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Dal Don a Nikolajewka - Febbraio 2011

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INTRODUZIONE.
Scrivere della mia esperienza in Russia… nell'inverno russo, dopo che sono passati diversi mesi, non è cosa facile. Volutamente ho ripreso in mano questa significativa esperienza dopo aver fatto trascorrere un po' di tempo, per assimilarla, per vederla con un minimo di distacco, rispetto al coinvolgimento di quei giorni. Per chi come me "sente" quelle vicende, vi assicuro che non è cosa semplice tornare alla vita di tutti i giorni, dopo quello che si è visto.

Dopo anni di attesa, di letture e di sogni ad occhi aperti, trovarsi nell'immensa steppa russa coperta di bianco, lascia il segno. Essere esattamente negli stessi luoghi dove i nostri soldati passarono tanti anni fa, carichi di paure, di angoscie e di disperazione, è una sensazione unica e per certi versi indescrivibile: difatti non tenterò di spiegare cosa ho provato, perché so che i più non capirebbero. Ma mi è bastato andare almeno una volta nella mia vita a vedere quei luoghi per dare un senso a tutto ciò che ho letto negli anni.

Non è però stata l'esperienza completa che avrei voluto fare: volevo avvicinarmi il più possibile a quegli eventi e non in tutto mi è riuscito. Ritenterò fra qualche anno, ma vi assicuro che ci sono stati dei momenti molto toccanti e sentiti, soprattutto quando, letteralmente persi nel bianco della steppa russa, con un piccolo sforzo potevi immaginare colonne di uomini in marcia, sulla stessa strada che percorrevo in quel momento. Oppure quando il vento ed il gelo ti irrigidivano il corpo… e ti chiedevi come un uomo possa soppravvivere dei giorni all'aperto con un clima del genere e con una guerra in corso.
La steppa russa
Ho visto luoghi tante volte letti nei libri, ho visto la neve ghiacciata e indurita dal freddo, ho visto balke che si perdevano all'orizzonte e soprattutto ho visto i punti esatti dove i nostri soldati riposano ancora, a volte con un cippo, a volte senza neanche quello… chi può e dovrebbe fare si deve vergognare, perché ancora oggi ci sono fosse comuni che i civili russi ti indicano al tuo passaggio, fosse comuni che nessuno si è mai preso la briga di verificare, magari per riportare in Italia i poveri resti di quei ragazzi che sono ancora oggi attesi. Si sono attesi!

Conosco decine di parenti che ancora oggi a distanza di 70 anni da quegli avvenimenti vorrebbero una tomba su cui piangere, ma in questo paese schifoso (tranne poche istituzioni, il resto fa letteralmente schifo), si va avanti a veline e palloni, tangenti ed imbrogli. Mi vergogno di essere italiano, ripeto, se non in rari casi. Provate a camminare sopra i nostri morti come ho fatto io per capire cosa intendo… buttati in un fosso… sotto un metro di terra e dimenticati.

Qualcuno mi potrà rispondere che bisogna guardare avanti e che oggi ci sono problemi più grossi, ma io dico che un paese che non ha memoria e rispetto del suo passato, non ha futuro… e difatti il nostro paese non avrà futuro, almeno per come lo intendo io.

Mi auguro che le fotografie e quanto qui vi racconterò servano anche a prendere coscienza del sacrificio che quegli uomini compirono volenti o nolenti per il loro paese… e se anche qualcuno di voi, potrà, al termine della lettura, avere la sensazione di esserci stato… allora mi potrò ritenere soddisfatto per quanto ho fatto.
13 FEBBRAIO 2011.
Sono le 2.00 circa del mio secondo giorno di viaggio e cerco di riposare sul treno che da Mosca ci sta portando a Rossosch; dalla cuccetta vedo il paesaggio completamente innevato scorrere davanti agli occhi e il mio pensiero corre a quei ragazzi che sulle tradotte partite dall'Italia, andavano alla guerra, per la prima volta nella loro vita sul fronte russo. Chissà quali pensieri? Chissà quali speranze?

Partiti ieri da Milano Malpensa siamo atterrati a Mosca e, dopo un breve tour nel centro della città con visita alla Piazza Rossa ed al Cremlino, ci siamo diretti alla stazione ferroviaria per la nostra piccola grande avventura. Il freddo è impressionante per chi come noi è abituato a climi leggermente più miti. Il viaggio notturno sembra infinito e cerco di stare il più possibile sveglio per vedere fuori dal finestrino e non perdermi nulla; seppure è notte si distinguono bene nei villaggi più vecchi le famose isbe, alcune più recenti, altre vecchie ed abbandonate e tutto serve a fare un salto indietro nel tempo e a chiedersi cosa vedevano i nostri soldati dai loro vagoni.

