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| Guerra civile in Italia - La RSI e la popolazione |
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Non posso omettere, a chiusura di questa breve e sommaria rassegna sul mio operato di ministro delle Forze Armate della Repubblica Sociale, di accennare alla istituzione dell'Ufficio Assistenza Distrettuale, che si rese altamente benemerito delle famiglie dei militari, senza alcuna distinzione di appartenenza al Sud o al Nord. Scopo della sua creazione fu di evitare che la disorganizzazione susseguita all'8 settembre si estendesse ai servizi dell'assistenza alle famiglie. Successivamente l'Ispettorato si trasformò in Ufficio centrale, alle dipendenze del Gabinetto del ministro.
Esso aveva il controllo sulla sezione assistenziale degli enti militari periferici, e funzione di consulenza e patrocinio per le famiglie dei militari e militarizzati alle armi, presenti alle bandiere, dispersi, prigionieri, internati, o comunque già appartenenti alle forze armate regie; oltre che ai militari ricoverati in ospedali, in convalescenza ed in attesa di quiescenza. L'Ufficio centrale di assistenza, oltre a provvedere, per quanto concerneva le famiglie dei militari appartenenti alle forze armate repubblicane, curava altresì : di far aumentare, sino ad adeguarli al costo della
vita in atto in quel momento, gli assegni spettanti alle famiglie dei militari deceduti o dichiarati irreperibili, quasi tutti delle forze armate regie; di far corrispondere gli assegni anche in base alla semplice corrispondenza privata, od a semplice testimonianza; di fare effettuare i pagamenti dagli uffici postali locali in base ad appositi ruoli, che assicuravano la continuità meccanica nei pagamenti, onde le famiglie predette poterono continuare a percepire regolarmente i loro assegni, anche nel periodo turbinoso della cessazione delle operazioni belliche, e nei mesi successivi.
Gli ufficiali addetti all'Ufficio di assistenza e delle Delegazioni non sono stati, questa volta almeno, incriminati di collaborazionismo col nemico ai danni del popolo italiano e l'attività da loro svolta è stata apprezzata dal Ministero della Guerra attuale, che non sono stati ritenuti passabili d'altra pena che di semplice rimprovero. (da 'Una vita per l'Italia', pag.220-221)
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E che dire di quei seicentomila soldati d'Italia che, ignari di quanto l'8 settembre a Roma si perpetrava a loro rovina, furono trascinati nei campi di concentramento in Germania? Chi si occupò della loro sorte, chi li assisté in tutti i modi? Gli atti del Governo del Nord relativi a questa vertenza forse sono stati distrutti dopo il 25 aprile, oppure, se caduti nelle mani degli Anglo-Americani o degli Uffici informazioni italiani, vengono tenuti ben occulti al popolo italiano perché esso ignori la verità. Ma si rivela dalla indiretta testimonianza che emerge dal Libro bianco del Cardinale Schuster
ciò che fu fatto per loro dal Governo repubblicano. L'azione personale di Mussolini, che anche per questo si batté tenacemente con Hitler, e l'intervento diretto del Ministero delle Forze Armate - quindi mio - a mezzo della Commissione presieduta dal generale Morera in Germania, valsero finalmente a che essi fossero tolti dai campi di concentramento e dichiarati lavoratori liberi prima, per chi volle accettare la qualifica di volontario del lavoro, infine completamente liberati. Quei seicentomila uomini non erano certo stati deportati in Germania per colpa del Governo del Nord ma di chi, attraverso
l'ignominiosa resa a discrezione, ne aveva tradito la buona fede mentre volgevano il petto al nemico e li aveva poi abbandonati al furore dell'alleato di ieri contro il quale avrebbero dovuto volgere le armi. (da 'Una vita per l'Italia', pag.223)
