di colpi di mitra che si avvicinavano a lui. In quel frangente non riuscì a far altro che chiudere gli occhi pensando che ormai era finita. Ma come per incanto la raffica di colpi cessò proprio a pochi centimetri da lui; bastavano ancora un paio di colpi e sarebbe stato raggiunto in pieno dai proiettili. Chissà se era terminato il caricatore proprio al momento giusto, oppure chi lo aveva inquadrato, forse un ragazzo come lui, diverso soltanto per il colore della divisa, aveva voluto evitare una inutile morte. Questo non si potrà mai sapere. Mi piace però pensare ad un altro ragazzo, un nemico, proiettato anche lui in quella guerra che come Walter non avrebbe mai voluto e che in quella occasione aveva optato per la vita di un suo coetaneo, la vita di mio padre.

Una volta si ritrovò il pantalone bucato da parte a parte, probabilmente da una scheggia, lateralmente in corrispondenza del ginocchio, mentre un’altra volta mentre si trovava per terra con il ventre sollevato per evitare contraccolpi da esplosioni, ma con il mento poggiato per terra, una scheggia gli portò via la sabbia proprio da sotto il mento ed anche quella volta non riportò nemmeno un graffio.

Certo che in guerra, specie quando sei in prima linea, la morte ti cavalca sempre a fianco e lui da tutti questi episodi si era convinto che continuava a vivere perché non era ancora giunto il suo momento, per cui non aveva più alcun timore della morte e mai più l’ha avuto. Mi diceva sempre: è inutile preoccuparsi in ogni occasione. Se non è ancora giunto il tuo momento, puoi stare tranquillo. Quando invece giungerà quel momento, non ci sarà nulla da fare e quindi anche in quella ultima occasione, sarà ugualmente inutile preoccuparsi. A pensarci bene, è proprio così. Trascorriamo una vita intera a preoccuparci continuamente ma di certo inutilmente.

In trincea si accavallano ai tanti giorni di tensione pochi momenti di calma in cui pareva che il tempo non passasse mai. Chissà quanti giochi s’inventavano quei ragazzi soldato per allontanare il peso dell’attesa. Mi raccontava che uno dei più frequenti passatempi al fronte, consisteva nel far gareggiare, con tanto di scommesse e relativo tifo, degli animaletti bianchi, credo fossero una specie di pidocchi. Ovviamente ognuno cercava su di sé il proprio campione: bastava passare una mano sotto un’ascella per ritrovarsi con il pugno pieno e scegliere quello che si riteneva più veloce e la gara aveva inizio. Quante risate, che tifo, che divertimento; era un modo come un altro per allentare la tensione che si accumulava in quella vita in prima linea che non doveva essere proprio il massimo per giovani più o meno ventenni.

Qualcuno infatti, pur di essere rimpatriato, sperava di rimanere ferito e c’era poi chi addirittura cercava di procurarsi di proposito una ferita. Un giorno un suo commilitone dopo aver posto le dita della mano in corrispondenza dell’otturatore di una mitraglia chiese a mio padre di premere il grilletto. Lo scatto in avanti dell’otturatore avrebbe tranciato di netto le dita di quel malcapitato. Il babbo, colto da un impeto d’ira, mostrando la sua mano ferita anni prima da quel maledetto petardo gli gridò: guarda la mia mano, è niente rispetto a quello che ti accadrebbe se ti accontentassi, eppure io darei 10 anni della mia vita per avere ancora tutte le dita intatte e tu invece te le vuoi rovinare deliberatamente. A quelle parole il commilitone capì lo sbaglio che stava per commettere e cambiò idea ed in seguito ringraziò mio padre che gli aveva evitato quel gesto insano.

Ricordo invece i racconti riferiti ad un altro commilitone, che il babbo ricordava sempre con tanto affetto, ma con altrettanto dolore. Un giovanissimo eroe, le cui gesta nessuno mai canterà, era diventato quasi cieco, vedeva a malapena le ombre e mio padre, così come gli altri amici, tentava di convincerlo a farsi visitare perché in quelle condizioni non poteva continuare a combattere e sicuramente sarebbe stato rimpatriato. Ma lui imperterrito, si rifiutava, dicendo che stava bene e non poteva abbandonare i suoi compagni, non era giusto. Ogniqualvolta tentavano di convincerlo, ripeteva sempre che quando quella tragica guerra sarebbe finita, tutti assieme avrebbero fatto ritorno a casa. Un giorno però, durante un attacco, raccontava mio padre, con le lacrime agli occhi, una scheggia di granata lo colpì allo stomaco, facendo fuoriuscire intestino ed altri organi interni. Furono momenti di strazio. Solo momenti, perché grazie a Dio la morte lo colse subito. Mi dispiace non ricordare il nome di questo sconosciuto eroe!

