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| I crimini dei vincitori - I sovietici in Germania |
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In prossimità della meta, il gruppo di carri si vide la strada oltre il ponte sbarrata da persone e da mezzi; il sovietico non si chiese la ragione o, forse, la conosceva; comunque non se ne preoccupò e non si fermò. Con uno stridore di ferraglia i carri piombarono sulla colonna in sosta, la percorsero dalla coda alla testa e poi dalla testa alla coda, stritolarono tutto quanto di animato e di inanimato si parò davanti ai loro cingoli, spararono nella massa ed infine bloccarono i motori. Aperte le torrette i soldati saltarono a terra, saccheggiarono quanto poterono, poi, con spari e urla,
si lanciarono all'interno del villaggio. Non vi rimasero a lungo. [...] Alla vista del confuso ammasso che ingombrava il loro cammino, Karl Potrek avvertì un conato di vomito salirgli allo stomaco. Riuscì con fatica a dominarsi e tentò di distrarsi scambiando qualche parola col suo vicino. Non ricevette risposta. L'uomo si limitò a guardarlo e lui capì che anche il suo compagno provava quello che lui provava. Maledisse allora in cuor suo la guerra, il partito, il Gauleiter, che avevano mobilitato lui ed i poveri diavoli come lui, senza esperienza militare e assai male armati per bloccare l'Armata
Rossa e maledisse la propria impotenza di fronte alla tragedia che gli si parava davanti agli occhi. Le prime vittime dell'incursione sovietica giacevano davanti a lui, riverse lungo la strada, in un confuso groviglio di corpi umani e membra d'animali dilaniati, tra carri rovesciati e distrutti, fra borse, borsette e capi di biancheria d'ogni genere. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.18-19)
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Impressionati dall'anormale silenzio, entrarono nel cortile e subito videro la rastrelliera di un carro e su di essa, trattenute per le mani inchiodate, i corpi inanimati di quattro donne di età varia. Erano nude, le braccia insanguinate, i volti segnati dal terrore e dalle violenze subite. Ai loro piedi, lordi e strappati, giacevano gli indumenti. Un brivido d'orrore e di rabbia pervase gli uomini; si fecero forza, staccarono quei miseri resti da quella blasfema positura, li adagiarono a terra, li composero alla meglio. Quindi verbalizzarono il fatto e proseguirono. [...] In fondo a questa piazza
si trovava un'altra locanda, 'Al boccale rosso', e accanto ad essa, al margine della strada, c'era un granaio. Il granaio aveva due porte e a ognuna di queste porte era crocifissa una donna, pure nuda, pure inchiodata per le mani, penzoloni, maltrattata e violentata. Gli uomini della Volkssturm, la territoriale, guardavano quell'inusitato spettacolo. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.19)
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Karl Potrek e gli altri perlustrarono ogni casa e scoprirono 72 corpi di donne, di bambini e di un vecchio di 74 anni, tutti morti, quasi tutti bestialmente uccisi, salvo pochi che presentavano colpi alla nuca. [...] In una stanza rinvennero, seduta su un sofà, una vecchia di 84 anni: era stata accecata e le mancava, dal capo al collo, mezza testa, probabilmente spaccata con una accetta o con una vanga. [...] Il giorno successivo comparve la Commissione medica e le fosse dovettero essere riaperte. Furono portate porte di granai e cavalletti e su di essi vennero composte le salme per consentire
alla Commissione di esaminarle. I medici stranieri accertarono, all'unanimità, che tutte le donne e le ragazze dagli 8 ai 12 anni erano state violentate. Anche la vecchia di 84 anni resa cieca. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.19-20)
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Una testimonianza di ciò che avvenne in quella zona della Prussia Orientale é fornita dall'inviato speciale del 'Courrier' di Ginevra nella seguente corrispondenza pubblicata nel numero del 7 novembre 1944 del quotidiano svizzero: 'La guerra che in Prussia Orientale si svolge nel triangolo Gumbinnen-Goldap-Ebenrode, da quando Goldap é stata ripresa dai tedeschi, é al centro degli avvenimenti. La situazione non é solo caratterizzata dagli aspri combattimenti delle truppe regolari, dalla mole del materiale bellico impiegato dalle due parti e dall'entrata in azione della milizia tedesca di nuova
costituzione, ma, purtroppo, pure dai troppo noti metodi di conduzione della guerra: mutilazioni e impiccagione dei prigionieri ed il quasi totale sterminio della popolazione contadina tedesca rimasta sui luoghi nel tardo pomeriggio del 20 ottobre... La popolazione civile é, per così dire, scomparsa dalla zona di combattimento poiché la maggior parte dei contadini é fuggita con la propria famiglia. Ad eccezione di una giovane donna tedesca e di un lavoratore polacco tutto é stato annientato dall'Armata Rossa. Trenta uomini, venti donne, quindici bambini sono caduti nelle mani dei russi a Nemmersdorf
ed uccisi. A Brauersdorf ho visto di persona due lavoratori agricoli d'origine francese, ex prigionieri di guerra, fucilati. Uno lo si é potuto identificare. Non lontano da loro trenta prigionieri tedeschi avevano subito la stessa sorte. Vi risparmio la descrizione delle mutilazioni e della orribile vista dei cadaveri sui campi. Sono impressioni che superano perfino la più accesa fantasia. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.21)
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Da Mosca, a tal fine, arrivavano la 'Krasnaja Zveda', l'organo delle forze armate, la 'Pravda' e le 'Isvestija' con articoli del propagandista dallo strano nome teutonico di Il'ja Ehrenburg, e dei suoi collaboratori: e nelle riunioni si cominciò a leggerne e a commentarne, con martellante insistenza, i passi più salienti: 'I tedeschi', appresero così i soldati, 'non sono esseri umani. D'ora in avanti il termine 'tedesco' é per noi tutti la maledizione più orribile. D'ora in avanti il termine 'tedesco' ci spinge a scaricare un'arma. Noi non parleremo. Noi non ci commuoveremo. Noi uccideremo.
