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Dopo il conflitto - I vincitori si spartiscono il mondo
Inizialmente scopo della guerra fu quello di eliminare il regime hitleriano, considerato elemento perturbatore dell'equilibrio europeo, e non la punizione del popolo tedesco. Il 9 febbraio 1940 Churchill dichiarava in questo senso: 'Respingiamo ogni tentativo esterno di smembrare la Germania. Noi non siamo per l'umiliazione o la mutilazione di quel paese. Ci auguriamo con tutto il cuore di includerlo senza indugio nella collaborazione pacifica delle nazioni civili'. Questo concetto fu generalizzato e ribadito nella Carta Atlantica (14 agosto 1941), in cui, con ovvio riferimento ai paesi nemici, Roosevelt e Churchill dichiaravano che i loro due paesi rinunciavano esplicitamente a 'guadagni territoriali o d'altro genere' e si obbligavano 'a respingere modifiche territoriali che non fossero conformi alla volontà espressa dai popoli interessati'. Un impegno che vincolava pure tutte le nazioni, compresa l'Unione Sovietica, firmatarie della Carta. Il prolungarsi della guerra portò ad un atteggiamento opposto e alla dichiarazione di 'non validità della Carta Atlantica nei confronti dei paesi nemici' (così Churchill). In questo nuovo spirito il 24 gennaio 1943, a Casablanca, venne stabilito il principio di 'resa incondizionata'; il 15 marzo 1943 venne accolta la pretesa polacca di annettersi la Prussia Orientale; il 28 novembre 1943, a Teheran, prese corpo l'idea del passaggio della Slesia alla Polonia per compensarla delle rivendicazioni territoriali avanzate da Stalin; il 15 settembre 1944 Churchill firmò il 'Piano Morgenthau', presentato il giorno 11 a Quebec, con il quale il segretario di Stato alle finanze di Roosevelt stabiliva la trasformazione della Germania in paese agricolo, senza più industrie (da smantellare), senza più miniere (da allagare) e dedito alla pastorizia. Un paese dove la popolazione 'avrebbe dovuto vivere con il minimo necessario'; i vincitori 'avrebbero dovuto impedire qualsiasi aumento del livello di vita'. [...] il 17 luglio 1945, a Potsdam, venne sancita l'espulsione dei tedeschi da tutti i territori orientali. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.7)
Era norma, nel modo civile, che dopo la firma di un armistizio, gli avversari convenissero in un luogo e sanzionassero, col regolamento dei loro nuovi rapporti, il ritorno della pace. Questo sarebbe dovuto accadere dopo l'8 maggio 1945, ma questo non accadde; poiché al vinto, i vincitori, avevano arrestato coloro che in quel momento e in quelle circostanze erano i soli che potessero rappresentarlo ed ai vincitori il vinto, così orbato, non aveva più nessuno che potesse far loro da interlocutore e impegnarsi in suo nome. [...] Creato questo vuoto di potere, necessario per l'attuazione dei loro piani e paghi del documento di resa sottoscritto da coloro che erano stati subito dopo incarcerati come criminali di guerra, i vincitori, il 5 giugno 1945, emisero una dichiarazione nella quale era detto che '... in Germania non esiste più alcun governo centrale o autorità in grado di assicurare li mantenimento dell'ordine nel paese e in grado di adempiere alle imposizioni delle potenze vincitrici', e stabilirono che 'i loro governi assumevano il supremo potere dello Stato e anche le attribuzioni del governo tedesco, dell'alto comando delle forze armate e dei governi, delle amministrazioni e delle autorità dei Länder, delle Città e dei Comuni' e delegavano queste funzioni ad una Commissione di controllo presieduta dai quattro comandanti in capo delle loro forze armate. Stabilito ciò, il 17 luglio sovietici, americani e britannici si riunirono a Berlino e per sedici giorni regolarono le faccende loro e quelle dell'Europa intera. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.214)