Un’altra volta, mentre i nostri soldati erano in ritirata incalzati dal nemico, il babbo notò un soldato anziano che convinceva un giovane che tremava di paura, a mettersi dietro di lui, per poter così essere al sicuro. In realtà, poiché si stavano ritirando, inseguiti dal nemico, i colpi provenivano da dietro e quindi sarebbe stato il soldatino a riparare il veterano. A quella vista il babbo fu preso da un moto di collera e apostrofò in malo modo il furbo e vile veterano e lo obbligò a mettersi lui alle spalle del giovane soldato, puntandogli contro la sua pistola.

Un altro giorno Walter era di pattuglia in territorio nemico, assieme ad un altro soldato che gli faceva da portamunizioni, quando improvvisamente furono fatti bersaglio da un nutrito fuoco: erano stati intercettati. In quei momenti di tensione e di panico si dettero alla fuga, cercando di ripararsi e si persero di vista. Ritornata la calma, mio padre si mise alla ricerca del suo amico, stando ben attento a non farsi scoprire dal nemico. Dopo diverso tempo, visto che le sue ricerche furono vane rientrò al suo accampamento, sperando di trovarlo vivo e vegeto al campo. Purtroppo alla sua tenda non aveva fatto ritorno e nei dintorni nessuno lo aveva visto. Dopo aver atteso inutilmente per un po’ il suo ritorno, preoccupato si rifornì di munizioni e da solo si avventurò di nuovo tra le linee nemiche a continuare le ricerche nella fitta boscaglia dove erano stati avvistati. Più di una volta avvertì la vicinanza di pattuglie nemiche che fortunatamente non lo scoprirono. Non so quanto durò la sua ricerca, comunque non riuscì a trovare il corpo del suo amico e deluso e amareggiato rientrò ancora più mestamente al campo, pensando che se non era stato ammazzato, era forse stato fatto prigioniero. Ma quando raggiunse di nuovo le proprie linee gli riferirono che il suo amico si trovava al campo, in un’altra tenda a giocare a carte. In parole povere il suo portamunizioni, che in quanto tale, aveva l’obbligo di stargli vicino, ai primi colpi del nemico lo aveva abbandonato rientrando al campo, senza preoccuparsi minimamente della sorte del suo amico.

Ma come si fa ad abbandonare senza sensi di colpa un commilitone, un amico, lasciato senza munizioni e senza conoscere la sua sorte e non provare neanche un briciolo di rimorso, ma avere l’incoscienza di mettersi tranquillamente a giocare a carte con gli amici. Si può immaginare la sua rabbia quando se lo trovò davanti, al pensiero di essere ritornato tra le linee nemiche, aver rischiato inutilmente la vita, credendolo in pericolo ferito, o addirittura morto, mentre quell’essere, non conoscendo la sua sorte, non aveva avuto per lui nemmeno un piccolo pensiero. Non lo sfiorò nemmeno con un dito, ma di certo le sue parole furono più taglienti di una lama; non so esattamente le frasi profferite, ma ne conosco molto bene il significato: per me tu non esisti più, perciò non farti più vedere e non venire a cercarmi. E così fu da quel momento, ma terminata la guerra e rimpatriati, oppresso forse dal rimorso per il suo vile comportamento, si presentò a Ravenna a casa di mio padre per chiedergli perdono ma il babbo non lo volle nemmeno vedere. Il tempo non aveva ancora mitigato la sua collera. Non lo aveva ancora perdonato. Negli ultimi tempi però, tra i tanti discorsi che facevamo, mi disse un giorno, ricordando quel lontano episodio, che aveva ormai perdonato quel suo commilitone.