A volte per diversi minuti non vedi che neve e neve e null'altro e ti rendi conto di quanto è infinita questa Russia. La stessa sensazione l'ho provata anche durante il viaggio in aereo; dal finestrino si vedevano campi innevati a perdita d'occhio... un mare bianco senza fine. Non ci sono riferimenti e davvero ti senti nel nulla.

Dal finestrino sempre e solo neve, alberi, bianco... i miei pensieri non possono che correre a tutto quanto ho letto; mancano solo loro: i nostri soldati. Sono oltre 10 anni che attendo di venire in Russia per vedere e toccare di persona, per capire, per sentire... Solo venendo qui in pieno inverno, solo calpestando la stessa neve e solo vedendo lo stesso paesaggio potrò davvero comprendere quanto loro hanno vissuto e sofferto.

I minuti passano e il sonno a volte passa e a volte torna; sono davvero solo con i miei pensieri. Non posso ancora crederci... dopo anni di attesa sono finalmente in Russia, in inverno, come desideravo fare da sempre. Potrò comprendere qui quanto loro hanno vissuto e sofferto? Se anche non fosse porterò certamente un omaggio a chi non è più tornato.

Arriviamo finalmente a Rossosch verso le 11.30 di mattina e qui ci accoglie la nostra guida per i prossimi giorni: il famoso professore Alim Morozov. Rapida sistemazione in camera, pranzo ed immediata partenza per la zona del fronte. Prima tappa della giornata la famosissima "Quota Pisello" fra Staraya Kalitwa e Nova Kalitwa. Per gli "addetti ai lavori" non c'è bisogno di ulteriori spiegazioni, per chi non conosce questo luogo, consiglio vivamente di leggere i numerosi testi sull'ARMIR e sulla campagna di Russia.
Quota Pisello
E tocco subito con mano la vera Russia letta tante volte sui libri... siamo nel pieno di una tempesta di neve e con la neve oltre il ginocchio; la salita alla quota si presenta particolarmente impegnativa anche per i più giovani. Bastano pochi istanti con la mano scoperta per scattare qualche fotografia e girare qualche minuto di filmino che il gelo blocca anche i più semplici movimenti.

Dalla quota la visuale seppur ridotta consente di avere una buona visione d'insieme e di scorgere in lontananza il Don; qui il fiume Kalitwa confluisce nel maestoso fiume e qui era il punto di giunzione fra il Corpo d'Armata Alpino con la Divisione Cuneense e il II Corpo d'Armata con la Divisione di fanteria Cosseria.

Il paesaggio è qualche cosa di indescrivibile: sembra di essere su un altro pianeta e solo a sera realizzerò davvero cosa ho visto e dove sono stato. Ma bisogna esserci d'inverno per capire, seppur lontanamente, cosa significò combattere, sopravvivere e morire in Russia. Come sempre in questi momenti, mi isolo e mi stacco dal gruppo per "vedere" quello che attendo da tempo e basta poco per immaginare figure rintanate in una trincea fra scoppi, boati ed urla. Giunge poi il momento di tornare al pullman per la prossima tappa della giornata: il Don.
Sul fiume Don
La bufera si è calmata ma il freddo è sempre molto intenso... nei giorni successivi arriveremo anche a -30 gradi sotto lo zero. Siamo finalmente sul Don: quante volte nella mia vita mi sono chiesto come sarebbe stato questo momento, come mi sarei sentito sul placido Don, come... Siamo sulla riva tenuta dalle truppe italiane; intorno a me non ci sono segni dell'epoca, ma come sempre non è difficile immaginare la situazione.

Lo calpesto e mi porto circa a metà fra le due rive; in questo momento, come sempre, sono solo, solo in mezzo al niente. Qui in mezzo al fiume completamente gelato dedico il mio primo vero pensiero a tutti quei ragazzi che non tornarono più o tornarono cambiati per sempre nello spirito e nell'animo. Solo il rumore del vento e niente altro, qui in mezzo al Don. Momenti indescrivibili e sensazioni uniche che solo qui ho potuto vivere. Poi giunge l'ora di rientrare e la prima giornata sul fronte russo volge al termine.
14 FEBBRAIO 2011.
Sveglia, colazione e partenza per Belogorie, sul Don e prima tappa della giornata. Da qui i reparti alpini iniziarono la famosa e tragica ritirata e da qui deve iniziare il nostro pellegrinaggio. Il pullman ci lascia sulla riva all'epoca in mano ai sovietici e noi a piedi lungo il ponte che oggi attraversa il fiume torniamo sulla riva italiana. Il fiume è anche qui ovviamente e completamente congelato; le rive sono basse uguali e sono così diverse da come le ho sempre viste nelle vecchie fotografie d'epoca.
Sul fiume Don a Belogorie
Procediamo in ordine sparso... io cerco di camminare sempre e il più possibile per avere e mantenere le stesse sensazioni, per battere la stessa strada e in qualche modo per cercare di sentirmi uno di loro. Il freddo è anche oggi intenso e percorriamo la stessa strada che all'epoca era battuta dalla truppe in ritirata. Il paesaggio potrebbe essere quello di 70 anni fa se non passasse raramente qualche automobile.