Il 30 aprile 1945 - giorno del suicidio di Hitler - fu trasportato da Mosca a Berlino in aereo il cosiddetto 'Gruppo Ulbricht', formato da Walter Ulbricht e da altri emigrati tedeschi di fede comunista. Il gruppo incominciò subito a lavorare per instaurare un regime comunista tedesco in quella che sarebbe divenuta la zona d'occupazione sovietica prima e la Repubblica Democratica Tedesca poi. Il suo compito fu ufficialmente denominato 'trasformazione democratica della Germania'. (da 'E malediranno l'ora in cui partorirono', pag.217)
Durante la cena, il maresciallo Joseph Stalin disse che voleva mettere assieme dopo la guerra cinquantamila ufficiali tedeschi e fucilarli. Winston Churchill s'infuriò violentemente. 'Preferirei essere portato fuori nel giardino subito per essere fucilato io stesso, piuttosto che macchiare il mio nome e quello del mio paese con una simile infamia' disse con veemenza. Franklin Roosevelt, vedendo crescere l'animosità tra i due ex nemici, suggerì con leggerezza di trovare un compromesso, fucilando 49.000 prigionieri. Stalin, che era l'ospite di questo importante incontro con i suoi due potenti alleati, fece diplomaticamente un sondaggio tra i nove uomini presenti a tavola. Eliott Roosevelt, figlio del presidente e generale di brigata nell'esercito degli Stati Uniti, rispose con un brindisi alla morte di 'non solo cinquantamila... ma anche di altre centinaia di migliaia di nazisti'. Churchill, sbalordito, lo udì aggiungere 'e sono sicuro che l'esercito degli Stati Uniti sarà ben d'accordo'. Entusiasta, Stalin abbracciò il giovane Roosevelt proponendo di brindare alla morte dei tedeschi. (da 'Gli altri lager', pag.19)
L'idea precisa che Morgenthau portava nella valigia era quella che la Germania doveva essere 'pastoralizzata', attraverso la distruzione delle sue industrie e delle sue miniere. La più avanzata tra le nazioni industrializzate del mondo sarebbe stata trasformata in una enorme fattoria. L'industria tedesca si era sviluppata, in parte, per pagare le importazioni di cibo per una popolazione che non aveva terra sufficiente per nutrirsi. Hitler s'era proposto di porvi rimedio occupando terre a est per 'l'aratro tedesco'. La superficie della Germania si sarebbe ridotta ora per le acquisizioni dei russi e dei polacchi, mentre la popolazione tedesca nell'ovest del paese sarebbe cresciuta per l'afflusso dei profughi tedeschi da quei territori. Distruggendo le strutture industriali ci sarebbe stata la fame. Secondo Cordell Hull, il piano Morgenthau avrebbe spazzato via ogni cosa in Germania ad eccezione della terra, e i tedeschi avrebbero dovuto vivere dei prodotti della terra. Ciò significava che soltanto il 60% del popolo tedesco avrebbe potuto mantenersi con i prodotti della terra, mentre il restante 40% avrebbe dovuto morire. A questo punto Hull parlava della morte di circa 20 milioni di civili tedeschi. [...] Secondo White, Churchill disse che il piano era 'inumano, non cristiano e non necessario'. Furioso, chiese se era stato portato così lontano per discutere un piano che avrebbe significato che 'l'Inghilterra sarebbe stata incatenata a un cadavere'. L'ammiraglio Land, della Marina degli Stati Uniti, approvava invece completamente il piano e, battendo il pugno sul tavolo, sostenne vigorosamente Morgenthau. [...] Morgenthau sottolineò vivamente che, se l'industria germanica fosse stata distrutta, si sarebbero aperti nuovi mercati per le fabbriche inglesi e la competizione per le risorse sarebbe stata ridotta. Tutto ciò inoltre sarebbe stato valido anche per gli americani e i francesi. [...] Gli argomenti economici convinsero Churchill, che passò ora dalla parte di Morgenthau e Cherwell. Anthony Eden ne fu sbalordito. 'Non puoi fare questo!' esclamò. 'Oltre tutto, tu ed io abbiamo detto in pubblico esattamente l'opposto'. [...] Stalin fu d'accordo sul piano Morgenthau che Churchill gli espose a metà ottobre a Mosca. (da 'Gli altri lager', pag.22-23-25)