Ritornando al fronte, ricordo che il babbo raccontava che il suo reparto si trovava alla fine delle linee italiane, subito dopo iniziavano le linee austro-tedesche, per cui le truppe erano a stretto contatto tanto che divenne amico fraterno di un soldato nativo di Innsbruck, si chiamava Satna Helmut, così pronunciava il nome il babbo, ma lo aveva soprannominato 'addio Kira' diceva da un film che aveva visto; forse gli ricordava un episodio o uno dei protagonisti, non ho mai saputo perché gli aveva affibbiato quel nomignolo. In quell’inferno si consolidò un legame di amicizia talmente forte che quando mio padre era fuori di pattuglia, il suo amico d’oltralpe non toccava cibo fino a quando non lo vedeva rientrare sano e salvo. Un giorno un suo connazionale si permise di offendere il popolo italiano e 'addio Kira' gli si scagliò contro con veemenza ed i due si azzuffarono violentemente. I presenti non riuscivano a dividerli e per riportare la calma dovette intervenire mio padre. Per le situazioni che di lì a poco venivano a crearsi, i due amici si persero di vista e non si sono mai più incontrati. Il babbo ha sempre ripensato a quel suo amico d’oltralpe di tanti anni fa ed ha anche cercato di rintracciarlo, ma le sue ricerche non hanno dato alcun esito.

Comunque, come si può immaginare, la vita di trincea non era per nulla facile. Cibo ed acqua non si reperivano facilmente. Al di là delle nostre linee, nella terra di nessuno, c’era una sorgente d’acqua ed una notte, come tante altre, il babbo si avventurò fuori per raggiungerla, nonostante il terreno intorno fosse tutto minato. Camminava con circospezione, cercando di non far rumore e stando bene attento ad evitare le mine, quando la luna, uscendo dalle nuvole, illuminò d’improvviso tutto intorno, facendo brillare un filo di nylon proprio sotto il suo piede, nell’atto di completare il passo. Il babbo rimase un attimo immobile, quasi pietrificato, pensando al pericolo corso, poi ritirò lentamente il piede: se la luna non avesse fatto capolino dalle nuvole e lui avrebbe poggiato il piede a terra, la sua vita sarebbe finita quella sera in quel campo minato in Africa. La sete era tanta, per cui passato il momento di panico, si spostò lateralmente per evitare la mina e pian piano riuscì a raggiungere la sospirata sorgente, fare un pieno d’acqua e ritornare tra le sue linee sano e salvo.

Un giorno un suo commilitone gli riferì di aver visto il loro capo squadra intento a mangiare di nascosto un pezzo di pane, staccato da una pagnotta che celava nella bisaccia. Poiché oltre alla sete, anche la fame era tanta, appena fu possibile, il babbo s’impossessò di quello che restava della pagnotta e lo divise equamente fra il gruppo dei suoi commilitoni. Quando il diretto interessato lo scoprì, chiese con rabbia chi aveva osato rubare il suo pane. Il babbo non cercò minimamente di nascondere il suo gesto, anzi confessò candidamente di essere stato lui e quando gli fu chiesto con veemenza una giustificazione, rispose: 'Lei è il nostro capo, conosce perfettamente le nostre condizioni, sa che moriamo di fame e vuole sapere da me perché mi sono impossessato del suo pezzo di pane. Ma è lei che deve dare spiegazioni a noi. Lei che invece di darci il buon esempio, infonderci sicurezza e coraggio, pensa solo a se stesso, nascondendo un pezzo di pane che consuma da solo, poco per volta, mentre i suoi soldati patiscono la fame, ma sono pronti a tutto, anche all’estremo sacrificio. Le sembra giusto tutto questo?'. Il giovane ufficiale, che in fondo non era cattivo, alle veementi parole di quel fante bambino si rese conto della sua ignobile azione e la faccenda non ebbe alcun seguito.

Pur essendo in prima linea, affamati, assetati, stanchi e con tanto sonno arretrato, i poveri soldati erano costretti a subire anche le ispezioni degli ufficiali. In una di queste occasioni un suo commilitone che non era stato pronto a dare l’alto là era stato pesantemente redarguito e mortificato, tanto che il babbo rimase molto male e chiese a tutti di avvertirlo immediatamente alla prossima ispezione. La sera successiva il primo che notò un’ombra avvicinarsi furtivamente, avvertì il babbo, il quale, con quanto fiato aveva in gola urlò: 'alto là, parola d’ordine, fermo o sparo', caricando contemporaneamente con forza il fucile. L’ufficiale che aveva riconosciuto l’operazione di carica appena effettuata, cominciò a balbettare, tanto da non riuscire a dire la parola d’ordine, mentre il babbo continuava ad intimarlo di fermarsi e farsi riconoscere. Alla fine il malcapitato riuscì a fatica a gridare oltre alla parola d’ordine, anche il suo nome e raccomandandosi più e più volte di non sparare. Giunse in postazione bianco come un cencio ed appena si allontanò, vi fu inevitabilmente una fragorosa risata ed ognuno cercava di ripetere a modo suo la scena appena vissuta. Certo si capisce che bisogna essere sempre pronti per evitare sorprese da parte del nemico, ma non si può pretendere sempre una pronta reazione dopo giorni e giorni senza chiudere occhio. Comunque da quella sera non vi furono più ispezioni.