Se nel corso di una giornata non hai ucciso nemmeno un tedesco, allora per te é stata una giornata perduta. Se tu credi che il tedesco invece che da te sarà ucciso dal tuo vicino, allora tu non hai capito il pericolo. Se tu non uccidi il tedesco, sarà il tedesco ad uccidere te. Egli arresterà i tuoi e li torturerà nella sua dannata Germania. Se tu non sei in grado di uccidere con una pallottola il tedesco, allora uccidilo con la baionetta. Se nel tuo settore vi é tregua e non é in corso una battaglia, allora uccidi il tedesco prima della battaglia. Se tu lasci in vita il tedesco, il tedesco impiccherà
l'uomo russo e disonorerà la donna russa. Se tu hai ucciso un tedesco, allora uccidine un secondo. Per noi non c'è nulla di più piacevole dei cadaveri tedeschi. Non contare i giorni, i chilometri, conta solo una cosa: i tedeschi che hai ucciso. Uccidi i tedeschi! Questo implora la tua vecchia madre. Uccidi i tedeschi! Questo implorano i tuoi figli. Uccidi i tedeschi! Così grida la nostra madre terra. Non perdere occasione! Non sbagliarti! Uccidi!' [...] 'I tedeschi' sentivano dire con un crescendo, 'malediranno l'ora in cui calpestarono la nostra terra. Le donne tedesche malediranno l'ora in cui partorirono
i loro feroci figli. Noi non infamiamo. Noi non malediamo. Noi siamo sordi. Noi ammazziamo'. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.32)
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Era notte quando un reparto sovietico, al comando di un capitano, giunse alla fattoria di Peter Haupt. L'ufficiale scrutò la massa scura del caseggiato: dall'interno non trapelava alcuno spiraglio di luce, non proveniva rumore alcuno. Segno, pensò il capitano, che gli abitanti, se vi erano, dormivano tranquilli: la battaglia dopotutto si era svolta a diversi chilometri di distanza e quell'angolo di terra, evidentemente, ne ignorava ancora l'esito. [...] Peter Haupt e i suoi non ebbero il tempo di rendersi conto di cosa stesse accadendo che già si trovarono tirati giù dai letti e sospinti, in camicia,
tremanti per il freddo ed il terrore, nello stanzone che occupava buona parte del piano terreno e schierati, faccia al muro, contro una parete. Impossibilitati a muoversi, minacciati e colpiti di tanto in tanto col calcio delle armi, sentivano come i soldati rovistavano dappertutto per la casa: sfondavano mobili, laceravano materassi e divani ed ammucchiavano sul tavolo del locale tutto quanto luccicava ai loro occhi come oro ed argento. [...] Poi si rivolse a Peter Haupt ed ai suoi familiari. Obbligò l'uomo ed i suoi tre figli di 16, 14 e 4 anni ad inginocchiarsi e, fatte avanzare la moglie e le sue due
figlie di 18 e 12 anni, le denudò e le costrinse a distendersi sul freddo pavimento e violentò la moglie. La donna gemeva e si divincolava sotto la stretta morsa che la tratteneva e invocava aiuto. Peter Haupt non resistette. Con un balzo, urlando di furore, si lanciò in avanti, afferrò l'ufficiale in procinto di avvicinarsi alla figlia diciottenne e lo tirò con forza per le gambe, facendolo cadere a terra. [...] Peter Haupt fu colpito più volte, ma non mortalmente, e così ferito e sanguinante, ad un ordine del capitano, fu trascinato fuori, sull'aia. Nello stanzone moglie e figli osservavano terrorizzati
la scena, senza osare li benché minimo movimento. Trascorsero così lunghi attimi di profondo silenzio: il capitano al centro della stanza, le donne distese per terra, i ragazzi inginocchiati al muro. Sembravano statue. In quel silenzio all'improvviso rintronò un urlo lacerante cui fecero eco le grida della moglie di Peter Haupt. La donna non vide il marito che, in un ultimo sussulto di energie, con le mani irrigidite sulle viscere, si trascinava nella neve. Fece pochi metri, poi cadde e la sua voce si spense in un rantolo. I soldati gli avevano schiacciato, con pietre, i testicoli. [...] Fuori della
fattoria, nel villaggio di Peter Haupt e nei villaggi a nord-est di Cracovia, ovunque erano giunti i soldati dell'Armata Rossa, quella notte fu una notte di spavento, di violenza, di morte. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.35-36)
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Il destino di Sofie Jesko e del suo gruppo si compì a circa 30 km da Posen. Avevano alle spalle una lunga e faticosa marcia resa ancora più pesante dallo stato delle strade e dal freddo pungente; qualcuno, esausto, si era lasciato andare; gli altri avevano proseguito preoccupati solo di raggiungere al più presto possibile la meta. Fu all'altezza della città di Schroda che videro spuntare da Sud una colonna di autocarri tedeschi, raggiungerli e superarli. Notarono che a bordo c'erano civili imbacuccati: erano uomini, donne, ragazzi; li presero per fuggiaschi e non ci fecero caso. Poi videro gli autocarri fermarsi
e gli occupanti saltare a terra. Fu allora chiaro che si trattava di partigiani polacchi. [...] Non passò molto che un rumore cupo e ritmico attirò l'attenzione di tutti; ne ascoltarono, con trepidazione, l'approssimarsi ed infine, lenti ed imponenti, videro i carri armati sovietici avanzare verso di loro e fermarsi. I polacchi che pur operando nel raggio d'azione degli attaccanti temevano sempre un ritorno dei tedeschi, si sentirono rinfrancare e ripiegarono verso i loro mezzi così che i fuggiaschi restarono soli, con la loro disperazione, di fronte al temuto invasore. Dal carro armato di testa si sollevò lentamente
la torretta e comparve un ufficiale; con urla e gesti volle sapere quanti militari tedeschi fossero presenti e, non ricevendo soddisfazione, ordinò ai carristi di eliminare, seduta stante, tutti i sospetti. I soldati obbedirono e lanciarono bombe fumogene tutt'attorno; quindi, ad un segnale convenuto, mossero nella coltre di nebbia artificiale e si diedero al massacro, al saccheggio, allo stupro. Si sentivano gli spari, le urla degli uccisi, lo strillare delle donne violentate, le grida di aiuto dei bimbi e delle donne anziane a cui faceva eco il vociare terrificante ed incomprensibile degli assalitori. [...]