Sicuro dell'appoggio degli Alleati (Churchill era stato con lui prodigo di aiuti militari e di promesse politiche e territoriali, fra le quali non mancava, come al solito, la Venezia Giulia), Mihajlovic resistette a fronte alta ai tentativi egemonici messi in atto da Tito. Questo stato di cose perdurò alcuni mesi, poi l'equilibrio fu spezzato da quello che i cetnici definiranno 'il tradimento di Churchill'. Ciò accadde nell'ottobre del 1942 quando il premier britannico dovette accorrere a Mosca per placare l'ira di Stalin. Da tempo, il capo sovietico reclamava dagli Alleati l'apertura di un secondo fronte in Europa per alleggerire il peso della guerra, che in quel momento gravava interamente sull'Armata Rossa. Non potendo accontentarlo (il secondo fronte sarà aperto dagli Alleati soltanto nel giugno del 1944 con lo sbarco in Normandia), Churchill cercò di rabbonire il diffidente alleato sovietico accogliendo altre sue richieste. Fra le quali figurava il riconoscimento dell'influenza di Mosca sui Balcani e il conseguente abbandono di Mihajlovic a favore di Tito che Stalin considerava un suo luogotenente. […] Inutile dire che la cessazione degli aiuti angloamericani fu un durissimo colpo per il movimento cetnico. […] Migliaia di cetnici infatti, per odio verso i comunisti, scelsero di collaborare con le forze dell'Asse stipulando anche una sorta di patto secondo il quale essi avrebbero combattuto soltanto contro i titini, ma non contro gli Alleati. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.43-44)
Winston Churchill non poteva dimenticare le promesse fatte nel 1941, dalla sua isola assediata, ai partigiani slavi che per primi erano insorti contro i tedeschi ormai padroni dell'Europa. È vero che tali promesse Churchill le aveva fatte al generale Mihajlovic, ma è anche vero che, in seguito, lo aveva abbandonato per sostenere Tito ('uno dei più grandi errori della seconda guerra mondiale' riconoscerà lo stesso Churchill nelle sue memorie). Di conseguenza, Tito si considerava il legittimo beneficiario della 'cambiale' britannica, con l'aggiunta che non gli si poteva negare il merito di avere dato un forte contributo alla vittoria sul nazismo. […] Poteva vantare le sue indiscutibili imprese contro il nemico comune, poteva contare sull'appoggio completo di Stalin e poteva esibire la firma del Maresciallo Alexander in calce a un accordo segreto jugo-britannico in cui veniva stabilito che, dopo l'occupazione della Venezia Giulia, alla Jugoslavia sarebbe stata riconosciuta, in attesa della definizione dei confini, anche l'amministrazione civile di Trieste. (da 'L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia', pag.99-100)
L'ironico scetticismo dell'ambasciatore Quaroni era d'altronde più che giustificato. Al di fuori delle finzioni diplomatiche e delle promesse di protezione all'una o all'altra parte, le decisioni dei Quattro Grandi circa la definizione dei confini orientali dell'Italia non tennero in nessun conto le pretese o le aspirazioni dei due paesi interessati. Italia e Jugoslavia svolsero infatti il ruolo delle pedine di una partita a scacchi giocata da altri per una posta ben più importante della sorte delle popolazioni giuliane. Dietro la Jugoslavia, considerata ancora da Mosca un satellite del nascente impero sovietico, si celava la secolare aspirazione russa di aprire finalmente una finestra sui mari caldi. Dietro l'Italia, Stati Uniti e Gran Bretagna miravano in quel momento a fare di Trieste una ''Gibilterra dell'Adriatico'', onde costituire un baluardo di difesa nell'unico punto dell'intero scacchiere del Mediterraneo da dove l'Armata Rossa avrebbe potuto muovere nel caso non improbabile di un terzo conflitto mondiale. All'interno di questo contesto, che l'intensificarsi della guerra fredda rendeva sempre più pregnante, si svolsero per mesi e mesi lunghe ed estenuanti trattative in cui russi e angloamericani, con la scusa di difendere gli interessi degli jugoslavi o degli italiani, continuarono i loro giochi usando la Venezia Giulia come merce di scambio. (da ''L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia'', pag.145)