Mi raccontava ancora mio padre che le condizioni al fronte andavano sempre peggiorando. Spesso i rifornimenti erano intercettati dal nemico e non riuscivano a raggiungere le nostre linee. Quelle rare volte che non erano intercettati, specie nell’ultimo periodo, poco prima della resa, le taniche che avrebbero dovuto contenere benzina per i mezzi motorizzati, spesso contenevano soltanto acqua maleodorante che non poteva nemmeno essere utilizzata per bere ed i mezzi, tra cui i carri armati, continuavano a rimanere fermi. Chissà se chi sostituiva la benzina con acqua provava qualche rimorso per la sorte di tutti quei giovani già fortemente colpiti dalla gravità delle condizioni al fronte. Mio padre si è sempre chiesta la motivazione ed ora anch’io me la chiedo: chi sostituiva la benzina con acqua lo faceva per boicottaggio, perché era contrario alla guerra ed al regime fascista oppure lo faceva solo per poter guadagnare i soldi dalla vendita del carburante? Mi auguro che non sia questa seconda ipotesi, anche se credo la più probabile.

Le cose andavano già molto male per le nostre truppe e pur se minimamente, anche grazie a questi episodi, peggiorarono sempre più fino a che si arrivò alla resa incondizionata. Iniziò anche per mio padre il triste periodo della prigionia. Avendo scoperto che è partito militare l’8 Aprile 1942 e che ha partecipato ad azioni di guerra sul territorio fino al 13 Maggio del 1943, ultimo giorno di guerra in Nord Africa e quindi anche il primo giorno della sua prigionia che durò circa un anno e mezzo.

Proprio in questi giorni, grazie ai dati acquisiti, ho potuto finalmente conoscere inequivocabilmente i giorni vissuti da mio padre in quei tre mesi di guerra e le località toccate ed ho scoperto che sono stati tre mesi duri, di continui combattimenti e ritirate. Infatti quei tre mesi sono stati gli ultimi della guerra in Nord Africa e quei battaglioni, tra cui quello a cui apparteneva mio padre, sono stati gli ultimi ad arrendersi.

Non aveva ancora 20 anni, l’età più bella in cui un giovane normalmente pensa solo al divertimento, a godersi la vita rincorrendo i propri sogni, invece si ritrovò catapultato al fronte, in Tunisia, anche se da volontario, a combattere una guerra che lui non avrebbe mai voluto. Nei suoi racconti ricordo di aver sentito parlare di Tunisi, Biserta, Algeri e di Sfax, in quanto città principali, ma non certo di tutte le altre località minori ed inoltre mi ha sempre parlato del vento del deserto, il famoso ghibli. Credo che lui, come tutti i suoi commilitoni, era così concentrato ad attaccare, a difendersi, ad avanzare, a ritirarsi, a cercare di riportare a casa la pelle che non si è mai interessato, né c’era il tempo, di conoscere i nomi di quelle località che hanno dato i nomi alle tante battaglie, né si è reso veramente conto dell’eroiche gesta di cui anche lui è stato protagonista.

L’ultimo manipolo di soldati italiani in terra d’Africa, ormai senza viveri, carburante e munizioni, aveva sostenuto la possente onda d’urto dell’armata anglo-americana senza essere sopraffatto. Essi tennero le posizioni, non furono vinti! In quel manipolo di soldati italiani in terra d’Africa c’era anche il babbo.