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Nello stesso giorno del 23, a seguito dell'avvenuta proclamazione del PFR, era stata abrogata l'ordinanza emessa da Kesselring l'11 settembre in cui l'Italia, occupata dai tedeschi, era considerata 'territorio di guerra', ciò che avrebbe implicato un'assoluta dittatura militare. Se tale abrogazione non fosse avvenuta, è sempre Romualdi che scrive, la popolazione, le istituzioni e le industrie italiane del centro-nord, e fino al termine della guerra, sarebbero state senza appello assoggettate alle spietate e vessatorie leggi del Terzo Reich hitleriano, e nessun intervento ufficiale o ufficioso avrebbe
potuto mitigarle. Restavano ovviamente valide le leggi internazionali di guerra, sancite dalla Convenzione di Ginevra, secondo cui un esercito, in territorio straniero, aveva il diritto di rappresaglia contro attentati o attacchi armati proditori, ufficialmente definiti atti illegittimi di guerra. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.54-55)
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Lo stesso Mussolini dichiarò d'essere diventato capo della RSI per forza maggiore. A questo proposito così si era espresso: 'Non penseranno che io mi diverta a governare in queste condizioni. Non mi diverto affatto; e non lo farei se non avessi la certezza di essere utile al mio Paese e alla futura pacificazione del mondo [...] Non appena presi contatto con Hitler, nonostante la sua accoglienza davvero amichevole, mi accorsi delle sue tremende intenzioni nei riguardi dell'Italia, e ne rimasi assai sconcertato, specie allorché capii che rifiutando io di costituire un governo, altri uomini qualsiasi
sarebbero stati incaricati di farlo con le buone o le cattive, e con quali conseguenze è facile immaginare. Materialmente non me lo dissero, ma dalle loro parole dalle loro iniziative era fin troppo facile arguirlo'. Del resto, in un suo discorso, Hitler aveva parlato di gas per i traditori e di terra da bruciare riferendosi all'Italia [...] E l'ambasciatore tedesco Rudolf Rahn: 'L'Italia è stata dichiarata terra di preda bellica. Potrà avvenire di essa quello che è avvenuto per la Polonia. Costituendosi questo Governo, la violenza sarà attutita'. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.56-57)
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A proposito dei nostri rapporti con i tedeschi, così si espresse il Duce: [...] 'Comprendo perfettamente, caro Borghese, aggiunse, tutta la vostra amarezza che, consentitemi, è poca cosa rispetto a quella che personalmente, dalla costituzione della Repubblica Sociale Italiana, vado di giorno in giorno accumulando. Durante la mia detenzione avevo avuto modo di riflettere a lungo. Non vi sorprenderete dunque se vi dirò che quando mi incontrai con Hitler, dopo la liberazione dal Gran Sasso, pur prendendo sulle mie spalle tutta la responsabilità della situazione italiana, gli dichiarai di essere fermamente deciso
a uscire dalla scena politica. Ero stanco, ammalato, sconfitto. Ma Hitler mi mise con le spalle al muro. Mi disse che l'Italia senza il fascismo sarebbe stata trattata come nemica della Germania, quindi soggetta a occupazione militare e preda di un esercito assetato di vendetta e che, a garanzia politica e militare, avrebbe incorporato il Trentino e l'Alto Adige nel Terzo Reich. Inoltre, avrebbe fatto di Trieste una base navale germanica. Continuando nelle sue minacce, il Fuhrer mi disse anche che avrebbe sempre trovato, qualora io insistessi nel mio rifiuto a rientrare sulla scena politica, uno o più gerarchi
disposti a costituire un governo fantoccio che egli avrebbe manovrato a suo piacimento. Compresi che non avevo scelta: l'Italia aveva ancora bisogno di me. E accettai l'incarico di costituire la Repubblica Sociale Italiana, nonché ritenni mio dovere di salvare il salvabile, a costo di molti sacrifici per la mia dignità personale. [...] Per quello che ho ritenuto fosse il bene del Paese, sono stato a volte obbligato ad assumere posizioni che possono apparire di acquiescenza e di subordinazione. Ma ho agito così e così continuerò ad agire, perché anche la vita dell'ultimo degli italiani mi sta a cuore.