Sofie Jesko la vide subito, seduta sul bordo di un camion in sosta: il vento agitava i suoi capelli bianchi, il suo corpo di vecchia era imbacuccato in una pelliccia che teneva aperta sul davanti; aveva l'aspetto di una furia e Sofie Jesko ne ebbe un immediato, istintivo, terrore. In quel mentre le passarono davanti le giovani madri risparmiate dall'eccidio con in braccio i loro piccoli, accanto e dietro a loro stavano i ragazzotti polacchi che le sospingevano, cercando di metterle in colonna, verso la donna dai capelli bianchi. Qui giunte la vecchia strappava loro di mano i neonati e calma, pronunciando ogni volta
con voce carezzevole la parola 'angioletto', sbatteva ad essi con energia la testa contro la fiancata dell'automezzo. Le madri disperate ed urlanti stramazzavano al suolo e venivano trascinate via. Così andò avanti finché non vi furono più creaturine da uccidere. Allora, sotto la minaccia delle armi, fu intimato agli scampati di tornare a Penczniew. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.41-42)
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Vi giunsero col cuore in gola; il villaggio era sottosopra, la scuola e la canonica in fiamme, e all'ingresso dei Kastner quasi urtarono contro una salma orribilmente sfigurata, stritolata dai carri armati. Dentro casa incontrarono altre persone di loro conoscenza e due ragazze ed una donna incinta fuggiasche dal Warthegau: a sera le tre furono violentate, mentre gli altri furono scacciati di casa e costretti a pernottare in strada. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.44)
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Gustav Redemann era stato fucilato mentre nella stalla foraggiava i cavalli, e così pure suo fratello Otto; una figlia di Otto si era avvelenata e le altre due figlie, la moglie con 17 persone ospiti da lui erano arse vive nella casa data alle fiamme. Pure il loro bracciante, Paul Krause, era morto: giaceva nella stalla col ventre squarciato. Irene Krecek ne uscì stravolta e andò dai Seck, suoi cari conoscenti: li trovò tutti morti; morto era anche il loro sindaco e così il povero Georg Nowack, che giaceva riverso nel suo giardino senza la testa. Gliela avevano segata. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.45)
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I sovietici li sorpresero quando era già notte fonda: arrivarono preceduti da una accanita sparatoria, irruppero nella stalla e scaricarono i loro mitra contro il tetto, sospettando che vi fissero soldati tedeschi, ed infine rivolsero la loro attenzione ai presenti. Con l'aiuto di un baltico, gli spaventati contadini cercarono di far capire che erano solo dei poveri fuggiaschi, niente affatto proprietari o ricchi benestanti, ed ebbero fortuna: i sovietici non li fucilarono come di solito usavano fare con chi ai loro occhi era un 'capitalista'. L'aver salvato la vita richiedeva comunque un prezzo e la truppa arrivata
sul luogo se lo fece pagare ampiamente. Dapprima pretese solo orologi ed anelli, poi volle pure gli stivali ed infine, spinti fuori dalla stalla tutti gli uomini, circondò le donne e se ne servì per il resto della notte. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.47)
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A Rosenberg, invece, la modesta guarnigione se n'era già partita alle 3 del mattino e i primi sovietici vi arrivarono nel pomeriggio senza incidenti. Avevano l'aria euforica, dovuta senza dubbio al fatto di aver messo piede nel territorio del Reich prebellico e lo dimostrarono a sera, dando sfogo alla loro sfrenatezza e alla loro furia demolitrice. Lo fecero per tre settimane continue; distrussero così due terzi delle città e ridussero alla disperazione gli abitanti rimasti. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.48)
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I soldati del XXXI corpo corazzato vi entrarono il 23 gennaio, vi appiccarono fuoco e fucilarono intere famiglie e poi si gettarono con tutto il loro peso sulle truppe ancora arroccate, da qui a Cosel, sulla riva destra del fiume e, in due giorni di lotta, le rigettarono sulla riva sinistra. [...] Negli stessi giorni di fine gennaio un'altra armata di Konev raggiunse Gleiwitz, all'estremo sud della regione. La città si arrese il sabato 27 gennaio ed i sovietici vi entrarono sul far del mezzogiorno al suono di una banda militare; dopo fecero tacere gli strumenti e si diedero ai soliti atti di violenza. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.49-50)
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Credettero trattarsi di carri armati e di soldati tedeschi, ma l'illusione durò un attimo: fermi con le mani alzate stavano i militari dell'unità sanitaria e, di fronte a loro, gli uomini in tuta bianca indaffarati a radunarli e a spingerli in disparte. Nel mentre, i mezzi corazzati, presa posizione, puntarono sul Treck: carri furono catapultati nei fossati, cavalli schiacciati dai pesanti carichi, gente investita e maciullata: uomini, donne, bambini agonizzavano, feriti imploravano aiuto. [...] Dietro a lei una bambina implorava: 'Papà uccidimi!', il fratello, di circa 16 anni, ribadiva: 'Si, papà, uccidici!