Quelle gesta eroiche sembra non facciano parte della storia. Ora che ho conosciuto le vicissitudini della breve ma intensa parentesi di guerra di mio padre, non posso far altro che esserne fiero, come lo devono essere i figli e parenti tutti di quei giovanissimi che tennero alto l’onore della Patria, molti dei quali hanno bagnato col proprio sangue la sabbia del deserto. I più fortunati tra loro che hanno potuto far ritorno alle proprie case, hanno ripreso in silenzio la loro vita, con la semplicità e la dignità che li ha contraddistinti. In giovane età hanno solo risposto al richiamo della Patria, pur non conoscendo le ragioni di Stato. Molti di loro hanno combattuto in condizioni di disagio una guerra nel deserto scrivendo pagine e pagine d’eroismo.

Nemmeno una parola per loro, mentre si sprecano cerimonie per tanti pluridecorati che forse non hanno nemmeno conosciuto direttamente la guerra, ma che sono sempre in prima fila a marciare impettiti pronti a ricevere ulteriori onorificenze. Quel 13 Maggio 1943 terminava per mio padre la breve ma intensa esperienza di guerra ed iniziava l’esperienza, ben più lunga, della prigionia in terra straniera. Era partito volontario per andare simbolicamente a salvare il padre prigioniero in Africa ed ora, ironia della sorte, si trovava nelle sue stesse condizioni. Padre e figlio accomunati dalla prigionia, anche se il padre era forse già stato trasferito in un campo in India.

In tutti questi anni non ho mai saputo in quale località dell’Africa Settentrionale trascorse la prigionia, sapevo soltanto che si trattava di un campo tenuto dagli inglesi. Nelle vecchie carte che ho trovato in questi giorni ho rinvenuto un foglio scritto a mano con un timbro che porta la scritta: 'P.O.W. CAMP n. 211' e da ulteriori ricerche ho scoperto che questo campo di prigionia era dislocato a Capo Matifou, nei pressi di Algeri, a circa 12 Km. di distanza. Non so se ha trascorso tutto il tempo di prigionia in questo campo o è passato anche per altri. Come vorrei poter conoscere, istante per istante, tutta la sua vita trascorsa in quei tre mesi di guerra e durante tutto il tempo della sua lunga prigionia. Sarebbe per me meraviglioso incontrare chi ha condiviso con lui quelle tragiche esperienze e magari lo ha anche conosciuto, ma so che è quasi impossibile dopo oltre 60 anni.

Ho una pena nel cuore a pensare a quel ragazzo, mio padre, ma anche a tutti gli altri, più o meno giovani chiusi in campi circondati da reticolati, di qualsiasi nazionalità, di una parte e dell’altra, prigionieri di tutte le guerre, con la speranza che il genere umano possa un giorno bandire dal suo vocabolario la parola guerra. Con eguale intensità sono fiero anche di tutti quelli che si sono ritrovati a combattere dalla parte opposta. Tanti giovani che hanno sacrificato la propria gioventù, se non la propria vita per un ideale. È proprio il sacrificio per un ideale che fa di semplici uomini degli eroi. Purtroppo all’epoca furono tanti che indossando una divisa da gerarca commisero soprusi, macchiandosi di crimini ed al momento opportuno i più furbi sono anche riusciti a saltare sul carro dei vincitori e magari continuare sotto un’altra veste a commettere atrocità. E quanti dall’altra parte, senza alcun ideale, si sono rifugiati impauriti negli angoli più reconditi, per poi venir fuori allo scoperto quando il pericolo era passato e dare sfogo alle proprie meschinità.

Dopo tanti anni sarebbe giusto ricordare tutti coloro che si sono battuti per un proprio ideale, da una parte e dall’altra, con onore e dignità, facendo piena luce sulle atrocità commesse in quei tragici giorni. Sarebbe meraviglioso che tutti i puri, sopravvissuti all’azione del tempo, si mobilitassero e si riunissero in unico grande abbraccio, lasciando ai politicanti di turno le insulse chiacchiere, per sancire finalmente la pace, tra veri uomini, veri italiani, eroi, come sono certo è già accaduto per coloro che prima degli altri si sono avviati alla casa del padre. Dopo l’8 Settembre, come accadde in ogni campo, tra tutti i prigionieri, a rifiutare la cooperazione furono in pochi e fra questi mio padre. Mi raccontava che lui, essendo giovanissimo, all’epoca non aveva ancora compiuto venti anni, era molto titubante e preoccupato delle conseguenze della sua scelta, pensando che essendo rimasti in pochi a non cooperare, potevano essere facilmente eliminati e nessuno avrebbe mai conosciuto la loro sorte. Un veterano che lo vide preoccupato, gli si avvicinò e gli disse: 'collaborare con il nemico significa aiutarlo a predisporre ordigni che un giorno potrebbero ammazzare un tuo amico o un tuo caro'. Nell’udire ciò il babbo si rincuorò convincendosi della bontà della sua scelta e non se ne è mai pentito. Mi diceva che nel campo dove era rinchiuso, nei primi giorni quelli che avevano aderito a collaborare venivano svegliati al mattino presto per andare a svolgere i compiti loro assegnati, mentre venivano bonariamente presi in giro dai non cooperanti che rimanevano ancora a riposare. Credo, suffragato anche dalle notizie che piano piano riesco a reperire, la pacchia durò solo qualche giorno perché i non cooperanti furono riuniti tutti assieme in un settore del campo e per loro la prigionia divenne ancora più dura.