Se gli italiani non lo comprendono, lo comprenderà, forse in un domani, la Storia'. (da 'J.V.Borghese e la X MAS', pag.164-165)
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Mi tornarono alla mente, in quei momenti, le giornate del dicembre precedente, quando la visita di Mussolini a Milano aveva scatenato un'ondata di entusiasmo popolare, autentico e incontenibile, mentre nessun partigiano aveva osato farsi vivo per le vie della città. (da 'La generazione che non si é arresa', pag.7)
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E in questa prospettiva che vanno visti i numerosi tentativi fatti da uomini responsabili delle due parti che si vanno delineando, i quali consci della sventura in cui è caduto il paese, memori di un passato che si è vissuto insieme, pur nelle divergenze dei giudizi su quella crisi, manifestano una chiara volontà di trovare un modus vivendi che permetta di superare quel punto senza arrivare a uno scontro frontale tra italiani. Diffuse su tutto il territorio e in tutti gli ambienti della Repubblica, quelle iniziative di 'riconciliazione' non possono essere viste come episodi slegati, connessi alla buona volontà di questo
o quell'altro, ma costituiscono una corrente di ispirazione che investe i migliori e i più responsabili. A Venezia prende corpo la più importante di queste iniziative. Il 29 settembre '43 il federale Eugenio Montesi, che pur era stato imprigionato nel periodo badogliano, dopo aver disposto la liberazione dalle carceri degli ebrei e degli antifascisti che vi erano detenuti, insieme al podestà Alessandro Passi convoca una conferenza alla quale partecipano gli esponenti degli altri partiti, dai comunisti ai repubblicani ai socialisti ai democristiani, con l'invito ad affrontare la drammatica situazione del paese 'con cuore puro,
al di sopra degli egoismi e delle passioni di parte'. A conclusione di questa riunione, in cui tutti hanno pari dignità e pieno diritto di esprimere le proprie opinioni e in cui si prospettò la formazione di un 'fronte unico nazionale, nel quale tutti gli italiani si sarebbero ritrovati per poi ricostruire la Patria', l'avvocato Gianquinto che si era presentato come 'comunista nazionalista' dichiarava: 'Siamo qui per fare opera di pacificazione e di collaborazione nel limite del possibile'. A questa iniziativa, sostenuto perfino dagli squadristi della città, risponde il federale di Verona che chiede al comando tedesco di liberare
tutti i prigionieri politici arrestati dopo l'8 settembre 'per mostrare coi fatti la volontà di unione e di concordia'. Stanis Ruinas ricorda che a Firenze e a Modena 'fascisti e antifascisti, di fronte al dramma del paese volevano bruciare vecchi e nuovi rancori, darsi la mano e lavorare assieme soprattutto per il popolo che allora più che mai aveva bisogno di guida e di assistenza'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.110-111)
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'Il tentativo di pacificazione è generale' scrive Giorgio Bocca storico antifascista, resistente, partigiano di Giustizia e Libertà, 'a Padova il ministro della istruzione, Carlo Alberto Biggini, mantiene nella carica di rettore dell'università Concetto Marchesi, che accetta, nella linea di Gianquinto, e solo dopo l'inaugurazione dell'anno accademico [...] riceve la severa critica del suo partito [comunista] e l'ordine di troncare ogni rapporto col ministro'. (da 'I balilla andarono a Salò', pag.111)