Non abbiamo più nulla da sperare!'. Il padre, col volto pieno di lacrime, guardava i suoi figli e con voce calma continuava a ripetere: 'Aspettate, figlioli, aspettate ancora un poco!'. Per tutto il Treck distrutto erano scene di pianto e di dolore. In questa lugubre atmosfera come spuntando dal nulla comparve improvviso un ufficiale sovietico a cavallo. Vagò in mezzo a loro e si portò verso l'unità sanitaria; subito gli vennero schierati i prigionieri e lui li squadrò con odio, poi prese la rivoltella e la scaricò su alcuni di loro. Gli altri furono liquidati a colpi di mitra dai suoi sottoposti. I cadaveri di
quei disgraziati, con ancora impresso sui loro visi il terrore, rimasero là dove erano caduti, isolati come cani rognosi, ché nessuno osava avvicinarsi. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.59)
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Al terzo giorno Lilly Sternberg vide una casa, intatta, probabilmente ancora abitata. Il volto le si illuminò di contentezza: finalmente un luogo dove poter curare la dissenteria ed i piedini congelati delle sue bimbe. Vi corse quasi, ma quando fu dentro si sentì venir meno dall'orrore; dappertutto vide cibo rovesciato, morti seduti sul divano o chini sulle sedie o distesi sui letti, pavimento e pareti macchiati di sangue; in un angolo, solo superstite, un cane che abbaiava rabbioso. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.61)
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Di tanto in tanto entravano soldati, anche ufficiali, che con le rivoltelle in pugno afferravano per il polso ragazze e giovani madri e le trascinavano via. Fu la volta di una fanciulla. Il padre tentò disperatamente di opporsi, ma fu afferrato e trascinato a viva forza sull'aia e fucilato. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.62)
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I militari sovietici che cercavano di soccorrere la popolazione civile tedesca si rendevano colpevoli di uno dei reati contro la sicurezza dello Stato previsti dall'art.58 del codice penale sovietico e puniti con la reclusione non inferiore a mesi sei e, nei casi più gravi, con la fucilazione. Lo scrittore Leo Kopelev, per aver reagito a Neidenburg e ad Allenstein alle brutalità perpetrate dai suoi commilitoni, fu accusato di 'umanitarismo borghese' e, nonostante fosse un comunista convinto e maggiore del servizio di propaganda, addetto in particolare all'istruzione e all'impiego al fronte dei militari
tedeschi che erano passati al servizio dell'Armata Rossa dopo Stalingrado, fu condannato in base al citato articolo e deportato per anni. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.62)
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I soldati si lanciavano contro il nemico, incuranti della sua superiorità, con un accanimento inusitato, accresciuto dagli spettacoli di orrore che si presentavano ai loro occhi: qui un ragazzetto schiacciato da un carro armato; là una donna violentata, con un coltello nel petto, riversa su un cumulo di concime; in un villaggio diversi uomini legati e cosparsi di benzina, arsi vivi; in un altro una ragazza, esanime, sfigurata dalle violenze carnali; a Sommerfeld, 80 sovietici ubriachi nei letti di donne distrutte dai loro ripetuti abusi. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.66)
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Poi successe. Pesanti passi, violenti colpi alle porte, urla cominciarono a rintronare per tutto il palazzo. Al primo piano la signora König fu una delle prime prede: l'afferrarono, sgombrarono il letto, gettando a terra la madre settantottenne che vi giaceva agonizzante, e la violentarono. Quindi toccò alla ragazza della porta accanto: aveva vent'anni e venti bruti si buttarono su di lei, a turno. Nel corridoio videro uno sfollato di Goldap e lo abbatterono. Dall'appartamento del dottor Grünwald giungevano assordanti rumori e risa: i vincitori vi si erano installati, bevevano acquavite e spaccavano mobili. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.69)
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Il primo giorno di viaggio sul Frisches Haff erano avanzati abbastanza bene, risparmiati perfino, grazie al leggero turbinare della neve che aveva ridotto la visibilità, dai temuti attacchi aerei sovietici. Ma l'indomani il cielo tornò terso e si trovarono esposti alle bombe ed al mitragliamento nemici. Ai primi colpi le due donne si accovacciarono in fondo al carro e l'uomo, tenendo saldamente le briglie del cavallo, divenuto irrequieto, si rincantucciò accanto al timone. La prima ondata li lasciò indenni, ma, alla seconda, una bomba, con assordante scoppio, cadde a pochi metri da loro. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.73)
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Testimoni, sopravvissuti di Metgethen, riferirono che un soldato tedesco prigioniero fu incatenato ad un autocarro e trascinato da esso fino a morirne; che cadaveri di donne erano stati appesi agli alberi dei giardini pubblici; che donne in stato interessante erano state sventrate e gettate in fosse nella foresta di Schönfliess. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.79)
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Non sempre poteva proseguire: l'affollamento agli ormai ridotti passaggi lagunari, le esigenze belliche o lo stato del ghiaccio sovente la bloccavano e allora doveva attendere, talvolta per breve tempo, tal'altra per giorni e giorni, all'addiaccio, tra il sudiciume ed il letame dei Trecks che tutt'attorno si accumulava, raramente ristorata con qualche minestra o bevanda calda. Non tutti resistevano, molti si ammalavano e per la scarsità di medicinali venivano curati approssimativamente; alcuni finivano lì i loro giorni, distrutti dalle malattie, dal freddo e dalla dissenteria. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.81)
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Erano sfiniti: c'erano reparti della Hitlerjugend che avevano marciato per 50 km ininterrottamente, sempre combattendo, senza chiudere occhio per due giorni interi. Ma tutti, se fosse stato necessario, avrebbero continuato a combattere stimolati dagli orrori che avevano visto nei villaggi riconquistati: donne, spesso più donne legate assieme, con ancora la corda al collo con la quale erano state strozzate; donne con la testa infilata nella mota delle tombe e in una concimaia, con chiari segni di bestiali trattamenti al basso ventre; animali uccisi, abitazioni saccheggiate: apparecchi radio, macchine per cucire, aspirapolvere, biciclette,