Comunque quelli che decisero di collaborare hanno a suo tempo fatto liberamente la loro scelta, dettata da propri convincimenti e non sono certo da condannare.

Il campo di prigionia era delimitato da filo spinato e tutto intorno era circondato dalla sabbia, per cui anche se era facile uscire dal campo, non era opportuno fuggire senza avere un valido appoggio dall’esterno. Come ho saputo da chi è stato in quel campo, i non cooperatori venivano portati all’esterno a lavorare anche per privati. Molto probabilmente proprio in occasione di una di queste uscite, mio padre si allontanò e si introdusse nella città vecchia, la cosiddetta casbah. Durante il suo girovagare incontrò un italiano, nativo di Palermo che era fuggito e vi si era stabilito costituendo un gruppo di malavitosi di cui era divenuto il capo il quale si offrì di aiutarlo ad inserirsi nel caso voleva trovare rifugio all’interno della città vecchia.

Chi ha conosciuto mio padre sa che non avrebbe mai scelto di vivere lontano dalla sua amata Patria e per giunta di espedienti. Dopo avervi trascorso qualche ora, giusto il tempo di assaporare l’ebbrezza della libertà, rientrò al campo. Per poter meglio comprendere il carattere di mio padre s’immagini che nell’uscire, ognuno s’industriava per cercare di portar via capi di vestiario da poter scambiare con qualcosa da mangiare. Il babbo era capace solo di indossare contemporaneamente due o tre paia di calzini.

Dopo un po’ di quella vita il babbo, come tanti, si ammalò e fu curato nell’ospedale da campo. Appena guarito si propose come infermiere, forse per tentare di migliorare quella vita di prigioniero ed evitare quelle uscite al mattino e ritorno alla sera, probabilmente anche a piedi per diversi chilometri nella sabbia del deserto. Riuscì nell’intento ed in virtù della sua nuova posizione potè aiutare i suoi amici di sventura con uno dei quali è sempre rimasto in contatto.

Quando mi è capitato di assistere ad una loro telefonata, ho potuto constatare la commozione e la gran gioia che provava mio padre e riuscivo a captare gli stessi sentimenti dall’altra parte del filo. Un’amicizia, nata in quei particolari e difficili momenti, da niente e nessuno potrà mai essere cancellata. Ho risentito qualche giorno fa, dopo oltre venti anni, questo suo amico, per chiedergli informazioni della loro vita trascorsa nel campo P.O.W. 211 e dalla sua voce traspariva la stessa commozione che avrebbe provato se avesse parlato con mio padre ed inevitabilmente l’ha trasmessa anche a me. Mentre mi parlava di lui, di momenti vissuti assieme e sensazioni provate, sembrava che il tempo si fosse fermato ad allora e sentivo il babbo vivo più che mai.

Si sa come vengono trattati dai vincitori i prigionieri di guerra. Accadeva abbastanza di frequente che un militare inglese gettava di proposito il mozzicone della sua sigaretta, proprio vicino ad un gruppo di prigionieri italiani e quasi sempre alcuni di loro si azzuffavano per riuscire ad impadronirsi della cicca e fare qualche tiro, mentre gli inglesi assistevano divertiti alla scena, ridendo e commentando l’accaduto. Addirittura mi è stato riferito da chi è stato in quel campo e ne è stato testimone oculare, che anche un alto ufficiale italiano si abbassava a raccattare la cicca gettata di proposito dai soldati inglesi. Il babbo, come del resto tanti altri prigionieri, non ha mai dato loro questa soddisfazione, anzi quando gli capitava di assistere a scene del genere, fissava intensamente gli inglesi negli occhi con disprezzo e quando la voglia di fumare era molto forte, preferiva arrotolarsi un foglio di carta per fare qualche tiro.