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Mussolini giunse a Rastenburg con un cappellaccio in testa ed un cappottone che lo facevano apparire come un terremotato giunto in un campo profughi. Hitler lo accolse cordialmente e, dopo i convenevoli, i due si ritirarono per discutere la dura realtà della politica. Del colloquio non esiste un verbale, ma è certo che fu lì che Mussolini accettò di assumere la carica di capo del governo nazionale fascista, la cui nascita era stata annunciata il 9 settembre. Mussolini, è appurato, voleva ritirarsi a vita privata, eppure accettò. Perché? La solita soggezione a Hitler che gli faceva dire sempre di si? Se essa era presente già nel 1940,
figuriamoci ora, in simili condizioni. L'amore, assopito, ma mai scomparso, verso il potere o, quantomeno, verso la politica? Il desiderio di vendicarsi del re, di Badoglio, di Grandi? La volontà di dimostrare di essere capace, per esprimerci come si fa oggi, di un come back? Senza dubbio. Ma di certo il suo pensiero andò anche all'Italia, forse soprattutto. Hitler avrebbe potuto mutare le sorti della guerra con sbalorditive armi segrete: che ne sarebbe stato del popolo italiano, in questo caso? Le armi segrete furono forse l'argomento principale anche del ricatto di Hitler che, giocherellando con il prototipo di una bomba volante,
disse rivolgendosi a Mussolini: 'Lei decide se quest'arma verrà provata su Londra o su Genova e Milano!'. La minaccia ebbe il suo effetto: Mussolini disse di si ed il 15 settembre, dopo 52 giorni di scomparsa dalla scena politica, egli riassunse la carica di capo del governo. […] Alla fine di febbraio del 1945 Mussolini disse: 'La mia vita politica è finita il 25 luglio 1943. Questa non è che un'appendice non volontaria alla quale mi sono lasciato andare nella speranza di fare ancora qualche cosa che possa essere utile al mio paese!'. (da 'In nome della resa', pag.408)
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La FIAT, nel 1915, vedendo nella Grande Guerra un grosso affare, aveva puntato tutto sugli interventisti e poi, negli anni '30, aveva ricavato fortune dalla politica espansionista mussoliniana. Nel 1940, però, precedendo di un anno e mezzo l'atteggiamento prudente di molte industrie giapponesi, avrebbe preferito la neutralità, perché più sicura, ma alla fine aveva ancora una volta accordato fiducia allo 'stellone' del Duce. La sconfitta di El-Alamein aveva fatto però crollare ogni fede nella vittoria e aveva condotto a sperare in una rapida intesa con gli Alleati occidentali. Dopo l'8 settembre, l'occupazione tedesca e la nascita della RSI, condussero la FIAT e le altre industrie ad inserirsi nell'orbita dello Stato nazifascista,
mantenendo stretti contatti con il Duce, pranzando e cenando con i 'capoccioni' tedeschi e, contemporaneamente, attendendo gli Alleati (la cui vittoria era fuori discussione), presso cui avevano i propri rappresentanti. Questa strategia, che prevedeva anche la distribuzione di centinaia di milioni di lire al CLNAI (con lo scopo di crearsi una 'verginità antifascista' e, per giunta, 'comunisti riconoscenti'), fece parare il colpo della socializzazione, garantendo, per il dopoguerra, il potere industriale anche nel caso improbabile (o impossibile) di una tarda vittoria del Terzo Reich e quindi della Repubblica Sociale Italiana. (da 'In nome della resa', pag.422-423)
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Indubbiamente la RSI sorse per proteggere gli italiani e lo dimostra la frase di Hitler del 13 settembre 1943. Nell'occasione il Fuhrer disse: 'O vi sarà il binomio Mussolini-Graziani o l'Italia verrà trattata peggio della Polonia!'. Questa minaccia ci è confermata dal colonnello Eugen Dollmann, che spesso funse da interprete di Hitler per la lingua italiana: egli, a fine guerra, ha sostenuto che, senza la RSI, la vendetta di Hitler verso i 'traditori italiani' sarebbe stata assai più spietata e, conoscendo la crudeltà del Fuhrer, vi è motivo di credergli. Non solo, ma tutta l'idea di ricostruire un'Italia neofascista ed alleata