Percorriamo qualche chilometro lungo la strada, completamente coperta di neve... in lontananza paesi dispersi nella neve. Lo scenario è per certi versi surreale soprattutto per noi abituati a vivere in un paese comunque densamente abitato... qui per chilometri puoi non incontrare anima viva in uno scenario per certi versi surreale. Sembra davvero di essere in un altro mondo. Dopo qualche chilometro risaliamo sul pullman per la prossima destinazione: Podgornoje.

Fu la prima località alle spalle del fronte dove si concentrarono tutti i reparti della divisione alpina Tridentina e, in parte, della divisione di fanteria Vicenza in ritirata dal fiume Don; vi si trasferì la sera del 16 gennaio 1943 il comando del Corpo d'Armata Alpino. Oggi è una cittadina industrializzata e certamente ben diversa da quella dell'epoca. Visitiamo l'edificio che fu all'epoca l'ospedale della Tridentina.
Da Belogorie a Podgornoje
A detta della nostra guida qui nulla è cambiato e in effetti l'edificio porta anche esternamente tutti i suoi anni, comprese due vecchie aste metalliche a muro utilizzate per sostenere le bandiere. Cerchiamo di guardare all'interno delle finestre e subito il pensiero va alla sofferenza di chi qui era ricoverato e magari abbandonato sotto l'incalzare dei reparti russi. Sull'altro lato della strada sono ancora visibili i magazzini, ora fabbrica di cemento, tante volte citati nei libri.

Sono i magazzini in parte distrutti e saccheggiati dai reparti in ritirata... e vederli fa indubbiamente un certo effetto; ciò che ci circonda è vasto e per certi versi inafferrabile, ma i magazzini di Podgornoje sono un simbolo di quella che fu la ritirata. Quante volte leggendo nei libri ho cercato di immaginarmeli e ora me li trovo di fronte... qui a pochi metri da dove ora mi trovo tanti sono morti e non sono più tornati a casa.
L'ospedale di Podgornoje
Lasciamo il paese per raggiungere un altro punto del nostro percorso carico di significati e di storia: la salita verso il paese di Opyt con il famosissimo ponte tante volte descritto. Oggi rispetto alla strada principale i resti del vecchio ponte e la strada percorsa all'epoca dalle truppe in ritirata sono nascosti dal tempo. Ma grazie alla nostra guida riusciamo ad individaurli entrambi; del vecchio ponte si vedono ancora i monconi verticali di sostegno in legno.
Il ponte verso Opyt
Siamo dunque all'inizio della famosa salita che raggiunge Opyt, la salita che i mezzi motorizzati dell'epoca non riuscirono nella quasi totalità a compiere e vennero abbandonati qui a decine. Affrontiamo la salita, non tutti hanno voluto salire a piedi. Vento, freddo, gelo... uno dei momenti peggiori dal punto di vista del clima, ma ancora una volta esattamente quello che cercavo per capire e provare.

Passamontagna e occhialoni da neve, il vento batte forte su un lato e dopo pochi minuti il passamontagna è completamente irrigidito e ghiacciato. E' sempre piu' una bufera. Ognuno di noi procede in silenzio, immerso nei propri pensieri. Ogni tanto mi fermo e non sento alcun rumore se non quello del vento. Mi guardo attorno e ancora una volta vedo ciò che nei libri ho tante volte immaginato. E' tutto diverso da un nostro paesaggio invernale; qui l'orizzonte non ha fine, la strada non ha fine. La terra e il cielo hanno lo stesso colore spento, grigio e non ti accorgi di dove finisce l'uno ed incomincia l'altra.
La salita verso Opyt
Dopo decine di minuti di camminata nella bufera, irrigidito dal freddo, su questa strada... sulla loro stessa strada, ho capito. Seppure loro erano stanchi, affamati, braccati, in guerra, laceri... ho provato e capito davvero, ora posso dirlo. Le sensazioni sono difficili da spiegare, ma dovevo esserci per chiudere il cerchio. Penso a chi non è tornato... ha visto lo stesso cielo che vedo io ora? Penso a chi è morto qui, magari su questa stessa strada, quali sono stati i suoi ultimi pensieri. Siamo degni noi del loro sacrificio? Non credo... io ci provo ogni giorno, ma non so se sono all'altezza.
La salita verso Opyt
Raggiungiamo Opyt e lo superiamo; prima di raggiungere Postojalyi in pullman, ci fermiamo ancora una volta in mezzo alla steppa, presso una vecchia cisterna d'acqua. Siamo su quella che una volta era chiamata l'Arméestraße. Qui proprio in mezzo alla steppa è stata scoperta una fossa comune e i corpi non sono stati riesumati. E purtroppo non sarà ne la prima ne l'ultima che incontrerò lungo questo viaggio. Tutti nostri soldati dimenticati ed abbandonati; nessuno è ancora venuto a prenderli. Mancanza di fondi? Mancanza di voglia? Non lo so, anche se lo immagino; ma è uno schifo. C'è da vergognarsi. Non posso che lasciare qui uno dei miei tanti pensieri.