Certo che il comportamento di quei vinti che si lasciavano andare a scene del genere, provocando l’ilarità dei vincitori era poco edificante, ma da non condannare e non spetta certo a chi non ha vissuto quell’esperienza giudicare quelle azioni. Quei ragazzi, costretti da reticolati in terra straniera, lontano dagli affetti familiari e dalla loro Patria, dopo aver partecipato a cruenti battaglie, non si trovavano certo nelle migliori condizioni fisiche e psicologiche ed anche un solo tiro dal mozzicone di sigaretta poteva aiutarli a lenire quell’atroce sofferenza. Non intendo giudicare nemmeno il comportamento di quell’alto ufficiale, anche se lui, in quanto tale, avrebbe dovuto dare il buon esempio con il suo contegno dignitoso. Ma è il comportamento di quei soldati inglesi che condanno e certamente non giustifico.

Mi raccontava inoltre che mentre loro pativano la fame, al campo 211 gli inglesi se la passavano bene, a loro il cibo non mancava mai, tanto che spesso non riuscendo a consumare le loro derrate giornaliere, preferivano distruggerle anziché distribuirle ai prigionieri. Più di una volta il babbo ha visto con i suoi occhi gli inglesi fare delle buche profonde nel terreno e sotterrare, deponendole una sull’altra, le fette di carne avanzate nella loro mensa; il ricordo di quelle lontane scene gli procurava ancora tanta rabbia. Purtroppo simili episodi sono certamente accaduti in tutti gli altri campi di prigionia, non esclusi quelli di prigionieri alleati trattenuti dagli italiani. Ed è questa la cosa peggiore.

I giorni di prigionia erano lunghi e tristi, anche un tramonto era motivo di struggente malinconia; in quei momenti rammentava con nostalgia il padre prigioniero da qualche altra parte, la madre, la sua Romagna, Ravenna, la sua casa, i suoi amici. Nella desolazione del campo 211, riportò su di un foglio di carta tutta la struggente malinconia e tutte le emozioni che provava un ragazzo più o meno ventenne costretto da un recinto di reticolati in terra straniera, lontano dagli affetti più cari. La poesia è fatta con semplici parole (il babbo ha completato solo il ciclo delle elementari), ma tra le righe traspare tanta emozione.

Terra lontana
Dolce mia terra dai fiori di serra
Hai un nome di storia o mia dolce Ravenna.
Sei limpida e adorna di pianure in fiore
E sulle torri vi sta il tricolore.
Mentre tramonta il sol da lontano
Tu chiami i tuoi figli, ma invano, ma invano.
Io prigioniero mi trovo in un campo,
mentre una voce passa di lampo,
proviene questa dalla vicina montagna
ed è Ravenna che grida: In piedi Romagna!
Scomparsa la voce, restò un silenzio atroce.
Sublime corre lo sguardo ai desolati,
ma non si vede altro che reticolati.


Per gli stenti e le precarie condizioni a cui erano costretti a vivere i prigionieri, in molti si ammalarono e di tanto in tanto venivano rimpatriati. Il giorno 11 Ottobre del 1944, con una nave ospedale dal porto di Tunisi vi fu un rimpatrio ed il babbo, pur essendo non cooperatore, fu imbarcato, proprio in virtù della sua posizione di infermiere, a bordo di quella nave e dopo due giorni di navigazione, sembrati interminabili per il desiderio di ritornare in Patria, fu avvistata la costa italiana. Non so se fu determinante per lui l’essere di servizio in infermeria. Se così fosse, sarebbe l’unica volta in tutta la sua vita che ha saputo trarne vantaggio. Alla vista della costa si avvertirono improvvisamente urla di gioia e si assistette a scene di giubilo: erano i soldati di origine napoletana che esultavano e si abbracciavano, perché avevano riconosciuto l’isola di Capri e quindi avevano intuito di essere arrivati proprio a casa.