del Reich non piacque affatto ad Hermann Goring, che avrebbe voluto far fucilare Mussolini, né a Josef Goebbels, il quale, nemico di tutti gli italiani (fossero essi fascisti o no), temeva che uno Stato sotto Mussolini avrebbe potuto intralciare i piani tedeschi sull'Italia. Non li intralciò, è vero, ma il tentativo di essere un cuscinetto fra i dirigenti nazisti ed il popolo italiano vi fu, se gli stessi soldati tedeschi usavano dire ridendo: 'Hitler ha dato a coloro che hanno liberato Mussolini al Gran Sasso la Croce di Ferro. Ma colui che lo riportasse laggiù, quello meriterebbe le Fronde di Quercia!', indicando con l'ultima una decorazione assai più alta. (da 'In nome della resa', pag.423-424)
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Erich Kuby, la cui fede democratica è fuori discussione, ricorda che il governo di Gargnano creò a Berlino il SAI (Servizio Assistenza Internati), per assistere le vittime dell'operazione Achse e stanziò per loro un miliardo di lire da spendere in vitto, ma i pacchetti furono usati, per ordine delle autorità naziste, a favore dei sinistrati tedeschi dei bombardamenti aerei. […] Nel primo incontro il Duce chiese un miglioramento del trattamento degli internati, necessario anche per motivi politici, per rendere più favorevoli verso la RSI le loro famiglie in Italia, che rappresentavano una massa dì sei milioni di congiunti. Durante il secondo incontro,
Mussolini chiese di adoperare gli internati come lavoratori e cioè di trattarli meglio. Venne esaudito il 3 agosto, ma la riforma non si estese agli internati fuori dei confini dei Reich... e cioè alla maggioranza di loro. L'unico successo concreto fu il rimpatrio di 200.000 internati nell'inverno 1944-45: vennero raccolti a Verona e rifocillati dalla Repubblica Sociale. (da 'In nome della resa', pag.424)
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Le due accuse, dal canto loro, sono rimaste e, allargate, hanno colpito tutti gli appartenenti a quella che fu la Repubblica Sociale Italiana: uno Stato - senza dubbio - sorto per salvare il buon nome dell'Italia, per proteggere l'Italia dalla vendetta hitleriana, per difendere l'Italia dagli invasori anglo-americani, ma che divenne automaticamente sodale del Terzo Reich anche quando non partecipò o si oppose verbalmente alle efferatezze di quest'ultimo sul nostro suolo e per questo venne considerato dalla popolazione come un ulteriore peso alla già pesante dominazione tedesca. Privata, come fu, della possibilità di comportarsi in modo 'italiano'
verso gli italiani, la RSI venne interpretata, forse in modo un poco semplicistico, come uno Stato-lacché della Germania nazista. Non è azzardato perciò affermare che i veri patrioti che aderirono (e furono tanti!) vennero traditi da Berlino, che sfruttò i loro pentimenti per instaurare un sistema con il solo obiettivo di tenere meglio sotto controllo la popolazione italiana e di depredare meglio il territorio italiano. Se Badoglio tradì perciò la Germania, Hitler tradì a sua volta la Repubblica Sociale Italiana. (da 'In nome della resa', pag.427)
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A sua volta la RSI, allo scopo di sostituire il Nembo sul fronte di Nettuno, fece partire su autobus dalla Spezia, il 19 febbraio, il battaglione della X MAS Barbarigo (capitano di corvetta Umberto Bardelli), che tra le sue file annoverava anche un tredicenne, come 'mascotte'. La partenza dei soldati repubblicani dalla Spezia ricorda da vicino, per quanto concerne l'entusiasmo della popolazione, il passaggio attraverso le Puglie dei soldati regi che, un mese prima, andavano a rinforzare le truppe al fronte. (da 'In nome della resa', pag.484)
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