oggetti sanitari, letti, poltrone, vasellame, ammassati, pronti per essere caricati, lungo la linea ferroviaria. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.83)
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Ne rimase colpita e li osservò più attentamente e vide visi bianchi e visi più scuri, visi ovali e visi tondeggianti e visi con zigomi marcati e si provò a catalogarli: russi o ucraini gli uni, gli altri di certo mongoli o tartari, gente della Siberia comunque. Che quella valutazione fosse esatta, poté stabilirlo la sera stessa quando dodici di essi la violentarono sino al mattino successivo. Altrettanto avvenne nelle altre case di Kanth dove c'erano donne, anche nella parrocchia, alle sette anziane suore. Gli uomini, invece, furono sbrigativamente sistemati. Quelli apparentemente benestanti e quindi per loro capitalisti, furono giustiziati, l'arciprete Möpert
ebbe la testa spaccata perché difendeva le suore, l'ufficiale postale Linder fu chiuso in una cantina e fatto morire di fame. Gli altri finirono sotto stretta sorveglianza. La gente era allibita; ancora fuori di città si combatteva e loro trovavano il tempo di violentare e di distruggere. Spaccavano armadi e sfondavano materassi, usavano per carta igienica la biancheria che laceravano, la lordavano di escrementi o di altro e la gettavano per strada. Simili scempi e tanta sporcizia a Kanth, Gisela Franke non l'aveva mai vista nei suoi quarant'anni di vita. Le cose non cambiarono neppure in seguito. Per gli uomini risparmiati c'era il lavoro di scavare trincee e di
recuperare i sovietici morti o feriti, per le donne questo di giorno e il resto di notte. Diversi si erano tolta la vita e anche Gisela Franke cominciò ad essere pervasa da questa idea. La decisione la prese la sera in cui lei e altre due donne furono condotte da due soldati in un ospedaletto da campo dove erano ricoverati quindici feriti leggeri. Passarono da un letto all'altro finché, volgarmente apostrofate, le gettarono giù dalle scale. Sfinita, terrorizzata di fare la fine della sua conoscente Maria Kugler, così orrendamente violentata da morire per le lacerazioni interne causatele, la donna si trascinò nel suo alloggio, rovistò in un cassetto e trovò del quadronox,
ne prese dieci pastiglie ed attese la morte. Stette così per tre giorni in stato di incoscienza, poi lentamente tornò in sé e continuò l'esistenza che il destino aveva riservato ai tedeschi di quella parte della Germania. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.88)
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Si erano inoltrati nelle vie cittadine, circospetti e con le armi in pugno pronti a far fuoco; nella Hehenfriedebergstrasse e nella Wilhelmstrasse, lungo la passeggiata di fronte al negozio del fioricoltore Teicher e nella Ziganstrasse, nella Pilgramshainerstrasse e nella Bahnhofstrasse non avevano trovato che cadaveri e cadaveri, tutti orribili a vedersi; ne avevano trovato pure nelle abitazioni perlustrate. La polizia criminale, che li seguiva, aveva il suo daffare a compilare gli elenchi dei ritrovamenti che, con pignoleria burocratica, suddivideva in decessi isolati, decessi in gruppo e decessi per suicidio. Le ci volle più tempo a catalogare i morti che
a registrare i vivi, una trentina di persone. Bastarono due autocarri a trasportare al sicuro in Sassonia quel pugno di scampati alla morte e alla deportazione, toccata alle centinaia di presenti nella città all'arrivo dell'Armata Rossa, e con la loro partenza, Striegau, riconquistata di nuovo dai sovietici, e il suo dramma, finirono con l'essere un semplice episodio della guerra. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.90-91)
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'Il 13 febbraio' gli riferì la donna, 'giorno dell'ingresso dei sovietici, restammo in cantina sino alle 20, indisturbate. Poi sentimmo dei passi e tanto era il terrore che ci prese, che non osavamo neppure respirare. Comparvero quattro soldati che dapprima si comportarono sopportabilmente; presto però divennero un po' troppo intraprendenti verso di me e verso la giovane signora Keil e all'improvviso fu: 'Frau komm'. Non risposi. Al terzo ordine, spazientito, il soldato mi afferrò per un braccio, mi sollevò e mi diede un calcio tale che volai sino alla porta della cantina. Un altro malmenò la signora Keil e poi se la trascinò dietro, costringendola a portare con sé la figlia Traudl.
Anche sua mamma e sua sorella dovettero andare. Cosa poi ci capitò, non occorre che glielo descriva: andò avanti tutta la notte sino al mattino; bestiale! Io tornai per prima nella cantina e lì trovai i due anziani coniugi della nostra casa uccisi e con gli occhi enucleati: si erano opposti, come mi raccontò la signora Tindel, a lasciar andare con loro la cognata ed il nipotino. Verso le 10, ci fu un po' di tranquillità e tutte ci recammo nell'appartamento della signora Keil, la cui figlia undicenne era stata pure violentata. Lì ci cucinammo qualcosa da mangiare e in quel mentre udimmo di nuovo passi e si ricominciò daccapo. Urlavamo, li pregavamo di lasciarci in pace, ma non avevano
pietà. Ci accordammo allora di impiccarci, ma ne sopraggiunsero altri. Quando finalmente anche costoro se ne andarono eravamo pronte. Ognuna di noi si era procurata un coltello ed anche un lenzuolo era pronto. La signora Polowski s'impiccò per prima. La signora Keil impiccò dapprima la sua Traudl e poi se stessa, lo stesso la sua cara mamma fece con sua sorella. Restammo solo noi due, sua mamma ed io. La pregai di farmi il cappio, poiché, per l'eccitazione, non ci riuscivo; lo fece, ci abbracciammo ancora una volta, e spingemmo via coi piedi il bauletto sul quale stavamo. Mi accorsi di toccare terra con la punta dei piedi: sua mamma mi aveva fatto la corda troppo lunga. Provai
ancora e ancora, perché volevo morire, ma senza riuscirvi; guardai e destra e a sinistra: eravamo appese tutte su una fila e loro si trovavano bene, poiché erano morte. A me non restò che liberarmi dal cappio, cosa che mi riuscì dopo molti tentativi. Ero sola e fuggii disperata. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.91)
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Frattanto, nella città che aveva dovuto lasciare, i suoi soldati venivano radunati con spinte e calci e privati degli orologi, degli stivali e dei maglioni e, se in buono stato, anche dei pantaloni. L'indomani, scalzi e seminudi, sotto temperature polari, sfilarono sotto agli occhi del popolino polacco che li colpiva a bastonate e con pietre; al quarto giorno partirono per aggiungersi alla lista di prigionieri di ogni nazionalità, dal cui conto finale di 8.000.000 ben l'85% non avrebbe mai più fatto ritorno. Non videro, e forse non seppero mai, che i loro compagni gravemente feriti erano stati liquidati coi lanciafiamme. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.105)