Superato il primo momento di stupore, furono immediatamente imitati da tutti gli altri esuli. Si può immaginare la gran confusione che accompagnò l’ingresso della nave al porto di Napoli per la gioia di tanti giovani che da troppo tempo erano rimasti lontano dalla madre patria prima da combattenti e poi da prigionieri, in terra straniera. Quando finalmente il babbo sbarcò, così come fece la maggior parte dei reduci, s’inginocchiò e baciò la nuda terra, anche se non era la sua Romagna, era pur sempre la sua amata Patria, la sua cara Italia. La grande gioia che provava per il rimpatrio fu però oscurata dal pensiero del padre che era rimasto ancora prigioniero, non so se ancora in terra d’Africa, o già trasferito in un campo in India. Appena gli fu possibile, scrisse un’accorata lettera al padre, inviandogli una sua fotografia sul cui retro è riportata la data del 16 Marzo 1945. Oltre la data, la foto riporta la seguente dedica: 'A Napoli sbarcando al padre mio pensai e penso tanto'.
Aguzzi Walter al rientro dalla prigionia
Anche in questo momento, come ogni volta che mi trovo a ricordare episodi da lui vissuti, mi sembra di rivivere e provare le sue stesse emozioni.

I rimpatriati furono divisi in gruppi per la destinazione ed il babbo fu inviato a Pozzuoli, alle terme La Salute, in quel periodo utilizzata come presidio militare. Iniziò così la sua permanenza in questo ridente paesino sul mare, a meno di alcuni brevi periodi che fu trasferito a Pagani e poi a Napoli alla caserma Paisiello.

Mentre si trovava a Pagani, un giorno scoprì che tra alcune bombe a mano che si trovavano in dotazione al presidio militare, c’era una che agitandola emetteva strani rumori. Forte della sua conoscenza appresa al fronte, dove aveva imparato a disinnescare, smontare e rimontare le bombe a mano, cominciò a smontarla. A tale vista l’addetto che si trovava al presidio, fuggì impaurito, mentre il babbo divertito continuò la sua opera verificando alla fine che dall’interno era stata prelevata la polvere ed altre parti importanti, lasciando solo ferraglia.

Mi raccontava che alle terme prestava servizio di leva un giovane tenente ed un giorno nell’incrociarlo, come da regolamento, lo salutò senza ricevere alcuna risposta. Rimase abbastanza male ma non gli dette gran peso, decidendo solo di ignorarlo e non salutarlo più. Caso volle che dopo qualche giorno, mentre si trovava all’ingresso delle terme, quel tenente rientrava al presidio accompagnato dai suoi genitori che erano venuti a fargli visita ed al suo passaggio, coerente con quanto si era prefisso, rimase comodamente seduto, senza degnarlo nemmeno di uno sguardo. Una volta partiti i genitori, l’ufficiale, che non aveva certo fatto una bella figura con loro, chiamò mio padre e gli chiese conto del suo comportamento ed il babbo candidamente gli rispose: 'L’altro giorno io l’ho salutata e lei non mi ha risposto, non degnandomi nemmeno di uno sguardo e non vedo perché mai io dovrei continuare a salutarla'. L’ufficiale capì l’errore che aveva commesso e fu lui a scusarsi con mio padre e da quel momento ogni qualvolta si incontravano, era sempre prima lui a salutare.

Sono venuto a conoscenza di un altro episodio che mio padre non mi ha mai raccontato, ma mi è stato riferito da un conoscente, amico di famiglia, un paio di anni fa, che all’epoca era un ragazzino ed un giorno mentre si trovava a giocare sulla spiaggia proprio di fronte alle terme, si ferì. Mio padre che si trovava nei paraggi, nel vedere quel bambino sanguinante immediatamente lo prese in braccio e lo portò al presidio militare per farlo medicare. Nell’accompagnarlo fuori, il babbo passò dalla cucina procurandosi un pezzo di pane che donò a quel ragazzino il quale lo accettò ben volentieri, tanto che dopo oltre 60 anni lo ricordava ancora.

Questo era mio padre. Un uomo dolce, sensibile, altruista, con un animo nobile e dall’indole fiera, che nemmeno l’amara prigionia aveva scalfito. Aveva inoltre un fisico possente, era alto circa un metro e ottanta centimetri, capelli castano chiari ed in quel tempo a Pozzuoli, in cui la maggior parte della popolazione era bruna e di statura non molto alta, fece subito colpo sulle ragazze locali e tra tante conobbe mia madre e cominciarono a frequentarsi.
Aguzzi Walter al rientro dalla prigionia
Infine il babbo in una vecchia foto scattata a Pozzuoli all’interno del presidio militare delle terme La Salute durante la sua permanenza.