Arriviamo a Postojalyi. Fu attaccata e conquistata il 17 gennaio 1943 da truppe corazzate e fanterie autocarrate sovietiche; il giorno 19 gennaio il battaglione Verona della divisione alpina Tridentina muoveva all'attacco per la conquista dell'abitato e consentire il passaggio della colonna, ma veniva respinto con le prime dolorose perdite. Il giorno 20 gennaio il 6° reggimento alpini della divisione alpina Tridentina dovette combattere per alcune ore, anche all'arma bianca, per conquistare l'abitato. Fu raggiunta il giorno 20 anche dalla divisione di fanteria Vicenza che qui si fermò a riposare per l'intera giornata. La divisione alpina Cuneense la raggiunse il giorno 21 gennaio verso le ore 12.00 e conquistò l'abitato con il concorso di un reparto tedesco.

Questa la cronaca degli eventi, ma ora a me sembra solo un piccolo paese addormentato nella steppa russa. Nessuno è in giro, sembra un paese fantasma e ciò rende ancor più emozionante essere qui. Mi guardo intorno cercando di immaginare la sequenza degli avvenimenti, ma posso solo immaginare ad occhi aperti le colonne che arrivavano da est per procedere verso ovest, verso la salvezza. Quante sofferenze, quanta tristezza a ripensarci. Proseguiamo anche noi.
Postojalyi
Raggiungiamo Novo Postojalovka: la località fu raggiunta il 19 gennaio dalla divisione alpina Julia e subito si accendevano pesanti combattimenti che dureranno l'intero giorno. Successivamente, alle ore 2.00 del giorno 20 gennaio, fu raggiunta anche dalla divisione alpina Cuneense che anch'essa prese parte ai combattimenti; i battaglioni Ceva, Borgo San Dalmazzo e Saluzzo s'impegnavano senza successo nella conquista della località. Anche la divisione alpina Julia per tutto il giorno 20 gennaio fu impegnata nei combattimenti e con il concorso della divisione alpina Cuneense tentò di aggirare le posizioni da nord.

Queste le vicende. La guida ci fa attraversare il paese... poche case sprofondate nel gelo e nella neve. Qualcuno ci osserva da dietro un vetro e spesso quando capiscono che siamo italiani, aprono la porta e ci sorridono. Non tutti... alcuni anziani non ci vedono di buon occhio; in effetti all'epoca eravamo comunque nemici anche se generalmente i nostri soldati, come sempre, hanno lasciato un buon ricordo.
Novo Postojalovka
Arriviamo sul campo di battaglia di Novo Postojalovka; in fondo un grosso bosco di alberi... esattamente da lì all'epoca uscirono i nostri alpini cercando di attraversare il paese. Dove siamo noi c'erano le posizioni sovietiche... è tutto campo aperto, come all'epoca... non ci sono ripari. Qui caddero all'incirca 1500 uomini durante i tentativi di occupare il paese. E sul campo rimasero praticamente tutti, finchè al disgelo gli abitanti del villaggio li raccolsero pietosamente e li seppellirono tutti in una fossa comune.

Seppur è sempre stata poco enfatizzata, questa fu la più grande battaglia della ritirata, in particolare per il numero dei caduti. Eccomi dunque di fronte ad un campo di battaglia vero in terra di Russia. Fin'ora la strada della ritirata ci ha portati per vari paesi e vari località, dove sicuramente sono caduti i nostri uomini, ma qui mi trovo di fronte ad un campo di battaglia vero... vorrei staccarmi dal gruppo e camminarci sopra... cercare e capire. E' ora di rientrare a Rossosch, un'altra giornata sta finendo.
Il campo di battaglia di Novo Postojalovka
CONTINUA...