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Bärwalde non era stata abbandonata da tutti. Martha Nadez era rimasta col marito Karl ed i due figli e con una sorella pure madre di due bimbe. Avevano deciso di non andarsene per non sottoporre le creature agli strapazzi di una fuga sotto la neve ed il ghiaccio ed il giorno venuto, non più tanto convinti della giustezza della decisione presa, andarono a rifugiarsi in un bunker ed attesero. Non dovettero aspettare molto. [...] Era una facile preda ed i due gendarmi non persero tempo e la violentarono e altrettanto fecero con la sorella, al suo ritorno dal bunker, tutta insanguinata, sorretta dal cognato pallido e stravolto per la pena avuta a difenderla dalla cupidigia dei soldati
incontrati per strada. A cose fatte videro uno andarsene e l'altro piazzarsi sulla porta di casa e chiamare i commilitoni di passaggio. Giunsero a gruppi di sette per volta e a turno, al lume di una candela che Karl Nadez era costretto a tenere in mano, si avventarono sulle due donne senza curarsi dei bimbi presenti. Alla fine, uno alla volta, sghignazzando, se ne andarono, per ultimo il gendarme, che prima si diresse sull'uomo e lo colpì col calcio del fucile deciso ad ucciderlo, ma non poté dargli un secondo colpo: moglie e figli si attaccarono al suo braccio, implorando di risparmiargli la vita e lui, preso alla sprovvista, vi rinunciò e lasciò la casa. [...] Non si accorsero che
i loro piedi avevano lasciato le impronte sulla neve; le notarono invece tre soldati che li seguirono e li costrinsero a tornare in casa, baciarono le due bimbe e violentarono la madre. [...] Sentirono muoversi nel cortile gente che gridava e sparava e avvertirono i loro passi sempre più vicini; poi videro la porta aprirsi e, alla luce di lampadine tascabili, stagliarsi nel riquadro civili e soldati col caratteristico berretto ad angoli e pompon dell'esercito polacco. Fu un attimo. Gli arrivati si lanciarono su di loro, afferrarono l'uomo e la cognata ed i bimbi più grandicelli e li impiccarono; poi presero i due più piccoli e li strozzarono. Martha Nadez visse tutto in uno stato
di incoscienza. Giaceva sul pavimento tramortita da un violento colpo alla nuca. Vide solo ombre pendere dal soffitto, sentì che la violentavano e poi qualcosa che le stringeva e stringeva il collo, soffocandola. Ma non morì. Tornò in sé richiamata da un suono di voci e notò quattro uomini chini su di lei che le dicevano: 'Vieni, donna', ma lei restava inerte. Sentì poi che la trasportavano e si trovò su un letto con accanto uno dei quattro polacchi che le chiedeva: 'Donna, chi fatto ciò?'. Rispose: 'I russi'. Allora quello la bastonò urlandole: 'Russi soldati buoni. SS porci, impiccano donne e bambini'. La colse una violenta crisi di pianto che richiamò l'attenzione degli altri tre.
I quattro la osservarono e abbandonarono la stanza e poco dopo giunse un sovietico con una frusta che, battendo sul letto e su di lei e intimandole di tacere, cercò di calmarla, ma non ottenendo alcun risultato, se ne uscì lui pure. Si calmò al rumore di voci che provenivano dall'esterno, si alzò terrorizzata e andò a gettarsi nello stagno del cortile per annegarsi. Quando riprese i sensi si ritrovò a giacere sul pavimento della stanza di una vicina. Tremava per il freddo. A fatica si tirò su e si adagiò sul letto che c'era e si accorse che qualcuno le si avvicinava. Terrorizzata implorò che la uccidesse, ma l'uomo le illuminò con la lampadina il viso, si tolse il cappotto
e le mostrò le sue decorazioni, dicendole che era un tenente e che lei non doveva aver paura. Poi prese da una parete un asciugamano e cominciò a strofinarla. Quando le vide il collo piagato dalla corda le chiese: 'Chi fatto?'. 'I russi'. 'Si, si, quelli bolscevichi, ora niente bolscevichi, ora bielorussi. Bielorussi buoni'. Con la baionetta le tagliò gli indumenti poi le asciugò le gambe e le tolse l'anello, se lo mise in tasca chiedendole dov'era suo marito, e quindi la violentò. [...] Sopraggiunsero invece quattro giovani soldati sui 18-20 anni, totalmente ubriachi, che la buttarono dal letto, ne approfittarono e la malmenarono fino a farla svenire. L'indomani i soldati che
caricavano su un camion il bestiame macellato dei Nadez la videro arrivare vestita in qualche modo con abiti troppo corti e stretti. Credettero di aver a che fare con una pazza e l'accolsero con risa e lazzi, ma non così le quattro soldatesse presenti che, infastidite dal suo aspetto, imbracciarono le armi decise a fucilarla. La salvò per tempo un ufficiale. Con tatto s'informò chi fosse e poi le chiese la ragione dei segni sul collo. Rispose: 'Soldati russi, marito, sorella e pure bambini'. Quando sentì 'bambini' non riuscì a nascondere l'indignazione e il turbamento che provava, chiamò un soldato e la fece accompagnare al comando. Lì l'arrestarono e, dopo alcuni giorni,
la rinchiusero con altri connazionali nelle carceri di Neustettin. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.109-111)
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A gruppi di 5-10 uomini arrivarono i soldati a oltraggiarci: 'Urri, Urri; Frau, komm'. Sedevamo raggruppati attorno ad una candela. Sul mio grembo tenevo una vigorosa ragazza, Inge, figlia tredicenne del signor Bart, a cui avevo intrecciato i capelli, dicendole di comportarsi in maniera molto infantile. Ciò riuscì a proteggermi. La mia vicina invece, la signora Friedel, una biondona, dovette seguire il richiamo, sotto spinte, e lasciarsi violentare da sei soldati. La signora Paula, distesa in un lettino da bambino, lasciava uscire saliva dalla bocca e gemeva, riuscendo così a far allontanare da sé gli individui. Nei giorni successivi i sovietici si scatenarono. Misero a ferro
e fuoco la città, nessuna donna venne risparmiata, anche sotto gli occhi dei mariti, tenuti a bada con il mitra. Ci si nascondeva, ma ci trovavano. Mi trovavo per strada quando un giovanotto, armato di una bottiglia di vino, mi si avvicinò e mi spinse in una cabina telefonica. Io gli dissi: 'Vecchia nonna, tutta grinzosa'. Ma lui rispose, ripetendosi, di continuo: 'Nonna deve'. In quel mentre una giovane madre con tre bimbi che cercava di rifugiarsi in una cantina vicina fu sopraffatta da un'orda. I bimbi urlavano: 'Mamma, mammina!'. Allora uno dei soldati li afferrò e li sbatté contro il muro. Non dimenticherò mai in vita mia lo schianto. Poi la donna fu presa dal successivo.
Alla fine fu solo capace di trascinarsi nella mota. Un polacco, accompagnato da una ragazza, tentò di strapparmi la fede, che portavo da 40 anni al dito, dove vi si era quasi incastrata. Non riuscendovi estrasse un coltello per tagliarmi il dito. Con uno sforzo riuscii a strapparlo con tutta la pelle e a consegnarglielo. [...] Nelle capaci cantine regnava l'orrore. Chiuse nei piccoli locali vi erano più di 100 persone. Una volta al mattino venivano portati nel cortile contiguo per i loro bisogni personali. I morti restavano dove erano, senza che gli altri li spingessero da parte. [...] Un'altra volta le sentinelle gettarono un secchio di carburo acceso in mezzo alle donne,
perché non erano state pronte ad assecondarli. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.116-117)
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La soluzione che i coniugi Kremse credettero essere quella giusta, rifugiarsi nella campagna di Possen, dove il loro giovane nipote imparava a fare il contadino, fu una soluzione sbagliata. Per loro il destino si presentò nelle vesti di uno strano soldato sovietico che incontrarono il giorno in cui stavano attraversando la strada per recarsi nella fattoria di fronte alla loro. Lo straniero si parò loro davanti e allungò le mani per portarsi via la donna. Questa si difese e quello, imprecando in una lingua incomprensibile, le sparò col mitra nell'addome, eppoi rimase a guardare la scena: il nipote, che sorreggeva la zia, e il marito, corso a prendere una carriola, che con questa
cercava di portare la ferita grave nella casa del vicino. Non sembrò esserne soddisfatto, poiché li seguì e, imbracciato di nuovo il mitra, sparò una seconda volta addosso alla donna e siccome non moriva, le andò vicino e la colpì col calcio dell'arma sulla testa. Così, avanzando fra grida e lamenti, i malcapitati arrivarono nella corte della fattoria dove erano diretti, ma qui li raggiunse ancora il soldato. Fra il terrore dei presenti si fece avanti e scaricò quattro volte l'arma sulla donna e poi, visto che la ferita continuava a gridare, afferrò l'arma per la canna e gliel'abbatté con forza sulla testa. La Kremse morì e il soldato parve finalmente soddisfatto. Vedovo
il povero Kremse, di qualche anno più vecchio della moglie cinquantenne, non lo rimase per molto tempo. Quando apprese che i sovietici avevano deciso di deportarlo, tappò la stufa a carbone e si uccise assieme alla madre e al fratello minore del nipote contadino. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.127)
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Sentì ancora dietro di sé il rumore stridente della porta scorrere sulle guide e lo scatto del gancio e si trovò pigiato, quasi schiacciato, fra 120 altri individui. Così, in un vagone senza spazio, sporco e senza un filo di paglia per giaciglio, al pari di altri 218.000 connazionali che lo avrebbero seguito, iniziò il suo viaggio di deportato nell'Unione Sovietica. [...] Dopo giorni di vagare nel disperato tentativo di sottrarsi al nemico incalzante, il suo Treck era stato raggiunto e sconvolto e lui con la famiglia e centinaia di altri fuggiaschi era stato riportato su camion indietro, oltre Stallupönen ed Eydtkuhnen e scaricato a 30 km dalla frontiera lituana, in una caserma. [...]
Friedrich Koller sopportò tutti i 28 giorni che occorsero per giungere agli Urali chiuso come merce nel suo vagone. [...] All'ottavo giorno l'uomo calcolò che già 12 dei suoi compagni erano deceduti. [...] La fame, non ricevevano che una brodaglia con qualche briciola di pane al giorno, e la sete li uccidevano. [...] Il giorno dell'arrivo li tirarono giù dai vagoni e li allinearono lungo il treno: un terzo di loro non esisteva più. Dovettero inginocchiarsi nella neve e restare così, con -45°C, per ore, finché non finirono i loro controlli. Friedrich Koller ebbe il tempo di guardarsi e di guardare. Per la prima volta si accorse di quanto fossero dimagriti e come fossero ricoperti
di sporcizia e di escrementi. Erano spaventosi. Il piano di deportazione era a punto. Mosca lo aveva programmato da tempo e anche collaudato deportando, al suo ingresso in Romania, Ungheria e Yugoslavia, le minoranze tedesche che da secoli vivevano in quei paesi. Lo aveva quindi catalogato sotto la voce 'riparazioni di guerra' e fatto legittimare a Yalta dagli occidentali. Scattò ai primi di febbraio. [...] Agli ordini dei quattro comandi dei Fronti d'Ucraina e della Russia Bianca, cui spettava fornire le quote di deportati, iniziarono a radunare le persone da avviare, dall'Artico al Turkmenistan, ai lavori forzati. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.162-163)
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Azioni di polizia erano già iniziate subito dopo l'ondata di violenze e saccheggi che avevano caratterizzato i primi giorni d'occupazione, limitate però a perseguire uomini e donne della regione sospetti d'appartenere al partito nazionalsocialista o alle sue organizzazioni. Alla questura di Hindenburg, divenuta sede della NKVD per l'Alta Slesia, li giudicavano approssimativamente, senza difesa e senza testimoni a discarico, e li rinchiudevano ad Auschwitz o a Blechhammer, da dove parte dei condannati finiva poi nell'Unione Sovietica. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.164)
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Le deportazioni colpirono 218.000 persone, di cui la metà morì nei Gulag per sfinimento o malattie. Assieme ai tedeschi furono pure deportati polacchi fedeli al governo in esilio a Londra, cittadini sovietici che avevano lavorato in Germania, francesi e americani. Nel Gulag di Kolumna si trovava pure un diplomatico spagnolo, arrestato a Danzica. L'ondata delle deportazioni cessò a partire dal mese di maggio del 1945. Nell'autunno seguente i deportati malati o non più abili al lavoro vennero rispediti alle località d'origine. Negli anni 1946-1948 iniziarono i rientri in massa e nel 1949 ebbero luogo gli ultimi ritorni. Indietro, tuttavia, rimase ancora un'aliquota di prigionieri di cui non
si é saputo più nulla. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.167)
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I sovietici s'inoltrarono nella città e subito da ogni dove l'eco delle urla di terrore dei civili si confuse con le loro urla di trionfo. Uomini cadevano uccisi e donne invocavano aiuto dai soldati che passavano avviati in prigionia e che nessun soccorso potevano ormai più dare; il fuoco si accompagnava ai saccheggi, i saccheggi alla furia distruggitrice. L'indomani i cittadini furono stanati dai loro rifugi e radunati nelle vie e nelle piazze e, sotto stretta sorveglianza, posti in marcia per le vie sconnesse della città e per le strade che dalla città si diramavano nelle zone limitrofe. Colonne di donne e colonne di uomini cominciarono a camminare in direzioni diverse senza sapere dove,
sempre spinti in avanti dalle guardie che li scortavano, affrontavano un percorso e poi tornavano indietro, passavano per una località e poi ci ritornavano finché affrontarono percorsi più lunghi che li portarono nel Samland o a Labiau. A dover peregrinare in questo modo non erano solo adulti, ma pure ragazzi, neonati in carrozzella, malati portati avanti su carriole, e su di loro scese per prima la morte. I sovietici pareva avessero in programma nient'altro che di farli marciare, di trascinarli, spettatori coatti, sugli scenari della lotta, per luoghi minati e ancora seminati di cadaveri; non davano loro da mangiare né da bere, non interessava loro se trascorrevano la notte all'aperto, dietro
cespugli o qualche albero per ripararsi dal freddo o in qualche stalla o fienile delle fattorie demolite dalla guerra. Loro preoccupazione principale era di farli marciare a bastonate, se necessario, e a notte andare a disturbare le donne. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.168)
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L'odissea di Könisberg é evidenziata dalle seguenti cifre: al momento dell'assedio, nella città erano rimasti circa 100.000 abitanti. A causa dei combattimenti e delle marce dei primi giorni d'occupazione morirono circa 30.000 persone (dati sovietici). Diverse migliaia morirono nei lager organizzati dall'autorità sovietica. Questo vuoto venne colmato nei mesi di giugno-luglio 1945 dai rimpatriati, cosicché, in base ai certificati di registrazione, gli abitanti raggiunsero il numero di circa 70.000. Due anni dopo, nell'estate 1947, secondo valutazioni fatte da medici e dal clero, rimanevano ancora circa 24.000 tedeschi; in detto periodo 2.300 persone avevano potuto lasciare la città. In totale,
sotto dominazione sovietica, a fine 1947, erano decedute quasi 50.000 persone, a cui vanno aggiunti i 30.000 del periodo bellico e delle 'marce di propaganda' (Deichelmann, Hans, Ich sah Könisberg sterben, Aquisgrana, s.e., 1949). (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.170-171)
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Così, fra discorsi ed applausi, se ne partì l'Armata Rossa. Aveva avuto il tempo di infierire, deportare, ridurre allo stremo la popolazione tedesca e, soprattutto, di spogliare il paese dei macchinari e delle apparecchiature industriali, dei beni agricoli e del patrimonio zootecnico. Si portò via i mezzi di trasporto, le attrezzature scolastiche, municipali, alberghiere, ospedaliere e, singolarmente, si arricchì di ogni possibile bene privato, senza trascurare le biciclette, un mezzo che molti dell'Armata Rossa non avevano mai usato. Ai polacchi lasciò ben poco, ai tedeschi nulla. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.176)
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L'offensiva d'ottobre nella Prussia orientale dimostrò sia ai Gauleiter sia ai cittadini che i tedeschi non avevano da aspettarsi molta comprensione da parte delle truppe sovietiche e dei comandanti delle divisioni corazzate; le fiumane di evacuati che arrivavano nella Sassonia e nella Slesia occidentale davano notizie di prima mano sulle atrocità perpetrate dai sovietici contro i civili tedeschi che non avevano sgomberato in tempo. Il 20 ottobre, per esempio, alcuni comandanti di carri armati sovietici avevano raggiunto una colonna di profughi che abbandonavano il distretto di Gumbinnen nella Prussia orientale; l'intera colonna era stata sterminata
perché il comandante aveva ordinato ai suoi carri armati di continuare ad avanzare sui rifugiati e sui loro veicoli. [...] L'improvviso inizio della massiccia offensiva sovietica contro la Germania centrale, il 12 gennaio 1945, doveva lasciare nella sua scia atrocità ancora più degradanti di questa prima strage di Gumbinnen; ma essa era servita a terrorizzare la popolazione, e aveva provocato una riluttanza ancora più selvaggia a rimanere nei pressi delle aree di battaglia. (da 'Apocalisse a Dresda', pag.108-109)
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All'est, l'occupazione di territorio tedesco, che stava contemporaneamente avendo luogo in Prussia Orientale, condusse qui ad un saggio di quella che sarebbe stata l'invasione sovietica del 1945: nel villaggio di Nemmersdorf, il 20 ottobre, i soldati sovietici massacrarono 75 civili e fucilarono una cinquantina di militari francesi prigionieri dei tedeschi. (da 'In nome della resa', pag.517)
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